Annunci

Archivi tag: Torino

Farinetti, da Fico a Pisello

farAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come se non bastasse, tocca anche occuparsi del Pisello di Farinetti, simbolo della nuova chimera del patron di Fico che già esprime dal nome la sua filosofia,  quel pensiero ottimista che “non tiene pensieri” dei padroncini contemporanei, quel loro festoso fanatismo del fare, che poi sarebbe fare profitti, fare speculazioni, fare strame dei diritti e dei beni comuni per brandizzare la società, siano norcini che fanno export di salami, di rinascimento e di guglie del Duomo, o tenutari di pullman turistici, con scarsa attitudine alla selezione del personale alla guida, o rampolli in possesso di master prestigiosi convertiti all’accoglienza grazie a appartamenti di papà e mamma e case coloniche avite,  o giovani promotori di start app che interpretano e applicano la follia visionaria cara ad Erasmo e pure a Berlusconi e che deve essere alla base di ogni rivoluzione (la formula è del guru dello Slow Food, preferibilmente con la produzione di una birra “artigianale” della quale lo stesso Farinetti è comproprietario, venduta nei suoi supermarket a prezzi che vanno da 8,80 a 14,80 euro, o scegliendo Apple per chattare.

E vorrei anche vedere che non fossero allegri proprio loro che ci promettono  un avvenire migliore, anzi ce lo assicurano, probabilmente con Unipol, insegnandoci a affinare il gusto, a scegliere la nicchia piuttosto che il grande consumo, a schierarci secondo una discriminante certa costituita dalla predilezione per gli erborinati invece che per le caciotte, per il lardo di Colonnata invece che  per la coppa, per il riformismo invece che per la scaciata e volgare destra.

E infatti veniamo infatti a sapere, grazie a una intervista agiografica con tanto di santino del faccione contento, sornione e soddisfatto di prenderci ancora una volta per i fondelli, che Oscar Farinetti  ha deciso di lasciare in buone mani dinastiche la gestione della Fabbrica Italiana Contadina e la mission del tubo digerente per dedicarsi col Pisello alla sostenibilità del tubo di scappamento investendo talento e risorse nella cittadella dell’energia, Green Pea, la disneyland proposta a un target che dovrebbe andare dai gretini a Carlo d’Inghilterra, lo showroom della green economy  di 15.000 metri quadrati.

“Al primo piano, racconta l’immaginifico, metterò i veicoli a energia pulita, quindi elettrica, solare, a biometano, a idrogeno. Al secondo: mobili ecologici. Al terzo: abbigliamento in fibre naturali. Al quarto: ancora vestiti, ristorante, bistrot e bar. Al quinto: dopo quattro piani di negozio, l’ozio. Per 50.000 associati che ci credono. Con la piscina, il giardino pensile, le margherite fotovoltaiche e le pale eoliche disegnate da Renzo Piano”, che un po’ di dolce far niente è meritato dopo che si è fatto tanto per l’ambiente e per contrastare il cambiamento climatico percorrendo l’imponente e avveniristica costruzione che ospita le exhibition  costruita “valorizzando” il legno dei boschi  spazzati via dal tornado che devastò il Bellunese mesi fa, proprio come “valorizziamo” le foreste amazzoniche  convertendole nei nostri parquet.

Tanto per togliervi ogni dubbio in merito alla coscienza ecologica, risvegliatasi con più vigore in memoria delle prime esperienze militanti sul campo: la vendita della catena di elettrodomestici fondata dal babbo agli inglesi, e ditemi se non è una referenza coi fiocchi, il Farinetti torna nei luoghi dai quali è partita la sua utopia gastrica, germinata nel 2007 con Eataly e fiorita dieci anni dopo a Bologna con la Fabbrica italiana contadina,  quella Torino, che oggi potrebbe diventare uno dei luoghi deputati dell’ambientalismo, grazie al Treno per antonomasia che gufi e rosiconi luddisti vorrebbero fermare, incuranti della brutta figura al cospetto del mondo, tante volte già rischiata per via delle insane analoghe lotte incomprensibili dei suoi dipendenti, potenziali terroristi alla pari di chi sabota i compressori nei cantieri Tav, o per sgradite indagini condotte sulla trasparenza degli appalti dell’Expo, tutti sabotaggi ai danni del nostro Bel Paese che invece merita di diventare un meraviglioso luna park, una formidabile greppia globale, e la meta turistica più ambita se saprà diventare a partire dal suo Sud una grande  Sharm el Sheik.

Eh si la grande avventura del Capitano (aveva chiamato così i tutor, lui e Renzi in testa, convocati presso il suo Laboratorio di Resistenza Permanente,  che già questo meriterebbe una denuncia per abuso e oltraggio) è cominciata a Torino quando nel 2002 l’Oscar alla patacca mette su carta il progetto di EatItaly, benedetto sotto forma di disinteressata consulenza dal Petrini di Slow Food, officiato dal sindaco Chiamparino e da un’assessora molto influente, Tessore passata ma non è la sola, è processo fisiologico,  da Craxi a Renzi, che gli propone una serie di location appetibili. Ma lui non ha esitazioni, vuole talmente l’ex fabbrica della Carpano, che, per segnare il territorio, durante il sopralluogo ci fa la pipì. E la cosa funziona, perché casualmente, ma il fato aiuta gli audaci, sarà sorprendentemente proprio lui, in veste di unico partecipante, ad aggiudicarsi l’affidamento per concorso dell’area del complesso in concessione per 60 anni e dove in quattro e quattr’otto apre il primo Eataly frutto di un rapporto societario con la Coop e pronubo Slow Food, che per quell’operazione ha deciso di essere fast.

C’è ancora Coop  e in gran spolvero dietro alla conquista di Bologna da parte di Farinetti che si appoggia anche là all’impero rosso che conta già allora di 4 Ipercoop nella provincia, 33 supermercati Adriatica tra Bologna e provincia, 18 supermercati Coop Reno nella provincia, 16 minimercati Adriatica e 6 minimercati Reno, costringendo interi comparti e la città stessa ad adattarsi al suo modello e flusso distributivo dove è obbligatorio inserirsi per non star fuori dal sociale.

E infatti la comunicazione della salsicciopoli bolognese di Farinetti deve persuadere a fare un passo in più oltre “la Coop sei tu”, che per essere “Fico”, per non essere disadattati e marginali bisogna comprare là a prezzo più elevato quello che si trova sui banchi dell’influente partner ma anche su quelli sugli scaffali di qualsiasi Esselunga, di essere serviti dai volontari loro malgrado sotto contratto capestro che sono meno pagati e appagati dell’uomo Conad, ma portatori di ben altro messaggio morale, di mangiare in imitazioni di chalet, stube e hosterie, dove si mima la ristorazione altoatesina o calabrese, di passare la domenica in un baraccone squallido che dovrebbe Bengodi grazie alla narrazione virtuale, alla simulazione arcadica della mungitura di tre vacche smunte ridotte a comparse, della coltivazione di pallidi pachino, della preparazione di esangui cioccolatini nemmeno si fosse Binoche, per comprarsi l’appartenenza alla cerchia dei meglio – gourmet esperti, avveduti acquirenti, intenditori come Michele – grazie alle specialità uniche, introvabili e inimitabili di Rana, di Vinchi, di Mutti e Balocco, Granarolo in quello che doveva diventare, parola del patron, il monumento più visitato  d’Italia(reduce da un’esperienza gustativa ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/08/09/fico-secco/ ).

Non è stato così. Fico è naufragato insieme alla Leopolda e forse anche con l’eclissi degli imperativi categorici croccanti e acidi imposti dalle icone delle cucine televisive: pudicamente si tace su introiti, ricavi e guadagni (contrariamente a quando annunciato, Eataly non si è quotata in Borsa), non si conoscono le cifre delle frotte di visitatori, chi passa per la cittadella vede il mesto panorama postatomico delle infrastrutture obsolete, dei ristoranti tematici chiudi, dei parcheggi vuoti, che spiegano la svolta energetica del fondatore più ancora della sua confessione: ogni 10-12 anni mi stufo di quello che sto facendo, come d’altra parte succede a tutti i geni poliedrici salvo il suo amichetto di un tempo, ossessionato dalla politica, che non appartiene più alla cerchia delle più strette frequentazioni.

D’altra parte chi ha in testa la sua vocazione pedagogica e è posseduto da uno spirito di servizio che lo porta a combattere epiche battaglie, non può fermarsi a coltivare relazioni non redditizie e meno che mai indugiare nell’osservanza di regole: lui, rivendica, i suoi Eataly li ha aperti senza licenza. E nella politica e nelle amministrazioni sceglie chi come lui è pronto a forzare lacci e laccioli, premessi e certificazioni che ostacolano la libera iniziativa e pure la redistribuzione, pronti a applicare le leggi che il capitale scrive e in base alle sue urgenze, senza remore nell’identificarsi nel mercato e quindi nel benessere e nel progresso, proprio come ha sempre fatto il Cavaliere oggetto di tenera nostalgia: “l’altrieri, ha svelato, mi sono scoperto a parlare bene di Silvio Berlusconi, non le dico altro. Rimpiango il suo progetto per il ponte sullo Stretto di Messina. E sono totalmente a favore della Tav”.

E come lui a suo tempo, Farinetti sembra dire “ghe pensi mi” a salvare il mondo, a riparare i danni fatti dall’uomo con le virtù del mercato. A suo tempo Renzi gli offrì il ministero dell’Agricoltura: “rifiutai, dice, mi sentivo inadatto. Ma poi perché retrocedere? Eataly ha 42 negozi in 15 nazioni, dagli Usa al Giappone, dalla Svezia all’Arabia, dal Brasile alla Corea del Sud. Ogni giorno vende 800.000 prodotti italiani e mette a tavola 350.000 persone”.

E come no? con leader d’opinione come questi e un’opinione in cerca di leader come questi,  la critica dei consumi si fa uso e voga di moda, il commercio equo diventa etichetta di quello iniquo, il locale viene assorbito dal  globale. E l’ambientalismo diventa marca,  brand,  Pisello.

 

Annunci

Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 


Cervelli sfrattati

sAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma è da sempre in voga una frase che offre una interpretazione pop della teoria della psico-star Matte Blanco sulla “bi-logica”, per definire contraddizioni e incoerenze quando assumono la rilevanza di una patologia: fa pace cor cervello!

Viene buona anche per autorevoli personalità del contesto politico quando vogliono ad un tempo essere forza di governo e opposizione, critici e critici della critica, castali e fieri avversi di prerogative esclusive  delle quali si trovano provvisoriamente a godere. Proprio ieri una consigliera circoscrizionale 5Stelle di Torino lancia su Fb un dolente appello nel quale denuncia, ma va detto che l’ha fatto anche in via più ufficiale, le intimidazioni cui è stata sottoposta da parte di agenti di polizia in borghese durante uno sfratto eseguito con l’intervento della forza pubblica. La signora che sarebbe intervenuta per mettere la sua figura di rappresentante eletta al servizio della difesa dei diritti della donna, coartati alla presenza dei due figli minori, racconta con toni accorati di essere tuttora spaventata dalle possibili reazioni degli esuberanti poliziotti indifferenti al suo ruolo pubblico, tanto da temere di uscire di casa e addirittura di essere intenzionata a cambiare la tinta della chioma, ora rossa, per essere meno facilmente riconoscibile. Ma ciononostante invita tutti i followers a fare come lei, a battersi contro le ingiustizie rese più inique se sono commesse da chi, indossando una divisa ma anche no, dovrebbe invece tutelarci.

E vuoi non dirle “fa pace cor cervello”? nella città governata dalla sindaca Appendino si stava compiendo un procedimento secondo un iter previsto dalle leggi vigenti e in fieri, e che viene diffusamente percorso in forma per così dire bipartisan in tutti gli insediamenti urbani ugualmente afflitti dal fenomeno delle occupazioni abusive da parte di senza tetto. E ancora più nella Capitale dove la sindaca 5stelle è usa ricorrere al prefetto e al Ministro dell’Interno concordi nell’effettuare un’operazione di difesa degli interessi di tutti, intesi come beni ben più che come diritti, si tratti di quelli abusati dai Casamonica o da poveracci richiedenti asilo, purchè non siano alloggiati in stabili generosamente concessi da precedenti amministrazioni. Solidali con la Raggi sono i suoi elettori e simpatizzanti, ma anche non del tutto a sua insaputa un’opposizione feroce soprattutto nel condannare i suoi oltraggi al bon ton più che quelli alla democrazia, recati tramite abito da eroina della lettera scarlatta in una celebrazione dello sbarco dei padri pellegrini. O per il suo albero di Natale che offende il decoro e compromette, quello sì,  la reputazione della città eterna.

E vuoi non dirle “fa pace cor cervello”? in attesa che tutto si tenga soprattutto l’eclissi del populismo 5Stelle da un’auspicata larga intesa tra il possibile segretario Minniti e il ministro della ruspa, sulla stessa lunghezza d’onda nel legittimare, quando non favorire, la paura, la diffidenza, l’odio, nel dare enfasi a un ordine pubblico, pilastro della sicurezza, tramite l’espulsione forzata di tutte le presenze che offendono l’occhio della gente perbene, nell’attribuire doverosa priorità alla repressione con l’azzeramento delle garanzie costituzionali, cominciando dagli stranieri per estendersi agli stranieri in patria, il movimento, del quale la combattiva cittadina fa orgogliosamente parte, vota nell’esecutivo e in Parlamento a favore delle misure dell’indegno tanghero, in piazza e sui social se ne distingue. Non piace loro la pistola facile, ma devono dirle di si, non piace loro l’uso della forza contro inermi cittadini, ma devono dirle di si, non piace loro il controllo dei documenti a fine intimidatorio per i partecipanti a una manifestazione, ma devono dirgli di si. Proprio come dicono si ai diktat che vengono dall’alto ma pure dalla loro destra, ammesso che abbia un senso riferirsi ai punti cardinali:  perché è proprio come il razzismo che risveglia reazioni di disgusto finché l’altro non ti tocca nei tuoi punti deboli, a cominciare dal portafogli, qualsiasi sia il colore e l’etnia dell’altro,  se ti supera legittimamente nella graduatoria dell’asilo, se è una zingara che ha tentato di borseggiarti sul tram, se è un nero che bighellonando (ipotesi di reato conclamata dal decreto sicurezza firmato da Mattarella) svaluta il quartiere in cui abiti e la tua proprietà.

E vuoi non dirle “fa pace cor cervello”? se la legittimazione della forza e della violenza usati nell’interesse più privato che pubblico, sdogana la prevaricazione, la prepotenza, da chiunque vengano esercitate, se il Parlamento ha accettato che ne subissimo la indebita pressione riducendo al di sotto del minimo sindacale il reato di tortura, se viene concesso l’abuso di legittima difesa, dando voce a un visionario delle rapine che spara e ammazza temendo il furto delle gomme, se siamo chiamati a contribuire all’acquisto di armi e a farci occupare militarmente in previsione di impiegare quella forza e quella violenza su larga scala, costituendoci in qualità di esercito di conquista rapita e morte e al tempo stesso come potenziali vittime civili soggette alla prima rappresaglia.

E se tutto questo altro non fa che autorizzare forze dell’ordine frustrate e ricattate economicamente a rifarsi delle umiliazioni, offrendo alle mele l’opportunità di marcire a rigor di legge, suscitando quell’anima nera, quel lupo  che alberga in tutti gli uomini, al quale il potere sa parlare con il verbo della vendetta, della ripicca, del sopruso e dell’ingiustizia in mancanza di quello della giustizia, del rispetto e della libertà.


Le Matrione

matrione Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stato considerato un testo anticipatore della letteratura femminista Il risveglio della Chopin,  la storia di Edna Pontellier, una giovane signora inquieta e annoiata nell’America del Sud di fine Ottocento, sposata con un agente di borsa di successo, premuroso nei confronti della moglie che considera una sua preziosa proprietà. Durante una vacanza a Grand Isle nel Golfo del Messico,  complice la natura selvaggia e sensuale del luogo, questa Madame Bovary creola, inizia un percorso di affrancamento dalla sua condizione di donna rispettosa delle convenzioni borghesi dell’epoca,  le infrange, entra in aperto conflitto con i modelli imposti dal contesto sociale, intreccia una relazione che la porta a lasciare il marito e i figli, e alla fine si toglie la vita annegando in quel mare che è stato il teatro e forse il complice della sua dolorosa rinascita intellettuale, sessuale, affettiva.

Devo ammettere che non ho condiviso l’entusiasmo che ha accolto la pubblicazione in Italia all’inizio degli anni ’80 del volume, le sue ristampe, i film e perfino i balletti che ne sono stati tratti: ancora una volta il risveglio di una donna dipende da un incontro con l’amore e con il sesso, sicché  il demiurgo che soffia il lei il senso della vita e che la conduce per mano alla scoperta del sé, del suo corpo e delle sue aspirazione e qualità è un uomo. Ma il libro è del 1899 e infatti suscitò scandalo quella vicenda di emancipazione dalla – doverosa per quei tempi – sottomissione alle figura maschili.

Però oggi mi tocca riconoscerne una sinistra attualità, se intorno a noi è tutto un circolare di gorgheggi garruli per il nuovo risveglio femminile, grazie alla sveglia suonata per via della presenza di buche micidiali nelle strade di Roma e della eventualità che non si completi la realizzazione di una ferrovia ad alta velocità per il trasporto delle merci che dovrebbe collegarci con i reami della civiltà occidentale, e che ha fatto scendere in campo un gruppetto di Edne a Roma e a Torino, capaci con la loro generosa determinazione di mobilitare un certo numero di probi cittadini.

Di loro si è scritto fino alla noia (anche io qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/23/roma-ball-club/  )ma pare non sia abbastanza se prestano il destro alle nostalgiche de senonoraquando che avevano sonnecchiato in un beato letargo progressista e riformista mentre si cancellavano le conquiste delle garanzie del lavoro, si riduceva all’osso lo stato sociale, costringendo le donne a sostituirlo, si costringevano nuclei famigliari alla scelta obbligata di chi si conservasse il posto con il maggior salario soffocando talenti, studi effettuati, competenze maturate, si umiliavano insegnanti di ambo i sessi, femmine in maggior numero, si rimettevano in discussione diritti che credevamo ormai inalienabili, sui quali pare non si riesca a organizzare adunate altrettanto oceaniche e plebiscitarie, per via di quella gerarchia delle prerogative che dovrebbe persuaderci a necessarie rinunce, come se la perdita di una promuovesse le altre.

Così circola grande compiacimento, che non ha avuto la stessa potenza nel caso delle donne della Terra dei Fuochi, come delle lavoratrici restie alla delocalizzazione o delle senzatetto sgombrate con la forza, anche da parte di quella specie molesta dei maschi che fanno i femministi in rete e sulla stampa e le carogne viriliste a casa e in redazione, per questa nuova vita delle proteste “spontanee” di una società civile in quota rosa che segnerebbe il riscatto degli italiani di buona volontà e di ancora migliore  bon ton che vogliono distinguersi dalle zotiche esternazioni del ceto governativo (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/11/16/sorpessimist/).

E poco conta se il risveglio, dei corpi più che degli intelletti, dipende ancora una volta da suggeritori iperdotati degli attributi che servono per convincere della bontà delle ragioni del mercato, del profitto, della speculazione, dello sfruttamento del territorio e delle persone, in grado di acquisire consenso e gratitudine da volti nuovi in cerca di notorietà, come in passato erano le stelline coi produttori, poi le redattrici col direttore, poi le ministre col presidente. Zelanti e pronte a ripetere come volonterosi pappagallini le lezioni di potere e sopraffazione impartite con la speranza, a volte appagata, di fare ancora meglio, dispiegando cinismo, spregiudicatezza, assenza di scrupoli, spacciati per quel realismo e quella concretezza che dovrebbero far parte del bagaglio genetico delle donne. Poco conta se non stiamo

Chi è sospettoso e diffidente di certe leadership immeritate, chi preferirebbe la qualità delle idee alla quantità e anche al genere e all’estetica delle gambe su cui devono camminare, chi non si accontenterebbe nemmeno di una avanguardia  “corporativa” impegnata solo su un fronte di genere, che sarebbe comunque un passo avanti rispetto a una lobby rosa del neoliberismo, non sa partecipare all’attesa messianica  di un governo di donne, auspicato dalle conchite, dalle murgia di Matria, ma soprattutto da chi in presenza di difficoltà insormontabili cerca un sostituto cui addossare responsabilità e colpe. Così come non ha riposto aspettative in governi di idraulici che dovevano chiudere i rubinetti dello sperpero, nemmeno di nuovi croupier che dovevano rovesciare i tavoli delle roulette truccate sulle quali ci costringono a giocare, meno che mai in quelli a alto contenuto  muliebre esibito per camuffare con qualche granellino di cipria e due gocce di napalm dietro alle orecchie i reiterati oltraggi all’Italia, che tanto per dire ha un nome femminile. Come l’Europa, d’altronde, che però ha dimostrato di essere la quota rosa dell’impero, il negro da cortile per dirla con Malcom X che diffidava di chi   emarginato, maltratto, offeso, sceglieva la sudditanza all’oppressore alla libera e coraggiosa dignità, che non può essere regalata né presa in prestito, dalle donne come dagli uomini, ma va conquistata e riconquistata e difesa ogni giorno.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: