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Manganelli e segnalibri

1354202455-Farenheit451Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Il Paradosso. Sottotitolo L’inquieta storia di un giovane del XX secolo”, editore Pagine, 2011. Il volume (218 pagine) si colloca nel panorama editoriale come un’analisi coraggiosa, una ribellione morale ed intellettuale, un gesto di responsabilità nei confronti degli italiani …. per rivendicare l’esigenza di una politica sana, mirata a salvaguardare gli interessi dei cittadini, contro una politica, invece, totalmente aliena e lontana da quest’ultimi. È Silvio Berlusconi a scriverlo in veste di prefatore dell’autobiografia di Antonio Razzi, cui seguirà qualche anno dopo un nuovo bestseller “Le mie mani pulite” e poi “Un senatore possibile”.

Da un male si deve far nascere un bene ancora più grande. Questa filosofia, con la sua semplicità e con il suo ottimismo di fondo, mi ha sempre accompagnato in tutte le vicende della vita” Qui è lo stesso Berlusconi che presenta una raccolta dei messaggi ricevuti in occasione dell’empio attentato di Piazza del Duomo per i tipi della Mondadori. Almeno lui per pubblicare i suoi sacri testi, si è comprato una casa editrice, che però mette a disposizione di suoi fidi quando si producono in opere e operette ad alto contenuto morale.

E infatti la fascetta sul libro della Mondadori, 2016, recita: “Resteremo vigili e lo faremo per i nostri figli, per consegnare loro un’Italia ancor più libera e sicura nella quale vivere. Il nemico è forte; i nostri valori democratici e i nostri principi liberali lo sono di più. Molto di più. Per questo vinceremo” e riassume il messaggio di “Chi ha paura non è libero”, autore Angelino Alfano.

Mi sono sempre chiesta il perché alla destra e ai suoi dirigenti venga l’uzzolo prima o poi di dedicarsi alla letteratura, con l’ambizione, dopo aver menato le mani, come Francesco Polacchi, manager della Casa editrice Altaforte che dice di sé: “Io sono un editore, ma prima di essere un editore sono un militante di CasaPound, e non mi vergogno di questo”, di menare la penna, come Salvini che già nel 2016 dava alle stampe “Secondo Matteo” per la Rizzoli dove si raccontava per la prima volta in un libro in cui ripercorreva la sua lunga militanza e presentava il suo progetto politico. Anche l’altra destra non si è sottratta all’obbligo di erudire il popolo sulla buona politica e il suo impegno epurato di certi eccessi grazie al bon ton neoliberista: La differenza tra la sinistra e il nazionalpopulismo consiste proprio in questo: la sinistra ascolta, mentre i populisti fanno finta di ascoltare, quando invece il loro unico obiettivo è di tenere incatenata la gente alle proprie paure, scrive Minniti ministro in “Sicurezza e libertà”, Rizzoli, 2018, ammonendo che  la connessione del mondo è ormai irrefrenabile, per illustrare ai lettori il suo progetto ordoliberista.

Me lo chiedo ancora di più in occasione della polemica che scuote il Salone del Libro disertato da una inorridita schiera di autori per via appunto della presenza di Altaforte, che ha editato e presenta “Io sono Matteo Salvini, intervista allo specchio”, a cura di Chiara Giannini, nel pieno della campagna elettorale per le europee, e cui la pilatesca  direzione della kermesse, che pure in passato ha boicottato presenze disonorevoli, purché però d’oltremare, ha risposto che “Casapound non è fuorilegge” e dunque legittimata a partecipare con tutti gli onori a un “progetto culturale”.

E dire che un tempo avevamo pensato ingenuamente che per certi tipi il riscatto dalle frustrazioni e dalla marginalità trovasse sfogo in bombette incendiarie, botte, olio di ricino, pogrom contro i rom, irruzioni in sezioni di partito, sodalizi con delinquenza e malavita sanciti da vigorose e maschie strette di mano e saluti romani sugli spalti delle curve.

Invece da qualche anno, troppi per la verità, è in corso un affrancamento da questi stereotipi arcaici e la promozione a attori e operatori culturali per soggetti noti alle forze dell’ordine per altre performance ma mai sufficientemente puniti e estromessi dal consorzio civile, grazie alla benevola accettazione di chi indovinava in loro affinità dimostrate da qualche dichiarazione espressa proprio in questi giorni da dirigenti del Pd di Torino: contro No Tav: “Finalmente la polizia fa assaggiare i manganelli”, all’indulgenza bonaria di chi li definiva innocui fenomeni folcloristici,  alla tolleranza non disinteressata di chi voleva persuaderci che fosse arrivato il tempo della pace sociale per cancellare anche la memoria dello scontro di classe e l’età dell’uguaglianza: buoni eguali ai cattivi, ragazzi di Salò uguali ai Cervi, Riva uguali agli operai dell’Ilva, banchieri uguali a chi riba la mela al supermercato.

E figuriamoci se anche per via del nome stesso, non veniva favorita la redenzione del circolo ospitato in una sede prestigiosa concessa da un sindaco progressista  anche lui autori di testi immortali, e dei suoi vertici che tanto hanno fatto per cancellare l’indegna abiura e l’anatema lanciato dalla mafia culturale della sinistra contro autori in odor di fascio-nazismo,  con particolare preferenza per quelli che con sdegnosa fermezza non hanno mai fatto autocritica. Si deve a questi non temporanei accordi di impresa la presenza di certi figuri non solo nelle liste elettorali invece che in quelle di proscrizione, non solo nelle piazze della Lega che inneggiano ai killer di Cucchi proprio come i confindustriali applaudono agli assassini della Thyssen Krupp, ma anche nelle feste della morta Unità, nei seminari delle leopolde periferiche, nei faccia a faccia sorridenti con Mentana e altri intrattenitori, nei garbati confronti con intellettuali di ambo le parti diventate ormai la stessa.

Se tutti i protagonisti di questa vicenda altro non sono che gli esponenti di un ceto vecchio e marcito nelle varie declinazioni del consociativismo politico e pure sindacale, nell’omologazione feroce che rende tutti innocenti per via delle stesse colpe, che poi sono quelle di chi promuove interessi opachi e privati contro quello generale, di chi impiega il permissivismo e le licenze arbitrarie come schermo della repressione di diritti e garanzie e conquiste, quelli che consentono la morte di lavoro magnificando un futuro in cui la fatica la faranno i robot, allora un evento come quello di Torino diventa un congruo contenitore.

La grande editoria così come i media tradizionale annaspano cercando delle scialuppe di salvataggio nel mare  della rete, delle tecnologie, dell’innovazione, senza averne mai saputo e voluto coglierne le opportunità che per loro sono ormai e largamente ostacoli, perchè ne minacciano l’egemonia, perché prevedono l’estensione dell’accesso alle informazioni e al sapere  che è il loro territorio di dominio più ancora che di mercato  se diamo retta alle statistiche sulle vendite in calo, alla percezione sulla “qualità” dei lettori, ai cataloghi di titoli, nei quali i fenomeni editoriali d successo di  critica e di pubblico destano raccapriccio in chi non è tifoso della Roma, nemmeno dell’Europa salvata da Rumiz, o delle narrazioni in giallo-rosa, o delle considerazioni dall’amaca degli irriducibili del Pd, o degli escursionisti del revisionismo storico.

In fondo siamo in presenza di una moderna rivisitazione di Fahrenheit 415, non occorre bruciare i libri, basta scrivere, pubblicare e far circolare quelli brutti e vigerà l’ignoranza e l’ubbidienza.

Ps

Mentre pubblico questo post, scopro che la scrittrice Michela Murgia motiva con dovizia di particolari la sua partecipazione al Salone del Libro: io ci andrò, dichiara orgogliosamente,  e ci andranno come me molti altri e altre. Lo faremo non “nonostante” la presenza di case editrici di matrice dichiaratamente neofascista, ma proprio “a motivo” della loro presenza. Siamo convinti che i presidii non vadano abbandonati, né si debbano cedere gli spazi di incontro e di confronto che ancora ci restano. Ci sono casi – casi come questo – in cui l’assenza non ci sembra la risposta culturalmente più efficace. Per questo motivo non lasceremo ai fascisti lo spazio fisico e simbolico del più importante appuntamento editoriale d’Italia.

La tentazione è sempre quella di punire la femminista che fa campagna elettorale con Adinolfi, la visionaria che in barba alla Clinton e alla Pinotti, pensa che basterebbe cambiare Patria in Matria per fermare le guerre, quella che ha prodotto l’etilometro per le sbornie di salvinismo, con la pena più tremenda per una come lei: collocarla in un meritato cono d’ombra, senza degnarla di attenzione e visibilità.

Ma vale invece  la pena  di segnalare il corso che sta prendendo l’antifascismo grazie agli attuali usignoli dell’imperatore, non certo inedito né sorprendente, quello dell’entrismo, della resistenza integrata al sistema neo liberista. E poi dicono dei 5stelle al governo con il babau…quando guarda che si fa per qualche salto in alto nella classifica dei più venduti

 

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Benedetto Pasolini…

Polizisten gehen am 30.04.1968 vor dem Justizgeb‰ude in Rom massiv gegen...Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 50 da quando Pasolini pubblicò la sua provocazione: quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Come successe molte volte, fu profetico  perché oggi è probabile che giovani disoccupati che vengono dai bassi sulle cloache; o dagli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, si trovino a scegliere tra malavita e vita da sbirri, esistenze difficile, parimenti a rischio, soggette a paura, ricatti, intimidazioni.

Fu profetico,  ma non fu bravo storico, perché l’irruenza della difesa dei figli di poveri, che vengono da periferie, contadine o urbane che siano, gli fa dimenticare come fossero stati mandati dal dopoguerra in poi in battaglie feroci non solo contro i figli di papà, ma contro i loro padri, fratelli, amici, uguali per sfruttamento, soggezione e rabbia.  E se da allora molto è cambiato, nessuno oggi può dire di non sapere che i ragazzi contro i quali alzeranno gli scudi antisommossa o invece quelli cui vendono la cartina di veleno sono la loro immagine speculare, abbiano gli stessi occhi cattivi,  siano altrettanto paurosi, incerti, disperati  e non più sicuri nella loro cuccia piccoloborghese ormai degradata a sottoproletaria, figli della stessa classe e della stessa triste disperazione senza domani.

Nelle “Istruzioni pei funzionari di pubblica sicurezza”, del 1867 quando era ministro dell’Interno, Bettino Ricasoli sottolineava che  un buon poliziotto deve saper “scrutare i bisogni delle moltitudini, conoscerne gli interessi morali ed economici, indagare il grado della loro educazione, e studiarne le vere condizioni sociali…perchè non poche questioni di sicurezza pubblica sono intimamente connesse a gravi problemi sociali, la cui soluzione non può dipendere da semplici misure di polizia, ma da provvedimenti governativi o legislativi di interesse generale”.

Ma 100 anni dopo, in barba a quegli insegnamenti, in quei vent’anni dall’insediamento di Scelba sulla poltrona del Viminale, in quei diciotto anni dalla repressione di Tambroni, non si contano le violenze contro le manifestazioni di piazza dei lavoratori, contro gli operai in sciopero. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che durante le gestione di Scelba al Ministero degli Interni, gli scontri lasciarono sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Gli scontri di Genova (la storia si ripete),una città che nel 1960 soffre in una grave crisi economica per via della chiusura di diverse industria, tra cui l’Ansaldo dove la scelta di tenervi il congresso del Movimento Sociale  viene dettata provocatoriamente dalla volontà di dar vita a un braccio di ferro, hanno un tremendo effetto a cascata: a Licata gli scontri a seguito di una manifestazione di protesta del sindacato e del relativo blocco della stazione ferroviaria vedranno un morto e 24 feriti,  a Roma durante una manifestazione presso la Porta San Paolo i reparti a cavallo della polizia caricano violentemente i manifestanti, il 7 luglio una manifestazione sindacale a Reggio Emilia finisce in tragedia quando la polizia e i carabinieri sparano sulla folla in rivolta, provocando 5 morti. A Palermo in nuovi scontri si registrano due morti e 36 feriti da arma da fuoco.

Le cariche delle forze dell’ordine non sono dirette solo contro le proteste operaie: nelle lotte per la riforma agraria, è stato calcolato che  «i contadini denunziati furono 3.185, quelli assolti 386, quelli processati 2.323, e condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e 7.543.280 lire di multe».

Proprio nel ’68 a Avola contro i braccianti che hanno incrociato le braccia e abbandonato gli aranceti dilagando lungo le stradi provinciali accorre la polizia con nove camionette e una novantina di uomini armati di mitra, bombe lacrimogene, elmetti d’acciaio. Dopo una battaglia a colpi di lacrimogeni, i poliziotti cominciano a sparare. Le file dei braccianti indietreggiano, la polizia rimane padrona del campo: a terra rimangono due lavoratori uccisi dai proiettili e una trentina di feriti. A Battipaglia nel 1969 nel corso dello sciopero contro la minacciata chiusura della fabbrica, le operaie sono attaccate dalla polizia. Due persone restano uccise, un giovane tipografo colpito alla testa da un proiettile sparato da agenti di P.S. che morirà un’ora dopo all’ospedale e un’insegnante anche lei colpita da un proiettile mentre era affacciata alla finestra di casa propria.

Si smentivano così i fasti del boom, perché quando dopo l’inebriante sbornia della ricostruzione, che non investì lo Stato e le istituzioni come avrebbe dovuto, la contestazione viene nuovamente interpretata come un segnale eversivo, la richiesta di riconoscimento di diritti e garanzie come illegittima rivalsa nei confronti di governi e classe imprenditoriale intenti a regalare al Paese un immeritato benessere, purché costituito nell’ordine e nella disciplina. Valori che la lotta al terrorismo ripristinano, quando l’impegno di contrasto alla oscura strategia della tensione, certamente con minore mobilitazione per quanto riguarda le stragi nere, richiede spirito si servizio unitario di istituzioni, corpi dello Stato, partiti chiamati a emarginare e deplorare i compagni che sbagliano, a mettere in campo misure di autodisciplina.

Ma qualcosa si stava muovendo comunque, lo Statuto dei lavoratori aveva assunto un formidabile significato anche simbolico, sancendo prerogative indiscutibili che lo Stato e le istituzioni erano chiamate a tutelare, via via aveva preso avvio il processo di sindacalizzazione della Polizia che segna il periodo della parziale riforma democratica sancita dalla legge 121 del 1981, dando vita alla Polizia di Stato. Perfino nella capitale dell’impero dell’auto si sa di questori e funzionari che si sottraggono ai ricatti della Fiat, che aveva costituito una sua milizia privata operante in fabbrica ma anche fuori; in molte città investite dall’autunno caldo e poi dalle prime lotte di territorio per la casa e per i servizi, si sa di dirigenti di polizia che scelgono la via della trattativa e del dialogo, in situazioni di tensione. Si fanno strada opinioni e interpretazioni della “missione” di custodia dell’ordine in contrasto con la sua privatizzazione o militarizzazione, contestando anche le inopportune deleghe che si cerca di attribuire alle polizie municipali in aiuto a sindaci sceriffi e nuovi podestà.

Non si erano fatti i conti con il vento che tirava dai regni carolingi, quell’ordoliberismo che doveva  trasmettere i valori della competizione dalla sfera economica a quella sociale, nel quale lo Stato espropriato di poteri deve comunque assolvere a un ruolo di forza “togliendo” la politica dalle relazioni sociali e economiche per permettere al libero mercato di esprimersi e esercitando una funzione repressiva con l’ausilio di istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), e di rappresentanze di interessi particolari – imprese, sindacati, lobby. Ed è simbolico il caso del G8 di Genova, quando divenne necessario dimostrare ai grandi convenuti l’immagine di una città e di un Paese soggetto alle regole imperiali,  strade pulite e niente panni stesi alle finestre proprio come durante la visita dell’Alleato a Roma il 6 maggio del’38.

Per questo non c’è da stare tranquilli: questa idea non nuova di ordine sociale non viene esercitata interamente dall’alto, ha occupato e infiltrato i tessuti connettivi della società. Nei ranghi delle forze di polizia non ci sono più razzisti o potenzialmente devianti di quanti ce ne siano in proporzione fra la popolazione anche se dovremmo volerne di meno rispetto alla funzione cui sono chiamati, anche loro ricattati e intimoriti contro altri ricattati e intimoriti, anche loro costretti o persuasi ai comandi.  Anche loro sono oggetto della continua distrazione di massa che orienta l’opinione pubblica contro alcune insicurezze ‘di comodo’, fatte diventare le più appariscenti o fabbricate ad arte da un ampio arco di forze come dimostrano i “disordini” del Primo Maggio a Torino, quando la pubblica sicurezza è stata convocata a dar  man forte alle “ragioni” dei progressisti e dei riformisti che volevano il palco per sé, per urlare con l’altoparlante le ragioni della Tav, che hanno prodotto il Jobs Act e la Buona Scuola e la Legge della conterranea Fornero,  che hanno visto come un modello da rafforzare poi con qualche innesto sgangherato e smodato il sistema repressivo di Minniti, pensato per criminalizzare gli “altri”, quelli che si vorrebbero invisibili, immigrati e non, per punire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi, facendo dei poliziotti i lavoratori usurati addetti alla segregazione, all’emarginazione, alla difesa del decoro.

Ci hanno voluto persuadere che la sicurezza altro non sia che la legittimazione della paura, la difesa personale dalle minacce, la prevaricazione come salvaguardia di beni e garanzie, un diritto da esercitare contro gli altri per difendere i propri, che probabilmente è preferibile delegare a corpi speciali, gestiti direttamente dai poteri economici che così ci garantiscono quel benessere minacciato da chi persevera nella ricerca della libertà e dell’uguaglianza, sperando che tra questi ci sia qualcuno che non si arrende alla condanna di essere sbirro in concorrenza con altri sbirri più feroci e meglio pagati, sotto forma di contractors  e mercenari.

 

 


Farinetti, da Fico a Pisello

farAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come se non bastasse, tocca anche occuparsi del Pisello di Farinetti, simbolo della nuova chimera del patron di Fico che già esprime dal nome la sua filosofia,  quel pensiero ottimista che “non tiene pensieri” dei padroncini contemporanei, quel loro festoso fanatismo del fare, che poi sarebbe fare profitti, fare speculazioni, fare strame dei diritti e dei beni comuni per brandizzare la società, siano norcini che fanno export di salami, di rinascimento e di guglie del Duomo, o tenutari di pullman turistici, con scarsa attitudine alla selezione del personale alla guida, o rampolli in possesso di master prestigiosi convertiti all’accoglienza grazie a appartamenti di papà e mamma e case coloniche avite,  o giovani promotori di start app che interpretano e applicano la follia visionaria cara ad Erasmo e pure a Berlusconi e che deve essere alla base di ogni rivoluzione (la formula è del guru dello Slow Food, preferibilmente con la produzione di una birra “artigianale” della quale lo stesso Farinetti è comproprietario, venduta nei suoi supermarket a prezzi che vanno da 8,80 a 14,80 euro, o scegliendo Apple per chattare.

E vorrei anche vedere che non fossero allegri proprio loro che ci promettono  un avvenire migliore, anzi ce lo assicurano, probabilmente con Unipol, insegnandoci a affinare il gusto, a scegliere la nicchia piuttosto che il grande consumo, a schierarci secondo una discriminante certa costituita dalla predilezione per gli erborinati invece che per le caciotte, per il lardo di Colonnata invece che  per la coppa, per il riformismo invece che per la scaciata e volgare destra.

E infatti veniamo infatti a sapere, grazie a una intervista agiografica con tanto di santino del faccione contento, sornione e soddisfatto di prenderci ancora una volta per i fondelli, che Oscar Farinetti  ha deciso di lasciare in buone mani dinastiche la gestione della Fabbrica Italiana Contadina e la mission del tubo digerente per dedicarsi col Pisello alla sostenibilità del tubo di scappamento investendo talento e risorse nella cittadella dell’energia, Green Pea, la disneyland proposta a un target che dovrebbe andare dai gretini a Carlo d’Inghilterra, lo showroom della green economy  di 15.000 metri quadrati.

“Al primo piano, racconta l’immaginifico, metterò i veicoli a energia pulita, quindi elettrica, solare, a biometano, a idrogeno. Al secondo: mobili ecologici. Al terzo: abbigliamento in fibre naturali. Al quarto: ancora vestiti, ristorante, bistrot e bar. Al quinto: dopo quattro piani di negozio, l’ozio. Per 50.000 associati che ci credono. Con la piscina, il giardino pensile, le margherite fotovoltaiche e le pale eoliche disegnate da Renzo Piano”, che un po’ di dolce far niente è meritato dopo che si è fatto tanto per l’ambiente e per contrastare il cambiamento climatico percorrendo l’imponente e avveniristica costruzione che ospita le exhibition  costruita “valorizzando” il legno dei boschi  spazzati via dal tornado che devastò il Bellunese mesi fa, proprio come “valorizziamo” le foreste amazzoniche  convertendole nei nostri parquet.

Tanto per togliervi ogni dubbio in merito alla coscienza ecologica, risvegliatasi con più vigore in memoria delle prime esperienze militanti sul campo: la vendita della catena di elettrodomestici fondata dal babbo agli inglesi, e ditemi se non è una referenza coi fiocchi, il Farinetti torna nei luoghi dai quali è partita la sua utopia gastrica, germinata nel 2007 con Eataly e fiorita dieci anni dopo a Bologna con la Fabbrica italiana contadina,  quella Torino, che oggi potrebbe diventare uno dei luoghi deputati dell’ambientalismo, grazie al Treno per antonomasia che gufi e rosiconi luddisti vorrebbero fermare, incuranti della brutta figura al cospetto del mondo, tante volte già rischiata per via delle insane analoghe lotte incomprensibili dei suoi dipendenti, potenziali terroristi alla pari di chi sabota i compressori nei cantieri Tav, o per sgradite indagini condotte sulla trasparenza degli appalti dell’Expo, tutti sabotaggi ai danni del nostro Bel Paese che invece merita di diventare un meraviglioso luna park, una formidabile greppia globale, e la meta turistica più ambita se saprà diventare a partire dal suo Sud una grande  Sharm el Sheik.

Eh si la grande avventura del Capitano (aveva chiamato così i tutor, lui e Renzi in testa, convocati presso il suo Laboratorio di Resistenza Permanente,  che già questo meriterebbe una denuncia per abuso e oltraggio) è cominciata a Torino quando nel 2002 l’Oscar alla patacca mette su carta il progetto di EatItaly, benedetto sotto forma di disinteressata consulenza dal Petrini di Slow Food, officiato dal sindaco Chiamparino e da un’assessora molto influente, Tessore passata ma non è la sola, è processo fisiologico,  da Craxi a Renzi, che gli propone una serie di location appetibili. Ma lui non ha esitazioni, vuole talmente l’ex fabbrica della Carpano, che, per segnare il territorio, durante il sopralluogo ci fa la pipì. E la cosa funziona, perché casualmente, ma il fato aiuta gli audaci, sarà sorprendentemente proprio lui, in veste di unico partecipante, ad aggiudicarsi l’affidamento per concorso dell’area del complesso in concessione per 60 anni e dove in quattro e quattr’otto apre il primo Eataly frutto di un rapporto societario con la Coop e pronubo Slow Food, che per quell’operazione ha deciso di essere fast.

C’è ancora Coop  e in gran spolvero dietro alla conquista di Bologna da parte di Farinetti che si appoggia anche là all’impero rosso che conta già allora di 4 Ipercoop nella provincia, 33 supermercati Adriatica tra Bologna e provincia, 18 supermercati Coop Reno nella provincia, 16 minimercati Adriatica e 6 minimercati Reno, costringendo interi comparti e la città stessa ad adattarsi al suo modello e flusso distributivo dove è obbligatorio inserirsi per non star fuori dal sociale.

E infatti la comunicazione della salsicciopoli bolognese di Farinetti deve persuadere a fare un passo in più oltre “la Coop sei tu”, che per essere “Fico”, per non essere disadattati e marginali bisogna comprare là a prezzo più elevato quello che si trova sui banchi dell’influente partner ma anche su quelli sugli scaffali di qualsiasi Esselunga, di essere serviti dai volontari loro malgrado sotto contratto capestro che sono meno pagati e appagati dell’uomo Conad, ma portatori di ben altro messaggio morale, di mangiare in imitazioni di chalet, stube e hosterie, dove si mima la ristorazione altoatesina o calabrese, di passare la domenica in un baraccone squallido che dovrebbe Bengodi grazie alla narrazione virtuale, alla simulazione arcadica della mungitura di tre vacche smunte ridotte a comparse, della coltivazione di pallidi pachino, della preparazione di esangui cioccolatini nemmeno si fosse Binoche, per comprarsi l’appartenenza alla cerchia dei meglio – gourmet esperti, avveduti acquirenti, intenditori come Michele – grazie alle specialità uniche, introvabili e inimitabili di Rana, di Vinchi, di Mutti e Balocco, Granarolo in quello che doveva diventare, parola del patron, il monumento più visitato  d’Italia(reduce da un’esperienza gustativa ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/08/09/fico-secco/ ).

Non è stato così. Fico è naufragato insieme alla Leopolda e forse anche con l’eclissi degli imperativi categorici croccanti e acidi imposti dalle icone delle cucine televisive: pudicamente si tace su introiti, ricavi e guadagni (contrariamente a quando annunciato, Eataly non si è quotata in Borsa), non si conoscono le cifre delle frotte di visitatori, chi passa per la cittadella vede il mesto panorama postatomico delle infrastrutture obsolete, dei ristoranti tematici chiudi, dei parcheggi vuoti, che spiegano la svolta energetica del fondatore più ancora della sua confessione: ogni 10-12 anni mi stufo di quello che sto facendo, come d’altra parte succede a tutti i geni poliedrici salvo il suo amichetto di un tempo, ossessionato dalla politica, che non appartiene più alla cerchia delle più strette frequentazioni.

D’altra parte chi ha in testa la sua vocazione pedagogica e è posseduto da uno spirito di servizio che lo porta a combattere epiche battaglie, non può fermarsi a coltivare relazioni non redditizie e meno che mai indugiare nell’osservanza di regole: lui, rivendica, i suoi Eataly li ha aperti senza licenza. E nella politica e nelle amministrazioni sceglie chi come lui è pronto a forzare lacci e laccioli, premessi e certificazioni che ostacolano la libera iniziativa e pure la redistribuzione, pronti a applicare le leggi che il capitale scrive e in base alle sue urgenze, senza remore nell’identificarsi nel mercato e quindi nel benessere e nel progresso, proprio come ha sempre fatto il Cavaliere oggetto di tenera nostalgia: “l’altrieri, ha svelato, mi sono scoperto a parlare bene di Silvio Berlusconi, non le dico altro. Rimpiango il suo progetto per il ponte sullo Stretto di Messina. E sono totalmente a favore della Tav”.

E come lui a suo tempo, Farinetti sembra dire “ghe pensi mi” a salvare il mondo, a riparare i danni fatti dall’uomo con le virtù del mercato. A suo tempo Renzi gli offrì il ministero dell’Agricoltura: “rifiutai, dice, mi sentivo inadatto. Ma poi perché retrocedere? Eataly ha 42 negozi in 15 nazioni, dagli Usa al Giappone, dalla Svezia all’Arabia, dal Brasile alla Corea del Sud. Ogni giorno vende 800.000 prodotti italiani e mette a tavola 350.000 persone”.

E come no? con leader d’opinione come questi e un’opinione in cerca di leader come questi,  la critica dei consumi si fa uso e voga di moda, il commercio equo diventa etichetta di quello iniquo, il locale viene assorbito dal  globale. E l’ambientalismo diventa marca,  brand,  Pisello.

 


Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 


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