Duello a colpi di petizione

Code Duello 3E’ finita che girano due petizioni, una per invitare la Spinelli a rinunciare al seggio come aveva promesso, l’altra per esortarla ad andare a Strasburgo perché evidentemente la sinistra non può fare a meno del liberalismo spinelliano (qui). Pur avendo molti dubbi sulla natura puramente episodica e verticistica della lista Tsipras, pur immaginando che l’ennesima ed estemporanea avventura avrebbe finito per dividere più che per unire, non mi  sarei potuto immaginare gli esiti farseschi ai quali stiamo assistendo.

Tutti guai che derivano da un raggiungimento striminzito del quorum e che non possono far dimenticare un ulteriore riflusso della sinistra radicale che dal 6,5% di cinque anni fa registra un calo del 2,5 per cento. Colpa dell’astensionismo certo, colpa delle divisioni, colpa del desiderio delle elite residuali di tenersi aggrappate al potere, ma colpa soprattutto di uno sgretolarsi dell’elaborazione politica che ha fatto filtrare solo discorsi generici e così scontati da essere adottati in varia misura da quasi tutte le forze in competizione. Così la Lista è finita nella notte dove tutte le vacche sono nere senza avere alcun appeal elettorale e nessuna radicalità reale.

Confondere il desiderio di rappresentanza e di cittadinanza tout court col nazionalismo e svalutarlo a maggior gloria di un internazionalismo funzionale al capitale finanziario o nel migliore dei casi a una forma di imperialismo continentale, sottocoda di quello Usa, come è evidente in Ucraina, più che un errore è il risultato di uno stato confusionale. Aggravato dal fatto che anche una minima conoscenza delle istituzioni e meccanismi della Ue rende evidente che qualunque cambiamento può avvenire attraverso gli stati e non all’interno delle istituzioni europee stesse. Una confusione, scambiata per political correct che risulta evidente anche dallo scandalo con cui è stato accolto il pour parler tra Grillo e Farage, il leader dell’Ukip britannico accusato di essere xenofobo, nazionalista e nuclearista. Tutto vero se non fosse che Farage vuole provvedimenti contro l’immigrazione meno draconiani rispetto a quelli che si avvia a varare l’europeista Merkel anche nei confronti dei cittadini comunitari, se non fosse che gran parte dell’ambientalismo britannico è nuclearista per ragioni che qui sarebbe troppo complesso esaminare. Se non fosse che l’unica ragione vera per cui la sinistra dovrebbe guardare con estrema diffidenza a Farage non consiste in questo, bensì nel fatto che il leader dell’Ukip è un convinto ultraliberista, le cui tentazioni identitarie non sono una conseguenza, ma anzi un’eresia rispetto alle regole universali del profitto selvaggio e del mercato come regolatore e governante supremo.

Non si fa molta strada in questo modo, evitando, tra le altre cose di mettere in crisi la governance italiana  che si adagia completamente sui poteri continentali visibili e soprattutto invisibili.  La prossima petizione sarà per mantenere in vita una specie in estinzione.

 

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2 responses to “Duello a colpi di petizione

  • voltaire 1964

    A parte considerazioni sulle singole personalità, le etichette ideologiche, i partiti e perfino lo stato concepito nelle forme correnti, si adattano poco e male alle esigenze sociali, politiche ma anche filosofiche dovute all’evoluzione accelerata nei settori che influiscono direttamente sulla nostra esistenza.
    Gia’ Tolstoy, piu’ di 120 anni fa scrisse,
    “ Nonostante tutti i pretesi sforzi delle classi superiori per migliorare la sorte dei lavoratori, questi sono sottomessi ad
    una legge di ferro immutabile che accorda loro soltanto il puro necessario, affinché siano sempre costretti al lavoro, pur conservando abbastanza forza per lavorare a profitto dei loro padroni, il cui dominio rammenta quello dei conquistatori antichi.
    È avvenuto sempre così. Sempre, a misura dell’aumento e della durata del potere, i vantaggi per coloro che vi erano sottomessi diminuivano, e gli inconvenienti aumentavano.
    Ciò è avvenuto ed avviene, indipendentemente dalle forme di governo sotto cui vivono i popoli; con la sola differenza che, nella forma autocratica il potere è concentrato fra le mani di un piccolo numero di violenti, e la forma delle violenze è più sensibile,
    mentre nelle monarchie costituzionali e nella repubblica, come in Francia ed in America, il potere è diviso fra un maggior numero di violenti, e la forma in cui si traduce la violenza, è meno sensibile; ma il suo risultato – gli svantaggi del governo maggiori dei vantaggi – e il suo modo di procedere – indebolimento degli oppressi – sono sempre gli stessi. Tale è stata e tale è la situazione degli oppressi, ma essi l’ignoravano fino ad ora e, per la maggior parte, credevano ingenuamente che. il governo esistesse per loro bene;
    che senza governo essi sarebbero perduti; che non si può, senza sacrilegio, esprimere l’idea di vivere senza governo; che sarebbe una dottrina terribile – perché? – di anarchia
    e che si presenta accompagnata da un corteggio di calamità.
    Si credeva, come a qualcosa di assolutamente provato, che,
    poiché finora tutti i popoli si sono sviluppati sotto la forma di stati, questa forma rimane per sempre la condizione essenziale dello sviluppo della umanità….
    http://www.yourdailyshakespeare.com

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