lavoroCome riuscire a far credere a un bambino che un luogo di prigionia, di sterminio di diritti e salari sia invece la location di un gioco con premio finale? Il problema è immenso: ci vuole la connivenza dei kapò mediatici che mostrino sempre il lato buono delle cose anche a costo di oscurare tutto il resto, ci vuole la paura di non riuscire a mantenersi nella competizione, occorre evitare i comandanti burbanzosi come Monti o i re travicello come Letta, ma scegliere simpatici intrattenitori, con la battuta pronta mentre preparano le liste di proscrizione. E’ necessario ovviamente che ci sia un bambino e che ciascuno creda in qualche misura alla sua parte in maniera da avere una certa libertà d’equivoco.

Solo così può accadere che il piano per il lavoro, detto job act, per attrarre meglio il bimbo, venga venduto per qualcosa destinato ad aumentare l’occupazione, a superare le distanze generazionali e a mettere in tasca qualche biglietto da dieci euro in tasca ai lavoratori per favorire la ripresa, quando invece è una ricetta alla greca che ha come obiettivo finale la precarizzazione globale del lavoro e il crollo dei salari, come si è visto dovunque ricette analoghe sono state applicate. Il tutto nasce da concezioni ormai superate degli anni 80 e rivelatesi fasulle, vale a dire, meno regole e meno salario significano più occupazione e più competitività, cosa smentita dalla realtà e falsificata dalla scienza economica non solo nei Paesi a economia matura, ma sempre di più anche in quelli emergenti. Tutto questo cambia semplicemente il rapporto tra profitto e reddito da lavoro che è poi il vero obiettivo che si vuole ottenere.

Non mi soffermo a indagare da quali vizi intellettuali e carenze di modello nascano questi fraintendimenti, ma di certo essi sono largamente partecipati nei loro diversi segmenti e interessi da tutti i partecipanti al gioco, compresi gli idioti sociali, tipo la intollerabile Serracchiani. Quindi mi limito a fare alcune osservazioni e seguire il loro sviluppo logico.

La prima è che il ventilato aumento in busta paga è di fatto sovvenzionato dallo Stato, attraverso uno sconto irpef per i redditi dagli 8000 ai 25 mila euro all’anno. Le risorse necessarie dovranno dunque essere trovate in termini strutturali attraverso nuove tassazioni, nuovi licenziamenti nella pubblica amministrazione come annunciato da Cottarelli con i suoi 85 mila esuberi e da nuovi tagli alle pensioni. Ben che vada per l’economia nel suo complesso è un’operazione a risultato zero, come del resto è inevitabile dovendo comprimere il bilancio dello stato e non potendo battere moneta. E non sposta nemmeno di un millimetro la proporzione tra profitto e reddito da lavoro.

La seconda è che alla luce dello studio di due economisti, Pellegrino e Zanardi, (vedi qui)la cifra di dieci miliardi di sconto Irpef può riguardare una platea ridotta di lavoratori perché altrimenti la spesa totale sarebbe di 14 miliardi. Renzi, cosa che certo non fa notizia, mente per la gola quando dice che saranno compresi tutti i lavoratori dipendenti: stando così le cifre rimarranno fuori i 4 milioni di lavoratori con reddito da 0 a 800o euro, vale a dire proprio quelli che avrebbero più bisogno della job mancetta.

La terza è quella già citata della precarietà totale destinata a far scendere rapidamente i salari. Il confuso progetto prevede infatti un giochino da universo concentrazionario nel quale sarà possibile, come del resto già prefigurato da Sacconi al tempo dell’ultimo regno di Silvio, la possibilità di assumere a tempo determinato, senza alcun obbligo di mansione la stessa persona per otto volte in tre anni e in ogni singolo periodo sarà possibile licenziare, senza preavviso, senza motivazione e senza indennità. Insomma un ritorno all’800. Il fatto è che il famoso contratto di inserimento a tempo indeterminato  “a tutele crescenti” che viene agitato come contraltare a questa precarizzazione perde completamente di senso: dopo tre anni di precariato farsene altri tre di prova, è grottesco e del tutto improponibile in ragione della flessibilità di cui si parla a vanvera: sei anni per un lavoro normale sono più di un terzo della media di permanenza aziendale, ossia sei anni. E sono comunque anni in gran parte persi per la pensione.

Dunque lo scopo finale che si vuole raggiungere è una generale diminuzione dei salari, il che naturalmente metterà ancor più nei guai le aziende che lavorano sul mercato interno. Ma il gioco funziona così: sei in un lager e non te ne accorgi perché ognuno pensa al premio finale. Anche se si già chi sarà il vincitore. Si, La vita è bella.