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Renzi, il sindaco nudo

Renzi and Marino walk in Via dei Fori ImperialiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma è mai possibile che in questo paese non ci sia nemmeno un ragazzino che guardando l’imperatore si metta a strillare, ma che mani in tasca, quello è nudo! Perché nella querelle Renzi contro Marino, che non può non trasformarsi in un contenzioso governo contro sindaci, basterebbe che si alzasse quel ragazzino e chiedesse coram populo se le ricette magiche propagandate dal premier Renzi hanno funzionato nella Firenze del sindaco Renzi, se i bus semiprivatizzati sono puntuali, più puliti, se la gente ci si può sedere, se non aspetta ore alle fermate, fermo restando che sarà una delle città più belle del mondo, ma bene o male resta un sputo di paese rispetto a qualsiasi metropoli.

O se la molto pubblicizzata ideologia della consegna a tempo indefinito a generosi sponsor del patrimonio artistico anche tramite banchetti comporta la tanto agognata valorizzazione culturale. O se quel piano della città è davvero a volume zero come promesso o se invece è vero che attraverso un discutibile sistema di “crediti edilizi”, si potranno demolire gli edifici “in difformità rispetto ai contesti urbanistici” (ad esempio capannoni in contesti residenziali) e trasferire i volumi in altre parti della città, con un bonus del 10% di costruito e uno sconto sugli oneri. Tanto che nelle cosiddette aree dismesse sono previsti 9.800 alloggi, quando non esiste un censimento del patrimonio abitativo vuoto e che si potrebbe “valorizzare”, proprio come piace al premier.

In un Paese di poca memoria e di indole voltagabbana come componente irrinunciabile dell’autobiografia nazionale, è inevitabile che una volta assurto a alti destini, un individuo scarsamente dotato tenda a rimuovere il passato o a impastarlo di bei ricordi e imprese eroiche. Ma per rinfrescare la memoria dei suoi ex colleghi basterebbe riguardarsi qualche vecchia intervista di quando il guappo delle Cascine era ancora uno di loro: “Dimostreremo che non è vero che l’Italia e l’Europa sono state distrutte dal liberismo ma che al contrario il liberismo è un concetto di sinistra, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore”  (“Il Foglio” dell’8 giugno 2012)- e nello stesso contesto disegnava una sua geografia nella quale il centro era la City di Londra, più che le arcaiche Berlino o Parigi, dove andrà al pub con l’esule delle Cayman il finanziere di Algebris Davide Serra, suo stretto consigliere, tutti e due con la bombetta come Alberto Sordi o col colbacco come Totò o Peppino, che il provincialismo anche in politica è cattivo consigliere e infatti una volta “promosso” ha dimenticato le sue origini.

E se Parigi o Berlino per il premier nominato sono ormai periferia dell’impero, dominato dalla cupola finanziaria, figuriamoci Roma, fastidioso fardello da commissariare, capitale riottosa di una nazione già commissariata dai suoi padroni, riluttante laboratorio per le sue ricette: privatizzazioni, liberalizzazioni, semplificazioni sotto un’unica bandiera “affamare il popolo”, di servizi pagati con le tasse più alte d’Italia, di assistenza, di “abitare”, di “mobilità”, che a lui piace solo quella sul lavoro che più opportunamente si chiama precarietà. E lo stesso vale per le altre città, per il territorio manomesso, se pensiamo che alla scatola del programma del premier, vuota anche dell’evocazione propagandistica delle “parole” legalità, lotta alla corruzione, lotta all’evasione,corrisponde l’attivismo del parlamento è al lavoro per condonare gli abusi edilizi, sempre rimandando l’abbattimento degli immobili costruiti illegalmente, e il costante richiamo ai vincoli imposti dalla vera capitale dell’impero, è sicuro che si sta scatenando una lotta senza quartiere tra governo più che potere centrale, e territorio più o meno rappresentato da sindaci che vorrebbero fare i podestà e finiscono per essere solo esattori invisi ai cittadini e kapò pronti a metterci al collo il nodo scorsoio.

Per un governo di “servizio” gli enti locali sono un bel bottino, detentori come sono di una quantità di beni – suolo, patrimonio immobiliare e servizi pubblici – valutabili attorno ai 570 miliardi (stime Deutsche Bank del 2011) e quindi possibili prede e terreno di scorrerie dei grandi capitali finanziari, alla ricerca di obiettivi quali investire l’enorme massa di ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie dell’ultimo decennio. Non ce lo vedo Marino sulle barricate a difendere i nostri interessi, nemmeno Fassino, nemmeno Orsoni, quelli che sognavano il partito dei Sindaci. Sarà meglio cominciare a pensare al partito dei cittadini.

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