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L’elemosina dopo il furto

fra Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una multinazionale operante nel settore della produzione e lavorazione dell’acciaio se la dà a gambe dal sito che ha acquisito a prezzo stracciato, restituendo alla gestione commissariale con cui ha negoziato   l’acquisto, anche la proprietà dei lavoratori che ha  licenziato e poi riassunto in modo da imporre nuovi contratti capestro e da licenziarne un buon numero nelle maglie della trattativa opaca condotta col governo locale, pavido e assoggettato, che non ha voluto assumersi la responsabilità di nazionalizzare l’impresa.

C’è da giurare che i becchini del colosso che si chiama Arcelor Mittal, siano pronti a fare lo stesso quando metteranno le mani sulla Essar Steel India, decotta e in bancarotta, per assicurarsi una posizione strategica in quell’area, in vista dei poderosi investimenti governativi nel settore delle infrastrutture. Se le cose non andranno come vogliono, se operai ancora più tiranneggiati e ricattati di quelli del precedente investimento non saranno disposti a barattare la vita con il salario, se i competitor locali  sapranno spuntare appalti e concessioni più favorevoli da paesi sorprendentemente meno  docili e malleabili di altri che avevano dimostrato la loro appartenenza a una civiltà superiore colonizzandoli per secoli, è probabile che anche in quel caso non tanto ipotetico il colosso metallurgico provvederà a caricare sui lavoratori degli oneri materiali e morali del rischio di impresa.

È uno dei frutti avvelenati della supremazia del profitto imposta anche sul piano “culturale”, grazie al rafforzamento del mito dell’efficienza, della produttività e dei benefici per la collettività che solo la  proprietà e la gestione privatistica dell’economia saprebbero assicurare, tanto che il declino e le svendite dei beni comuni sono state preparate per accreditare questa convinzione abbassando sempre di più la qualità dei servizi e innalzando i loro costi, in modo che la loro concessione a imprese private si accrediti come l’unica strada ragionevolmente precorribile.

Che poi, quando poi la verità viene a galla, quando le aziende diventano carrozzoni clientelari o alleanze mafiose per la realizzazione di interventi e grandi opere che dissanguano i bilanci statali senza offrire adeguate prestazioni, quando dimostrano che il business che porta più profitti è l’inefficienza, sono i ritardi o l’impiego di materiali scadenti, quando i nodi vengono al pettine  allora fanno come l’Arcelar Mittal, trasferendo il rischio di impresa sulla cittadinanza. Che lo sconta e lo paga sia in qualità di lavoratori dipendenti compresi quelli beneficati dal familismo, a meno che non si tratti di impunibili e impuniti manager e dirigenti, ma soprattutto in qualità di cittadini.

E c’è un concorso attivo di soggetti, le imprese, le banche finanziatrici, i governi, il cartello criminale europeo che per avvilire ancora di più e ridurre la sovranità, condanna gli interventi statali come fossero indebiti aiuti a entità parassitarie, che indirizza investimenti e risorse per sostenere le cupole finanziarie o le aziende non più produttive convertite in azionariati seduti al tavolo verde del casinò in  indolente e accidiosa attesa di godersi le rendite  di bolle e   fondi compresi quelli imposti ai lavoratori  secondo il nuovo uso che permette di sfruttarli due volte come lavoratori e come clienti e assicurati.

E dire che i soldi per l’Ilva o per Venezia o per il ponte di Genova o per i terremotati ci sono eccome anche senza andare a toccare l’intoccabile sistema della fiscalità, anche senza attuare il meccanismo redistributivo più intoccabile ancora garantendo   servizi e assistenza alle fasce meno abbienti della popolazione attraverso il prelievo di risorse nei confronti dei soggetti più facoltosi, perfino senza liberarsi ex abrupto – pare sia impossibile – dei vincoli  europei da Maastricht al Fiscal compact.

Basterebbe stornare risorse da interventi inutili e dannosi, da opere di risanamento a posteriori per investirle in  manutenzione, basterebbe rovesciare il tavolo di chi chiede risarcimenti per le sue malefatte, esigendoli invece, basterebbe chiudere la borsa e non onorare più i debiti contratti 70 anni fa e ingiustificatamente con la Nato, basterebbe non salvare banche assassine, chiamando in funzione di presenza salvifica il loro protettore dall’estero, ora in attesa di nuovo incarico. Che non accada non è certo casuale: i vincoli, l’impossibilità a riprendersi competenze e poteri ceduti, l’assoggettamento al “realismo” che si misura nel trincerarsi dietro la minaccia di sanzioni e risarcimenti onerosi, in realtà molto meno gravosi nel medio e lungo periodo della diabolica perseveranza nel realizzare interventi sbagliati, è un alibi diventato sistema di governo.

Così la strada più facile è sostituire il governo con l’elemosina, la solidarietà à con la carità, la redistribuzione con le mancette. In nome della dichiarata impotenza, a fronte della dissipazione di circa 8 miliardi, della trasformazione di una città in area cimiteriale, anche grazie a un turismo che accorre festoso a fare atto di presenza durante catastrofi e calamità, convertite in folclore e che si compiace della speranza di essere gli ultimi a godersi lo spettacolo prima dell’affondamento di Atlantide, si avvia la pesca di beneficenza, la raccolta fondi, l’appello ai prodighi sms.

Uno dei più attivi nel promuovere sottoscrizioni è il ministro Franceschini: “il mondo, ha dichiarato, deve sapere l’entità del disastro. Serve un impegno enorme dello Stato e di tutti i cittadini”. Intendendo i cittadini del pianeta. Chiamati a riparare i danni, a contribuire, a collaborare, a mettere pezze e cerotti dove quelli come lui hanno prodotto ferite e morte. Perché ci sarebbe da chiedere al contrito ministro appartenente alla cerchia degli eterni sorpresi dagli accadimenti, tutti annoverabili a fenomeni naturali e imprevedibili, come mai avendo coperto il delicato incarico sulla prestigiosa poltrona sulla quale siede oggi, nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, non abbia avuto contezza e conoscenza dei problemi della città unica al mondo e patrimonio universale,   impegnato in festosa sintonia con il sindaco, oggi commissario straordinario,  a promuove e incentivare il turismo,  in controtendenza con altri tesori mondiali che guardano a Venezia come a un modello da non ripetere, come infausto laboratorio di oltraggio e consumo dissipato.

Sarebbe da chiedergli in veste di promotore della riforma del ministero dei Beni Culturali, e di profeta di quella religione che officia i riti del mercato, sacrificando arte, bellezza e monumenti da cui estrarre  soldi come fossero giacimenti, quali criteri e requisiti sovrintendono alla loro gestione, salvo una dichiarata preferenza per un personale esperto di marketing e vendite, che investimenti svengono mobilitati per la manutenzione ordinaria dei beni comuni, quali strumenti di controllo vengono esercitati su biblioteche, musei, pinacoteche, conservatori, se può succedere che vengano esposti a rischi prevedibile e irreversibili, come appunto è accaduto per la Querini Stampalia, per il Conservatorio Benedetto Marcello, i cui tesori sono stati travolti dall’acqua. Tesori di serie B si direbbe, rispetto a quelli di serie A, i luoghi di culto già oggetto di risarcimenti a nostro carico, per via della loro attrattività turistica e della cura sempre riservata all’ospite non pagante ma influente di là dal Tevere, il più esperto in materia di elemosine, purché si tratti di riceverle, e di doveri ma solo quelli da rispettare col padreterno,  e non di quelli in capo ai cittadini di uno stato democratico.


Le mele avvelenate dei Giardini del re

Giardini-reali-Live-in-Venice-03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ha qualche decennio di ricordi da ripercorrere sa che una delle mete dei ragazzini veneziani, oltre al campo e alle calli sotto casa, erano i giardinetti Reali di San Marco nei quali si poteva addirittura circolare in bicicletta o coi pattini e dove girava con la sua cassettina appesa al collo Caramel Bepi, che vendeva ben prima delle merendine sotto vuoto del fidanzato delle galline, la sontuosa frutta caramellata che gocciolava il suo oro scuro sulle dita dei golosi.

Per anni il sito venne abbandonato all’incuria e oggi sappiamo perchè, dato che non è mai casuale. Come al solito per combattere una crisi prolungata in corso di diventare emergenza, le autorità si rivolgono a benevoli mecenati che con convenzioni speciali, incarichi straordinari e commissariamento extra legem si fanno generoso carico delle soluzioni.

Anche in questo caso grazie a una convenzione stipulata dal comune il recupero e la valorizzazione del complesso è stata affidata ad apposita Fondazione la Venice Gardens Foundation, alla cui presidenza siede maestosa  la signora Adele Re Rebaudengo, che per una coincidenza reca il cognome del più prestigioso   tra i soci fondatori insieme a meno influenti personalità.

Tra loro, si legge sul sito, c’è  un commercialista, l’indispensabile operatore culturale che adesso si chiama Cultural Manager, una “imprenditrice agricola” e giardiniera che dovrebbe richiamare alla mente l’eroina immaginaria del film sui giardini di Versailles, oltre a un manager nel settore ormai prioritario nel mondo dell’arte, quello  della logistica e conservazione del patrimonio creativo, che immaginiamo molto occupato nel dinamico comparto delle mostre e mostricciattole che animano il panorama culturale globale  con vigorosa e instancabile  circolazione di opere delicate, sensibili e indifese, costrette viaggi intercontinentali anche in forma di spot dei salami del norcino di corte, come successe con due guglie del Duomo. E infatti Sattis Arteria, azienda leader nel mercato del trasporto, imballaggio, movimentazione e installazione di opere d’arte, insieme all’azienda  del più autorevole Re Rebaudengo, quell’Asja che produce energia pulita da fonti rinnovabili contribuendo a ridurre le emissioni dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatico, a una più inoffensiva fondazione musicale e ad una più preoccupante start up di, cito,  professionisti appassionati in grado di fornire soluzioni ad hoc per il settore del Retail e della Grande distribuzione organizzata sono i soci sostenitori dell’alleanza per  ridare quel polmone verde alla città.

Polmone, di proprietà del Demanio,  che sarà inaugurato a novembre in occasione della Festa della Madonna della Salute, quando al completamento della serra, del ripristino del Padiglione Santi, delle balaustre e del pergolato, si aggiungerà quello della parte botanica.

La spesa finale, in parte finanziata dalle Generali col, cito ancora,  propellente dell’Art Bonus,   informa la presidentessa,   “sarà alla fine più importante dei 4 milioni e 700 mila euro inizialmente previsti, ma credo sia normale, con un intervento di questo tipo…..ma  la passione e la voglia di restituire i Giardini ai cittadini e al mondo era tale che ci ha permesso di superare ogni ostacolo”.

E volete che tanta audace e  filantropica solerzia non venga ricompensata? il premio, ci ha informato uno giornalista locale tra i pochi che non si fanno incantare dalle narrazioni di mecenati e protettori di Venezia con cazzuola e piccone, consiste in due costruzioni che orneranno il quadro naturalista della lussureggiante vegetazione  con il valore aggiunto dell’altro inesauribile filone nazionale, che anche la pancia vuole la sua parte, e mica vorrete farci sedi di raccolte museali, memorie della storia del sito, oppure un bel niente in una città dove si dovrebbe usare particolare cautela,  macché,  invece due ristoranti!

Protestano, invano, Italia Nostra, associazioni cittadine come il Gruppo 25 Aprile, saranno invece contenti i fan del sindaco, il popolo degli osti sia pure in concorrenza, la lobby degli affittacamere, tra i quali, abbiamo saputo da Bechis in un brillante resoconto, spicca inattesa la figura del nostro Ministro dei Beni Culturali che ha convertito la magione avita in celebrato B&B (https://www.iltempo.it/home/2019/09/17/gallery/svolta-di-franceschini-addio-al-suo-b-b-1209773/ ).

E che volete farci? sono queste le leggi del mercato, cui pare si debba doverosamente sottostare se abbiamo ingoiato ogni genere di rospi, da Nerone sul Palatino per l’allestimento di un’opera rock, alle mutande in passerella alla Gipsoteca, dalla zumba tra le mummie di Torino alle gare di canottaggio nella Reggia di Caserta, iniziative guardate con benevola soddisfazione da Franceschini tornato a promuovere quella che chiamano valorizzazione:  il saccheggio delle foreste tropicali per farne parquet, l’offerta a prezzo vantaggioso del nostro patrimonio immobiliare altrimenti destinato all’artata decadenza, il ministro della riforma che gli esperti hanno definito “un regolamento illegittimo per la disarticolazione delle istituzioni di tutela”, e si vede, quello dei direttori di museo manager, incaricati di far cassa, quello con un occhio di riguardo per il turismo, magari grazie alla conversione dei territori siciliani in polo del golf. Si, quello oggetto di un formidabile anagramma di Bartezzaghi: “Dario Francheschini / Dir frasi canoniche”, pensato in occasione del lancio dello slogan ministeriale: “La cultura è il nostro petrolio”.

E via a grattare il fondo del barile, a sfruttare fino all’esaurimento delle risorse, a svendere per far su artdollari da accreditare sui conti dei  “mecenati”.

 

 


Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


I Vergognosi

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche grazie ai ripetuti inviti da parte di divini schizzinosi – il più virulento, il filosofo dello Steinhof, Cacciari, insidiato in popolarità dal Moccia del marxismo, Fusaro –  poco inclini all’autocritica, in questi giorni va di moda la vergogna. Per via dell’empio ministro dell’Interno sorprendentemente  criminalizzato anche da quelli che avevano definito la Lega una costola della Sinistra, custode di valori della resistenza, che avevano omaggiato e invidiato il suo “radicamento” territoriale, che avevano sorriso di rituali e slogan come fossero un folklore inoffensivo e che avevano mantenuto un pudico silenzio sul suo predecessore in virtù della sua adesione ragionevole alla realpolitik. Per via del consenso che gli viene dato da chi negli anni è stato autorizzato, anzi consigliato, a prendersela con l’invasione straniera, in modo che spostasse critica e opposizione su chi sta sotto piuttosto che su chi ha usurpato il “sopra”. Ma si spreca anche la vergogna come grido perfetto per funerali, commenti sotto i selfie, invettiva più che legittima contro il governo comunque ladro, in modo da far dimenticare piogge, furti e governi precedenti.

Hanno urlato “vergogna” in questi giorni anche quelli che hanno scoperto che in una guida edita da Feltrinelli l’autore con l’abituale spocchia anglosassone dissuade i viaggiatori in Italia emuli di Goethe o Montesquieu dal recarsi  nell’area a    nord di Napoli, che comprende Aversa e l’Agro Aversano,   definita una distesa di sobborghi poco entusiasmanti, quasi del tutto dominata dalla camorra “tanto da essere a volte chiamata triangolo della morte”.  Per non dire della Reggia di Caserta, città anonima e incongruentemente circondata da una serie di complessi industriali e magazzini”, nota grazie alla fama guadagnata con la sua Reggia vanvitelliana: “struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica”.

Niente di nuovo insomma rispetto al susseguirsi stagionale  di copertine delle riviste tedesche con la pistola accomodata su spaghetti e pummarola, sul rinnovarsi mai modernizzato degli stereotipi sugli italiani indolenti e peracottari. E niente di nuovo rispetto alla considerazione banale che certi pregiudizi li alimentiamo, che se siamo noi i primi a non rispettare certi beni, certe ricchezze, tanta bellezza e fortuna concesse, e immeritate, dalla lotteria naturale, non siamo autorizzati a pretendere considerazione e  stima altrui. A cominciare da quella dell’Unesco che periodicamente minaccia l’inclusione delle nostre città d’arte, Firenze e Venezia, nei siti a rischio per via dell’espulsione dei residenti in favore dei colossi immobiliari multinazionali  che intendono convertirle in alberghi di lusso diffusi, della fine di attività commerciali e artigianali per promuovere  un terziario che omologa offerta e consumi, di opere che snaturano l’identità e l’ambiente urbano.

Certo viene spontaneo gridare vergogna al borioso cicerone che ricorda certi compositori falliti che retrocessi a critici non risparmiano tenori, soprani e nemmeno Mozart o Verdi. Ma è altrettanto certo che in questi anni  chi doveva avere a cuore  il nostro patrimonio, quelli che si ostinano a definirlo il nostro “petrolio”, quelli che volevano fare degli Uffizi una macchina per fare soldi,  hanno contribuito con la nostra silenziosa correità di elettori, a mutare l’Italia in un Mal Paese dove è concesso anzi doveroso fare cassetta cedendo in comodato o in svendita monumenti, dove opere delicatissime affrontano viaggi transoceanici  per corredare empori di salumi, dove aree archeologiche vengono adibite a passerelle per sfilate di intimo o matrimoni di notabili.

Proprio nei giorni scorsi il direttore della Reggia di Caserta ha annunciato su Facebook, come ormai è d’uso, le sue dimissioni anticipare rispetto alla naturale scadenza. La notizia ha suscitato l’addolorata reazione dei suoi ammiratori soprattutto nelle file del Pd che si dice l’avesse più volte invitato a candidarsi nelle sue liste e che gli riconosce grandissimi meriti. A lui infatti si deve un incremento dei visitatori che soprattutto nei lunedì di ingresso gratuito si accalcano festosi, spintonandosi e berciando al telefono per ritrovarsi nel labirinto di sale, corridoi e scaloni, gli stessi dove è stato immortalato un equilibrista fioraio che si aggrappava ai preziosi marmi per adornarli con i tralci ordinati all’uopo dagli organizzatori di uno dei tanti fastosi matrimoni che hanno scelto la location per la toccante cerimonie e per l’opulento rinfresco, ultima destinazione data alla imponente costruzione che era già servita   come Reggia del Pianeta Naboo in Guerre Stellari, come set della serie Elisa di Rivombrosa, come finto Vaticano nella fiction della Rai sul papa polacco ma anche filmAngeli e demoni, da Dan Brown, come ambientazione per  Mission Impossible 3. Ma non basta, per accrescere la sua popolarità e la sua leggenda l’incontenibile direttore ha immaginato una immaginifica strategia di marketing, simboleggiata icasticamente dall’erezione in occasione del Natale di un corno benaugurale alto 13 metri, costo 70 mila euro che ha fatto meritare al prezioso sito monumentale la definizione di Dagospia  “la Sco-reggia di Caserta”.

Il proposito propagandato dal dinamico direttore e in parte realizzato è stato quello di fare di Caserta un brand  “legando il nome della Reggia a produzioni di qualità … Così, il brand diventerà, sempre di più, sinonimo di qualità e di eccellenza, e i prodotti porteranno in giro per il mondo l’immagine e la magnificenza del monumento stesso”, attraverso il progetto “Reggia collection” d’intesa con il presidente della casa di moda Vodivì srl di Spoleto, Luciano Lauteri, per lanciare sul mercato una collezione di pelletterie “ispirata alle testimonianze artistiche del Monumento vanvitelliano”,  o con  “Amarè”, un amaro naturale ottenuto dall’infusione di erbe ed essenze selezionate nel “Real giardino inglese”, prodotto da una azienda che potrà utilizzare il logo della Reggia per 4 anni in tutta la sua comunicazione aziendale.

Lodevole spirito di iniziativa? ennesima esperienza di mercatizzazione del patrimonio culturale, piuttosto che toglie valore e qualità ai beni comuni per offrirli a chi paga e per giunta poco ( il matrimonio incriminato con tanto di acrobata sul leone marmoreo ha portato alle casse delle Reggia meno di 30 mila euro), sicché l’esproprio ai danni dei comuni cittadini di luoghi che hanno la vocazione e la funzione di nutrire dignità, senso di appartenenza, memoria e senso del futuro non vale l’offesa.

Temo che ne abbiamo davanti di vergogna da soffrire in questo trailer del destino greco, quando le guide sconsiglieranno il pellegrinaggio in quel che resta della culla dell’arte e della cultura, ridotta a accampamenti per sfollati da catastrofi, crolli, inondazioni e terremoti con dietro lo scenario di cartapesta dell’antico splendore.

 


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