11190Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per fortuna sta per cominciare il più apprezzato degli show nazional popolari, la gara più combattuta, anche se le scelte sono già fatte a priori, le canzoni sono già “orecchiate” e di solito si sa da prima chi vincerà.

No, non parlo di Sanremo, parlo del governo, d’altra parte già benedetto dai cerimonieri oltre che dal padrone della televisione, Raiset o Mediarai che sia.

Non so voi ma io mi sono veramente stufata delle accuse rivolte a Sanremo, a certi movimenti, a certe espressioni “estreme” di malcontento, a certe inclinazioni e preferenze e in sostanza  al popolo, quelle di “populismo”, che consisterebbe poi  nella semplificazione, o infantilizzazione, di concetti e questioni generali complesse, ridotte a parodie o figurine simboliche in grado di appagare alcuni o estrarre ribellione da altri.  Quando invece pare siano proprio le èlite a professarlo, praticarlo e agitarlo, con atti e misure “impopolari” – che è giusto si definiscano così perché vanno contro l’interesse generale –  esprimendo e applicando una condanna nei confronti della moltitudine inetta, mal cresciuta, indolente e indisciplinata, prima persuasa ai consumi dissipati poi rimbrottata per aver esagerato, prima convinta dell’esistenza di una realtà parallela tramite la Tv e lo spettacolo, poi redarguita della necessità di caldeggiare un realismo regressivo e punitivo, prima esclusa dalle remore distanze del potere  poi rimproverata per la disaffezione e il disincanto democratico, prima  scoraggiata alla  partecipazione tramite leggi poi biasimata per la sua indifferenza.

E ci sta tutto in questa riprovazione delle oligarchie:  l’esaltazione paternalistica del ruolo di indirizzo pedagogico del ceto dirigente, la valorizzazione della sua facoltà demiurgica nel comprendere e rappresentare bisogni e interessi dei normali cittadini, incapaci di interpretare autonomamente le proprie esigenze, aspettative, necessità,

È che una volta le èlite erano espressione della borghesia, la scrematura di un ceto medio che comprendeva anche quella decantata aristocrazia operaia, segmenti sociali ampiamente depauperati di identità, consapevolezza di sé, messi sempre più inesorabilmente ai margini, spaesati  per la perdita di una condizione spesso acquisita a fatica e con sacrifici, precipitati in basso nella scala del prestigio, delle ambizioni e delle aspirazioni e orfani dei tradizionali riferimenti politici nei partiti tradizionali e nei luogo di rappresentanza, smarriti per aver perso così “protezione”, senso di appartenenza e visione condivisa del futuro.

La classe dirigente chiamata a cantare a comando dall’esterno le stesse canzoni non ne è nemmeno figlia di quella middle class retrocessa a moltitudine, a massa scomposta e disorientata, perché per generazione e per lotteria naturale sempre più iniqua, è espressione di nomenclature, dinastie professionali, famiglie e  clan privilegiati, che vivono, comunicano e si sposano tra loro, divorziano e si risposano, anche politicamente, con altri affini o cloni. E sono loro che riproducono e testimoniano il vero populismo, soprattutto grazia  alla creatività del loro padrone di riferimento con il quale hanno ormai stretto un grato, riconoscente e indissolubile sodalizio, quel Berlusconi, cui, come ad altri tirannelli alla ribalta o in eclisse, tutti amici suoi, si deve la potente ”invenzione” del popolo, una moltitudine da adattare tramite televisione, consumi, merci, immaginario lasciato libero da una sinistra impotente a dare forma a una utopia, il suo modello post-costituzionale ,  modificando l’equilibrio dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – a vantaggio dell’esecutivo,  retrocedendo le elezioni a  sondaggio, mostrando i benefici dell’ scavalcamento di regole e leggi oltre che dei principi della Carta, come dannosi ostacoli a crescita e libera iniziativa, criminalizzando le differenze, di opinione, etniche, religiose o di inclinazione, culturali o di stile di vita, per annichilire la possibilità di essere uguali nel libero esercizio della diversità , preliminare necessario a incrementare sempre maggiore iniquità nell’accesso e nel godimento di beni, risorse  e felicità

Sarebbe consolatorio pensare che si tratti di un’indole e di un processo limitato a una destra tradizionale che ritrova forza in Ungheria, Ucraina, area post comunista a conferma della profezia di Benjamin: il populismo si afferma dove è fallita una rivoluzione. Invece attecchisce anche in Olanda, Norvegia, Svezia, là dove una  volta i partiti socialdemocratici erano forti e dimostra che la via di addomesticare lo sfruttamento, l’autoritarismo, la corsa avida al profitto, con le riforme, con Mozart, con la cultura, con il negoziato è più utopistica dell’Utopia socialista.  E che questa è la forma che ha assunto anche la visione federalistica europea, per diventare una galera nella quale la catena è fatta di monete inanellate, che si chiamano euro.