4722e962e4f111f32a17ced21f9d3f2c-k7ZH-U10202482192696HLF-568x320@LaStampa_itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo stabilimento di Porcia non chiude, il piano per Susegana può essere migliorato, il taglio dell’orario di lavoro a 6 ore sarà messo in campo solo se la perdita di salario sarà sostenuta da ammortizzatori sociali”, insomma pare che Electrolux, dopo aver abbaiato abbia deciso di non mordere  ed in una lettera indirizzata a Governo e sindacati preannuncia un «piano B», la disponibilità a superare i nodi della vertenza che avevano sollevato più preoccupazione. Anticipando che ci sarà un nuovo piano industriale, con investimenti per Porcia, e miglioramenti al piano per Susegana,  chiarendo inoltre che “lo schema di lavoro a 6 ore è da intendersi esclusivamente come modalità di utilizzo di ammortizzatori sociali”.

Speriamo sia davvero così, dei padroni c’è poco da fidarsi. Ma comunque c’è da rallegrarsi se un caso simbolo negativo della guerra che è stata condotta contro i lavoratori, i diritti e il lavoro stesso, si trasforma in una allegoria incoraggiante che ci dice che basta dire di no, che se si resiste a una sopraffazione, esiste la concreta possibilità di ostacolarla, che se i padroni ci provano si può rifiutare la riduzione in schiavitù. Che la maledetta Fiat blandita, vezzeggiata, incoraggiata al tradimento, se si fosse trovata davanti anziché una platea intenta a applaudire le scatole vuote, i piani fasulli e le macchine brutte del manager in maglioncino, un’opinione pubblica persuasa che non c’è alternativa al ricatto, una pletora di opinionisti direttamente o indirettamente interessati, entusiasti del “pensiero globale”, che sarebbe bene appunto mandarli a fare un po’ di tirocinio a la Stampa in Olanda e poi si vede, un governo sottomesso e abituato all’ammirata acquiescenza nei confronti della famiglia foraggiata da tutti noi per un secolo, se si fosse appunto trovata davanti  un fronte unito, lavoratori, sindacati, governo, parlamento, stampa a cominciare da quel maledetto referendum che è stato il sigillo sulla rinuncia a conquiste, prerogative, dignità, certezze, oggi l’azienda, gli operai e noi tutti avremmo conservato qualcosa che dovrebbe essere inalienabile, il lavoro e il diritto a conservarlo, a essere rispettati, a difenderne i valori insieme al salario.

Non occorre risalire a Gramsci o a Foucault per sapere che il potere dei gruppi dominanti non è localizzato nello Stato – e mai come ora è vero – e che si esercita tramite un insieme di attività anche senza necessità di violenza, attraverso il consenso, la disciplina inculcata attraverso leggi, non sempre legittime, la persuasione di modelli non sempre pedagogici.  La religione fanatica del capitalismo finanziario, l’isteria dell’austerità, che, è sempre bene ricordarlo, non è un incidente o una perversione, ma un’ideologia e un fine più che uno strumento, hanno imposto autoritarismo, repressione, smantellamento dell’edificio dei diritti e della democrazia, mediante i loro valori perversi: il principio sovrano dell’efficienza privata, il riconoscimento del primato del mercato anche nel governo delle condotte umane e delle aspettative dei cittadini, imponendo una interpretazione della crisi come un fenomeno “naturale”, inaspettato e non fronteggiabile con la necessaria “prevenzione”, e attribuibile ai bilanci dissipati degli Stati e ai comportamenti dei popoli inadeguati a affrontare la complessità e la globalizzazione, colpevolizzando le vittime, fino a farle prigioniere di una scellerata sindrome di Stoccolma.

L’integrazione di larga parte della sinistra nella cultura della destra, l’enfasi sul realistico pragmatismo, la condanna dell’utopia, la riproposizione dell’inagibilità di una alternativa, hanno resa impraticabile la reazione al sopruso, per non dire riprovevole, disfattista, sfiduciata e inconcepibile. Dire di no, opporsi, suona come una dissennata resistenza agli obblighi della necessità, alla pena meritata della sopportazione, alla ineluttabilità della rinuncia.

Per questo nella palude di appiattimento supino, per una volta possiamo rallegrarci che non sia sventolata bandiera bianca, augurandoci che voglia dire qualcosa, che anticipi un risveglio, una riconquista di dignità che oggi si chiama Elecrolux e che per una volta va in scena in Italia.