massimo-dalema-silenzioSu una cosa Massimo D’Alema ha ragione: sul pessimo ruolo dei media che raccontano al 70% delle bugie. Infatti se raccontassero tutta la verità o quanto meno non avessero il complesso dell’inginocchiatoio nei confronti del potere e delle carriere, Massimo d’Alema sarebbe già da decenni un capitolo chiuso. Invece, nonostante un’intera vita di sconfitte che hanno consegnato il Paese nelle mani del berlusconismo, nonostante non sia più in Parlamento è ancora protagonista della vita politica.

Se i giornali non fossero espressione diretta di interessi e potentati, come afferma Baffino, nessuno si sarebbe curato delle sue parole pronunciate davanti a un’ottantina di persone alla festa del Pd di Taizzano, luogo non distante dalle sue celebri vigne da cui si trae un banale Cabernet di nome Sfide, finanziato con 57 mila euro dalla Ue. Per non parlare di quell’altro vigneto, la Fondazione Italiani europei, che vendemmia benissimo in quel territorio opaco dove affari, politica e appalti convergono in letizia. Invece parla D’Alema, quello che si era tirato fuori ed ecco che spuntano i titoloni.

Adesso il lupo di mare, il gentiluomo del Papa, con una superba giravolta vuole Renzi premier e il “suo” Cuperlo alla segreteria. Non contento di aver ammorbato questo Paese persino con le cozze al caffè del suo chef di riferimento, il suo omologo in cucina, è ancora lì che tira i fili e detta legge grazie alla fondazione. Però si schermisce: “francamente chi parla della corrente dalemiana dice una scemenza. I dalemiani non esistono. E comunque neppure io ne faccio parte”.  E se invece fossero i dalemiani ad esistere e proprio lui a non esistere? Chi lo sa, ma di certo se l’informazione fosse degna del nome, la cronaca da Taizzano conterebbe una sola parola:  machissenefrega.