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Telegatto alle primarie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se le indagini statistiche non fossero delle ormai proverbiali patacche, se i rilevatori di opinione non fossero dei mercenari senza scrupoli, potrebbe rivestire un certo interesse l’analisi delle motivazioni che hanno animato gli “elettori” alle primarie del Pd, sia pure inferiore a quello che riserveremmo al voto per Raz Degan all’Isola dei Famosi o di quello espresso per talenti certamente più promettenti dei candidati dei gazebi, tanta è la distanza siderale che separa le loro contese, le loro promesse e le loro ambizioni dalla politica della vita.

Comunque anche senza il sostegno para scientifico  delle società sondaggiste, pare che siamo ancora – ma solo per un po’ – liberi di azzardare qualche ipotesi sul partito che occupa militarmente l’esecutivo con l’appoggio di una genia di incompetenti, indagati, inadeguati e impresentabili e sui suoi fan che ieri si sono presentati sia pure a ranghi ridicolmente ridotti agli stand della ditta, compresi quelli che nei social network si sono espressi con le più stravaganti  precisazioni esibite come atto di indomita esibizione di coraggio civile e di intrepida rivendicazione di civismo. Diciamo la verità, sono i peggiori: incuranti di dare suffragio il 30 aprile ai killer del lavoro il giorno prima della sua funebre commemorazione sancita del Jobs Act, quanto strafottenti nel riporre in opportuno dimenticatoio la sconfitta del loro Si acquiescente e supino a 5 giorni dalla festa che dovrebbe celebrare la possibilità non dismessa di un riscatto e quella ancora più necessaria di   assumersi la responsabilità di cambiare, rovesciando i rapporti di forza, contrastando la guerra di classe che i ricchi conducono contro gli sfruttati. Si, sono i peggio perché le loro ragioni “morali” sono ancora meno plausibili di chi ha votato Macron – che quelli almeno non l’avevano già provato come invece è successo a chi ha voluto scriteriatamente rinnovare la sua fiducia a Renzi e alla sua accolita –  preferendo alle montanti destre radicali europee,  un candidato di una “diversamente” destra ancora più esuberante e  più estrema, e il suo programma di fedele e cieca continuità con le politiche di austerità e di privatizzazione, che ha riscosso  il sostegno delle istituzioni europee, di buona parte dei governi nazionali – da Renzi a Tsipras, passando per la Merkel – e ovviamente dei mercati finanziari, che hanno espresso la loro approvazione attraverso un immediato rialzo delle borse e dell’euro.

Sono imperdonabili comunque: sono quelli che si sarebbero allineati  e  “piegati” obtorto collo  a votare i podestà del Pd al secondo turno per non  dare consenso ai 5Stelle, essendosi guardandosi bene dall’esprimersi per qualche Mélenchon o Sanders locale e contribuendo così all’infame propaganda azionata contro il “voto inutile”; sono quelli che alimentano la finzione della preferibilità di un organismo brulicante di vermi dopo la nemmeno troppo lunga agonia di circoli, sezioni, luoghi del confronto e della militanza, di una cerchia tenuta insieme da interessi privati, arrivismo e fidelizzazione intorno a una leadership vergognosamente incapace alla possibilità di contribuire ad un’alternativa; sono quelli che sperano di trarre rassicurazioni e vantaggi anche solo emotivi e psicologici, dall’appartenenza, dall’essere riconosciuti e ammessi al clan e ai benefici che ne derivano, accontentandosi delle promesse di qualche briciola, spaventati dalla terribile possibilità di doversi esporre, di assumersi oneri e responsabilità, di godere di una autonomia e di una libertà che non si vuol conoscere perché richiede coraggio, compreso quello di  rinunciare alle scorciatoie delle   utili conoscenze, dei favoritismi miserabili, delle spregevoli clientele.

Non c’è da avere indulgenza nemmeno per neo masochisti, tantomeno per certi arcaici “punitori di se stessi”, talmente incurvati sotto il peso di ricatti e intimidazioni, estorsioni e minacce, talmente sconfitti da sperare che il rafforzamento e la vittoria, sia pure micragnosa, di un capetto mafioso incaricato del pizzo possa rabbonire il racket degli esattori, diminuire l’entità della “stecca”. Neppure per chi offre in sacrificio la memoria di un’adesione morale oltraggiata dal tradimento di un mandato, passata per la cancellazione della storia di un movimento e dei suoi luoghi deputati, della sua tradizione di sinistra, respinta come colpevole misoneismo, derisa come un arcaico bagaglio utopistico incapace di misurarsi col futuro, offesa dall’aspirazione alla “liquidità” disorganizzativa foriera dell’affermazione di un leader assoluto, dalla oppressione del confronto interno tanto che per qualche superstite la speranza si chiamava Cuperlo, costretta alla sovrapposizione del partito con un esecutivo sempre più vorace, sempre meno fedele alla vocazione di tutela di diritti e garanzie, sempre più “impopolare” se ha fatto sua la missione di ridurre sovranità, uguaglianza, solidarietà e democrazia per sottomettersi a diktat padronali.

Che almeno la nomenclatura, fatta di amministratori locali, di quel pulviscolo di piccoli interessi periferici, non poi troppo dissimili dal “mondo di mezzo”, sarà andata a votare per guadagnarci qualcosa. Ma perfino quelli, si direbbe, hanno preferito al plebiscito la gita fuori porta per godersi un po’ di sole prima che ce lo proibiscano perché potrebbe ricordarci troppo la speranza nell’avvenire.

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Da Hollande l’orrenda verità

Hollande e RenziE’ angoscioso trovarsi ad avere ragione, quando questa ragione è la radice dell’infelicità sociale che ci cade addosso. E purtroppo l’idea, quasi quotidianamente espressa su questo blog, ossia che le ricette austeritarie derivanti dalle regole dell’euro, siano utilizzate dai circoli finanziari per sbarazzarsi della democrazia, che le eventuali modeste concessioni in fatto di flessibilità abbiano il fine di sostenere forze e partiti complici del gioco al massacro, prende corpo nella risposta che il governo francese ha dato a Bruxelles per giustificare lo sforamento dei parametri. Oltre ad alcune osservazioni tecniche marginali, il clou del discorso è molto più inquietante e brutale: il governo, si dice, dispone di una maggioranza risicata, la popolazione non è pronta ad affrontare ulteriori sacrifici: andare avanti  senza nemmeno una piccola tregua potrebbe innescare una crisi di rigetto verso l’Ue e in sostanza una vittoria delle forze euro scettiche.

Non c’è alcun richiamo né a una visione economica meno asfititca, né tantomeno alle ragioni dell’uguaglianza, della distribuzione del reddito,  del welfare e del progresso sociale, come se i valori fondativi del socialismo francese fossero ormai finiti al mercatino delle pulci: chi parla è solo un gruppo di potere che campa di rendita, che ancora prende voti su ciò che è stato e non su ciò che davvero rappresenta, che avvisa i suoi “superiori” del fatto che sarebbe opportuno rallentare il massacro per poterlo compiere più efficacemente.

La stessa cosa nelle modalità specifiche di ciascun Paese accade dovunque in Europa le elite liberiste sono state imposte o hanno avuto facile gioco grazie all’imponenza mediatica della loro narrazione. E la stessa cosa accade in Italia dove una classe dirigente nel suo complesso contratta con Bruxelles non la salvezza del Paese, ma la propria e la cui credibilità consiste nel proporsi come custodi della lotta di classe al contrario, cercando di evitare che la maschera dietro la quale si nasconde, cada troppo precipitosamente rischiando di mettere in crisi il gioco. Hollande e Renzi campano entrambi sul medesimo squallido ricatto, avvisando il potere reale che la loro posizione potrebbe essere messa in crisi se non si dà loro la possibilità di proporsi come coraggiosi mediatori e non soltanto come esecutori. L’unica differenza consiste nella diversa traiettoria del presidente in motorino e del premier in bicicletta: il socialismo francese ha incubato al suo interno la propria mutazione genetica, mentre il centrosinistra nostrano, forte del paravento dell’antiberlusconismo,  si è fatto scalare dall’esterno da un padroncino come sosia dell’ex cavaliere, pagato in moneta sonante dall’ambiente finanziario. Sul piano pratico è la differenza tra un Paese come la Francia che ha ancora un qualche peso, dove esiste ancora una qualche capacità di reazione, che dopo tutto è anche una potenza nucleare e  e l’Italietta del tutto marginale ormai rassegnata alle proprie ipocrisie che di notevole ha solo il proprio debito.

L’altro giorno ho parlato del sabato delle scissioni, riferendomi più che a possibili atti concreti, alla caduta di paraventi, alibi e ipocrisie, causata dallo scontro a distanza fra il clan apertamente reazionario della Leopolda e la grande manifestazione popolare più che sindacale di Roma, ma dubito fortemente che una qualche opposizione di sinistra possa nascere dalle rovine dell’esistente. Non basta che Cuperlo e Fassina si accorgano solo ora che è l’euro il vero strumento della conservazione e del declino dello stato sociale: lo hanno incensato e adorato, oltre a votare ogni nefandezza economico -legislativa atta a salvarne le premesse, i meccanismi e gli esiti. E’ troppo tardi: non sono più credibili, nemmeno con loro stessi e nella tardiva scoperta si legge più l’incertezza dei propri destini personali che un’illuminazione finale. Del resto la sinistra stessa nel suo insieme si è prestata fin troppo all’internazionalismo capitalista e finanziario, lasciandosi scippare i propri temi dalle destre, per poter pensare di emergere dalle tenebre se non dopo un lungo bagno di ri ideazione. Esiste una rottura sociale, ma senza protagonisti in grado di renderla politica, esiste finalmente e chiaramente un nemico, ma senza un esercito perché il vecchio si è ritirato al punto di doversi arrendere e confondere con gli avversari. Bisogna chiamare una nuova leva.


Così è se vi pare, commedia in atti infiniti

così-è se vi pareForse ci si dovrebbe pizzicare per capire se stiamo sognando, se siamo troppo entrati nella trama di una commedia o se sia tutto vero. Vero ma con molte verità possibili, anzi immerso in quella verità liquida alla quale ci siamo assuefatti e dove ogni cosa è contemporaneamente possibile e plausibile.

Così Berlusconi alla vigilia della decadenza presenta nuovi testimoni farlocchi, ma soprattutto rovescia la tesi difensiva alla quale si era attaccato da anni e cioè che non vi fosse stata nessuna evasione fiscale, che i prezzi gonfiati dei film fossero “di mercato”. Adesso ribalta tutto e dice che l’evasione fiscale c’è stata, ma non da parte sua, bensì del “socio” Agrama che a quanto pare ha un vizio consolidato in questo campo. Il ridicolo di tutto questo è che fino a ieri il Cavaliere si diceva vittima di un complotto e di un’ingiustizia sulla base di una tesi che ora egli stesso rinnega.

Ma nella commedia dell’arte si fa vivo Napolitano che dopo essere stato, ancor prima della presidenza, rete di sicurezza per il tycoon, salvandolo nei momenti più difficili ora che è riuscito ad assicurare una maggioranzicchia al governicchio di fede berlinese, tenta una riverginazione e con una certa durezza, tra l’altro anche quella impropria, nei confronti del Cavaliere,  vorrebbe far dimenticare che con Berlusconi c’è stata una fitta trattativa dal giorno delle elezioni fino al tradimento di Alfano. Però sappiamo tutti che se l’operazione di scissione nel Pdl non fosse andata a buon fine adesso la musica sarebbe diversa.

Lo stesso Alfano, insieme alla congrega di cavallette che si è portato dietro, è portatore di una doppia realtà: è l’uomo che assieme a Letta servirà a costruire la neo Dc oppure è un pezzo di Pdl governativo che può anche essere usato da Silvio? In questo caso entrambe le cose sono contemporaneamente vere: dipenderà dagli sviluppi delle cose, dalla presa che avrà Forza Italia, da cosa è stato promesso alla pattuglia di politici di ventura e sventura presi da improvviso amore per la stabilità. Di certo la salvezza del loro lato B eguaglia in forza il fattore B e questo crea un equilibrio tutto giocato sull’ambiguità .

Per non dire della battaglia in casa Pd dove con tutta evidenza ai tre canditati rimasti in gioco occorre un urgente trapianto d’organi: di cuore per Cuperlo, di testa per Renzi e di fegato per Civati. Ma certo sentire Cuperlo che vanta gli straordinari risultati del riformismo dopo vent’anni di Berlusconi e gli ultimi massacri sociali c’è da pensare che il commediografo abbia avuto un colpo di sole. Mentre si intuisce che l’autore ha voluto inserire un parte buffa quando fa braccare Renzi per tentare di scucirgli qualcosa di concreto con il risultato comico di farlo rifugiare nel concetto che “ci vorrebbe ben altro” Sospetto che se a tradimento gli si domandasse se gli bastano i milioni che gli passano i suoi finanziatori direbbe, per trascinamento inerziale, che ci vorrebbe ben altro. Ma esprime nel nascondimento una verità: infatti ci vorrebbe ben altro che lui. Ormai siamo allo strillonaggio molesto per vendere due diverse versioni di gattopardismo, uno imperniato sulla persistenza delle nomenklature di sempre, l’altro avviato verso il disegno neo democristiano e a quanto pare anche thatcheriano. Tutte cose di cui forse Civati  si rende conto senza avere però il coraggio di denunciarle e di uscirne fuori.

Per non parlare dell’azione del governo coloniale appiattita sull’accanita ricerca di nuovi nomi per le tasse e di nuovi sacrifici per il più deboli, che non può uscire dai binari dell’ austerity imposta col bastone dello spread e non vuole rinunciare alla carota della crescita: come dire che vuole la notte e il giorno, una nuova versione del gatto quantistico di Schroedinger, il perfetto non senso, il così è se vi pare in funzione di sberleffo. E in tutto questo le idee politiche che girano sono come il caffelatte di Miseria e Nobiltà: “noi lo facciamo senza caffè e senza latte” come disse l’immortale Totò.


Dentro i gazebo la Cancellieri

Gazebo-Cancellieri, il SimplicissimusEran giovani e forti e sono morti. Alla fine anche Civati (oltre che Renzi, l’inaffidabile a tutto) si è arreso al partito, che si è arreso a Letta, che si è arreso a Napolitano. Il ministro della giustizia è salvo, la Giustizia è compromessa ed è passata la tesi che vedere il marcio politico e in futuro probabilmente anche penale della Cancellieri, è un atto contro il governo. Perciò tutti uniti per tenersi il posto, anche se un esecutivo che difende  un simile ministro è un atto contro il Paese.

Ma ormai si sa, quando si arriva al dunque le parole non contano nulla e tutti si aggrappano al potere senza avere il coraggio di dire no e di aprire una frattura dentro l’unanimismo dei ricatti. Così il Pd si è lasciato trascinare completamente nelle logiche opache e corruttive del berlusconismo che per molti anni sono stati tema di una battaglia senza quartiere: sostenere un ministro che si è reso responsabile di manovre e favoritismi non tanto lontani da quelli del Cavaliere (l’anoressia della Ligresti era vera come la nipote di Mubarack), significa assumersene la responsabilità e in qualche modo garantirne la legittimità. Questa alla fine è la vera sostanza politica della manovra di Letta e della resa dei contestatori a parole: e per carità non veniamocene fuori con l’argomento che un esecutivo di inetti, bugiardi e baciapile di Bruxelles non si può toccare per il bene del Paese, perché semmai è proprio l’esatto contrario.

Alla luce di questo ennesimo tradimento non vedo che senso possano avere le primarie con un Civati che non solo non ha il coraggio di andarsene, ma nemmeno di votare contro lo scempio del buongoverno, che vuole cambiare il Pd, ma che intanto è stato cambiato dal Pd, un Renzi che chiamerà a raccolta nei gazebo le truppe cammellate dei berlusconiani per vincere facile e per poter ascrivere alla sinistra la signora Thatcher come ha già fatto la sua senatrice Nadia Ginetti e un Cuperlo che esprime lo statu quo degli apparati.  Tutto questo è così terribilmente decrepito, nelle sue varie forme, che non vale certo due euro, anzi ogni scheda è un alibi per permettere al Pd di sviluppare il lato B del berlusconismo. L’obolo diamolo piuttosto agli alluvionati della Sardegna: faremo due opere buone, la prima in favore di chi non avrà per “necessità” di bilancio un aiuto dallo Stato, la seconda a favore degli terremotati del Pd che forse solo lo choc dei gazebi vuoti potrà svegliarsi dal sono lettiano e napolitano.


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