480760_587955741217301_75419748_nAnna Lombroso per Il Simplicissimus

Per una volta c’è di che scrivere una buona notizia. Pian piano come uno di quei fiume che scorrono sotto la sabbia del deserto e riaffiorano inaspettati e sorprendenti il principio che l’acqua è un bene comune come tale inalienabile, diritto e non “proprietà”, riemerge e si consolida, grazie anche ad alcuni gesti che hanno un potente valore non solo simbolico. A Napoli il ritorno al pubblico del sistema idrico è stato sancito dall’istituzione di un assessorato ai Beni comuni, guidato da un teorico della materia, Ugo Mattei, che sta lavorando alla trasformazione della società di capitali Arin spa in azienda speciale a capitale pubblico. L’acqua di Palermo diventerà diritto umano universale “la cui gestione persegue gli interessi generali della comunità di riferimento”. A Torino si assiste a una conversione, più salda ci si augura di quella di Magdi Allam o di Scilipoti: la trasformazione della società di controllo idrico in azienda a totale capitale pubblico è promossa dallo stesso Partito democratico locale che nelle stagioni precedenti aveva gestito la privatizzazione degli acquedotti. In più di 15 città medio-grandi, da Imperia a Varese, da Brescia a Vicenza, perfino Reggio Emilia e Piacenza, si sta ripensando il modello privato delle società di gestione e in quattro regioni sono partite leggi di iniziativa popolare per l’acqua pubblica: Sicilia, Calabria, Lazio e Liguria.
Insomma il rispetto del voto referendario che ha stabilito l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali e della possibilità di ricavare profitti dalla gestione del servizio idrico integrato, si declina a macchia di leopardo città per città, provincia per provincia, Ato per Ato.

Perfino l’Acea di Caltagirone potrebbe essere investita dal benefico vento del ritorno totale al pubblico. E per questo il voto per le elezioni comunali a Roma assume un significato in più. E anche per questo stupisce l’inquietante “pausa di riflessione” che si sono riservati i due sindaci che erano stati eletti anche grazie al loro appoggio alla battaglia referendaria, interpretata e testimoniata come allegoria non formale di partecipazione e volontà di riappropriazione popolare delle scelte e delle decisioni che riguardano il bene comune più simbolico: Doria sindaco di Genova e Pisapia, sindaco di Milano. A Genova, il servizio idrico è gestito da Iren SpA; una multi utility indebitata fino al collo, da cui altre città più lungimiranti, si stanno defilando. A Milano, il servizio idrico è gestito da MM SpA, una società a totale capitale pubblico: la sua trasformazione in azienda speciale non richiederebbe particolari procedure o investimenti onerosi. E allora?

Due giorni fa era la giornata dell’acqua e come ormai accade per tutti questi riti globali, c’è da sospettare che governi e governanti che hanno dedicato al bene più prezioso vibranti pistolotti e fervidi auspici, abbiano trasformato anche questa ricorrenza in una liturgia propagandistica. Dovremmo cominciare a smascherare quel loro esperimento struttural-linguistico, nutrito di deplorazioni, perorazioni, encomi, indignazioni, costernazioni, oneri, quella sceneggiatura prefabbricata nella quale basta cambiare una parola nella frase scandita con tono roboante e il gioco è fatto: “l’acqua – ma va bene anche la biodiversità, la cultura, il clima, l’albero, il risparmio, la donna, l’emigrante, i giovani, i beni artistici, il tartufo di Alba e così via – è al centro del nostro impegno. La sua tutela è una nostra priorità, perché è un patrimonio comune che va salvaguardato in nome dell’interesse generale”.

Non si sa se sia proprio generale l’interesse che ha mosso e muove tanta esuberanza verbale e tanta cautela operativa, se davvero le prolusioni fossero suggerite dall’adesione alle battaglie per la riappropriazione sociale dei beni comuni o dai diktat dei grandi capitali finanziari, preoccupati del nostro futuro una volta l’anno e del loro profitto 364 giorni.

Insomma non è malizioso sospettare che a troppi l’acqua non piaccia liscia o naturale, che la preferiscano gasata, effervescente grazie a quel gas esilarante che si chiama guadagno privato, si, privato, parola la cui radice è la stessa di privilegio. Perché per il pensiero unico che guida l’economia, è inaccettabile l’esistenza di un bene pubblico, comune a tutte le persone: minaccia la loro superiorità, il loro diritto inalienabile al possesso esclusivo di ciò che invece è collettivo, generale, universale. Che non siano davvero interessati all’efficienza, alla qualità oltre che alla quantità, all’equo accesso è dimostrato dagli effetti accertati dei processi di liberalizzazione avviati in altri Paesi. L’acqua al rubinetto costerà di più, lo ammettono anche loro, nel quadro di una cultura che trasforma i diritti fondamentali in oggetto di elargizioni selettive, da pagare e meritare. Così piscine e campi da golf avranno la meglio sui quartieri popolari e gli agglomerati di baracche che sorgono al limitare di campi da golf troppo assetati. Pagheranno di più i poveri, i marginali, i ceti vulnerabili, che in fondo meritano di essere brutti, sporchi e cattivi. Ci vedono così e così dobbiamo essere: cattivi con i bilanci milionari della multi utilities, pronte a prendere in mano il poco rimasto allo stato, contro un sistema che permette elevati profitti, bassi investimenti e tariffe alte per appagare la sete, quella del profitto e della speculazione,.