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Milafrica

mappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Donna sommersa dalle formiche in un ospedale a Napoli. E poi, la presenza del micobatterio Chimera, che si annida nel macchinario che assicura la circolazione extracorporea durante gli interventi di cardiochirurgia, è ritenuta all’origine del decesso di un paziente sessantenne morto lo scorso 2 novembre dopo un calvario di sofferenze all’ospedale di Vicenza.

Pare che sia riuscita la recessione, sia riuscito l’impoverimento, sia riuscita la demolizione dello stato sociale ad abbattere il muro che separava il Nord laborioso, opimo, benestante, dal Mezzogiorno indolente, misero, ignorante per dare una fisionomia unitaria di distopica uguaglianza a un Paese troppo lungo, a dimostrazione che è riuscita l’operazione di spingere l’Italia verso sud, propaggine molesta e parassitaria dell’Africa che preme ai confini come una mesta palla al piede della provincia carolingia dell’impero, ormai guarita definitivamente dai complessi di colpa per il passato coloniale.

Qualcuno però non ci sta. Qualcuno si illude con protervia di aver mantenuto prerogative superiori, di possedere qualità che sanciscono la intoccabile appartenenza all’area pallida, pingue e sovrastante dell’Europa, abilitato quindi a censurare gli immeritevoli, le sanguisughe, le genti abituate a stare a ricasco, profittatori che tra l’altro sempre si lagnano, ingannano  oggi l’Inps con le pensioni di invalidità e domani gli sciocchi 5stelle con il reddito di cittadinanza. Come ha avuto occasione di rilevare il primarista Martina o il primo cittadino della capitale morale, che poi, peso el tacòn del sbrego si direbbe a Venezia, ha rettificato dicendo di non aver voluto offendere gli abitanti di Avellino in merito all’apertura domenicale degli esercizi commerciale, ricordando che nella gran Milan se lavura!, anche nei festivi, ma per prendere in giro Di Maio colpevole all’origine per essere un adoratore di San Gennaro e non dell’Expo.

Scomparso da tempo dall’agenda politica dei governi e persino dagli slogan elettorali il “problema Sud” viene risuscitato da loro, che accusano il Mezzogiorno di aver meridionalizzato l’Italia, come succede quando dei ragazzini problematici vengono accusati di abbassare il livello della classe terza B come se i Borboni non stessero di casa a Bruxelles,  e,  aiutati dai loro attachés non siano stati loro a annetterci alla marmaglia dei Pigs  spegnendo aspettative e istanze di riscatto, comprando intellettuali, condizionando sindacati sempre più soggetti, umiliando insegnanti, chiudendo in casa le donne, avvilendo talento e competenze di   tecnici e artigiani, espropriando di diritti e conquiste operai avviliti e ridotti all’incerta fatica, avvelenando campagne un tempo felici, vendendo la dignità del Paese, i suoi gioielli, estraendo dalle coscienze infamie riposte e negate, portando alla luce risentimento, razzismo, invidia, xenofobia.

Si sa che gente così non ci sta a essere terrona, ( ricordano quel giorno di più di 150 anni fa,  quando il Luogotenente Luigi Carlo Farini, arrivato a Napoli dalla Romagna, sbottò: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica!» ). Perché pensa di essersi definitivamente conquistata la protezione dei padroni, perché hanno contribuito alla crescita  del divario che dimostra il fallimento del “sistema Italia” tutto, nelle sue articolazioni, giudiziarie, istituzionali, politiche, amministrative, perché non è per caso che un’Italia unita ha scelto di mantenere un’area così vasta e strategicamente decisiva  nella semipovertà e in balìa di un «blocco sociale mafioso» rinforzato dalla crisi e dai legami sempre più stretti con la politica, proprio come  l’Europa unita ha permesso che si creasse  una «questione meridionale» europea che abbraccia il Mezzogiorno d’Italia, la Grecia, il sud della Spagna e il Portogallo, accumunate dal destino di diventare le bidonville della regione  come accade per le periferie delle grandi città che accerchiano il loro cuore ricco, pulsante e cosmopolita ma contemporaneamente ne sono escluse dal godimento, ricetto per disperati di passaggio, serbatoio malcontento di forza lavoro precaria.

Eppure si chiamano fuori, il sindaco Sala tra tutti,  pronubo della svendita di Milano, della cacciata dei residenti, della loro segregazione in un hinterland sempre più esteso e marginale. Fingono che la mafia sia un fenomeno estraneo, che quelle della Dia siano profezie millenaristiche quando raccontano che la mano criminale  detiene circa il 25% del valore commerciale milanese e che «sul mercato» operano gruppi di comando potenti quanto e più della vecchia nomenclatura siciliana o calabrese, che i negozi e gli empori di abbigliamento che si  sviluppano lungo gli oltre quattro chilometri da piazzale Loreto fino al Castello   e appaiono e scompaiono  tra cambiamenti di insegna, di marche e di prezzi, sono o posseduti o ricattati dal racket malavitoso, che le probabilità di portar soldi a ‘ndrangheta o mafia cenando in una qualsiasi pizzeria sono almeno del cinquanta per cento.  Dimenticano che sempre la Dia ha reso noto un elenco di comuni lombardi nei quali mafia o ‘ndrangheta rappresentano forze determinanti dell’economia e dei rapporti sociali: Milano, certo, ma ci sono Varese e Como e Lecco e Monza e Busto Arsizio e molta Brianza e comuni popolosi, ben identificabili grazie a una mappa  della Questura che  individua i centri colonizzati. Ma troppo occupati a sgombrare senza tetto, schedare spettatori, respingere immigrati, controllare manifestazioni sgradite e rimuovere dalla vista dei benpensanti panorami viventi indecorosi, hanno contribuito, perfino secondo i vertici delle forze dell’ordine a   spostare i riflettori e dunque la percezione della sicurezza  “sulla microcriminalità collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale”.

Così, i dati sono della stampa locale,  le “risorse specializzate” assegnate ai distretti per combattere la mafia sono insufficienti. quello di Milano, con le altre città infiltrate di media dimensione  conta  poco più di 200 uomini, la Dia che ha competenza su tutta la Lombardia ne ha solo 68.

E se proprio vogliamo credere a una profezia vien buona quella di un comandante dei carabinieri, che, convocato per un caso di cronaca nera comprensivo di delitto, dopo intimidazioni e ricatti, nel milanese, ebbe a dire: ormai quello che non è Calabria, Calabria sta diventando. Con buona pace degli untori che si sono presi la peste.

 

 

 

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Da metropoli a necropoli

romaAnna Lombroso per il Simplicissimus

La distanza dal Campidoglio, ombelico  dell’Urbe, a Via dei Lucani è di 5,5 km. La distanza dal centro di Roma alle tane dei lupi, dimenticate anche dai Gamberi Rossi in cerca di cucine della tradizione e da una effimera movida, nelle quali è caduta una imprudente Cappuccetto Rosso, massacrata e dilaniata anche post mortem, è di circa 16 minuti in auto o con un bus, traffico permettendo.

Incommensurabile è invece la distanza della Capitale sia pure  invasa dall’immondizia, bucherellata e mefitica, dalle periferie sempre più estese, via via che le disuguaglianze alzano muri sia pure virtuali tra i quartieri destinati alla residenza di un numero sempre minore di cittadini che meritano questo nome per censo, rendita, privilegio, insieme ai loro empori, agli uffici e alla banche che svettano rispecchiando nelle loro pareti di cristallo l’oscena contemporaneità,  gli hotel e i B&B, unica forma di accoglienza accettata e favorita,  e invece interi quartieri di falansteri trasandati, che sconfinano in agglomerati di casucce, baracche, condomini mai finiti  e già dismessi.

Tanto che ben prima del cannibale all’Interno, Banca Mondiale, Fmi, Nato e centri di studi strategici dell’impero, ritengono che quello che succede a Roma e ormai in tutte le  città sia il preambolo di una guerra a bassa  intensità, alla quale i governi e le amministrazioni devono prepararsi impugnando le armi, e non sorprende, della repressione, in modo che bidonville e favelas (che qualcuno ha chiamato le discariche dell’eccedenza) non premano violentemente come orde barbariche e animali feroci sulle eleganti dimore, sulle prestigiose sedi di industrie e istituzioni. In fondo a questo devono servire leggi recenti, comprese quelle italiane, a identificare e punire gli elementi del disordine che turbano in decoro e costituiscono una minaccia per la civiltà, i poveri insomma, di tutti i colori, etnia, religione, con preferenza per quelli più diversi anche solo a guardarli.

Ciononostante gran parte del mondo urbano del XXI secolo è già condannata anche prima di sanzioni e tribunali a vivere nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.

Le “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano si trovano   su suoli d’infimo valore e  marginali, come zone golenali, acquitrinose, collinari o contaminate da scarichi industriali: siano le favelas di São Paulo   e di Rio de Janeiro  col rischio di frane e smottamenti, siano le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, colosso immobiliare,  destinate a crollare al primo temporale, siano le bidonville di Nuova Delhi, che ospitano un milione di straccioni, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, dorme  sui marciapiedi. O sia la capitale della  Mongolia, assediata da un insediamento di tende in cui vive mezzo milione di ex allevatori scampati a espropri e fame; o il Cairo, dove le tombe dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti. E siccome rifiuti urbani richiamano rifiuti umani, parimenti indesiderabili e che è necessario sottrarre alla vista della gente perbene, Quarantena a Beirut, Hillat Kusha a Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico, la “Montagna fumante” a Manila, si chiamano così le discariche nelle quali si rintanano i più  indigenti, sono i posti in cui i più miserabili  trovano riparo e sostentamento nell’immondizia.

E non può essere che così, se in tutte le città, grandi e piccole, nelle megalopoli che si accingono a convertirsi in necropoli, come nelle capitali dell’arte e della cultura, la politica dell’abitare è ridotta a pratica negoziale di governi e amministrazioni che contrattano consenso, voti, prebende, “compensazioni” miserabili con costruttori e immobiliaristi, mandatari  delle più nefaste bolle finanziarie, se consiste nel rendere impossibile per i cittadini mantenere la residenza dove sono nati e vissuti, costringendoli a lasciare le case “dentro le mura- perlopiù simboliche” e spostarsi “fuori”, in spazi residuali, in non-luoghi, in “zone grigie”, in junk space,  in appositi dormitori,  mal collegati da reti di trasporti  vetuste, sprovvisti di servizi, brutti in posti brutti, che quindi si meritano oltraggi aggiuntivi dai quali è doveroso risparmiare le geografie del lusso e del privilegio. e all’espulsione dei meno abbienti segue il camouflage dei fabbricati aggiornandone non solo gli impianti igienici, l’areazione ma l’intera struttura, a scapito delle sue caratteristiche storiche, cancellando identità   urbana in modo da renderla irriconoscibile e annullare la memoria e l’appartenenza.

Succede ovunque, succede a Venezia, succede a Forenza, succede a Napoli, la prima città a scegliere il recupero in periferia, quando agli inizi degli anni ottanta la giunta di sinistra guidata dal sindaco Maurizio Valenzi approvò un piano per le periferie, attuato con le risorse straordinarie della ricostruzione post-terremoto del 1980, dove malgrado gli sforzi , ci sono due entità separate la “Napoli bene” di Chiaia, Vomero, Posillipo e la “Napoli malamente” che va dalle periferie esterne di Scampia, Ponticelli, Barra alle periferie interne (il centro storico degradato di Forcella, Quartieri Spagnoli, Rione Sanità), da una parte una ricchezza ostentata e dall’altra una bomba sociale che fa paura. Succede a Torino dove il più rilevante intervento di qualificazione dell’intorno alla città, noto anche per i pogrom contro gli insediamenti rom, è consistita nella chiamata da parte dell’ex sindaco Fassino rivolta al senatore a vita Piano, quello del rammendo delle periferie, per la dissennata costruzione di un grattacielo.

Succede a Milano, vittima di quella che è stata definita una indigestione mortale di cemento, vetro, acciaio, grazie a progetti che interessano oltre 3 milioni di metri quadrati:  Area Expo, scali ferroviari, Bovisa Gasometro. Zona Falk e Città della Salute,  Città Studi, a Citylife, Fiera Milano City, Piazza d’Armi  e Santa Giulia a Rogoredo,  tutte operazioni che coinvolgono i più potenti gruppi industriali italiani e stranieri, molti presenti nelle cordate del malaffare. Nella capitale morale sono in arrivo nuove costruzioni su oltre 3 milioni di metri quadrati, di cui buona parte a destinazione terziario e residenziale, in una città  che ha invenduti o sfitti 1,5 milioni di metri quadrati a uso commerciale, in cui è vuoto il 6,8 per cento degli uffici nelle aree centrali, il 16 per cento in periferia e il 13 per cento nell’hinterland e circa 30 mila appartamenti sfitti o inutilizzati. E dove è prevedibile scoppierà una nuova velenosa bolla immobiliare, mentre sempre più milanesi di antica o recente generazione vengono espulsi.

Succede nella Roma dei gatti in tangenziale, mica solo a Bastogi, mica solo a Tor Sapienza o nelle innumerevoli contrade del  malessere remote e rimosse dalla vista dei Palazzi,  i cui abitanti si sentono traditi tanto da consegnarsi a Forza Nuova che rivendica di avere in pugno cinque o sei quartieri, i cui abitanti si sentono invasi e assediati perché è là che si rifugiano o vengono fisiologicamente conferiti quelli che stanno perfino peggio di loro, vite nude senza documenti e fissa dimora, scarti mandati dove ci sono già altri scarti, i cui abitanti trovano ascolto e appoggio proprio come gli emigranti emarginati negli States, in Mafia Capitale, e si riconoscono negli slogan, nelle zuffe e nelle prepotenze dei club degli ultrà, in quella combinazione di tifo calcistico e nostalgia  dei Robin Hood de noantri. E dove molti ragazzi, proprio come nei territori della baby gang napoletane, “sfangano” la giornata nelle truppe della manovalanza dello spaccio.

Si dice che quella è terra di nessuno, dove va a finire chi è ancora meno di nessuno, come una ragazzina che si è data in pasto a un branco di altri nessuno e che ci ricorda amaramente che una delle conquiste fatte da chi sta su a nostre spese consiste nell’obbligo alla cautela, nell’accettazione ragionevole di limitazioni della libertà di girare per la città, tutta e alla luce delle stelle, fare incontri, belli o brutti, senza paura e senza sospetto. Perché nessuno ci accusi di “essercela cercata”.

 

 

 

 

 

 


Sicuri in gabbia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La chiamano legittima difesa anche quando un oste spara alla schiena minacciosa di un ladro che attenta di spalle alla sua vita e alle sue proprietà. Si tratta di eccessi, lo ammettono, ma giustificati di un clima avvelenato da bande di barbari multicolor, di individui sospetti per il semplice fatto di parlare altre lingue e non avere niente da perdere  avendo già lasciato tutto altrove per arrivare dove  nessuno li vuole,  di assatanati predoni, peggio dei familiari della Boschi, che vogliono con la forza espropriarci dei nostri poveri beni superstiti, fino alle catenine della comunione e la stilo della laurea.

D’altra parte, ci ricordano, si vive ormai in trincea: le “nostre” donne, una delle merci poco pregiate che fanno parte del patrimonio proprietario della società perfino tra gli “ultimi”, non possono passeggiare indisturbate fuori dalle loro dimore protette (dove nel 2016 si sono consumati 120 femminicidi e innumerevoli violenze)  che vengono molestate da stranieri le cui tradizioni e i cui comportamenti sono incompatibili e dunque inconciliabili con i nostri.

Droga e prostituzione, a loro dire, sono diventati monopolio di bande estere, e poco importa se si tratta di manovalanza al servizio di ben radicati potentati criminali indigeni e dalla collaudata esperienza secolare.

Usurpano quello cui avremmo diritto noi prima degli altri, spadroneggiando nelle graduatorie per assegnazione di case e posti degli asili, di tolgono ambite mansioni  di inservienti ospedalieri, badanti sottopagate e messe a dormire in brandine in cucina, muratori fuorilegge cui non spetta nemmeno un funerale se cascano dalle impalcature, i cui corpi molto tempo dopo, abbiamo appreso, vengono conferiti in discarica, braccianti soggetti allo sfruttamento più bestiale grazie a un caporalato schiavista, qualcuno dei quali si è anche permesso di farsi ammazzare mentre protestava in nome nostro.

Così la “sicurezza” si è trasformata non in importante requisito della convivenza e della cittadinanza, ma un diritto fondamentale, la cui salvaguardia – ormai lo dicono tutti in America, in Europa, al Lingotto, impone alcune rinunce doverose, a cominciare dal rispetto delle leggi, della vita altrui, di segmenti di libertà nel godimenti do beni comuni comprese panchine, bus, giardinetti, centri urbani dei quali va difeso ugualmente ordine e pure decoro, compromesso, come sostiene il sindaco di Firenze, da venditori di kebab e bancarellari, mentre dovrebbe essere bene esclusivo in regime di monopolio di Prada, Gucci, come anche di incursori extra chic cui sarebbe augurabile offrire in comodato palazzi  e monumenti, a suffragio universale che ormai il consumatore, anche quello mordi e fuggi, deve sostituire il cittadino, categoria arcaica e obsoleta quanto quella di lavoratore.

E serva a questo il Daspo urbano accolto con quasi unanime entusiasmo dai sindaci perché incrementa le loro competenze in materia di sicurezza. Si,  quasi unanime, perché dichiaratamente aspiranti podestà e sceriffi in prova vorrebbero di più, grazie a poteri arbitrari e discrezionali, la cui operatività dovrebbe essere affidata magari a ronde e organizzazioni private, nuove clientele e bacini elettorali ancora più delicati e cruciali, che anticiperebbero  quella strategia di “difesa” globale ipotizzata da istituzioni internazionali, in aggiunta a quei piccoli pentagoni di provincia che piacciono tanti a dittatorelli e Sore Ministre, postulando la necessaria militarizzazione totale per il controllo di conflitti diffusi e perenni.

È stato chiamato ordoliberismo, è di moda ancora e prevede che venga officiata una liturgia fintamente democratica in modo che il ceto dirigente, economia e politica al suo servizio, possa agire in totale libertà grazie a un assetto statale superstite, in grado di garantire strutture e “servizi” organizzativi, misure e manovre  finanziarie, gestione autoritaria delle relazioni sociali, incentivi in favore di proprietà e rendite e restrizioni di prerogative e garanzie,  realizzando il suo disegno di avida accumulazione e profitto basato sullo sfruttamento e la speculazione, senza subire le indebite pressioni popolari, per l’occasione definite populiste. Mentre come abbiamo misurato in occasione delle consultazioni referendarie, le nostre come quelle greche,  costituiscono semplicemente i sussulti democratici che ancora ci siamo conservati.

In questo quadro funzionano e trovano spazio quegli afflati alla difesa faidate, aggiuntiva a repressioni “legali” con tanto di pistole a ulteriore tutela in fortini, fortificazioni, cinte murarie, autorizzate e propagandate da soggetti che hanno trovato libero spazio di azione e comunicazione nel contesto parlamentare, diritto di cittadinanza e di parola, ancorché diffondano veleni, slogan tossici, ancorché suscitino istinti bestiali dei quali per anni ci si è vergognati, ancorché diano  legittimità a razzismo, xenofobia, intolleranza, patologie che si sa essere suscettibili di espandersi trovando  e rinnovando gli obiettivi come recita una poesia abusata sui social network dagli stessi che in momenti di verità dichiarano: non sono razzista, però i rom, però i terroni, però gli ebrei, però gli arabi, però i musulmani, però i neri….

Siamo proprio sicuri che sia doveroso assicurarglielo schierando le forze dell’ordine, quel diritto di libera espressione? Siamo proprio certi che si meritino di parlare in pubbliche piazze fomentando odio, sospetto e risentimento? Siamo proprio sicuri che sia lecito far cattivo uso di un principio attribuito al povero innocente Voltaire, secondo il quale si dovrebbe anche morire per assicurare a imbecilli criminali di urlare le loro sgrammaticate nequizie e mandare a farsi menare e a menare forze dell’ordine malpagate e frustrate? Siamo proprio certi che sia una provocazione  scendere in strada per impedire loro la parola e non lasciagliela in una città, quella delle quattro giornate di riscatto, che si merita di affrancarsi dalla retorica, compresa quella di essere esposta pericolosamente alla camorra ma pure al fascismo?

Non ci piace l’eccesso di legittima difesa, la giustizia faidate, come non ci piacciono i vandalismi, le vetrine spaccate e pure le teste, gli espropri cialtroni e nemmeno quelli in doppiopetto.

Ma  a chi vuole chiamarsi ancora cittadino deve piacere la tutela a oltranza della libertà, la preservazione dei diritti di tutti, la salvaguardia di quel po’ di umanità prima che ci riducano a bestie cui è concesso solo un recinto.

 

 

 

 


Autentica rovina

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

T’invidio turista che arrivi, t’imbevi de fori e de scavi, dice una vecchia canzone. Adesso, bene che vada, più che  d’invidia per la rivelazione della bellezza, sorprendente anche se tanto decantata, chi viene in visita in Italia  è oggetto di fastidio, insofferenza, come un pesce che puzza anche prima dei fatidici tre giorni, come un occupante maleducato e molesto.

Sentimenti che paradossalmente suscita anche in chi ci guadagna dalla sua invasione, ma troppo poco, che si sa non c’è più il turismo di una volta, sfarzoso, generoso, ma discreto, per le cui visite pastorali si chiudevano siti e musei, con sigilli ben remunerati e pronubi di pudiche donazioni.  Quei sigilli che oggi invece vengono apposti per tener fuori la gente qualunque, turisti e cittadini del luogo, classi scolastiche e fedeli, per garantite doverosa riservatezza a nomenclature aziendali e Grandi Eventi esclusivi: si affitta Napoli agli stilisti, chiudendo S,Gregorio Armeno e le strade intorno per tre giorni anche ai pedoni, con un ricavo per il Comune di 100.000 euro; si consegnano Ponte Vecchio (ritorno dell’operazione 2.489 euro) e Santa Maria dei Miracoli a per celebrare i fasti della cultura d’impresa; i musei diventano location ambite per sfilate di moda e presentazioni di essenze per quelli che non devono chiedere mai. E si additano a ludibrio e riprovazione i dipendenti del Teatro Flavio, rei di voler tenere un’assemblea sindacale autorizzata nel luogo di lavoro, mentre poi lo si vieta ai visitatori in occasione di una festa  di Vip ospiti del mecenate dei mocassini.

 

Con queste referenze è difficile pretendere da chi viene a imbeversi di fori e scavi o anche semplicemente  a farsi qualche selfie ricordo tra le rovine, il rispetto che noi non riserviamo al nostro bene comune. Quello che i distruttori responsabili di degrado, abbandono e mercificazione definiscono di volta in volta “i nostri giacimenti”, il nostro “petrolio”. E che mandano coscientemente in rovina per dimostrare che è irrecuperabile e insostenibile senza l’aiuto della caritatevole beneficienza dei privati, che per mantenerlo è meglio affidarlo, proprio come succede con altre risorse fossili, a trivelle e grandi compagnie.

Questa Italia che non lavora e non produce, è stata condannata da un ceto dirigente ignorante, vogare e corrotto a diventare un grande parco a tema, dove sarebbe gradito che gli abitanti si prestassero a fare da figurine del presepe, gladiatori, imbianchini rinascimentali, damine del settecento. Come in quelli americani, magari ragionevoli in un contesto senza storia, ma incongrui e ridicoli qui dove la storia non ha certo bisogno di una reincarnazione, semmai di essere studiata a scuola.

D’altra parte siamo dominati da una classe politica che ha fatto male anche le elementari e che ha bisogno di collocare la conoscenza dentro alla cornice della televisione sotto forma di soap. E quindi non stupisce che il ministro dei Beni culturali voglia popolare il Colosseo di atleti con tanto di corazze di latta e spade di cartone, per dare vita a una rievocazione plastica, la più falsa possibile, dell’età imperiale, proprio come succede al Colonial Williamsburg in Virginia definito non a caso una “riproduzione autentica” della città com’era nel 1700,  o, meglio ancora, come si fa al Living Museuma di Playmouth Planantion, dove le comparse nei panni di padri pellegrini  interpretano l’arrivo della Mayflower in abiti dell’epoca e parlando l’inglese dei Seicento.

Tutto è pronto per questo, per far soldi svendendo il Paese all’industria turistica tramite operatori del settore o improvvisati, purché della “famiglia”, se il pizzicagnolo della real casa  per far belli i suoi spacci, compreso quello dell’Expo, li adorna con capolavori in prestito, guglie del Duomo, e si augura che tutto il sud diventi una grande Sharm el Sheik, o, peggio ancora, se il ministro competente – si definisce così, non è una valutazione di merito – ipotizza  un augurabile rilancio del mezzogiorno attraverso la realizzazione di innumerevoli campi da golf. partendo dalla Sicilia, “magari vicino alla valle dei templi” così da “attirare gli stranieri ricchi”.  E se la dirigenza di una città d’arte, la più speciale e vulnerabile, finge di credere che le crociere siano la forma più elevata e auspicabile di turismo, provvidenziale economicamente, omettendo che   il 91% dei crocieristi   si imbarca a Venezia  all’inizio della crociera e vi sbarca alla fine.  Se in quella città, ma a Roma, Firenze, o nei piccoli centri, le amministrazioni hanno dato vita a un sistema di licenze facili per realizzare la locanda diffusa dove ogni affittacamere è un manager dell’accoglienza, dove catene della “ricezione turistica”   promuovono la proliferazione di B&B e case vacanza al di sotto dei più bassi requisiti di igiene e qualità (ha fatto il giro della rete l’immagine di qualche tempo fa: un furgone che scarica 17 letti davanti al portone di una stanza-vacanza di 70 mq)  con la connivenza e omertà delle amministrazioni locali, che chiudono un occhio su evasioni fiscali e norme della più elementare sicurezza.

Il fatto è che anche nel turismo si ripropongono differenze e disuguaglianze: da una parte le crociere svendute per nutrire in tanti poveracci il sogno di essere re per un giorno, i pullman che scaricano migliaia di visitatori già stanchi per indirizzarli tutti verso l’area marciana della Serenissima  (nel 2015, 27 milioni di turisti), le gite nei luoghi francescani con l’opportunità di comprarsi una batteria di tegami, i forzati delle escursioni che consolidano l’immagine di un paese ingordo che piglia dove può indifferente alla pressione, all’oltraggio, purché “se magna” e dove la retorica del Bello copre le magagne dello sfruttamento intensivo. Dall’altra invece il turismo apparentemente educato dei ricchi, di chi può comprarsi visite esclusive, di chi può permettersi di stare appartato nelle ore di punta, via dalla pazza folla, ai bordi della piscina alla Giudecca, nella pace romita di Fiesole. Quelli insomma che potranno godere  dei servizi offerti dal portale del «turismo extralusso», Firenze? Yes, please, in linea con Italy Very Bello,  frutto del consorzio di undici strutture ricettive fiorentine in grado di elargire indimenticabili  esperienze  esclusive, con il sostegno del Comune e delle istituzioni culturali cittadine;  «una passeggiata tra i capolavori degli Uffizi? Sì, ma con Eike Schmidt, il direttore degli Uffizi, a fare da cicerone. Consigli sulla Firenze a misura di bambino? Magari ve li dà il sindaco Nardella»,  in attesa che le suddette guide d’eccezione, si prestino a fare gli chauffeur e i mezzani agli ordini dei capricci dei visitatori glamour, e in contrasto con quella che dovrebbe essere l’essenza e la finalità della Bellezza: favorire ragione, memoria, dignità, conoscenza, giustizia.

Roma a La Vegas

Roma a La Vegas

Se andiamo avanti così, permettendo al mercato e al profitto di trasformare nostro  patrimonio artistico in uno strumento di lucro e di mettere a rischio la sua tutela, se viene negato il valore civico dei monumenti a favore del loro potenziale turistico, se la  conoscenza, primo strumento di crescita di ogni democrazia, viene umiliata e ignorata, se il diritto a godere dell’arte e della storia , anziché un bene comune garantito dalla Costituzione,  diventa un bene di mercato, presto per vedere la Serenissima o Firenze  o Siena ci dovremo accontentare di quelle fasulle e riprodotte a Las Vegas, a Macao, a Antalya dove sorge il Venezia Palace De Luxe Resortm con tanto di Campanile e Cavalli, per godere delle torri di San Gimignano dovremo aspettare che sia completata la loro autentica riproduzione a Chongqing nei 253 ettari di perfetto paesaggio toscano nel quale sta sorgendo uno sterminato megastore.

 


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