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Covid affiliato alla camorra, lo dice la Dia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il nostro è un Paese nel quale il giornalismo investigativo ha avuto poco successo: carriere prestigiose si sono fondate sull’abilità di trasmissione al pubblico di quello che si voleva far trapelare dalle segrete stanze, sul pigro editing delle agenzie Stefani che si sono succedute, sull’opinione più premiata della cronaca, tanto che, salvo casi rarissimi di cronisti penalizzati e qualche martire, una cortina di silenzio è caduta su stragi, eventi criminosi, attentati.

Sembra un paradosso e invece ieri e oggi abbiamo assistito a un inatteso revival quando alcune penne magistrali con inatteso dinamismo dal desk e dal professionismo agile dal sofà hanno effettuato analisi e diagnosi dei disordini napoletani, risalendo in men che non si dica ai mandanti dei tumulti che hanno visto in piazza una marmaglia ferina, subito catalogata come appartenente alla manovalanza della camorra, colpita nei suoi foschi interessi dalle misure restrittive del lockdown passato e futuro.  

Più volte ho osservato che ci sono fonti ufficiali che non vengono consultate anche se avrebbero il merito di far intravvedere la verità dietro ai fumi esalati dalla narrazione pubblica. Una di queste è proprio la Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, che pubblica relazioni semestrali, nell’ultima delle quali denunciava come l’emergenza stia rappresentando una formidabile opportunità per le attività criminali delle mafie, pronte, a differenza di istituzioni che sono state colte impreparate dopo otto mesi, a infiltrarsi e occupare i brand “sanitari”, dalle mascherine, agli appalti per la fornitura dei dispositivi medici, all’ingresso e alla presenza in strutture assistenziali private.

Ecco, bastava leggerla quella prefazione inserita in fretta nel rapporto della Dia. E bastava riflettere sugli usi delle organizzazioni criminali che si sono aggiornate rispetto a coppola e lupara,  dimostrando maggiore determinazione e lungimiranza delle imprese dell’economia “legale” che ne inseguono i format tentando di mutuarne il successo di penetrazione, a cominciare da banche e multinazionali profittevolmente convertite ai ricatti e alle intimidazioni del racket,  o che in alcuni casi provvedono a stabilire rapporti di collaborazione. Perché è facile intuire che le mafie preferiscono l’ordine, per quello repressivo e limitativo dei diritti poi vanno proprio matte, perché alimenta una insicurezza e una instabilità che rendono labili i confini di quello che è giusto ingiusta, tra male e bene, tra legittimo, legale e illegale.

A nessun osservatore  dovrebbe sfuggire che un nuovo lockdawn è provvidenziale  per quelle “imprese” dalla camorra a Amazon, talmente strutturate e attestate sul mercato da superarne gli effetti senza danno e addirittura  trarre giovamento dalla cancellazione di interi comparti e attività minori. E che le nuove povertà indotte dalla pandeconomia hanno creato nuovi target da “strozzare” con più maestria degli usurai bancari, finanziari e europei. E che così diventa ancora più semplice l’acquisizione di aziende in via di fallimento o già finite,  da rilevare o liquidare per sgombrare il campo da una molesta concorrenza, proprio come certe multinazionali diversamente “legali” attive sul nostro territorio.

Per carità è inevitabile pensare che ieri la Napoli, che non piace a chi pensa che debba essere testimoniata dalla nuova retorica patinata di un certo cinema e di una certa musica (in un film i riottosi protagonisti se la prendono con l’epica bassoliniana di Napoli ha da cagna’, ricorrendo a un po’ di vernice sulle rovine invece di andare ai mali: disoccupazione, speculazione, spazi offerti alla malavita dalla demolizione dell’istruzione) fosse in piazza a far casino, che in mezzo alla ciurmaglia ci fosse anche un po’ di manovalanza dello spaccio impedita negli straordinari notturni, qualche provocatore della destra che si “destreggia” e si accredita sugli spalti, nelle “bande” delle stese,  tra i senzatetto e i disoccupati. Come è inevitabile che succeda da quando sfruttati e sommersi sono rimasti inascoltati, emarginati, conferiti a rendere ancora più brutte e invivibili periferie già brutte e invivibili.

Ma possiamo star certi che alla Napoli di Posillipo, ai pendolari della casa di Capri, così come a quel ceto che si sente al sicuro nelle sue tane piccoloborghesi, vantando referenze culturali, sociali e dunque morali e rivendicando la sua superiorità che deve essere tutelata dal nuovo ordine sanitario insieme alla sua salute, ecco a quelli non incute paura la teppa per difendersi dalla quale invoca l’esercito e le ronde private. A loro fa paura perfino vedendo le foto su Instagram, il deflagrare di quei fermenti dei margini, il premere incollerito della povera gente, cui riserva il dovuto disprezzo, che siano operai o gestori di locali dove hanno passato le loro serate dando famigliarmente del tu al cameriere, commercianti o artigiani dai quali non hanno mai preteso la ricevuta, negando loro la parola e la difesa.

Fanno loro paura perché si sta rivelando che la scontentezza e la rabbia non sono più un monopolio di Pappalardo o Montesano, che era così facile ridicolizzare, che l’opposizione pericolosa non è il buzzurro Salvini comodamente incaricato di incarnare il Male assoluto. Perché adesso comincia a incazzarsi il vicino di casa che non sa come pagare mutuo e affitto e scomparirà in una borgata dalla quale potrebbe riemergere come un’inquietante minaccia, il pizzicagnolo sotto casa ridotto a fare consegne per Glovo. Sono così impermeabili alla ragione che non si accorgono che potrebbero finire come loro, che l’ambito smartworking salvavita procurerà licenziamenti e riduzioni in busta paga, che già si guarisce di Covid ma si muore d’altro senza cure, che il potere d’acquisto scenderà, che ormai tutto è proibito salvo il lavoro.  


Milafrica

mappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Donna sommersa dalle formiche in un ospedale a Napoli. E poi, la presenza del micobatterio Chimera, che si annida nel macchinario che assicura la circolazione extracorporea durante gli interventi di cardiochirurgia, è ritenuta all’origine del decesso di un paziente sessantenne morto lo scorso 2 novembre dopo un calvario di sofferenze all’ospedale di Vicenza.

Pare che sia riuscita la recessione, sia riuscito l’impoverimento, sia riuscita la demolizione dello stato sociale ad abbattere il muro che separava il Nord laborioso, opimo, benestante, dal Mezzogiorno indolente, misero, ignorante per dare una fisionomia unitaria di distopica uguaglianza a un Paese troppo lungo, a dimostrazione che è riuscita l’operazione di spingere l’Italia verso sud, propaggine molesta e parassitaria dell’Africa che preme ai confini come una mesta palla al piede della provincia carolingia dell’impero, ormai guarita definitivamente dai complessi di colpa per il passato coloniale.

Qualcuno però non ci sta. Qualcuno si illude con protervia di aver mantenuto prerogative superiori, di possedere qualità che sanciscono la intoccabile appartenenza all’area pallida, pingue e sovrastante dell’Europa, abilitato quindi a censurare gli immeritevoli, le sanguisughe, le genti abituate a stare a ricasco, profittatori che tra l’altro sempre si lagnano, ingannano  oggi l’Inps con le pensioni di invalidità e domani gli sciocchi 5stelle con il reddito di cittadinanza. Come ha avuto occasione di rilevare il primarista Martina o il primo cittadino della capitale morale, che poi, peso el tacòn del sbrego si direbbe a Venezia, ha rettificato dicendo di non aver voluto offendere gli abitanti di Avellino in merito all’apertura domenicale degli esercizi commerciale, ricordando che nella gran Milan se lavura!, anche nei festivi, ma per prendere in giro Di Maio colpevole all’origine per essere un adoratore di San Gennaro e non dell’Expo.

Scomparso da tempo dall’agenda politica dei governi e persino dagli slogan elettorali il “problema Sud” viene risuscitato da loro, che accusano il Mezzogiorno di aver meridionalizzato l’Italia, come succede quando dei ragazzini problematici vengono accusati di abbassare il livello della classe terza B come se i Borboni non stessero di casa a Bruxelles,  e,  aiutati dai loro attachés non siano stati loro a annetterci alla marmaglia dei Pigs  spegnendo aspettative e istanze di riscatto, comprando intellettuali, condizionando sindacati sempre più soggetti, umiliando insegnanti, chiudendo in casa le donne, avvilendo talento e competenze di   tecnici e artigiani, espropriando di diritti e conquiste operai avviliti e ridotti all’incerta fatica, avvelenando campagne un tempo felici, vendendo la dignità del Paese, i suoi gioielli, estraendo dalle coscienze infamie riposte e negate, portando alla luce risentimento, razzismo, invidia, xenofobia.

Si sa che gente così non ci sta a essere terrona, ( ricordano quel giorno di più di 150 anni fa,  quando il Luogotenente Luigi Carlo Farini, arrivato a Napoli dalla Romagna, sbottò: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica!» ). Perché pensa di essersi definitivamente conquistata la protezione dei padroni, perché hanno contribuito alla crescita  del divario che dimostra il fallimento del “sistema Italia” tutto, nelle sue articolazioni, giudiziarie, istituzionali, politiche, amministrative, perché non è per caso che un’Italia unita ha scelto di mantenere un’area così vasta e strategicamente decisiva  nella semipovertà e in balìa di un «blocco sociale mafioso» rinforzato dalla crisi e dai legami sempre più stretti con la politica, proprio come  l’Europa unita ha permesso che si creasse  una «questione meridionale» europea che abbraccia il Mezzogiorno d’Italia, la Grecia, il sud della Spagna e il Portogallo, accumunate dal destino di diventare le bidonville della regione  come accade per le periferie delle grandi città che accerchiano il loro cuore ricco, pulsante e cosmopolita ma contemporaneamente ne sono escluse dal godimento, ricetto per disperati di passaggio, serbatoio malcontento di forza lavoro precaria.

Eppure si chiamano fuori, il sindaco Sala tra tutti,  pronubo della svendita di Milano, della cacciata dei residenti, della loro segregazione in un hinterland sempre più esteso e marginale. Fingono che la mafia sia un fenomeno estraneo, che quelle della Dia siano profezie millenaristiche quando raccontano che la mano criminale  detiene circa il 25% del valore commerciale milanese e che «sul mercato» operano gruppi di comando potenti quanto e più della vecchia nomenclatura siciliana o calabrese, che i negozi e gli empori di abbigliamento che si  sviluppano lungo gli oltre quattro chilometri da piazzale Loreto fino al Castello   e appaiono e scompaiono  tra cambiamenti di insegna, di marche e di prezzi, sono o posseduti o ricattati dal racket malavitoso, che le probabilità di portar soldi a ‘ndrangheta o mafia cenando in una qualsiasi pizzeria sono almeno del cinquanta per cento.  Dimenticano che sempre la Dia ha reso noto un elenco di comuni lombardi nei quali mafia o ‘ndrangheta rappresentano forze determinanti dell’economia e dei rapporti sociali: Milano, certo, ma ci sono Varese e Como e Lecco e Monza e Busto Arsizio e molta Brianza e comuni popolosi, ben identificabili grazie a una mappa  della Questura che  individua i centri colonizzati. Ma troppo occupati a sgombrare senza tetto, schedare spettatori, respingere immigrati, controllare manifestazioni sgradite e rimuovere dalla vista dei benpensanti panorami viventi indecorosi, hanno contribuito, perfino secondo i vertici delle forze dell’ordine a   spostare i riflettori e dunque la percezione della sicurezza  “sulla microcriminalità collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale”.

Così, i dati sono della stampa locale,  le “risorse specializzate” assegnate ai distretti per combattere la mafia sono insufficienti. quello di Milano, con le altre città infiltrate di media dimensione  conta  poco più di 200 uomini, la Dia che ha competenza su tutta la Lombardia ne ha solo 68.

E se proprio vogliamo credere a una profezia vien buona quella di un comandante dei carabinieri, che, convocato per un caso di cronaca nera comprensivo di delitto, dopo intimidazioni e ricatti, nel milanese, ebbe a dire: ormai quello che non è Calabria, Calabria sta diventando. Con buona pace degli untori che si sono presi la peste.

 

 

 


Da metropoli a necropoli

romaAnna Lombroso per il Simplicissimus

La distanza dal Campidoglio, ombelico  dell’Urbe, a Via dei Lucani è di 5,5 km. La distanza dal centro di Roma alle tane dei lupi, dimenticate anche dai Gamberi Rossi in cerca di cucine della tradizione e da una effimera movida, nelle quali è caduta una imprudente Cappuccetto Rosso, massacrata e dilaniata anche post mortem, è di circa 16 minuti in auto o con un bus, traffico permettendo.

Incommensurabile è invece la distanza della Capitale sia pure  invasa dall’immondizia, bucherellata e mefitica, dalle periferie sempre più estese, via via che le disuguaglianze alzano muri sia pure virtuali tra i quartieri destinati alla residenza di un numero sempre minore di cittadini che meritano questo nome per censo, rendita, privilegio, insieme ai loro empori, agli uffici e alla banche che svettano rispecchiando nelle loro pareti di cristallo l’oscena contemporaneità,  gli hotel e i B&B, unica forma di accoglienza accettata e favorita,  e invece interi quartieri di falansteri trasandati, che sconfinano in agglomerati di casucce, baracche, condomini mai finiti  e già dismessi.

Tanto che ben prima del cannibale all’Interno, Banca Mondiale, Fmi, Nato e centri di studi strategici dell’impero, ritengono che quello che succede a Roma e ormai in tutte le  città sia il preambolo di una guerra a bassa  intensità, alla quale i governi e le amministrazioni devono prepararsi impugnando le armi, e non sorprende, della repressione, in modo che bidonville e favelas (che qualcuno ha chiamato le discariche dell’eccedenza) non premano violentemente come orde barbariche e animali feroci sulle eleganti dimore, sulle prestigiose sedi di industrie e istituzioni. In fondo a questo devono servire leggi recenti, comprese quelle italiane, a identificare e punire gli elementi del disordine che turbano in decoro e costituiscono una minaccia per la civiltà, i poveri insomma, di tutti i colori, etnia, religione, con preferenza per quelli più diversi anche solo a guardarli.

Ciononostante gran parte del mondo urbano del XXI secolo è già condannata anche prima di sanzioni e tribunali a vivere nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.

Le “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano si trovano   su suoli d’infimo valore e  marginali, come zone golenali, acquitrinose, collinari o contaminate da scarichi industriali: siano le favelas di São Paulo   e di Rio de Janeiro  col rischio di frane e smottamenti, siano le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, colosso immobiliare,  destinate a crollare al primo temporale, siano le bidonville di Nuova Delhi, che ospitano un milione di straccioni, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, dorme  sui marciapiedi. O sia la capitale della  Mongolia, assediata da un insediamento di tende in cui vive mezzo milione di ex allevatori scampati a espropri e fame; o il Cairo, dove le tombe dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti. E siccome rifiuti urbani richiamano rifiuti umani, parimenti indesiderabili e che è necessario sottrarre alla vista della gente perbene, Quarantena a Beirut, Hillat Kusha a Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico, la “Montagna fumante” a Manila, si chiamano così le discariche nelle quali si rintanano i più  indigenti, sono i posti in cui i più miserabili  trovano riparo e sostentamento nell’immondizia.

E non può essere che così, se in tutte le città, grandi e piccole, nelle megalopoli che si accingono a convertirsi in necropoli, come nelle capitali dell’arte e della cultura, la politica dell’abitare è ridotta a pratica negoziale di governi e amministrazioni che contrattano consenso, voti, prebende, “compensazioni” miserabili con costruttori e immobiliaristi, mandatari  delle più nefaste bolle finanziarie, se consiste nel rendere impossibile per i cittadini mantenere la residenza dove sono nati e vissuti, costringendoli a lasciare le case “dentro le mura- perlopiù simboliche” e spostarsi “fuori”, in spazi residuali, in non-luoghi, in “zone grigie”, in junk space,  in appositi dormitori,  mal collegati da reti di trasporti  vetuste, sprovvisti di servizi, brutti in posti brutti, che quindi si meritano oltraggi aggiuntivi dai quali è doveroso risparmiare le geografie del lusso e del privilegio. e all’espulsione dei meno abbienti segue il camouflage dei fabbricati aggiornandone non solo gli impianti igienici, l’areazione ma l’intera struttura, a scapito delle sue caratteristiche storiche, cancellando identità   urbana in modo da renderla irriconoscibile e annullare la memoria e l’appartenenza.

Succede ovunque, succede a Venezia, succede a Forenza, succede a Napoli, la prima città a scegliere il recupero in periferia, quando agli inizi degli anni ottanta la giunta di sinistra guidata dal sindaco Maurizio Valenzi approvò un piano per le periferie, attuato con le risorse straordinarie della ricostruzione post-terremoto del 1980, dove malgrado gli sforzi , ci sono due entità separate la “Napoli bene” di Chiaia, Vomero, Posillipo e la “Napoli malamente” che va dalle periferie esterne di Scampia, Ponticelli, Barra alle periferie interne (il centro storico degradato di Forcella, Quartieri Spagnoli, Rione Sanità), da una parte una ricchezza ostentata e dall’altra una bomba sociale che fa paura. Succede a Torino dove il più rilevante intervento di qualificazione dell’intorno alla città, noto anche per i pogrom contro gli insediamenti rom, è consistita nella chiamata da parte dell’ex sindaco Fassino rivolta al senatore a vita Piano, quello del rammendo delle periferie, per la dissennata costruzione di un grattacielo.

Succede a Milano, vittima di quella che è stata definita una indigestione mortale di cemento, vetro, acciaio, grazie a progetti che interessano oltre 3 milioni di metri quadrati:  Area Expo, scali ferroviari, Bovisa Gasometro. Zona Falk e Città della Salute,  Città Studi, a Citylife, Fiera Milano City, Piazza d’Armi  e Santa Giulia a Rogoredo,  tutte operazioni che coinvolgono i più potenti gruppi industriali italiani e stranieri, molti presenti nelle cordate del malaffare. Nella capitale morale sono in arrivo nuove costruzioni su oltre 3 milioni di metri quadrati, di cui buona parte a destinazione terziario e residenziale, in una città  che ha invenduti o sfitti 1,5 milioni di metri quadrati a uso commerciale, in cui è vuoto il 6,8 per cento degli uffici nelle aree centrali, il 16 per cento in periferia e il 13 per cento nell’hinterland e circa 30 mila appartamenti sfitti o inutilizzati. E dove è prevedibile scoppierà una nuova velenosa bolla immobiliare, mentre sempre più milanesi di antica o recente generazione vengono espulsi.

Succede nella Roma dei gatti in tangenziale, mica solo a Bastogi, mica solo a Tor Sapienza o nelle innumerevoli contrade del  malessere remote e rimosse dalla vista dei Palazzi,  i cui abitanti si sentono traditi tanto da consegnarsi a Forza Nuova che rivendica di avere in pugno cinque o sei quartieri, i cui abitanti si sentono invasi e assediati perché è là che si rifugiano o vengono fisiologicamente conferiti quelli che stanno perfino peggio di loro, vite nude senza documenti e fissa dimora, scarti mandati dove ci sono già altri scarti, i cui abitanti trovano ascolto e appoggio proprio come gli emigranti emarginati negli States, in Mafia Capitale, e si riconoscono negli slogan, nelle zuffe e nelle prepotenze dei club degli ultrà, in quella combinazione di tifo calcistico e nostalgia  dei Robin Hood de noantri. E dove molti ragazzi, proprio come nei territori della baby gang napoletane, “sfangano” la giornata nelle truppe della manovalanza dello spaccio.

Si dice che quella è terra di nessuno, dove va a finire chi è ancora meno di nessuno, come una ragazzina che si è data in pasto a un branco di altri nessuno e che ci ricorda amaramente che una delle conquiste fatte da chi sta su a nostre spese consiste nell’obbligo alla cautela, nell’accettazione ragionevole di limitazioni della libertà di girare per la città, tutta e alla luce delle stelle, fare incontri, belli o brutti, senza paura e senza sospetto. Perché nessuno ci accusi di “essercela cercata”.

 

 

 

 

 

 


Sicuri in gabbia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La chiamano legittima difesa anche quando un oste spara alla schiena minacciosa di un ladro che attenta di spalle alla sua vita e alle sue proprietà. Si tratta di eccessi, lo ammettono, ma giustificati di un clima avvelenato da bande di barbari multicolor, di individui sospetti per il semplice fatto di parlare altre lingue e non avere niente da perdere  avendo già lasciato tutto altrove per arrivare dove  nessuno li vuole,  di assatanati predoni, peggio dei familiari della Boschi, che vogliono con la forza espropriarci dei nostri poveri beni superstiti, fino alle catenine della comunione e la stilo della laurea.

D’altra parte, ci ricordano, si vive ormai in trincea: le “nostre” donne, una delle merci poco pregiate che fanno parte del patrimonio proprietario della società perfino tra gli “ultimi”, non possono passeggiare indisturbate fuori dalle loro dimore protette (dove nel 2016 si sono consumati 120 femminicidi e innumerevoli violenze)  che vengono molestate da stranieri le cui tradizioni e i cui comportamenti sono incompatibili e dunque inconciliabili con i nostri.

Droga e prostituzione, a loro dire, sono diventati monopolio di bande estere, e poco importa se si tratta di manovalanza al servizio di ben radicati potentati criminali indigeni e dalla collaudata esperienza secolare.

Usurpano quello cui avremmo diritto noi prima degli altri, spadroneggiando nelle graduatorie per assegnazione di case e posti degli asili, di tolgono ambite mansioni  di inservienti ospedalieri, badanti sottopagate e messe a dormire in brandine in cucina, muratori fuorilegge cui non spetta nemmeno un funerale se cascano dalle impalcature, i cui corpi molto tempo dopo, abbiamo appreso, vengono conferiti in discarica, braccianti soggetti allo sfruttamento più bestiale grazie a un caporalato schiavista, qualcuno dei quali si è anche permesso di farsi ammazzare mentre protestava in nome nostro.

Così la “sicurezza” si è trasformata non in importante requisito della convivenza e della cittadinanza, ma un diritto fondamentale, la cui salvaguardia – ormai lo dicono tutti in America, in Europa, al Lingotto, impone alcune rinunce doverose, a cominciare dal rispetto delle leggi, della vita altrui, di segmenti di libertà nel godimenti do beni comuni comprese panchine, bus, giardinetti, centri urbani dei quali va difeso ugualmente ordine e pure decoro, compromesso, come sostiene il sindaco di Firenze, da venditori di kebab e bancarellari, mentre dovrebbe essere bene esclusivo in regime di monopolio di Prada, Gucci, come anche di incursori extra chic cui sarebbe augurabile offrire in comodato palazzi  e monumenti, a suffragio universale che ormai il consumatore, anche quello mordi e fuggi, deve sostituire il cittadino, categoria arcaica e obsoleta quanto quella di lavoratore.

E serva a questo il Daspo urbano accolto con quasi unanime entusiasmo dai sindaci perché incrementa le loro competenze in materia di sicurezza. Si,  quasi unanime, perché dichiaratamente aspiranti podestà e sceriffi in prova vorrebbero di più, grazie a poteri arbitrari e discrezionali, la cui operatività dovrebbe essere affidata magari a ronde e organizzazioni private, nuove clientele e bacini elettorali ancora più delicati e cruciali, che anticiperebbero  quella strategia di “difesa” globale ipotizzata da istituzioni internazionali, in aggiunta a quei piccoli pentagoni di provincia che piacciono tanti a dittatorelli e Sore Ministre, postulando la necessaria militarizzazione totale per il controllo di conflitti diffusi e perenni.

È stato chiamato ordoliberismo, è di moda ancora e prevede che venga officiata una liturgia fintamente democratica in modo che il ceto dirigente, economia e politica al suo servizio, possa agire in totale libertà grazie a un assetto statale superstite, in grado di garantire strutture e “servizi” organizzativi, misure e manovre  finanziarie, gestione autoritaria delle relazioni sociali, incentivi in favore di proprietà e rendite e restrizioni di prerogative e garanzie,  realizzando il suo disegno di avida accumulazione e profitto basato sullo sfruttamento e la speculazione, senza subire le indebite pressioni popolari, per l’occasione definite populiste. Mentre come abbiamo misurato in occasione delle consultazioni referendarie, le nostre come quelle greche,  costituiscono semplicemente i sussulti democratici che ancora ci siamo conservati.

In questo quadro funzionano e trovano spazio quegli afflati alla difesa faidate, aggiuntiva a repressioni “legali” con tanto di pistole a ulteriore tutela in fortini, fortificazioni, cinte murarie, autorizzate e propagandate da soggetti che hanno trovato libero spazio di azione e comunicazione nel contesto parlamentare, diritto di cittadinanza e di parola, ancorché diffondano veleni, slogan tossici, ancorché suscitino istinti bestiali dei quali per anni ci si è vergognati, ancorché diano  legittimità a razzismo, xenofobia, intolleranza, patologie che si sa essere suscettibili di espandersi trovando  e rinnovando gli obiettivi come recita una poesia abusata sui social network dagli stessi che in momenti di verità dichiarano: non sono razzista, però i rom, però i terroni, però gli ebrei, però gli arabi, però i musulmani, però i neri….

Siamo proprio sicuri che sia doveroso assicurarglielo schierando le forze dell’ordine, quel diritto di libera espressione? Siamo proprio certi che si meritino di parlare in pubbliche piazze fomentando odio, sospetto e risentimento? Siamo proprio sicuri che sia lecito far cattivo uso di un principio attribuito al povero innocente Voltaire, secondo il quale si dovrebbe anche morire per assicurare a imbecilli criminali di urlare le loro sgrammaticate nequizie e mandare a farsi menare e a menare forze dell’ordine malpagate e frustrate? Siamo proprio certi che sia una provocazione  scendere in strada per impedire loro la parola e non lasciagliela in una città, quella delle quattro giornate di riscatto, che si merita di affrancarsi dalla retorica, compresa quella di essere esposta pericolosamente alla camorra ma pure al fascismo?

Non ci piace l’eccesso di legittima difesa, la giustizia faidate, come non ci piacciono i vandalismi, le vetrine spaccate e pure le teste, gli espropri cialtroni e nemmeno quelli in doppiopetto.

Ma  a chi vuole chiamarsi ancora cittadino deve piacere la tutela a oltranza della libertà, la preservazione dei diritti di tutti, la salvaguardia di quel po’ di umanità prima che ci riducano a bestie cui è concesso solo un recinto.

 

 

 

 


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