L’Europa straccia l’europeista Monti. E Bersani sta a guardare

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Un anno fa…

Bersani chiede a Monti cosa vuole fare e Monti chiede a Bersani la testa di Vendola e Fassina: sembra un dibattito, per quanto misero e surreale, ma è solo un canovaccio elettorale, una disputa che al massimo riguarda la suprema poltrona del prossimo governo. Dietro c’è una comune cecità verso il paese reale sia pure declinata da una parte con la fede dell’ideologo e dall’altra con la rassegnazione della perdita di fede nelle proprie visioni. E’ uno spettacolo paradossale che non sembra minimamente essere turbato dai movimenti tellurici che stanno trasformando il paesaggio nel quale il montismo ha operato. Oggi l’ultima scossa : il presidente dell’eurogruppo, il destrissimo Juncker, dopo aver sparato a zero su molte stranezze e contraddizioni dell’Europa si è lanciato in un mea culpa non esplicito, come è d’uso tra questi signori, ma per certi versi enigmatico: “Quando è stato introdotto l’Euro avevamo promesso che avrebbe avuto effetti positivi anche sugli equilibri sociali… così non è stato, la situazione della disoccupazione è drammatica, avevamo detto che l’euro avrebbe riequilibrato la società e invece la disoccupazione aumenta. Nell’area euro supera l’11%, e non ce lo possiamo permettere, è una tragedia che stiamo sottovalutando”. E per superare questa situazione Junker propone un  “salario minimo legale in tutti i paesi dell’Euro, altrimenti si rischia di perdere la credibilità e il sostegno dei lavoratoriNon mi piace quando si dice che gli sforzi devono essere effettuati dai più svantaggiati perché sono i più numerosi”. E arriva persino alla citazione di Marx, sia pure a sproposito.

A nessuno può sfuggire lo stretto collegamento che Juncker fa tra il dramma attuale e la moneta unica come portatrice di disuguaglianza fra gli stati e fra le classi. Un’analisi che migliaia di economisti hanno già fatto, ma che detto in termini e in sedi ufficiali ci suggerisce l’idea che alla questione dell’euro e della sua sopravvivenza ci si sta pensando eccome. Ad ogni modo in poche righe di testo il capo dell’Eurogruppo ha fatto sostanzialmente a pezzi i presupposti su cui si è basato il governo tecnico e ha riportato alla loro miserabile dimensioni le parole della Fornero sul reddito di cittadinanza. E alla loro natura politica e ideologica gli assalti all’articolo 18. In nuce c’è dentro queste parole la negazione delle politiche perseguite dall’inizio della crisi. Non è il solo segnale che il paesaggio è mutato: nei giorni scorsi abbiamo avuto l’abiura di uno sciamano del liberismo come Blanchard il quale sostiene che l’austerità è stata imposta a causa di calcoli sbagliati e tanti altri segnali minori, per esempio un articolo in prima pagina dell’Economist in cui a proposito dell’economia irlandese, in crisi ormai cronicizzata sosteneva che un’economia basata sugli investimenti dall’estero, presenta molti svantaggi, abbattendo così uno degli idoli del montismo.

Certo Juncker dice ora queste cose perché finalmente nel cuore reazionario europeo si sta affacciando la consapevolezza di aver tirato troppo la corda e che tutta la costruzione continentale si sta sfasciando. I portatori d’acqua del liberismo stanno cominciando a fuggire dalla nave teorica dove le falle sono ormai troppe; il Portogallo, ormai grecizzato, ha opposto la propria corte costituzionale ai diktat della Troika, primo esempio di una resistenza istituzionale ai massacri inferti; la Spagna è in fibrillazione continua e rischia di disgregarsi sotto gli indipendentismi che rinascono  al solo scopo di fuggire dall’Europa matrigna; in Grecia chi ha sostenuto la mattanza non avrà la minima probabilità di tornare al governo. Così si abbozzano rimedi come quello del salario di cittadinanza che purtroppo in sé possono essere gestiti anche per continuare sulla strada della precarizzazione del lavoro (vedi nota)*.

Ciò che stupisce  è che dentro questa mutazione di paesaggio e di pensiero il centro sinistra italiano non riesca a trovare un filo di voce per prendere il largo dal montismo di emergenza, non trovi risorse di idee e di programma per distinguere in maniera netta le agende fotocopia che sono in campo e si limiti a esercitare  un ecumenismo notturno dove tutto si confonde nella indistinzione della casta, un gretto veltronismo dove le idee sono sostituite dal casting delle candidature. E se si potrebbe arrivare a perdonare un anno passato senza fiatare davanti a nulla, nemmeno ai massacri dei diritti del lavoro, nessuno alla lunga potrà perdonare il perseverare di oggi.

 

* Il salario di cittadinanza o di reddito minimo soffre di un’ambivalenza di fondo che nonostante decennali discussioni (non Italia dove è sempre stato fantascienza) rimane intatta:  se è troppo alto come hanno spesso sostenuto le destre dissuade dal lavoro, ma se è troppo basso potrebbe anche favorire un uso indiscriminato di contratti precari, piuttosto che sottrarre le persone dal ricatto sul lavoro. In Germania è abbastanza evidente il passaggio da una fase a un’altra: il welfare creato nel dopoguerra si prefiggeva di ottenere una pace sociale necessaria non solo alla ripresa dell’industria, ma anche al ruolo del Paese nella guerra fredda. Con l’Hartz e le sue varie fasi, varate all’inizio del secolo, (370 euro più l’affitto, il riscaldamento e la sanità)  cambia totalmente la filosofia e il reddito minimo diviene uno strumento per il mercato del lavoro, studiato proprio per favorire la cosiddetta flessibilità: il consistente taglio delle cifre precedenti consente di per sé solo la sopravvivenza e va quindi integrato con lavori part time, precari, malpagati che sono obtorto collo accettabili solo se uniti al salario di cittadinanza. Dunque non è l’esistenza in sé di un salario di cittadinanza che determina il suo significato, ma il suo livello in rapporto ovviamente ai salari medi: e in questo senso parlare di un salario europeo che comprenda Amburgo come Tallin, l’Olanda e Cipro è davvero privo di significato.

Va comunque detto che un ragionamento fatto sulle singole persone, come se fossero monadi, è quanto mai ingannevole: gli alti salari di cittadinanza che esistevano pre Schroeder avranno pure permesso a qualcuno di campare senza fare nulla, ma hanno creato anche un mercato del lavoro di alta qualità che è poi la base della solidità economica tedesca. Il loro ridimensionamento avrà pure bastonato qualche fannullone, ma ha anche aperto la strada ad attività episodiche di scarsa qualità e aziende di basso livello. 

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5 responses to “L’Europa straccia l’europeista Monti. E Bersani sta a guardare

  • Ricominciare | gazzellanera

    […] Ecco dunque che le recenti conversioni di economisti, ma anche le parole di ieri di Juncker (qui) vanno viste come un riconoscimento non di errori circoscritti o marginali, ma come una una messa […]

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  • Giuseppe Cerrato

    Junker evidenzia solo che la situazione attuale è ben diversa da quella prospettata al momento dell’introduzione dell’Euro, ma non spiega i motivi del perché ciò sia avvenuto. La colpa non è da imputare all’utilizzazione dell’Euro, ma all’aver presunto che la sua introduzione avrebbe stimolato i singoli Paesi aderenti a fare le riforme necessarie per coprire i gaps di produttività preesistenti, cosa che nessuno dei Paesi maggiormente toccati dalla crisi ha fatto. C’è poi un altro problema che non va sottovalutato: l’Europa era e resta un’accozzaglia di Stati impegnati a portare acqua al proprio mulino. Manca cioè un progetto politico veramente unitario, cosicché tutte le “concessioni” dei Paesi più forti avvengano a fronte di controprestazioni che di fatto ne consolidano la leadership a svantaggio dei Paesi più deboli. Pertanto l’Unione europea così com’è non solo non riduce gli squilibri esistenti fra i Stati, ma li accresce. Ecco perché a poco più di dieci anni dalla sua introduzione, accanto a Paesi che si sono avvantaggiati della situazione (come la Germania), altri stiano fallendo (come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna, l’Italia, ecc.) e quanto avvenuto poteva essere facilmente previsto a priori.
    In questo quadro, l’ipotesi di introdurre un salario minimo a favore dei disoccupati appare necessaria ed anche urgente. La mancanza di lavoro generata dal processo di globalizzazione in atto, infatti, appare fenomeno strutturale, non transitorio. Ne consegue che, pur condividendo il fatto che la misura debba essere fissata a livelli tali che non ne derivi un disincentivo diretto al lavoro, la sua immediata applicazione è l’unica che limiterebbe da un lato il continuo crollo dei consumi, dall’altro la crescita esponenziale di tensioni sociali con conseguenze spesso imprevedibili e drammatiche.

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  • Calogero Capuano

    FUORI DALL’EURO C’E’ ANCORA VITA E SPERANZA !

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  • frankramsey1903

    Non sono d’accordo con il sistema del salario minimo perché rappresenta un mezzo di sfruttare i salariati largamente usato dal radicalismo liberale dell’800 in Inghilterra. Fu la cosiddetta Legge sui poveri (Poor tax) ed il successivo Speenhamland a determinare il declino delle condizioni economiche dei lavoratori in Inghilterra fino al 1831, anno di abolizione della suddetta legge sui poveri (cfr: Storia delle Idee del secolo XIX – Bertrand Russell). Pertanto l’accenno al salario minimo di Junkers è solo la riproposizione di vecchie ricette liberiste che servono ad arricchire i ricchi ed ad impoverire i lavoratori.

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