Ricatti per il nostro male

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’era una volta in una fabbrica un operaio sospettato di rubare: tutte le sere quando usciva dalla fabbrica i guardiani gli perquisivano minuziosamente la carriola. Ma non trovavano niente, la carriola era sempre vuota. Alla fine si scopre l’inganno: l’operaio ruba le carriole. I vigilantes si erano lasciati sfuggire quello che era più visibile, l’ovvio. Proprio come gli opinionisti sulle sortite del governo nazionale o locale. Sono talmente abituati al ripetersi di esternazioni inopportune o di espliciti omaggi a ideologie non abbastanza passate o ai fantasiosi progetti di Alemanno, da non vedere che ruba la carriola,da non riconoscere il bottino che si porta a casa, ogni giorno.

Invece la ripetizione, lo sapeva bene Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come una occasionalità, che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica, anzi di una volontà precisa che sottende e che vuole indurre una tossica assuefazione alla bruttura, un’accidiosa accettazione della violenza, una indifferente indulgenza peri atti liquidati come reazioni comprensibili, ragazzate perdonabili, o meglio ancora come l’inevitabile frutto di un clima sociale, colpa di tutti e perciò di nessuno.

Così degli imbecilli razzisti possono godere delle attenuanti di un entusiastico tifo calcistico, i poliziotti che menano possono approfittare di scusanti pasoliniane, i ministri che ordinano la repressione possono attribuire le botte alle mele marce, che adornano tutti i frutteti dell’irresponsabilità da Adamo in poi, insegnanti e alunni che esasperano in un ragazzino omosessuale la vergogna per la sua inclinazione possono attribuire la loro infamia ai mali della scuola. E tutti adesso dalla Cancellieri ai compagni di scuola che avevano creato una pagina su Fb per oltraggiare il ragazzino vestito di rosa, possono dire che è colpa della crisi.

E non è mica del tutto falso, la crisi e lo stato di necessità, alimentato e nutrito grazie all’ideologia del ricatto, il ripetersi seriale degli choc, veicoli virtuali, come le carriole, del passivo accoglimento del sempre peggio come ineluttabile e inevitabile, abbassano le difese, annientano gli anticorpi e abbassano la soglia di resistenza, coltivano una insensibilità barbarica anche alla repentina ferocia, diventata ormai abitudinaria. Molti anni fa un governo transitorio nigeriano inaugurò uno speciale corner nel telegiornale di Stato: le telecamere riprendevano e poi mandavano in onda un certo numero di fucilazioni quotidiane di dissidenti sulla spiaggia. Nel fluire di molto guerre e della comunicazione su di esse, non so se il singolare spettacolo abbia avuto effetto dissuasivo. C’è invece da temere che il mezzo televisivo, come d’altra parte l’abuso di rete, stenda su tutto il velo dell’irrealtà spettacolare.
Si la crisi demoralizza, abbassa la soglia dl buonumore ma anche quella dell’amore per la giustizia, per l’ambiente intorno e per quelli che vivono nel nostro paesaggio, per le regole della convivenza e per lo stato di diritto.

A essersi de-moralizzato è stato prima di tutto il mercato che – a scopi produttivi, non sia mai – aveva cercato di sostituire commerci e negoziati al puro e semplice uso delle armi, tanto da ottenere il sostegno delle religioni e la loro legittimazione etica, che avevano giustificato egoismo e avidità, compresa la teocrazia economica, persuase che una manina benigna spargesse un po’ di briciole di benessere su tutti, .grazie al profitto di pochi, insomma attuando quel paradosso di Mefistofele: pensare il male e fare il bene.
Pare che grazie alla demoralizzazione ci si possa convincere che sia normale il rovesciamento del paradosso, che sia possibile pensare il bene e fare il male, che Monti ci voglia salvare ma non possa, che Napolitano difenda la Costituzione ma non ce la faccia, che la Bei voglia difendere la moneta ma non ci riesca, che l’Europa voglia l’Europa ma sia impotente, come se una forza, occulta, destino o apocalisse, maligno fuori o dentro di noi si opponesse alla ragione e alla felicità.

Monti ha fatto regolari se non proficui studi di economia, la virtuosa insegnante del ragazzino suicida avrà probabilmente letto trattati di pedagogia e agili volumetti su complessi e appropriazioni dei corpi, gli ultras imbecilli e le famiglie si saranno abbeverati alla convinzione che lo sport è sano e aiuta la socializzazione, la Cancellieri avrà consolidato nell’esperienza prefettizia, la certezza che l’ordine sia meglio della democrazia, del pensiero autonomo e della libera espressione. E infine tutti come si addice ad alte o meno elevate autorità vogliono dimostrarci che per il nostro bene è meglio che non abbiamo troppo a che fare direttamente con diritti e libertà, che è preferibile siano loro a elargirci il giusto quantitativo di autonomia e conoscenza, come le pillole del sapere, esimendoci dal pensare e dal decidere, in modo che le elezioni diventino una liturgia di conferma dello status quo, le imposizioni una desiderabile scorciatoia dalla responsabilità, cedere ai ricatti una testimonianza di buonsenso, abituarsi all’infelicità una prova di savia ragionevolezza. Invece è proprio il momento di rovesciare la carriola.

Informazioni su ilsimplicissimus

Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come. Vedi tutti gli articoli di ilsimplicissimus

3 responses to “Ricatti per il nostro male

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: