Dasputin

Quale sia la cultura di governo, le radici in cui essa affonda e trae la linfa vitale, lo dimostra quell’anziana e debordante virago di nome Cancellieri che è stata chiamata, non certo a caso, a reggere il ministero dell’Interno. La sua proposta di applicare il daspo, una trovata per contenere la violenza negli stadi, anche alle manifestazioni di piazza non è infatti l’estensione di un semplice strumento tecnico, ma una negazione delle libertà politiche. La stessa Cancellieri, a malincuore, se ne rende e conto e dice che ci sono dei problemi costituzionali, ma il fatto di aver comunque invocato il provvedimento di divieto preventivo di manifestazione per i singoli cittadini, costituisce un invito al governo e al Parlamento a trovare un qualunque escamotage per superare queste assurde difficoltà poste dalla democrazia residuale.

E non ho difficoltà a credere che ci sia tutta la disponibilità a venirle incontro: di fatto la negazione di alcune libertà fondamentali sarebbe in questo caso più immediatamente visibile, ma non sostanzialmente differente dalla privazione di cittadinanza che i poteri finanziari stanno attuando tramite Bruxelles. Quando infatti si cede sovranità nei confronti di istituzioni e organismi non elettivi non si fa altro che privare i cittadini della loro libertà di scelta che si esprime appunto con il voto: problemi di costituzionalità ce ne sarebbero anche per la sottoscrizione del fiscal compact e soprattutto per quella del Mes, il meccanismo europeo di stabilità che di fatto non è nemmeno teoricamente un conferimento di prerogative al livello continentale, ma verso chiunque voglia o sia chiamato a partecipare al saccheggio dei Paesi in difficoltà. Basta leggersi l’articolo 17 del trattato che istituisce questa mostruosità.

Queste cose però sono complesse e rimangono per lo più affogate dentro il chiacchiericcio dei media, il grande dito che nasconde la luna, verranno scoperte solo più tardi e sempre troppo tardi sulla pelle dei cittadini. Per questo ci si appresta fin da subito a trovare strumenti capaci di imbrigliare la protesta.  Si sa bene quale preoccupazione nutra l’Europa della finanza e della burocrazia verso l’ordine pubblico: fin dal 2010 è stata proprio la piazza ad essere al centro delle attenzioni e delle cure e sono migliaia i documenti che la citano e non è un caso che proprio in quell’anno sia stato firmato il trattato sull’Eurogenfor, quella polizia europea intoccabile, creata non si capisce bene a quale scopo, se non quello di dare una mano e un manganello in caso di difficoltà . Del resto lo stesso Monti si è fatto un  vanto del fatto che in Italia non ci fossero grandi manifestazioni come in Spagna e in Grecia, disgraziatamente, con il tempismo che lo contraddistingue, poco prima che cominciassero i cortei degli studenti.

La ragione dei timori è in parte ovvia: la pressione della piazza può creare dei problemi ai governi accreditati come ortodossi e magari farli recedere dalle ricette imposte, ma potrebbe anche portare a un taglio del debito come previsto dalla tradizione del diritto internazionale che fin dal 1938 prevede la possibilità di consolidare il debito se il suo pagamento può portare a sollevazioni popolari. Ad ogni buon contro ci si prepara a contenere al massimo le conseguenze della cosiddetta austerity. Insomma più che Daspo, Dasputin.

 

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