Licia Satirico per il Simplicissimus

Il governo Monti si è avviato, più o meno freudianamente, verso la fase dell’abbattimento dei tabù: tabù sarebbe l’intangibile art. 18 dello Statuto dei lavoratori, tabù il dogma (non solo) gelminiano dell’abolizione dei concorsi nelle scuole pubbliche. Nella preoccupata attesa della riforma del mercato del lavoro, dove già assistiamo impotenti alla trasformazione in feticcio sacrificale di un diritto fondamentale, leggiamo le dichiarazioni d’intenti del ministro Profumo per il 2012 (prima della profezia Maya, presumibilmente): «voglio riaprire la scuola ai docenti giovani ed evitare di bloccare una generazione di neolaureati che oggi non ha alcuna possibilità di ottenere una cattedra». In effetti, dopo tredici anni dall’ultimo mega-concorso i potenziali candidati a un posto di insegnante sono almeno 300.000, a fronte però di un numero altrettanto imponente di 244.000 precari inseriti nel sistema chiuso delle graduatorie a esaurimento.

Il ministro manifesta la preoccupazione che un “tappo” di professori anziani precluda l’ingresso nel mondo dell’insegnamento a tutta una generazione di giovani docenti, di cui pure la scuola avrebbe vitale bisogno. Peccato, però, che il tappo generazionale ci sia già, e sia rappresentato proprio dal numero incalcolabile di docenti ultraquarantenni incappati prima nelle maglie della chiusura dei concorsi, poi in quelle diaboliche delle graduatorie a esaurimento, dei corsi abilitanti senza sbocco ma soprattutto nella scomparsa feroce e sistematica dei posti disponibili: solo nelle scuole elementari per quest’anno scolastico i posti in meno sono stati 2000, a fronte del taglio complessivo di quasi 20000 cattedre previsto dalla legge Gelmini. Sullo sfondo si erge lo spettro della riforma del sistema pensionistico voluto dalla lacrimosa Fornero. Con l’allungamento dell’età pensionabile i posti nella scuola si ridurranno ulteriormente e interesseranno docenti sempre più anziani: al di là del caso estremo dell’insegnante di Caltanissetta immessa in ruolo nello scorso settembre a 63 anni dopo 37 di precariato, l’esigenza del ministro Profumo di reclutare in pianta stabile docenti giovani potrebbe essere interpretata come il tentativo di reperire personale in grado di giungere biologicamente alle soglie della pensione…

L’opera che il ministro si prefigge di realizzare è, in verità, titanica: dopo tredici anni bisognerà operare una ricognizione minuziosa delle esigenze dei cicli scolastici, delle aree di insegnamento, dello stato dell’arte dei singoli provveditorati provinciali. Poi inizierà la complessa scansione delle moderne tappe di un concorso elefantiaco come quello di cui si sta parlando: pre-test, quiz di cultura generale, prove scritte e orali. Si spera solo che i funzionari ministeriali preposti a siffatto lavoro di Procuste non siano gli stessi che hanno gestito il concorso per presidi, unico riaperto dalla Gelmini: 42.000 richiedenti per 2.386 posti. La prova è ancora in itinere e già minacciata di annullamento per i clamorosi errori presenti nel quiz preselettivo, dove pare si contasse una risposta errata ogni cinque quesiti (dalla data di ingresso della Romania nell’Unione Europea a quelle sull’età scolare dei bambini nei Paesi comunitari: l’ombra del tunnel dei neutrini aleggia anche sul concorso per presidi?).

Ammesso e non concesso che il mega-concorso venga bandito e ultimato, non è ancora chiaro quale sorte il ministro intenda riservare ai precari della scuola: al “tappo generazionale” sempre più instabile e sempre più lontano dalla pensione, senza presente nella stessa misura in cui i giovani docenti appaiono senza futuro. In assenza di un rilancio complessivo della scuola pubblica, di un ripristino delle cattedre scrupolosamente tagliate, di investimenti sulla cultura, sull’edilizia scolastica e sulle risorse per l’insegnamento, l’inserimento di docenti di ruolo vecchi e nuovi potrebbe essere triste e tardivo. Stiamo però parlando di un indirizzo politico che privilegi l’uomo e la sua dignità – di insegnante lavoratore operaio precario stabile vecchio giovane – invece del profitto e dell’efficienza. L’inverno del nostro scontento è appena cominciato.