Archivi tag: Precari

Peccato di vecchiaia

per fido Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come volesse dare attuazione a una “modesta proposta”  di Swift, si direbbe che il coronavirus sia una risposta concreta ai desiderata di Madame Lagarde e delle istituzioni che è stata di volta in volta chiamata a rappresentare autorevolmente, così come alle raccomandazioni di certe sue impari imitatrici seriali (ne ho scritto qui: ).

Secondo loro, convinte che il tempo è una molesta convenzione che non riguarda ceti superiori e intoccati da privazioni, malattie e stenti  “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”, e anche: “Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare….”, così  un  “accorciarmento della vita media favorirebbe aiutarebbe gli investitori professionali a trovare degli asset più affidabili”.

L’ipotesi è suggestiva, ma in realtà tutto era cominciato ben prima del Covid19, con i tagli alla spesa sanitaria statale, la privatizzazione selvaggia dell’assistenza ( invidiata in tutto il mondo che la vuole imitare, poco più di un anno si è formata una triplice alleanza senza precedenti, tra Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan, grazie a  una società indipendente monopolistica,  nella quale JP Morgan promuove i fondi per una prossima bolla sanitaria delle finanziarie del settore, Berkshire Hathaway   copre il comparto assicurativo,  mentre Amazon coprirà la catena dal produttore al consumatore grazie alla sua distribuzione capillare), con la fine della prevenzione, della diagnostica garantita, delle cure dentarie presentate come un lusso in regime esclusivo a beneficio di pochi selezionati per appartenenza sociale o etnica (dobbiamo all’ex presidente Hollande il conio della definizione sans dents), della sostituzione del Welfare pubblico con quello aziendale contrattato dai compiacenti sindacati che, in carenza di rappresentatività, si sono convertiti a fare gli investitori professionali  e i piazzisti di fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund.

E quando tramite ricatti e intimidazioni diventati sistema di governo e intesi a rompere antichi patti generazionali, si sono criminalizzati e poi puniti gli anziani..

Si, i vecchi sono colpevoli, colpevoli di vivere troppo a lungo, di essere in troppi rispetto alla popolazione attiva (è stato Boeri a “denunciare” che per ogni pensionato c’è solo un lavoratore virgola tre, come se fosse da imputare agli empi over 65 la fine del lavoro e dell’economia produttiva, le delocalizzazioni, di godere di “benefici” assistenziali e non di retribuzione e diritti maturati, di aver dissipato risorse, preteso troppo, dilapidato indebitamente ricchezze, consacrando una interpretazione del merito nella fissazione dei requisiti e dei talenti per vincere la gara della competitività, giovinezza, ambizione, arrivismo, affiliazione e fidelizzazione all’ideologia dominante.

Ormai siamo posseduti da un pensiero macabro che toglie ogni possibilità al sopravvento della ragione e alla consolazione che ne potrebbe derivare, vittime tutti di qualcosa descritto come  incontrastabile, imprevedibile e incontrollabile, così i vari approcci ( la sottovalutazione, l’allarmismo terroristico, le restrizioni e perfino la cosiddetta  immunità di gregge) finiscono per rispondere ad una stessa esigenza, quella che non venga rivelato il tracollo  dei sistemi sanitari statali  distrutti da tagli in modo da delegare l’assistenza ai privati. E che venga di conseguenza legittimata una pratica finora applicata senza che venisse apertamente ammessa, effetto dell’egemonia culturale e politica della pragmatica “necessità”.

Lo sapeva già chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  chi aveva effettuato un tetro test sulle condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

Ma è oggi che la seleziona malthusiana è autorizzata, suggerita se non raccomandata, come esito inevitabile di una scelta fatale che è doveroso accettare e che interessa sia gli anziani che hanno garantito una economia assistenziale domestica al sistema, quelli i cui risparmi  hanno attutito gli effetti della crisi, sia quelli in situazione di bisogno, soli, esposti, tutti ugualmente esclusi dalle terapie intensive e dall’accesso ai dispositivi salvavita per la colpa di possedere “minori aspettative di vita”, dopo essere stati oggetto della propaganda della giovinezza assicurata a ogni età.

Così non deve stupire che  la mortalità sia più alta  nelle regioni di governatori che davano la colpa ai cinesi che mangiano topi vivi e convivono con i pipistrelli, dove la salute è stata un brand propizio per corruzione, speculazioni e consegna della cura e della ricerca ai privati (Bertolaso ha scelto prudentemente di essere ricoverato al San Raffaele),  dove la più elevata concentrazione di industrie e grandi opere a fortissimo inquinamento da polveri sottili, che provoca la morte di  almeno 40.000 persone, elevando il rischio sistemico e abbassando le difese immunitarie di decine di migliaia di soggetti perlopiù anziani che soffrono di broncopatie, insufficienze respiratorie, cardiopatie.

Sono i vecchi di zone dove una volta vigeva il rispetto per i patriarchi, che ai nostri tempi vengono assimilati ai dannati del neoliberismo, tutti condannati come immeritevoli di vivere, insieme ai destinatari di misure di ordine pubblico e di leggi marziali, senzatetto, lavoratori precari e irregolari senza autorizzazioni.

È a quegli anziani che si è riferito con la sua sentenza di morte Giavazzi economista e accademico della Bocconi e già responsabile dal 1992 al 1994, non a caso,  della ricerca economica, gestione del  debito pubblico e delle privatizzazioni al Ministero del Tesoro, quando ha risposto affermativamente e senza esitazioni alla domanda di quel bel tomo di Giuliano Ferrara: “sarebbe migliore o comunque senza alternative civilmente superiori un mondo scremato di chi non ce la fa a resistere a una pandemia di polmonite che strozza le vie respiratorie con la violenza del coronavirus?”.

Il suo si! deve avere avuto un effetto liberatorio per i profeti del liberismo, che hanno fatto tesoro del contenuto del  documento  della Siaarti ( Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/03/11/sotto-il-tendone-del-circo/ )   in cui si affermava  che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva”, che fingono che non occorre fare differenze d’età nella contabilità dei morti, in modo da non essere costretti a distinguere tra “decessi per virus” e “decessi con virus”, in modo da accreditare l’ipotesi che la falce della pestilenza mieta vite giovani e anziane, “sane”  e già toccate da altre malattie, come una livella, in modo che diventi ammissibile per ogni individuo porsi il dilemma di chi ha il diritto naturale di essere salvato, quando dovrebbe essere dovere della società, dello stato, della democrazia secondo gli imperativi della sua Carta costituzionale tutelare la vita e la salute di tutti.

Adesso poi sugli  strati sociali più poveri, sui lavoratori “manuali”, in barba alla magnificenza di uno sviluppo che avrebbe dovuto liberare dalla fatica, sui precari ricattati che hanno difficoltà anche a autocertificare anche l’obbligatorietà del rischio cui sono costretti a sottoporsi,  su quelli più esposti e predisposti, quindi gli invalidi, i portatori di handicap e i disabili, gli anziani ricadono anche gli effetti immediati delle misure governative di “contenimento”, quelle che sarebbero accettabili e attuabili sono in un tessuto sociale corte, coeso e dotato di servizi efficienti, abbandonati, soli, affamati, terrorizzati dalla fine dei risparmi,  dal distacco della corrente, dalle rate inevase, dall’affitto non pagato,  come le loro le badanti irregolari che non possono e hanno paura di assisterli. Come succede sempre quando i più vulnerabili e i più ricattati diventano chi carne da cannone e chi gente a perdere.

Se ne ricordino quelli che ci parlano di orgoglio nazionale, dell’unità solidale di tutti, della  rivoluzione morale che si sta realizzando, della possibilità che quello che abbiamo perso in beni si stia guadagnando in solidarietà e coesione  sociale.

Verrebbe da dire mondo cane, ma cane, si sa, non mangia cane.

 

 

 


Potere al Popolo, siamo alle solite?

boschAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il partito unico è ormai sempre più “unico”. Per comune ideologia –  ammesso che si possa chiamare così la subalternità a una cupola di interessi criminali, che non si preoccupa nemmeno più di coprirsi dietro  gli slogan e la propaganda delle antiche promesse in risposta a aspettative che suonano ormai arcaiche per la fine dei miti del progresso, dello sviluppo, delle garanzie. E “unico” anche per la convinzione condivisa che solo quell’assoggettamento può assicurare la tutela e la durata di quelle posizioni che danno certezza di conservare rendite, privilegi, beni immeritati, impunità.

Oggi il partito unico è anche “unito”, come non mai. Contro un nemico comune che, grazie al ricorso concorde al sociologicamente corretto e all’eufemismo di regime, sentiamo chiamare populismo, ma che altro non è che la superstite forma di risentimento e critica dal parte del popolo in opposizione a abusi, prevaricazioni, ricatti, disuguaglianze. È buffo ma ormai questo sentiment di ripulsa schifiltosa che serpeggia trasversalmente, accomuna in una opaca unitarietà i partiti tradizionali e pure i movimenti che da pochi anni di sono affacciati sullo scenario “parlamentare” a conferma che la strada del potere mai riesce ad essere virtuosa e di sovente fa dimenticare origini e intenti, vicinanza con la gente e volontà di esercitare una politica della vita in contrapposizione a quella di dominio.

E vediamo prendere le distanze da effervescenze volgari e plebee, da concitazioni irrazionali e disordinatamente tumultuose anche quelli che grazie al sobbollire di quel “lievito” di malcontento si sono portati a casa voti e consenso.

Ma anche quelli che con volonterosa generosità sono scesi in lizza con l’aspirazione di dare forma a un organismo vivo che riproponga le istanze della sinistra, pare siano affetti da quell’antico complesso di superiorità che consisteva nella rivendicazione di una diversità orgogliosa, quella cui una signora (Hannah Arendt) che se ne intendeva di avanguardie schizzinose e di poteri totalitari si riferì con una frase efficace: avanguardie ed élite di chi è pronto a morire per il popolo e gli sfruttati, a mettersi alla loro testa, ma non a camminargli a fianco. E infatti abbiamo potuto leggere un’esponente di Potere al Popolo sottolineare come il giovane movimento stia con il popolo, appunto, ma non con i populismi, veri spauracchi per tutti. Va a capire cosa si intenda per populisti. Che se fossero quelli dalla Brexit, il loro messaggio non dovrebbe essere troppo criticabile rispetto a uno dei cardini del programma elettorale di Potere al Popolo che parla di liberarsi dai vincoli degli strozzini comunitari. Che se fossero gli intemperanti risparmiatori truffati e per giunta accusati di aver peccato di avidità, non sono poi differenti da quelli che si battono contro lo strapotere della cupola finanziaria. E che se fossero quei gruppuscoli e comitatini (come li definì Renzi)  che si battono per combattere espropriazioni e dissipazioni di risorse e beni comuni, dovrebbero essere proprio quelli a costituire una base comune di sostenitori e quindi elettori. Così come tutti dovrebbero essere invitati a  guardare senza deplorazione e sdegnoso diniego a quei marginali delle periferie ridotti a far guerra a gente più disperata di loro, usati e manipolati per combattere crociate straccione come si addice a un popolo che dimentuca la cittadinanza per diventare marmaglia.

Il fatto è che nulla è più lontano dal mondo sognato da chi, prendendosela con gli eccessi e non con il sistema, si aspettava, qualcuno perfino in buona fede,  che il riformismo potesse addomesticare il capitalismo,  sapesse contenere la logica dello scambio mercantile, contrastare l’affermazione della reciprocità,  l’arroccamento delle società le cui istituzioni restano  sempre uguali a se stesse, la stagnazione che si  combina con il moto incessante e disordinato della concorrenza sleale, dell’innovazione tecnologica di prodotti a scopi bellici e celibi o almeno futili, della competizione individuale. Quella competizione grazie alla quale  il successo degli uni comporta la perdita degli altri:  i primi, i vincenti, pochi e sempre meno, i secondi, i perdenti, troppi e sempre di più,  sconfitti e risentiti come è inevitabile accada nelle geografie di un impero dove sono evaporati gli stati nazionali sovrani, retrocessi a interfaccia identificabile, colpevole di sopraffazione, ruberie, clientelismo, corruzione, che governa il mondo grazie a una struttura unica di potere che si serve di governi e parlamenti di impiegati a libro paga – coi soldi nostri –  di organismi sovra e transnazionali, senza limiti spaziali o territoriali, lasciando le diatribe sui confini ai suoi marescialli e caporali perché si trastullino convinti di comandare, mentre le guerre, quelle vere, sono anch’esse diffuse e indirizzate a spostare popolazioni di vittime e schiavi secondo l’interesse del nuovo totalitarismo.

Tanti, quasi tutti, ci sentiamo nelle file di quel popolo di perdenti, che non vede nessun politico che ne testimoni e rappresenti bisogni, aspettative e speranze, che non è più disposto a credere in qualcuno che lungi dal salvarci, ci condurrà al peggio più lentamente, che non si fa persuadere dai miti di liberalizzazione, deregolarizzazione, privatizzazione e mobilità, che hanno prodotto un irreversibile incremento di disuguaglianze.

Eppure quelle disuguaglianze un effetto lo hanno avuto: un tempo per popolo di intendevano gli strati bassi puntando sulle differenze viste come fonte di conflitti. Se fosse così un risultato l’abbiamo ottenuto: adesso siamo tutti popolo, ceto medio e gente di periferia, precari, disoccupati e ex garantiti, donne, uomini, giovani, cinquantenni e più, quelli delle campagne e quelli delle fabbriche, tutti siamo stati depredati di beni, servizi, diritti, garanzie e prerogative, per tutti i sentimenti prevalenti sono incertezza, frustrazione, preoccupazione e paura.

Non sono passioni felici, ma sono passioni alle quali guardare senza condanna. Non abbiamo saputo rispondere quando eravamo “proletari” all’appello di unirci, non ci resta che provarci oggi che ci hanno tolto anche quella speranze di dare un monto migliore alla prole, diventata anche quella un lusso.  Non tutto quello che è difficile deve per forza essere impossibile.


Scuole da orbi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Botte a scuola: un docente di un liceo scientifico di Matera, nel corso di un colloquio scuola-famiglia, è stato picchiato da un genitore,  convocato per parlare dello scarso rendimento della figlia. Il professore, subito dopo l’aggressione, è finito al pronto soccorso e i medici gli hanno diagnostico una spalla lussata con una prognosi di trenta giorni.

“In 25 anni di carriera non mi era mai successo niente di simile” è stato il commento del docente. Ha rincarato il preside dell’istituto: “In 40 anni non avevo mai visto qualcosa del genere”. La tempistica dell’episodio, non certo il primo e probabilmente nemmeno l’ultimo, rende difficile attribuire tutte le colpe alla Tv cattiva maestra, che pure un tempo ospitò Manzi di Non è mai troppo tardi, sostenere che responsabile sia la rete, dove si consumano prevaricazioni e aggressioni non solo virtuali, additare come reo il “populismo” che avrebbe eroso dalle fondamenta l’edificio dell’autorità, o imputarlo all’abbattimento di figure e icone care alla cultura patriarcale, peraltro ancora forte e in piena vigenza.

Se concorso di colpa c’è, andrà pur considerata l’eclissi dell’istituto del buon esempio,  definitivamente defenestrato da quello cattivo, dalla aberrante decodificazione del principio basilare della meritocrazia, piegata alle regole ferree delle disuguaglianze, cosicché successi, gratificazioni, affermazioni sono diventati monopolio di chi ne ha diritto per appartenenza, affiliazione e accondiscendenza. Per non dire dei voti, tutti, soggetti a interpretazioni estemporanee e personali. E mica solo quelli scolastici, se pensiamo a fantini disarcionati aiutati a rimettersi in sella con tutti gli onori, a acrobatiche  esegesi per le quali un 40 % vale moralmente e politicamente di più del 60%. O delle bugie assurte a comunicazione ufficiale e istituzionale, indispensabile all’esercizio di governo.

Tanto che proprio oggi, ancora una volta, assistiamo a una poco nobile gara indirizzata a creare gerarchie e differenze a seconda degli utilizzatori finali, di modo che il giudizio sia giudiziosamente condizionato dalle ragioni della realpolitik, dalla tolleranza verso un costume diffuso, da pregiudizi di varie tifoserie: una menzogna è peccato veniale se è in quota rosa, meglio ancora se riguarda  un titolo usurpato, laddove lo studio è merce svalutata e i laureati fuggono dal paese con buona pace della Puppato. O se serve a difendere virtù domestiche, come avrà pensato di fare il buon babbo di Matera, per proteggere fratelli in cerca di onorevoli occupazioni, per tutelare la reputazione di babbi incresciosi, o a salvaguardare funzioni diversamente pubbliche, presidenze del consiglio, dicasteri influenti.

Si, siamo di certo in presenza di vari fattori che concorrono a questo stravolgimento di valori e principi. Ma volendo fare una graduatoria, si dovrà attribuire un ruolo primario alla Buona Scuola che rappresenta al meglio questa deformità morale a cominciare dal nome. Altro che alunno svogliato, il solerte demolitore  ha completato il disegno perverso di dequalificazione dell’istruzione pubblica già avviato a dispetto del cognome Berlinguer, della fama di noti educatori, di proverbiali efficientismi, che aveva già fatto della scuola il rifugio sia pure frustrante e malpagato di molte donne in cerca di sistemazione parallela alla funzione di moglie e madre e di molti laureati che avevano via via ridotto ambizioni e velleità, ripiegando su tabelline e applicazioni tecniche.

Così è stata sancita, tramite riforma, la cancellazione del prestigio, dell’autorevolezza, della credibilità dell’insegnante, partendo dalla volontà precisa di  rendere tutti precari e ricattabili, migranti e senza famiglia, sradicati e deterritorializzati, assoggettati, sempre disponibili e senza alcuna garanzia. Distruggendo quel carattere attribuito al posto fisso come luogo della stabilità e del riconoscimento sociale, in modo che la flessibilità e la mobilità arbitraria esalti il potenziale di intimidazione e di discrezionalità della figura del dirigente. Proprio come esige l’istruzione secondo il pensiero forte ben espresso dalla ex ministra Giannini e che dubitiamo verrà smentito dal governo di burattini mossi da un altro burattino e da una neo ministra in odor di fedeltà, di nome e di fatto, al vento neo liberista: «Dobbiamo tendere sempre più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico….L’esempio al quale tendiamo sono gli Stati Uniti e dobbiamo sognare gli Stati Uniti d’Europa… ». Proprio come impone  la “missione” di ridurre l’istruzione a somministrazione di competenze tecniche e pratiche, sostituendo cultura, sapere e esaltazione di talento con il  know how e gli obiettivi di marketing dell’impresa.

Basta pensare agli accordi stretti per trasferire nell’università la formidabile esperienza della Mc Donald’s. O, peggio mi sento,  il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, per promuovere una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana  e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale”, cancellando con un unico colpo di spugna la vocazione “pacifista” della Carta, oltre che una idea di cittadinanza fondata su coesione, solidarietà, giustizia fondante della democrazia, piuttosto che su F35 e guerre Nato.

Varrebbe la pena di ricordare una frase di Goethe: “Le discipline di autodistruggono in due modi, o per l’estensione che assumono, o per l’eccessiva profondità in cui scendono” per mettere in guardia dal pericolo di educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”, secondo un modello tagliato su misura su Charlot, un operaio superspecializzato che esegue un solo gesto, che sa fare una sola cosa. E meglio ancora se la fa senza pensare, senza curiosità, senza ambizioni, senza memoria e senza speranza.

E senza dignità. Come devono essere i docenti, incaricati di impartire questa oscena didattica di abiura di diritti, desideri e aspirazioni agli alunni, per prepararli pedagogicamente a essere merci, prodotti invitanti e commerciabili sul mercato in virtù della disponibilità all’obbedienza, al conformismo, alla soggezione.

Quando il più bullo del Paese presentò la “sua” riforma ebbe a dire: “Non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi”, sottolineando come in una società intesa a esaltare le disuguaglianze venisse affidato al nucleo domestico la potestà di contribuire direttamente alla gestione della scuola e al destino della progenie, finanziando la libera iniziativa di presidi dinamici, eliminando gli ostacoli rappresentati da pesi morti, studenti sfavoriti, per promuovere carriere dinastiche e affermazioni di alti lignaggi.

È probabile che sia lo stesso sentimento che ha animato il bullo meno prestigioso che ha voluto esprimere la sua diretta e muscolare partecipazione al governo della Buona Scuola. Ma per tutti e due non basta di certo la nota sul diario, sbatterli dietro la lavagna, sospenderli per tre giorni. Tutti e due li sospenderei a vita.

 

 


Per l’istruzione entrare in area privata

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarà casuale che oggi chi ha cercato di entrare nel sito del governo che reca le informazioni sulla cosiddetta riforma della scuola si sia trovato davanti a questa scritta inquietante? Gli autori di un attacco potrebbero cercare di rubare le tue informazioni (ad esempio password, messaggi o dati della carta di credito) da labuonascuola.gov.it,  con il consiglio di tornare in “area privata”. Come se tutto il contesto nel quale è nato questo sciagurato provvedimento non fosse già un’area così privata che di più non si può, dove tutto si può vendere e comprare, dove l’ideologia che l’ha animata è quella di trasformare l’istruzione, la formazione, il sapere in merci e i giovani in merci da sbattere sul mercato perfezionando l’empia aspirazione dei due geni della pedagogia, la Moratti e la Gelmini, in modo che vocazioni, talenti, predisposizioni vengano sacrificati nel rispetto del marketing applicato all’occupazione sempre più precaria, e dove legittimi aneliti ad affermare le proprie capacità devono essere secondarie rispetto a ambizione, fidelizzazione, prevaricazione insomma a quella competitività che vorrebbe riportarci all’unica legge che questo ceto dirigente rispetta, quella della giungla.

Molte volte abbiamo scritto e oggi il Simplicissimus qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/07/10/la-buona-scuola-la-cattiva-grecia-storia-di-sconfitte-annunciate/ lo ricorda senza indulgenza, che insegnanti e genitori appartengono a quell’elettorato che ha creduto nelle promesse del premier e segretario di partito in ambedue i casi affetto da bullismo, che di fronte all’inasprirsi della lotta di classe alla rovescia condotta contro il lavoro, i suoi diritti, le garanzie conquistate in anni, quella dei docenti è stata certamente una corporazione molto appartata che ha esercitato una colpevole “astensione”, e che comunque questa scuola di oggi è il frutto di un susseguirsi di interventi uno più perverso dell’altro da parte di riformatori che hanno sempre guardato ad essa come bacino di consenso da conquistare con regalie e azioni arbitrarie, anziché promuovere un new deal dell’istruzione e della cultura. E che negli ultimi vent’anni, senza esclusione, si è lavorato intorno a una progressiva privatizzazione del settore, quindi ad una esaltazione in favore delle materie tecniche, dell’offerta perlopiù di un’attrezzatura di base per futuri occupati così poco preparati da essere disponibili a qualsiasi mansione prevista dalla nuova schiavitù, penalizzando quelle che invece promuovono la formazione, la potenzialità ad apprendere, la curiosità e il desiderio di approfondire dando opportunità al mercato ma soprattutto a vocazioni e talenti.

Così siamo arrivati a quest’ultima aberrazione   che si pretende di far passare come una specie di aggiustamento tecnico in nome di una maggiore efficienza, e che va nel senso di una visione della formazione  intesa come addestramento, come acquisizione di competenze in grado di sviluppare unicamente capacità di eseguire correttamente, e cioè velocemente ed efficacemente, protocolli di azioni ripetibili e uniformi a ordini precostituiti. Nel rispetto quindi di  una realtà e di uno sviluppo fondato  sulla concorrenza, sulla sopraffazione, sull’inganno.

E non poteva essere diversamente: il lungo processo di colonizzazione del modello di sviluppo e sociale statunitense ha condizionato interamente le nostre  esistenze e anche il nostro immaginario, quello personale e quello politico. E poco importa che da anni l’America abbia fatto autocritica e oggi stia rivedendo le basi della sua istruzione e della sua pedagogia: i nostri imitatori pensano talmente in piccolo anche rispetto all’ideologia della casa madre, da chiamare riforma un ridicolo articolato che si fonda su pochi squallidi capisaldi. Rafforzare una gerarchia autoritaria, sul modello della conversione definitiva della democrazia in tirannia, sancire una volta di più la potenza del ricatto come sistema di governo: «non si pos­sono fare le assun­zioni dei pre­cari nella scuola così com’è», riconfermare il primato dei soldi, introducendo criteri e requisiti che premino alcuni istituti sulla base dell’incremento delle disuguaglianze, grazie ad  indicatori territoriali, di ceto, di appartenenza a classi agiate, di possibilità dei genitori di “contribuire” volontariamente condizionando scelte pedagogiche, selezione degli insegnanti, compiuta da una figura dispotica, indirizzi di studio.

Da  set­tem­bre nella scuola regnerà il disordine:  il ddl è stato appro­vato ma le assun­zioni non saranno per tutti (ad alcuni sarà  generosamente con­cessa la passibilità di fare un altro con­corso,  quelle dei pre­cari sono dimi­nuite — da un annun­cio all’altro, da un emen­da­mento all’altro — da 148.000 a 100.000 circa fino ad arri­vare alle attuali 60.000, rendendo poco credibile perfino il nodo scorsoio con il quale si è impiccato un Parlamento che l’ha comunque preferito alla lealtà al mandato di rappresentare l’interesse generale.

Qualche giorno fa Luciano Canfora ricordava come   « il referendum fosse lo strumento della sovranità popolare, che veniva utilizzato nell’età antica. Chi lo critica si mette dalla parte degli oligarchi». Aggiungendo che se il modello della delega è ormai logoro, il referendum rappresenta un correttivo, un modo per restituire voce al cittadino comune e rammentando come fu  Jean-Jacques Rousseau a dire che il popolo inglese è libero soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento, ma appena questi sono eletti ridiventa schiavo.

Sentirete tanti dire che il referendum è un costo futile i tempi di carestia, altri diranno che i refrendum in Italia sembrano fatti per essere traditi, qualcuno tirerà da una parte e dall’altra quella pelle di zigrino che è diventata la Costituzione con le sue regole, che ogni giorno vengono disattese, oltraggiate in attesa della sua definitiva cancellazione.

Ma l’istruzione pubblica interessa tutti, docenti, alunni, genitori, nonni, zii, rami secchi, creature non ancora nate. Sse il referendum è lo strumento per riprendersi la cittadinanza, torniamo ad essere cittadini.

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: