Ci sono situazioni nelle quali l’ingenuità si trasforma da sguardo limpido e fiducioso nella paura di guardare dritto nella realtà. Mi sono accorto che qualcuno davvero pensava che, calato il sipario sull’immonda commedia del berlusconsimo, automaticamente si aprisse la strada della politica, della discussione, dei progetti e della capacità di riprendere in mano il destino del Paese. Dietro il velario mediatico e la sua intima volgarità, dietro l’egoismo profuso dall’ideologia liberista come succedaneo della socialità, si pensava di trovare  intatto, anche se polveroso, il vecchio paesaggio dal quale ricominciare.

Non è così e c’è un governatore a ricordacerlo: il governatore Monti. A ricordarcelo c’è una manovra banale e delirante assieme che mentre non affronta alcun nodo vero del Paese, nemmeno dal punto di vista liberista, mentre lascia intatte rendite e privilegi, colpisce con una ferocia ideologica ed eterodiretta i ceti deboli e popolari. Senza ragione e senza una vera speranza perché i problemi anche di bilancio dell’Italia sono altrove: nella corruzione, nell’evasione fiscale, nell’elefantiasi di un sistema pubblico considerato in parte come mangiatoia, in parte come welfare improprio e legato al voto di scambio. E’ fin troppo chiaro che questa non è una manovra Salva Italia, e nemmeno Salva Europa, ma Salva Merkel. E se proprio vogliamo dare un significato positivo a certi pianti, senza fermaci a emozionalità ottuse o furbesche, è evidente che essi nascono dall’impotenza a distaccarsi da certi impositivi “suggerimenti”.

Caduto lo scenario dobbiamo constatare che i tarli hanno mangiato la mobilia della repubblica. Il ventennio di Berlusconi  ha fatto da zattera della medusa per una classe dirigente incapace di rinnovarsi, ma non è mai stato altro. Il personaggio del resto non è mai stato sfiorato dalla politica, ha sempre portato avanti gli affari suoi dei suoi amici senza interessarsi dello Stato se non quando esso era un pericolo per se stesso, ha gestito il Parlamento come un parco buoi e la politica estera come insieme di rapporti personali. Questo vuoto ha finito per erodere quel poco di sovranità reale del Paese. Del resto  solo raramente ha trovato una vera opposizione: il fronte avversario è stato segnato da una sinistra ormai incapace di credere in se stessa, via via  presa dalle fascinazioni liberiste e ridottasi a guardare il proprio ombelico, ovvero i propri apparati, la propria casta allargata come il vero soggetto della sua azione. Per questo non ha mai pensato anche quando poteva farlo a segare i rami su cui si reggeva il consenso berlusconiano: perché ormai quei rami erano diventati i propri. E a lungo andare anche il partito maggiore si è riempito di vaticanisti, trilateratisti, clintoniani, funamboli del modernismo: insomma una fauna bizzarra ed estranea all’elettorato che infatti l’ha bocciata quasi sempre quando ha potuto mettere bocca.

Dal 2001 viviamo una situazione grottesca: quella di un Paese assolutamente diviso da due non politiche. E alla fine  è  venuta a mancare anche la sovranità reale del Paese che oggi è sostanzialmente retto a mezzadria tra Usa e Germania. Non a caso Napolitano organizzatore e garante dell’operazione Monti, è stato incoronato come Re Giorgio. Così per cavare le castagne dal fuoco per la Merkel e per evitare torbidi di borsa agli Usa dobbiamo fare manovre che non c’entrano nulla con il risanamento del Paese, ma che ne devastano gli equilibri e la convivenza civile. Dobbiamo impoverire milioni di persone per alimentare la caldaia economica tedesca e per rassicurare i macellai di Wall Street.

Proprio quest’anno che si festeggiano i 150 anni  di unità ci tocca constatare di essere ritornati ad essere una colonia con i suoi governatori e i suoi collaborazionisti, che occorrerebbe una nuova guerra di indipendenza. L’arma per combatterla ci sarebbe e si chiama politica, ma va tutta ricostruita, lontano da quei fantasmi che si agitano in parlamento fingendo un’autonomia che non hanno, prosciugata come le idee.