La tecnica è quella consueta, che ha sempre funzionato rispetto a un sistema informativo tendente alla posizione inginocchiata : fantasmagoria di numeri, 51 novità entro i prossimi 5 anni, come obiettivo 6 milioni di veicoli assieme alla Crysler, raddoppio della produzione di auto in Italia.

Ma…

Ma subito nuovi accordi sindacali, nuova flessibilità, 18 turni la settimana, sindacati a cuccia. Oltre allo scorporo di alcune attività qualificanti. Insomma scenari in cambio di sacrifici concreti e immediati

Allora vediamoli più da vicino i fuochi artificiali di Marchionne. E capiamo che i nuovi modelli sono sostanzialmente quelli noti da tempo: la city car che verrà prodotta in Serbia dal 2012, la nuova Panda, la strannunciata Giulietta e una serie di commercializzazioni Chrysler in Italia e Fiat Lancia negli Usa. Quanto ai restyling, siamo a livelli del tutto normali.

La cosa interessante è che in Italia in 5 anni, raddoppierà il numero di auto prodotte, dalle 660 mila attuali al milione e 400 mila, sempre che si esca dalla crisi. Una cosa buona e giusta, certo, ma fino a un certo punto. Intanto l’obiettivo sarà raggiunto sfruttando gli attuali stabilimenti e sacrificando Termini Imerese dal momento che una parte della produzione Lancia passerà alla Chrysler.

Se però allarghiamo lo sguardo e consideriamo, come fa Marchionne quando celebra il futuro, la situazione globale, se ci riferiamo all’insieme del nuovo gruppo scopriamo che la percentuale di auto prodotte da noi, sul totale, rimane più o meno uguale a prima. E potrebbe anche diminuire se in Europa la situazione ristagnasse e in Brasile, invece, come pare, decollasse definitivamente.

Ma la regalia dell’Ad Fiat ha anche altri motivi che scopriamo leggendo le tabelle del costo del lavoro nei vari Paesi: in Polonia, dove ora si producono 500 e Panda è arrivato parecchio vicino a quello italiano, ma in presenza di sindacati e di relazioni industriali molto più impegnative: si può tranquillamente supporre che entro 5 anni  l’Italia si riveli più conveniente da molti punti di vista. Quello di Marchionne non è certo un dono, è una mossa di puro interesse.

Insomma si conferma sempre di più l’allontanamento di Fiat dall’Italia. E anche il ricatto esercitato per rimanervi: sonno sindacale, bassi salari, politica arrendevole. Questo da un gruppo che è vissuto grazie a immense risorse pubbliche e a un sistema che gli ha permesso di avere  una posizione quasi monopolistica.

Cose che altrove non sono nemmeno concepibili: provi Marchionne a far produrre una sola vite della Chrysler in Italia e poi vediamo quel che succede. Farebbe lo sci d’acqua sul lago Erie, ma a calci nel sedere.