Ella, come si diceva nell’aulica lingua democrista, ha abbastanza anni da aver maturato una invidiabile esperienza politica e umana nel cuore di tenebra del secolo scorso, ma ha anche abbastanza anni da non conoscere a fondo la logica dei media: così pensa ingenuamente di essere lei a scrivere i discorsi o le pubbliche lettere che invia. A farlo sono invece le televisioni e i giornali che estrapolano concetti, parole, che fanno di una frase il distillato ultimo di molti pensieri. Ed è quello che rimane nella cosiddetta opinione pubblica.

I mezzi di comunicazione di massa sono sordi e ciechi alla complessità, amano le cose immediate, la semplificazione al limite del fraintedimento. Se poi, come nel nostro Paese, i media sono per gran parte in mano a un solo potere che peraltro coincide con quello politico, la deformazione assume la caratteristica forma della propaganda e della speculazione. Ella è convinta di aver espresso una posizione equilibrata e non si accorge invece di aver pesato su un solo piatto della bilancia, a causa di un veniale, quasi inosservato eccesso di retorica in un qualche passaggio. Così nella sua lettera alla signora Craxi ha involontariamente collaborato a un’opera di beatificazione che, a leggere il resto del testo, non compare. Anzi, se si guarda attentamente, viene esclusa. Perché, se mi permette un’interpretazione, la durezza nei confronti di Craxi è tale solo a confronto dell’impunità sostanziale di un sistema che è rimasto uguale a se stesso fino ad oggi.
Certo il testo completo è pubblicato, ma nelle pagine interne, quelle che vengono leggiuchiate sotto l’influenza dei titoli di prima pagina,  quando non passano direttamente in pescheria . Se lo lasci dire da uno che ha avuto  su di sé gli occhi attenti dei branzini e delle triglie moribonde. Le ombre che lei ha intravisto e citato sono scomparse per il lettore normale e ancor più per quello televisivo a cui nemmeno è giunta l’eco di una posizione critica.
Eviti, la prego, che al Colle sia tirato mediaticamente il collo.