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Maternità negata, maternità business

leoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una perfetta e perversa  coincidenza, proprio mentre una giovane profuga respinta al confine di Bardonecchia moriva dando alla luce suo figlio, il web si estasiava per l’ostensione senza confini e dogane di un’altra gravidanza seguita passo  passo e della maternità tatuata e patinata, quella di un’altra giovane donna “prodige”, tale Ferragni, che senza talento se non quello dell’autopromozione, della visibilità che sostituisce qualità e reputazione,  ha raggiunto un celebrato successo vendendo la sua immagine, proponendo il suo outfit e i suoi consigli di look, come riferimenti doveroso per emanare la luce scintillante della contemporaneità (la rivista Forbes l’ha definita «l’influencer di moda più importante al mondo), imponendosi come testimonial irrinunciabile di cosmetici  e prestigiosa icona di premiazioni e trasmissioni,  trasformando la sua persona  e se stessa in prodotto, addirittura in industria che vanta un fatturato plurimilionario e che ha conquistato l’evidente favore di investitori.

Le immagini a confronto confermano che diventare genitori è un lusso negato perfino a quelli che un tempo si chiamavano proletari,  che  pochi possono permettersi questo esclusivo appannaggio, ammirati e invidiati da chi non li può imitare. Che per i più per procreazione responsabile significa non metterli  al mondo i figli senza certezze, lavoro, appagamento di talenti, vocazioni, desideri e tantomeno diritti.  Mentre per i pochi  l’esibizione dei gioiosi  affetti genitoriali si colloca nella valorizzazione di se stessi come brand e il neonato come possibile linea per nuovi prodotti, o nell’esaltazione  e spettacolarizzazione di una dimensione umana a uso del popolo bue da ingannare, oltraggiare,  sfruttare elle funzioni di consumatore che le prerogative di elettore sono cancellate o moleste

A  quei pochi non serve il bonus bebè elargito benevolmente dai governi delle elemosine e della mancette, estemporanee generosità nei confronti di famiglie espropriate, ingannate, costrette alla convivenza per mancanza di alloggi, di donne restituite al focolare per occuparsi di vecchi e bambini estromessi dal sistema di welfare, quel bonus che l’ingeneroso Inps – la cui sopravvivenza è largamente assicurata dai contributi degli stranieri – vorrebbe negare alle immigrate, quel bonus che pensose ministre e titolate  presidenti  concedono per persuadere riottose carrieriste a ripopolare di pura stirpe italica un paese la cui cultura  e le cui tradizioni sono minacciate da invasioni minacciose, a fronte del processo di avvilente umiliazione delle aspirazioni e dei diritti di tutti,  degli uomini e ancora di più delle donne. .

Di fronte alle donne gravide rifiutate da paeselli  irriguardosi dei più elementari requisiti di umanità, alla donna morta a Bardonecchia, qualcuno dice che non si ci si può far carico dei mali e dei  lutti del mondo, ma magari di quelli dei quali siamo corresponsabili, quelli si. Se i progressi dello “sviluppo” invece di generare vita e speranza producono morte. Se l’emergenza fame minaccia di morte imminente 124 milioni di persone in 51 Paesi (11 milioni di persone in più di un anno fa)  che vivono una situazione di crisi alimentare acuta, tale da aver bisogno di un’azione umanitaria urgente e forse ormai tardiva in in Myanmar, Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Sud Sudan e Yemen.  Se guerre, saccheggio delle risorse altrui per aumentare i profitti degli sfruttatori, disastri climatici prodotti da uno crescita energivora dei paesi del benessere sono i fattori di questo genocidio in atto. Se il primo rapporto mondiale sul degrado del suolo denuncia che in molte aree del pianeta la situazione dei terreni ha raggiunto livelli «critici», con un impatto negativo sul benessere di almeno 3,2 miliardi di persone,   spingendo il pianeta verso la sesta estinzione di massa delle specie e se nelle proiezioni al 2050, gli studiosi prevedono 4 miliardi di persone costrette a vivere in terre arride tra i 50 e i 700 milioni di esseri umani che non avranno alternativa a lasciare il proprio paese. Così nel 2050 i migranti climatici saranno 143 milioni.

E se la somma destinata al salvataggio delle banche americane e europee sarebbe bastata a garantire 17 anni di aiuti umanitari primari ai paesi in crisi umanitaria. E a finanziare per 60 anni la ricerca su cancro, Aids e malattie genetiche e se con un centocinquantesimo si potevano vaccinare per 10 anni consecutivi tutti i bambini sotto i 5 anni di 117 paesi.

E se le campagne di un tempo sul controllo demografico hanno assunto l’aspetto arcaico e superato della vecchia propaganda e della cattiva post coloniale, allorché il sempre vivo ’imperialismo ha preferito muovere eserciti disarmati e impotenti di addetti alle nuove schiavitù, spostandoli dove il padronato globale chiede manodopera a poco prezzo, esausta, ricattabile, disperata.

E, ancora, se l’attacco allo stato sociale, al reddito e al futuro delle famigli fosse stato non una misura improvvida ma il compimento di un progetto politico finalizzato a riportare nello spazio di mercato tutte le conquiste economiche e sociali, tutte le garanzie e i diritti, gli interventi di protezioni e gli obiettivi di redistribuzione.

Arduo pensare di mettere al mondo i frutti dell’amore dove s sono nutrite rabbia, frustrazione, inimicizia. Quando nuclei famigliari che hanno perso il lavoro o che si sono adattati a occupazioni precarie si sono visti tagliare i sostegni al reddito, l’assistenza e le cure, la prospettiva di una pensione dignitosa e adeguata per non pesare sui figli. Arduo pesare di uscire dalla condizione di un occidente vecchio, di un paese vecchio – lo dice perfino l’Ocse –  ma senza la saggezza e la lungimiranza della venerabile condizione, quando i nonni che ci siamo meritati sono re che non si rassegnano alla detronizzazione, marpioni imbellettati smaniosi di congiungimenti avvelenati di potere e carnali. E quando non sappiamo più riservare tenerezza e affetto per i bambini che vediamo correre, frignare, poppare, ridere fuori da Instagram, per i bambini veri, i nostri e quelli che non conosciamo, i bambini che non vediamo e i bamnbini che  verranno, Se potranno,

 

 

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Ministero della verità

bugiemedia1Il processo di dissoluzione delle libertà e in particolare della libertà di espressione si va completando: qualche giorno fa alla presenza di sua eccellenza il ministro per gli affari interni Marco Minniti e del Capo della polizia Franco Gabrielli è stato presentato  il nuovo servizio di segnalazione istantanea contro le fake news. Così il Centro nazionale anticrimine informatico avrà meno tempo e meno mezzi per dedicarsi che ne so ai pedofili in rete e alla truffe via internet per fare spazio alla guerra contro le notizie scomode ovvero quelle da cui da cui la galassia del potere si sente danneggiata. Il fatto stesso che il servizio sia “istantaneo” rivela  il fatto che esso prescinda da qualsiasi accertamento di merito o criterio di verità e si limiti a segnalare qualunque cosa compaia negli elenchi di ciò che dovrebbe essere considerato menzogna. E quindi lascia anche spazio ad interventi altrettanto istantanei di censura (tipo chiusura o oscuramento dei siti ) in attesa di eventuali e futuri accertamenti giudiziari che – al di là delle normalissime offese e querele – sono di fatto impossibili.

Non si potranno più dire un’infinità di cose comprese quelle che tra qualche anno passeranno da “false notizie” ad ammisioni ufficiali, come è accaduto per i cinqiue miliardi passati all’Ucraina, ai terroristi arrruolati contro Assad, come sta già accadendo col Russiagate. Ma non si potranno più dire cose più vicine al nostro quotidiano come per esempio che l’influenza di quest’anno è stato uno stratosferico affare per le aziende farmaceutiche che prima hanno venduto a man bassa un vaccino contro un ceppo virale sbagliato e poi hanno lucrato sui farmaci che alleviano i sintomi. Qualcosa che è già avvenuto ufficialmente nel 2014 e nel 2015, ma che si è riproposto molto spesso al punto che uno dei padri dei vaccini, Sabin, trent’anni fa espresse molti dubbi sulla reale efficacia dell’immunizzazione contro questo tipo di virus i cui ceppi si mescolano e mutano costantemente in modo difficile da prevedere,  sostenendo che il crollo dei decessi  per influenza fosse in gran parte da addebitare ai presidi farmacologici contro le complicanze batteriche e alla migliore assistenza verso i ceti più poveri della popolazione.

Benché non sia affatto un antivaccinista, questo eventuale post entrerebbe certamente nel novero delle fake news perché potenzialmente danneggia un complesso economico che ha una notevole osmosi verso la politica subalterna. Il punto centrale però è che queste affermazioni sono difficilmente smentibili, per definirle semplicemente false ci vuole un atto di imperio e questo perché la verità che non riguarda le fatturalità elementari,  non è qualcosa di dato, è un processo, un logos, deriva da una dialettica di argomenti che poi hanno il loro riferimento negli interessi reali: non a caso la conoscenza significa conoscere insieme. Dirò di più la democrazia è denotata più dalla libertà di questo processo che dalle ritualità elettorali e istituzionali che sempre più spesso subiscono la subornazione memica ed emotiva dell’informazione centralizzata.

Ora per quanto io possa svalutare chi ha votato per Minniti o per le forze che ora lo hanno trasformato nel ras dellgli Interni, non credo che gli abbiano affidato il potere di decidere cosa è vero e cosa non lo è. E men che meno di decidere nel caso specifico che le fake news popolano la rete e non giornali o televisioni, perché tanto si sa che l’informazione ufficiale è in buone mani e che loro false notizie assumono l’attrazione che hanno le deiezioni per lo scarabeo stercorario. Magari da un punto di vista pratico questa macchina di censura orwelliana si metterà in moto lentamente, più lentamente di quanto non stiano operando le major della rete che spacciano il controllo dell’informazione con le solite idiozie di mercato, ma di fatto ciò che sta accadendo da noi come nel resto del mondo occidentale è un golpe, teso a strappare gli ultimi brandelli democrazia reale, con una politica trasformata nel lobbismo del potere economico e lo stato ridotto ad occhiuto e pervasivo strumento di sorveglianza.


Altro che vaccini: in 12 milioni costretti a rinunciare alle cure

news127508Qualcuno leggendo questo blog avrà probabilmente notato come l’ottimismo vi abbia poca cittadinanza, sia nella sua forma di ottusa adesione alla fiesta mobile del liberismo che in quella di placebo o peggio ancora di rimozione dei dati di realtà. Questo perché l’ottimismo, se applicato al di fuori delle singole esperienze personali, non è tanto una sorta di stato d’animo, un tentativo apotropaico ma diventa una deformazione conoscitiva e in ultima analisi un auto inganno. In realtà le stesse categorie di ottimismo e pessimismo sono spurie e nate all’interno del dibattito filosofico sul migliore dei mondi possibili tra la Teodicea di Leibniz e il Candide di Voltaire insomma, poi volgarizzate dal capitalismo trionfante nella prima metà dell’Ottocento in quanto utili alla sua mitopoietica e alla spiegazione antropologica del mercato, con una puntata teologica attraverso Weber e l’etica protestante.

Credo che sia una doverosa introduzione alla sempre più radicata convinzione che l’Italia non ce la può fare preda com’è di una ceto politico insignificante in tutto tranne che nella corruzione, di una società ormai atomizzata e indirizzata nel complesso dalla peggiore informazione del mondo occidentale quella che mente persino nelle previsioni del tempo per ragioni turistiche e che – agghindata nei panni del boia quando si tratta della minima protesta – trasforma in eroi i terroristi venezuelani che bombardano dagli elicotteri i palazzi governativi. Se questa carta straccia vende ancora qualcosa della sua merce adulterata vuol dire che qualcosa non funziona, che non è solo la testa del pesce che puzza, ma è il corpo che sembra presentare inizi di ottenebrazione e decomposizione sempre più evidenti.

Tre settimane fa è stato presentato dal Censis un nuovo rapporto sulla sanità nel quale si scopre che 12, 2 milioni di italiani hanno dovuto rinunciare alle cure sanitarie per l’impossibilità di pagarre persino il ticket con un aumento di oltre il 10 per cento rispetto all’anno precedente. Nel contempo – nell’ambito del caos organizzato della sanità pubblica, derivante dalle ruberie politiche e dall’avidità del ceto medico – sono mediamente aumentate di altri 8 giorni le attese per esami ed interventi, così che la spesa presso le strutture private è salita a 35,2 miliardi con un aumento di oltre il 4 per cento. Qualcosa di drammatico perché sono 13 milioni gli italiani che nell’ultimo anno (2016) hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie di tasca propria, 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con le banche, proprio mentre 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.

Ma mentre questi dati drammatici sono passati sotto silenzio, anche grazie all’anonimato anglofilo del convegno Welfare day in cui tutto questo è stato discusso, ciò che ha tenuto banco è stata la battaglia  sui vaccini obbligatori come se non si badasse per nulla al diritto alla salute, ma piuttosto alla libertà di rifiutarla a priori. Non mi voglio soffermare sulle assurde fesserie con le quali si sono prodotti centinaia di incompetenti e tuttologi allo sbaraglio, compresi quelli considerati autorevoli da chi non conosce i personaggi, che hanno seminato timori inesistenti, sinergiche nel tempo della paura, né sul singolare ragionamento che le vaccinazioni siano imposte dal sistema delle major farmaceutiche: in realtà queste nel medio periodo avrebbero tutto da guadgnare dall’aumento delle patologie piuttosto che dalla loro prevenzione. Non mi metto in questo discorso perché da un punto di vista formale non c’è dubbio che la libertà di rifiutare le cure (anche se in questo caso si agisce per conto di altri) sia basilare e che il comportamento ottuso della ministra con i suoi obblighi inutili in sostituzione di una corretta ‘informazione, sia stato un ennesimo esempio di stupidità governativa.

Sta di fatto però che l’unica fiammata sulla sanità sia stata questa e non una ribellione alla distruzione del sistema pubblico, allo scandalo di civilità costituito dai milioni di persone che non possono più curarsi, alla sempre più catastrofica disuguaglianza tra chi può accedere ai presidi sanitari e chi no. Si è incendiata invece sulla libertà di non prevenire, trovando guarda caso spazio e consensi all’interno di una sedicente sinistra che sta liberamente vaccinandosi contro l’intelligenza.


Cuba, ricercatori americani cascati dalle nuvole

ff_102_cuba1_fSono letteralmente cascati dalle nuvole o forse semplicemente dal pero dove sono saliti  grazie alle liane dell’arroganza, dall’incapacità di vedere al di là del proprio naso e del mito americano: i ricercatori in immunologia di tutti gli States raccolti a congresso dall’Economist a Boston per esaminare lo stato della ricerca contro il cancro, hanno scoperto quello che mai avrebbero immaginato e mai hanno voluto sapere: che Cuba nel campo dell’immunologia, è più avanti di loro, oltre ad avere 1200 brevetti farmaceutici internazionali, ad aver dato un contributo fondamentale  nella sconfitta del virus Ebola e a produrre farmaci unici nel loro genere tra cui il solo in grado di evitare l’amputazione nei casi del “piede diabetico” (quello di cui soffriva Craxi, per fare un esempio) che gode di 21 licenze sanitarie e 3o brevetti, ma che fino a ieri non poteva essere usato negli Usa per evitare le 70 mila amputazioni all’anno a causa dell’assedio chiamato eufemesticamente embargo.

Lo ha rivelato all’attonita platea, Kelvin Lee, presidente della sezione di immunologia dell’istituto del Cancro di Roswell Park a Buffalo, il quale del tutto casualmente, a causa di una paziente di origine cubana, è venuto a sapere che il centro di immunologia e biotecnologie di Cuba produceva vaccini innovatori  per i tumori polmonari e ha invitato il ricercatore di cui parlava la signora ad una conferenza che gli aperto orizzonti impensati. O meglio orizzonti che la narrazione ufficiale e l’ideologia dominante gli avevano precluso persino di pensare. Sconcerto nella platea a tal punto da indurre il direttore di una rivista scientifica, Life Science Leader a denunciare nel numero in stampa la colpevole e totale carenza di informazione su Cuba (qui) , mentre si consumava l’ottuso rito di aborrimento di Fidel Castro e la sordida commedia del blocco che comprendeva  -non so se dire ovviamente o stupidamente – anche le pubblicazioni scientifiche. Sconcerto non solo e non soltanto per non averne saputo nulla ed aver ideologicamente esorcizzato la realtà, ma anche perché veniva squadernata fra gli illustri ricercatori la dimostrazione palese ancorché accuratamente nascosta, di  come la scienza americana – all’esatto contrario di quanto non si pensi – sia  scarsamente produttiva in rapporto ai giganteschi investimenti di cui può godere e che nel campo della medicina sono oltre  1000 volte superiori a quanto si può permettere la piccola grande isola. E non bastano certo i telefilm, i media incantati o i nobel comprati al mercato coperto di Stoccolma, per cambiare una realtà nella quale peraltro vengono coinvolte in prima fila tutti i cervelli che si possono rastrellare in Occidente o nell’Asia  periferica: è una questione di struttura, di cultura, di sistema che sarebbe interessante analizzare nei particolari e nei risultati.

Naturalmente non tutto nasce per caso: la tardiva scoperta di Cuba come Paese molto avanzato nelle biotecnologie è avvenuta circa due settimane prima che finisse il mezzo secolo di embargo verso l’isola: dal 14 ottobre le società Usa sono libere di importare e commercializzare i medicinali cubani con tutto il contorno che è facile immaginare, mentre ci si appresta ad impadronirsi delle conoscenze prima sconosciute: il centro per il cancro di  Roswell Park ha già chiesto l’autorizzazione di associarsi al Centro di immunologia molecolare dell’Avana. Il direttore di Life Science è stato costretto ad ammettere che tutto questo è dovuto principalmente al fatto che lo Stato cubano ha fatto della salute dei cittadini una priorità destinandovi un quinto delle risorse. E conclude ” a chi ha fatto più male l’embargo? ”

Non è mai troppo tardi per i pentimenti e le lacrime di coccodrillo, ma tutto questo porta a pensare che la fine del blocco non sia proprio quell’atto di augusta e bonaria concessione che si è voluto far apparire: sfruttando i risultati di un regime da sempre esecrato, combattuto e condannato, si possono fare profitti a palate. E in questo davvero sono imbattibili.


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