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Un Paese nel sacchetto

SupermercatoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con sollievo leggo della crisi dei centri commerciali, coi loro smisurati parcheggi ormai deserti, i lungi corridoi espositivi polverosi, dell’abbandono in cui versano  le nuove cattedrali dove si officiava la liturgia del consumo, che avevano sostituito piazze e corsi di paese dove la gente  si incrociava e si dava appuntamento in scenari di cartapesta e stagioni artificiali e sempre uguali. E allo stesso modo non mi piacciono i supermercati: meglio il mercato di rione scomparso, perfino la botteguccia sotto casa, sguarnita e cara come bulgari dove con la serranda mezza abbassata implori il cingalese ermetico di darti le sei uova per una frittata d’emergenza, di gran lunga preferibili a quella colonna sonora di annunci e musiche ambient,  a quelle luci che confondono, a mappe incerte che rendono irrintracciabili prodotti e merci tra   meste coppie con lei che vieta al marito l’acquisto di salamini punendo l’eterno fanciullino che risiede in ogni maschio, bimbi che strepitano e il panorama avvilente di carrelli colmi di 4 salti in padella  e patatine surgelate raccomandate da masterchef acchiappacitrulli.

E adesso ci andrò ancora più malvolentieri: dall’1 gennaio è entrata in vigore la norma inquattata nel Il decreto Mezzogiorno approvato in agosto, grazie alla quale  quei sacchetti leggerissimi di plastica in cui si raccolgono, si pesano e si prezzano i prodotti venduti sfusi come frutta, verdura o affettati devono   essere di plastica biodegradabile, devono essere monouso, devono essere a pagamento  a differenza che in gran parte degli altri Paesi europei.

Il provvedimento avrebbe  una duplice vocazione: quella pedagogica, per stimolare i consumatori a comportamenti più sostenibili, e quella di dare sostegno alle imprese italiane del settore, penalizzate dalla massiccia importazione di shopper da partner europei come Francia e Spagna. E ad una in particolare, ma si tratta certamente di una malignità,  che agisce in regime di   monopolio, Novamont,  e che fa riferimento a un soggetto  ben identificato che gravita con entusiasmo intorno alla cerchia renziana, in veste di testimonial e sponsor.

Ora non c’è da avere dubbi che la decisione   di far pagare ai consumatori i sacchetti biodegradabili per la spesa, compresi perfino quelli delle farmacie, nasca da un intento esplicitamente speculativo, altrimenti sarebbe la prima volta che un governo  dei tanti che si sono avvicendati non assecondi e appaghi gli avidi appetiti di lobby e imprese  a cominciare da eccellenti norcini fornitori delle real case.

E dovremmo esserci abituati. Ma non si è mai abbastanza assuefatti alla ipocrita speculazione morale che ben i colloca nel contesto della necessaria e doverosa ubbidienza ai diktat europei, pera poco sentiti nel caso di tortura, norme antiriciclaggio e  corruzione, traffico di rifiuti anche a mezzo navi. È che la pretesa e la rivendicazione di tenaci convinzioni ecologiche da parte del partito unico suona davvero come un’offesa per  chiunque si  senta in bilico su una fragile palla appesa e pericolate, e in un paese assoggettato all’impero delle puzze e dei gas in guerra con popoli e col pianeta che li ospita, con governi che hanno licenziato leggi in favore di condoni infausti per il territorio, che hanno bloccato da anni qualsiasi seria misura per il contenimenti del consumo di suolo, che scelgono ostinatamente di investire in grandi e pesanti opere invece di mobilitare risorse per la salvaguardia e il risanamento idrogeologico e per gli interventi antisismici,   che autorizzano le maledette trivelle. Che concedono licenze premio per lo sfruttamento delle spiagge con annesse costruzioni mai abbastanza effimere, manomettono le regole nazionali e europee con  l’infame Decreto legislativo 104,   che rende la valutazione di impatto ambiente un affare contrattato tra imprese e governo.  Coi sindaci del Pd in prima fila nella cura del ferro perfino sotto le piazze di Firenze e le regioni  che come in Sardegna approvano il maxi  aumento di volume per hotel e lottizzazioni sul mare, a imitazione del piano casa di Berlusconi.  

Perfino in questo caso l’ambientalismo di governo si mostra per quello che è. Una montatura retorica a copertura di opachi interessi privati: in barba ai capisaldi ecologici del riuso e del riciclaggio, i sacchetti sono monouso e – se resistono – possono essere usati unicamente per la raccolta domestica dell’umido con gli esiti che qualsiasi regine dalla casa conosce. Ci si accontenta di poco. Gli shopper d ovranno essere biodegradabili e compostabili secondo le norme UNI EN 13432  con un contenuto di materia prima rinnovabile di solo il 40%, che diventerà del 50% dal 2020 e del 60% dal 2021, (proprio quella dei sacchetti Novamont?). Sicché viene meno gran parte dell’obiettivo ambientale: la loro vita è lunghissima e pure questi come quelli dell’ancien règime ce li ritroveremo sull’Everest o a soffocare gli atolli tra qualche secolo, ammesso che la terra e noi resistiamo a certi ambientalismi.

Un gran numero di anime belle è molto attivo sul web, chi per raccontarci delle sue abitudini virtuose grazie a acquisti equi nel mercatino solidale, chi con la sporta di rete nel biologico a km zero e perfino chi con l’orticello sul terrazzo dell’attico. Poi ci sono quelli che insorgono: vi siete bevuti tutte le baggianate e avete subito tutti gli affronti inferti a lavoro, scuola, pensioni, cure e diritti e adesso improvvisamente vi svegliate per un furtarello che vi costerà 7 euro l’anno?

Sarò pure un’arcaica anarchica arruffona, ma in mancanza d’altro vedo come un segnale positivo anche i fermenti per il pane e l’assalto ai forni, considero un risveglio modesto ma non trascurabile quello di gente che dopo essere stata convertita  in merce da essere comprata e venduta, con l’unico superstite diritto, quello di consumare, non ha più i beni per esercitarlo e magari si ricorda degli altri perduti, espropriati. E si arrabbia.

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10 responses to “Un Paese nel sacchetto

  • redattorecapo

    L’ha ribloggato su bondenocome ha commentato:
    Avevamo appena finito di deprecare i mutamenti nelle modalità del commercio (che hanno portato alla scomparsa dei rapporti umani conseguenti) che è saltata fuori l’ennesima norma UE

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  • Anonimo

    si può guardare:

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  • Anonimo

    questa sembra una donna e non una femminista lagna e fotti…

    https://comedonchisciotte.org/e-se-ahed-tamimi-fosse-vostra-figlia-di-gideon-levy/

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  • Piccaluga

    Cara Anna Lombroso,
    immagino che, altera e sdegnosa com’è, non leggerà nemmeno i commenti dei lettori dei suoi articoli. ma io scrivo lo stesso.
    Ebbene, provo repulsione per il suo aggressivo cattivismo femminista che vomita in quasi tutti i suoi pezzi. che bisogno ha di offendere?
    nel caso di specie, la sua non è nemmeno una offesa originale né ragionata, bensì un rigurgito del pensiero unico, che lei stessa è inconsapevole di avere.
    io – ma posso sbagliare – vedo da un lato una metà del genere umano che ha sostenuto il mondo sulle proprie spalle dall’inizio della storia (con costi e tributi anche di sangue inimmaginabili e ignorati) senza fare un lamento, dall’altra creature totalmente preda di consumismo compulsivo e schiave del comfort, tutte prese tra smalti per le unghie e gossip e mai ritenute responsabili delle proprie azioni. ora, chi le sembra più fanciullo?
    i suoi articoli sono a ben vedere poco più che un velenoso accrocchio di insulti. dove son finite solidarietà e compassione?
    Cordialmente,
    un pover’uomo

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    • Anonimo

      È da tempo che ho notato una “devianza iper femminista”, nella Lombroso che peraltro vorrebbe, infastidita, rimuovere o censurare queste mie osservazioni…di solito quando le faccio interviene il suo amico Jorge che inizia a blaterare sul valore del femminismo nell’ ‘800 o simile, e li va a finire in caciara.

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    • Anonimo

      Le osservazioni “sull’iper femminimo” che a volte fa trasparire la Lombroso, però, POCO C’ ENTRANO CON IL SOPRA RIPORTATO ARTICOLO della Lombroso stessa.

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    • anna lombroso

      Gentile Poveruomo, si vede bene che Lei matura da molto tempo questo sfogo sconsolato che infatti arriva a sproposito, ammissione che riconosco perfino al mio affezionato Anonimo, Non ho una visione manichea dei poteri, nè tantomeno complottista. Ma di solito cerco di mettere in luce che se non credo a una divisione di popoli e masse in ceti dirigenti viziosi e società civili virtuoso, sono convinta che la degenerazione della condizione di cittadini in merce da consumare e che deve consumare si deve a un modello di sviluppo che oggi forse sta portando al suicidio capitalistico anche se non ci spero.. almeno se non aiutiamo la sua morte nemmeno tanto dolce. Incrociare tanto angusto e arcaico pensare mi fa trasecolare, il pensiero di poveri uomini che trascinano stancamente la carretta di monsù travet mentre dissennate sciacquette si trastullano tra balocchi e profumi mi pare così estrema da farmi ricordare le lettere alla posta inventate, per dare agio ala ricevente di esercitarsi Assicuro i miei affezionati lettori che invece è autentica e vale una circolazione a dimostrazione che il femminismo non è mai troppo finchè sussistono avanzi patriarcali così marchiani. A Anonimo invece voglio per una volta rispondere per dire che se c’è una cosa che ho accettato uasi interamente del femminismo è la convinzione che il privato è politico. Ma voi state trasformando in politico e pubblico un risentimento personale che parla di frustrazioni e angherie subite. E men ne dolgo per voi. Fate pace con voi stessi e le donne escluse quelle che vi hanno fatto soffrire.. tra l’altro io sono vittima di attacchi dalle quote rosa della rete con l’accusa di abiura, i almeno di tentennamenti, in virtù del fatto che una certa inclinazione alla laicità mi porta a inquadrare i problemi senza abbandonarmi a pregiudizi positivi o negativi.
      Buon anno a tutti due e che sia benevolo per tutti

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  • Un Paese nel sacchetto | infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Con sollievo leggo della crisi dei centri commerciali, coi loro smisurati parcheggi ormai deserti, i lungi corridoi espositivi polverosi, dell’abbandono in cui versano  le nuove cattedrali dove si officiava la liturgia del consumo, che avevano sostituito piazze e corsi di paese dove la gente  si incrociava e si dava appuntamento in scenari di cartapesta e stagioni artificiali e sempre uguali. E allo stesso modo non mi piacciono i supermercati: meglio il mercato di rione scomparso, perfino la botteguccia sotto casa, sguarnita e cara come bulgari dove con la serranda mezza abbassata implori il cingalese ermetico di darti le sei uova per una frittata d’emergenza, di gran lunga preferibili a quella colonna sonora di annunci e musiche ambient,  a quelle luci che confondono, a mappe incerte che rendono irrintracciabili prodotti e merci tra   meste coppie con lei che vieta al marito l’acquisto di salamini punendo l’eterno fanciullino che risiede in ogni maschio, bimbi che strepitano e il panorama avvilente di carrelli colmi di 4 salti in padella  e patatine surgelate raccomandate da masterchef acchiappacitrulli. […]

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