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Cosmopolitica da Marte

26pol2-cosmopolitica-5050-420x277Lo vediamo che  Renzi si dibatte come un’anguilla nella tenaglia fra l’Europa  e la ripresa inesistente nella quale da buon frequentatore del bar sport credeva così ingenuamente da far fuori anzitempo Letta perché non ne godesse i frutti. Sappiamo anche che il disastro è in agguato perché in questa ingannevole prospettiva, sotto la spinta dei voraci e opachi padroni del vapore locali, il premier si è slanciato nelle regalie pre elettorali degli 80 euro e nelle donazioni alle aziende del job act, tutte cose prive di senso al di fuori del teatrino mediatico e che ora pesano come un macigno obbligando il governo a un nuovo e inevitabile aumento della tassazione, prescritto del resto da Bruxelles attraverso le clausole automatiche di salvaguardia (aumento di 2 punti dell’Iva, delle accise e via dicendo).

Questo senza parlare del danno immenso che l’inconsistenza politica del premier e del suo governo, il suo essere un sottoprodotto dell’Europa oligarchica, producono rendendo l’Italia completamente assente sul piano internazionale e ridicolo megafono di volontà altrui. Ma è desolante vedere come anche all’opposizione che teoricamente dovrebbe potersi avvantaggiare di tutto questo, le cose non vadano molto meglio e dimostrino il nulla di ideazione e cultura politica, l’involuzione drammatica del Paese. Lo dimostra  meglio di ogni altra cosa la “dieta” di Sinistra Italiana (in pratica Sel allargata)  che si è data da fare per presentare la sua “Cosmopolitica”. Di cosa si tratta? Di niente è solo l’ennesimo involucro che si propone di conquistare uno spazio elettorale, vasto, ma non coperto da nessuno, un tentativo di creare un contenitore che salvi trombati, rottamati, epurati e marginalizzati dalla tragedia personale della perdita della poltrona. Con relativi saluti e interventi del Jedi Vendola e della principessa Leila alias Boldrini.

In particolare fra deliri di vario genere messi lì a pantografare i cliché in cui ormai consiste la sinistra, si è potuto osservare lo spassoso spettacolo di chi, appena atterrato da Marte (forse è questo il senso della Comopolitica) , continua imperterrito a parlare dell’altra mitica Europa e della conseguente necessità di non fare assolutamente nulla per spezzare la cortina di ferro dell’austerità, nonostante le terribili esperienze fatte in questi anni. Le parole di Fassina sono illuminanti, pur costituendo la notte in cui tutti i detentori di poltrone sono neri e l’ennesima giravolta del personaggio : “L’alternativa non è la solitaria e disperata uscita dall’euro. L’alternativa è, insieme al programma di democratizzazione dell’euro-zona, la preparazione in un quadro cooperativo di un Piano B pro-labour”. Naturalmente non è dato sapere quale sia questo programma di democratizzazione dell’Europa, né con quali mezzi lo si potrebbe portare avanti e nemmeno cosa significhi il quadro cooperativo del piano B: direi che si tratti proprio di robaccia di bassissima lega, di parole messe assieme col famoso tubolario e che non spiegano affatto come si possa fare di qualcosa di sinistra senza mettere in discussione la lettera e il senso dei trattati che hanno sottratto democrazia e partecipazione.

Anzi peggio: a voler proprio pensare male sembrerebbe persino un appello al potere perché sia comprensivo nei confronti di un’opposizione così innocua da riproporre tali e quali i propri fallimenti e opponendosi in corpore vili, con la sua sola presenza, alla nascita di opposizione vere, più agguerrite sul piano della prassi e delle idee. Per il resto non ci vuole poi molto a raggranellare qualche voto: basta ormai dimostrare di essere il meno peggio per lucrare sulla disperazione politica di chi non è più in alcun modo rappresentato. Poco importa che uno o anche cento deputati non possano ( e mi pare nemmeno vogliano ) cambiare una virgola della politica di bilancio  detenuta di fatto da Bruxelles e dalla Bce; ma sono una o cento  poltrone e posizioni nell’immenso sottobosco della politica. Così viene da pensare che Cosmopolitica sia in realtà il piano B di un ambiente che ormai non sa distaccarsi dai propri riti, pruriti e relazioni, senza riuscire a dire nulla né di nuovo, né di ragionevole, recitando il rosario astratto degli antenati che al momento opportuno fanno finta di non conoscere .

Vi prego, ritornate su marte, è lì che fanno Cosmopolitica.

 


Expo, come denutrire il lavoro

Art1_lavoro_equilibristaLa cosa in un certo senso più penosa è la domanda che si pone una giornalista pubblicista esclusa dall’accredito all’Expo, per motivi misteriosi o meglio sulla base di non precisate informazioni date dalla Questura: “Siano nel Cile anni ’70 e non me ne sono accorta?” Il problema è esattamente questo: che molte persone, la stragrande maggioranza, non comprende cosa stia accadendo e come la libertà venga erosa, umiliata, prosciugata dall’interno lasciandone intatte le spoglie formali.

No, non siano nel Cile degli anni ’70, ma le ragioni che spinsero le multinazionali americane a chiedere a Washington il regalo di un golpe sono esattamente le stesse che hanno guidato la deriva europea verso la distruzione dello stato sociale, la diminuzione della democrazia, lo scasso delle Costituzioni, la banchizzazione e l’abolizione progressiva di diritti e tutele: creare le condizioni per lo sfruttamento massimo del lavoro e la moltiplicazione del profitto di pochi. Del resto è ben noto che Pinochet si appoggiò ai Chicago boys nella sua politica di disuguaglianza economica, ovvero gli stessi a cui si ispirano i sacri testi e i diktat dell’europa ultra liberista.

Per questo non c’è più bisogno di avere un generale ottuso e svanito, i desapparecidos fisici, gli stadi pieni di ostaggi del regime: basta decostruire gli strumenti di difesa come i sindacati, gli organismi intermedi in generale, ricattare le persone con la paura e la precarietà, sistemare le leggi elettorali, istituire una dittatura monetaria e l’effetto è lo stesso. Anzi peggiore perché le opposizioni non hanno nemmeno appigli simbolici per tentare di scardinare il meccanismo e si trovano di fronte a un golpe così lento che procede per piccole, minime rese quotidiane, portando alla progressiva mitridatizzazione della dignità e della cittadinanza.

I nuovi stadi sono l’Expo dove chiunque abbia partecipato a un corteo quando era studente o si sia dato da fare per i rifugiati o abbia fatto una sctitta sul muro quando era adolescente, dunque abbia espresso una sia pur vaga capacità di posizione e opposizione politica, si vede espulso dal lavoro, secondo quanto sta denunciando la Cgil e viene ripreso da l’Espresso o dal Manifesto. La realtà che è che sotto i padiglioni della manifestazione nata e cresciuta dentro la corruzione finanziata col denaro di tutti, la democrazia è stata sospesa come potenzialmente potrebbe esserlo in qualunque situazione di lavoro. Si perché il pretesto con cui si vengono escluse tante persone dall’elemosina di un lavoro peraltro misero, è che “l’Expo è stata dichia­rato obiet­tivo sen­si­bile, non­ché sito di inte­resse stra­te­gico nazio­nale”. Ma davvero? E’ strategico un souk mozzarellaro di infinito squallore, di cui tutto il mondo ride e i cui responsabili sono costretti a censurare i numeri degli ingressi per nascondere l’entità di un fallimento che va oltre ogni più pessimistica previsione? E dire che un mese si è dovuto sopportare la menzogna di soloni dementi e plagiari, in un certo senso la vera feccia di questa Italia, intenti a sostenere che molti giovani disoccupati rifiutavano il lavoro all’Expo.

La verità è che questo non è che un inizio: se la discriminazione più odiosa passa all’Expo, passa dappertutto visto che la kermesse è stata apertamente scelta come luogo di sperimentazione di nuove dinamiche e rapporti di lavoro, compreso quello gratuito e pagato in natura: chi avrà solo osato dimostrare disagio e protesta verso l’ordine nuovo stia certo che non troverà lavoro. Questo è il messaggio, nutrire il pianeta dei ricchi e denutrire chi non ci sta.  Per fortuna Sel farà un’interrogazione parlamentare, persino urgente affinché la risposta non venga dopo la chiusura del baraccone, lasciando in eredità agli italiani il conto economico e quello etico da pagare: un coraggio da leoni per chi nemmeno sul job act ha voluto mettere in difficoltà il governo della reazione e ha preferito l’uscita dall’aula. A forza di non voler fare la sinistra di testimonianza si finisce per non essere nemmeno quello.

Ma insomma mica siamo nel Cile degli anni ’70. I nostri desapparecidos sono quelli del lavoro.


“Strascinati” in Costituzione

eataly-6.jpg_1171891105Anna Lombroso per il Simplicissimus

Delusi dagli insuccessi brasiliani gli italiani smettono i panni di allenatori e mister della nazionale di calcio e tornano a fare i costituzionalisti. Anche se, si direbbe, il governo è ancora meno disposto ad ascoltare raccomandazioni e consigli dei dirigenti delle squadre in campo. A meno che non si tratti di contigui, finanziatori, compagni di merende e che merende, se uno dei maître à penser più influenti, dispensatori di possibili interventi sulla Carta è il pizzicagnolo di corte Oscar Farinetti, quello che vuol fare del nostro Mezzogiorno una grande Sharm el Sheik, quello del FiCo, la Fabbrica Italiana Contadina, che insieme a Bottura, individuerà i cento piatti storici della cucina italiana, oggetto – è plausibile – di un decreto, che verranno poi proposti nei ristoranti della catena, quello che si è preso 55 milioni da Bologna per la sua Disneyland, definita un’esperienza sensoriale nel quale saranno evocati profumi e puzze rurali, quello che usa il Rinascimento con annesso percorso museale per vendere fusilli e paccheri, quello autorizzato a portare due guglie del Duomo a New York in occasione dell’inaugurazione del suo tempio della sua cattedrale di Eataly, il grande emporio oltreoceano dell’ideologia acchiappa citrulli, officiata da pensatori, chef televisivi, tutti a persuaderci che Bronte sia più estesa dell’Amazzonia, per produrre tonnellate di pistacchi, Colonnata più delle montagne rocciose a confezionare lardo e Cetara più dell’Atlantico per fornirci di alici, come se la globalizzazione non avesse già rifornito di siero tedesco el nostre mozzarelle, per non dire del parmisan, per non dire della smania di venedere comagnie di bandiere a emiri, insieme a coste sarde, isole lagunari e via dicendo.

Insomma con quella proterva e involata tracotanza che caratterizza i boys più o meno attempati del premier, il norcino di stato si è fatto promotore di una proposta di riforma costituzionale che consiste nella trasformazione dell’articolo 1 della Carta, convertendolo in “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla bellezza”. Bontà sua che lascia la dicitura Repubblica e democratica, concetti solo apparentemente meno obsoleti del lavoro che il governo del suo amico e beneficato ha provveduto a smantellare tirando su al suo posto un edificio di precarietà, arbitrarietà, mobilità selvaggia, contratti capestro e iniquità indomabile, e che in Eataly pare abbia trovato un suo laboratorio sperimentale grazie a sistemi molto sbrigativi messi in atto dall’esoso padrone.

Si dirà che è solo una stronzata che si inserisce sulla lunga strada tracciata da una lunga fila di distruttori bipartisan di territorio e patrimonio culturale che hanno promosso oltraggi e abusi dietro ai loro slogan inverecondi e vergognosi: la bellezza è il nostro petrolio, bisogna mettere a frutto i nostri giacimenti e così via, mentre Pompei cadeva a pezzi, gli insaziabili appetiti mettevano a punto grandi opere finalizzate al profitto personale comunque privato, perforando montagne, scavando canali, innalzando dighe, pieni di buchi corrosi dai loro denti affilati di roditori avidi. Ma appunto per questo piace a chi ci crede veramente che la bellezza, l’arte, la cultura siano dei giacimenti, tanto è vero che ha provveduto a seppellirli sotto polvere, trascuratezza, oblio, indifferenza, trasandatezza, in modo da svalutarli per venderli al miglior offerente amico. E piace anche purtroppo ad alcune anime belle che ci cascano, non si sa quanto candidamente, di quelli che si innamorano dell’infausto slogan, dell’improvvida iniziativa nell’illusione che dirigano i riflettori su risorse, che purtroppo come tutte, si sono rivelate limitate e vulnerabili.

Non sappiamo come siano andati i lavori del gruppo che si agita intorno all’iniziativa del patron di Eataly, il comitato di saggi riunitosi ieri per “fare il punto” e deliberare, sappiamo che ne fanno parte un giornalista Casalini, che ha già sfornato – il termine si adatta a partner e tempestività – un agile volumetto dal titolo “Fondata sulla bellezza. Come far rinascere l’Italia a partire dalla sua vera ricchezza”, per ora solo in formato virtuale e anche una parlamentare di Sel, Serena Pellegrino della quale non conosciamo gli ultimi movimenti o le nuove appartenenze, ma che deve aver subito tanto il ruspante appeal di Farinetti da essere passata alla storia per aver pronunciato un inopportuno “cazzarola” in aula, molto censurato dalla austera presidente.

Nel repertorio di usi e abusi che dovrebbero essere messi all’indice, va annoverata alle improvvide esternazioni messe in bocca a Voltaire, la frase attribuita a Dostoevskij: la bellezza ci salverà. La bellezza gradita a chi la usa come strumento propagandistico per spacciare taralli, quella dei profeti della “valorizzazione”, che segano via foreste per realizzare nelle loro tavernette eleganti ed estetici parquet, quella di chi non potendola mettere in mezzo a due fette di pane, la sfrutta comunque con comodati, concessioni, regalie a sponsor spacciati per mecenati, quelli insomma che si riempiono la bocca dei salmi in gloria dei mercati e della crescita, non salverà niente e e nessuno. Perché senza lavoro e senza la sicurezza, l’equilibrio, la dignità per guardarla, goderne, a noi tutti che l’abbiamo avuta in prestito, che abbiamo pagato le tasse ma non è più nostra e che l’abbiamo trascurata, non restano nemmeno gli occhi per guardarla.. e per piangerla.


I patti segreti contro la democrazia e le illusioni ottiche

giovane_o_vecchiaIeri l’Espresso ha presentato il suo scoop: un documento di Wikileaks che svela le manovre di un accordo segreto per arrivare alla liberalizzazione selvaggia nel campo dei servizi. Governi di fatto permeati  dalle lobby e da una politica subalterna, multinazionali delle comunicazioni, della finanza, dei trasporti, dell’istruzione e della gestione dei beni comuni che discutono su come continuare sulla stessa strada che ha aperto la crisi. Il pezzo lo trovate qui, ma il senso generale può essere riassunto da queste parole:  «Un esempio di quello che emerge da questa bozza filtrata all’esterno dimostra che i governi che aderiranno al Tisa ( questo è il nome dell’eventuale accordo, ndr) rimarranno vincolati ed amplieranno i loro attuali livelli di deregolamentazione della finanza e delle liberalizzazioni, perderanno il diritto di conservare i dati finanziari sul loro territorio, si troveranno sotto pressione affinché approvino prodotti finanziari potenzialmente tossici e si troveranno ad affrontare azioni legali se prenderanno misure precauzionali per prevenire un’altra crisi».

Chi legge questo blog riconoscerà queste linee di azione come le stesse che stanno guidando le trattative del cosiddetto trattato transatlantico destinato ad avere nel campo delle merci gli stessi effetti, se non addirittura più gravi dando alle corporation gran parte del potere legislativo reale attraverso un meccanismo diabolico che potrete trovare qui. Dunque l’allarme è più che giustificato, lo scoop fa bella figura di sé, forse qualcuno s’indigna, qualcun altro si preoccupa. Ma basta voltare pagina perché le stesse filosofie e linee d’azione, lo stesso preludio nazionale a tutto questo trovi invece approvazione e incitamento: i peana alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni sono in bella vista sulle bancarelle del “nuovo”.  La deregulation spacciata per semplificazione diventa imperativa, la burocrazia, senza distinzione tra quella pessima o ambigua e quella necessaria, diventa l’obiettivo primario in quanto residuo del potere dello stato che non si adegua al “mercato” costituito poi dagli stessi soggetti che considerano la democrazia e i diritti come un ostacolo per il profitto. La caduta delle regole del lavoro viene salutata come inevitabile sacrificio (degli altri, s’intende) e come strada obbligatoria della competitività.

Siamo di fronte a una sorta di schizofrenia del pensiero o una illusione percettiva per cui lo stesso oggetto acquista caratteristiche diverse a seconda dell’angolazione. Basta aggiungere il segreto e la giovane donna della deregulation diviene una orribile megera, come in un noto disegno ingannevole. Del resto l’evanescenza del momento e la mancanza di punti di riferimento crea molte di queste trappole mentali, Basti solo pensare allo “scandalo” che sta suscitando l’alleanza tra Grillo e Farage perché quest’ultimo è xenofobo, nuclearista, euroscettico e sovranista, dunque di destra. Peccato che queste siano le medesime pietre angolari del leghismo e del berlusconismo di cui il Pd è stato alleato di ferro per più di due anni e con i quali tuttora patteggia il massacro costituzionale. Stranamente invece il fatto che Farage sia un liberista di sapore vagamente reazionario e che dunque non sia affatto distante dalle idee che muovono il Tisa, il patto transatlantico, le linee della commissione europea oltreché molti provvedimenti dei governi di larghe o piccole intese che si sono succeduti dal 2011 ad oggi, tutti regolarmente volti ad aumentare la forbice sociale e sbaraccare le tutele, non viene nemmeno citato e non va né a lode, né a detrimento di Grillo. E’ proprio come se Farage non esistesse oltre ad alcune etichette, giuste o sbagliate che siano, senza la pena di chiedersi cosa ci sia sotto, cosa le leghi.

E si potrebbero citare in questa casistica di schizofrenie percettive, anche i fuoriusciti da Sel che vanno verso il Pd proprio quando questo si sposta a destra, se non fosse che qui si tratta di pura bottega, di miserabilia. Insomma ci sono pezzi di realtà che non vengono nemmeno più percepiti se non quando un caso particolare non li mette in evidenza. Come se avessimo la percezione delle parti ma non dell’insieme e quelle parti le mettessimo insieme secondo uno schema abituale che tuttavia non rispetta più le coordinate reali. Così andiamo a fondo pensando di essere in superficie.


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