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Facebook e moschetto

il-mondo-nuovo-di-huxley-come-ci-assomiglia_c0402730-a96c-11e5-adc4-c04502f622f7_998_397_originalOgni tanto sarebbe un’ottima cosa chiedersi cos’è il fascismo anche per giudicare la consistenza di quell’antifascismo elitario divampato dopo le elezioni da parte di chi ha taciuto sulle prebende date a Casa Pound o sul mausoleo eretto a onore del maresciallo Graziani, di chi ha ingoiato senza troppi dolori di stomaco l’equiparazione tra partigiani e milizie di Salò fatta a suo tempo dalla terza carica dello Stato o il progressivo svuotamento giurisprudenziale della legislazione che colpisce l’apologia o la rifondazione di partiti di ispirazione fascista. Si perché nel migliore dei casi questo antifascismo è quantomeno pateticamente arretrato, così confuso da non capire da quale parte arriva il pericolo.

Com’è noto una caratteristica del fascismo di ogni tipo  è l’inquadramento specifico dei più giovani in opportune organizzazioni formative in modo da garantirsi un consenso a lungo termine ed è proprio quello che fa il liberismo. Certo non ha i balilla o la gioventù hitleriana, ma ha dalla sua il programmato sfascio della scuola pubblica, le sentine comunicative dell’imbarbarimento del gusto e i social media che cominciano ad essere utilizzati in maniera selettiva: Facebook e moschetto. Nei giorni scorsi è stato fortunosamente intercettato un rapporto inviato da Fb a un grosso inserzionista australiano nel quale il social si vanta (salvo poi la solita smentita di routine) di aver sviluppato strumenti per determinare quando gli adolescenti che utilizzano la propria rete si sentono insicuri, inutili o stressati, ovvero quando sono nel momenti ottimali per colpirli con una promozione micro-mirata. Questa tecnica si serve utilizzando parole chiave utilizzate nei diari, oppure le foto postate e altri tipi di parametri e si basa su studi che vengono portati avanti da università pubbliche (chiaramente sovvenzionate allo scopo) per identificare  “i diversi modi in cui i consumatori resistono alla pubblicità e le tattiche che possono essere utilizzate per contrastare o evitare tale resistenza”. Tra questi modi  ci sono quelli di “camuffare l’intento persuasivo o il mittente del messaggio” oppure di distrarre l’  attenzione utilizzando frasi confuse che rendono più difficile concentrarsi sulle intenzioni dell’inserzionista (tattica già felicemente usata in politica) o ancora  “usare l’esaurimento cognitivo come tattica per ridurre la capacità dei consumatori di contestare i messaggi”.

Su questi temi esiste un’intera letteratura su come usare diversi trucchi per spingere al consumo o alla formazione di opinioni e chi pensa che si tratti solo di pubblicità è completamente fuori strada, perché le tecniche di persuasione di vario tipo vengono esplicitamente utilizzate in tutti i campi per spostare l’asse dell’attenzione o catturala o provocare reazioni emotive così forti da interrompere l’analisi logica delle cose o supportare convinzioni prive di qualsiasi dimostrabilità effettiva o realtà concreta. Alla fine si tratta di arrestare la capacità di pensiero personale e indipendente, di imporre modelli e linguaggi, insomma di ostacolare le facoltà di analisi e scelta. Un tecnologo di nome Ramsay Brown, co-fondatore, Dopamine Labs che ha lavorato per Apple, Google e Facebook in maniera che queste multinazionali sfruttassero a pieno le neuroscienze ha dichiarato qualche mese fa: “Abbiamo la capacità di utilizzare alcune manopole in un cruscotto di apprendimento automatico che stiamo costruendo e in tutto il mondo centinaia di migliaia di persone cambieranno silenziosamente il loro comportamento in modi che, a loro insaputa, divengono una seconda natura, ma sono in effetti indotti “. In pratica si tratta di creare una sorta di dipendenza simile a quella chimica, una reazione automatica a certe interazioni, per evidenziare alcune cose e relegarne altre ai margini del discorso, in maniera così condizionante che impedisce di pensare o anche se lascia spazio alla riflessione la rende inefficace, marginale ed effimera visto che poi si ricade nel medesimo buco nero. Insomma andiamo sempre più precipitando nel Granfe fratello, ma non secondo le modalità immaginate da Orwell, ma lungo la strada delineata da una visione distopica meno conosciuta, quella di Aldous Huxley  in The brave new world, conosciuto come iI mondo nuovo in italiano nel quale il produttivismo, il consumo e il controllo mentale, il desiderio e il pensiero costruito sono la chiave di volta del potere.

E non se ne esce. anche questo post sarà letto su Facebook e su altri social e non sarà altro che un invisibile mulinello dentro la corrente.

 

 

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Se non spot quando?

CatturaQualche giorno fa, nel disperato zapping per  evitare la pubblicità, mi sono trovato di fronte a una scena riassunta nella foto: una mercedes grossolanamente privata della stella a tre punte, sostituita da una specie di orrida stella marina, perché evidentemente la casa  automobilistica non ha ritenuto di dover pagare l’obolo pubblicitario. Altri , come avremo visto mille volte offuscano i marchi di qualsiasi prodotto non paghi l’onore di fare da comparsa. oppure gli escludono dallo scenario, o non citano nomi perché una delle virtù teologali del mondo contemporaneo è che non si fa  si fa pubblicità gratuita, o ancora altri hanno recentemente preso spunto dalle ultime nequizie regolamentari europee per negare al’accesso ai contenuti se non si offre il petto alle pallottole della “promozione” via web. E’ solo un caso particolare di un gigantesco giro di affari,  probabilmente quello più rilevante nell’economia capitalistica, dopo la droga ( ammesso, ma non concesso che la pubblicità non sia uno stupefacente) con più di 600 miliardi di dollari investiti in chiaro, ma probabilmente più che doppi pensando che si tratta di cifre ottenute a campione e che molto spesso per non dire sempre il settore ha una componente sotterranea di varia natura molto difficile da scoprire.

Questo gigantesco flusso di denaro costituisce solo una parte e non la più rilevante del problema  per alcuni motivi evidenti: l’esistenza di un ossessiva pubblicità occulta prima esercitata con le cosiddette marchette sulla carta stampata e sulle televisioni, ma che è successivamente dilagata sul web e sugli altri media con una massa enorme di false recensioni, prove, indicazioni, consigli, suggerimenti indiretti, in ogni e qualsiasi campo dalla cucina all’elettronica che vengono pagati in cambio merce, brevi manu, in cambio favori er lobbym gruppi di pressione, clan di varia composizione e in altri mille modi alimentando ovviamente una sorta di economia in nero che poi si moltiplica e deborda per fattori imitativi e anche qui comunque legati a un qualche ritorno indiretto in termini di consenso o di lettura e dunque di potenziale spazio pubblicitario. Non solo si auto alimenta un consumismo paranoico, ma la percezione della realtà diventa a pagamento senza che noi ce ne accorgiamo e anche quando non lo è i metodi e le mentalità create da questo tipo di percezione mercatista del reale sottendono ogni angolo della comunicazione, anche quando vengono usati a fin di bene, nella convinzione di “educare” il pubblico.  Per esempio mentre i personal computer della Apple chiamati erroneamente Mac hanno a mala pena il 10% del mercato essi costituiscono il 98% di quelli che compaiono nei film, negli sceneggiati e nelle serie Tv per motivi ovvi grazie agli investimenti pubblicitari in chiaro, ma soprattutto occulti in cui questa azienda sembra essere maestra. Insomma come se il Pc non esistesse.  Analogamente, ma questa volta senza presumibili vantaggi commerciali, il 90% delle persone che vediamo scrivere nei film lo fanno con la sinistra, forse nella convinzione di contribuire ad eliminare pregiudizi medioevali, ma ormai scomparsi ben prima che si manifestasse il mancinismo cinematografico.

In ogni caso i metodi pubblicitari non sono mai una buona idea perché tentano una persuasione subliminale che non sfiora l’ideazione cosciente, ma solo la sfera emotiva e men che meno servono a smussare i pregiudizi e la loro radice proprio perché in un certo senso non devono aprire li occhi, ma accecare e funziona solo se agisce su ciò che già fa parte del prorio orizzonte. Non a caso il consumismo non è figlio della pubblicità, ma l’esplosione di quest’ultima è dovuta a un sistema valoriale nel quale si è soli e ci si identifica con gli oggetti posseduti e che in realtà ci possiedono. La pervasività di questo sistema è cresciuta col tempo ed è ormai tale che non solo propone e asserisce qualcosa, non solo mette sugli altari questo o quell’oggetto del desiderio, ma ormai cancella tutto quello che non rientra in questa logica, come se il mondo reale esistesse solo e soltanto a pagamento. Non c’è perciò da stupirsi se tutto questo si applica anche  al discorso pubblico dove è possibile nascondere intere parti di mondo e focalizzarne solo alcune, oppure togliere qualche marchio celebre e magari attribuirne qualcuno a una carretta. Ma si può avere una certezza:  nessuno sarà soddisfatto o rimborsato.

 


Le “finestre” dello spot non hanno limiti

347irzpStamattina accendo il pc e mi trovo con la sorpresa di un mega upgrade di Win 10 che mi lascia in panne per più di un’ora in attesa del montaggio: in realtà, come ho scoperto dopo, più che di un aggiornamento si tratta di un nuovo sistema operativo, di un Win 11 che sta andando in distribuzione in queste settimane e che farebbe pensare a una diversa strategia di Microsoft diretta a una sostanziale gratuità del sistema operativo compensata dal fatto che sarà necessario cambiare più spesso il Pc per poter accedere alle nuove versioni che via via saranno proposte. Ma non è di questo che voglio parlare  quanto degli orrori consumistici che ci vengono inferti in barba ad ogni correttezza.

Alla fine dell’operazione di montaggio del sistema compare una schermata per settare alcune caratteristiche e nell’ultima voce dell’elenco compare ciò che sembra la salvifica possibilità di sottrarsi alla valanga pubblicitaria. Il testo in un italiano faticoso e sgrammaticato che farebbe pensare a importanti risparmi sulle figure ingaggiate per localizzare Windows recita: “Consenti alle App di utilizzare l’ID annunci per rendere gli annunci pubblicitari a te più interessanti in base al tuo uso delle app”. No che non voglio e quindi sposto il cursore per deselezionare tale scelta, ma immediatamente esce fuori un’ altra scritta in giallo in cui si fa sapere che “il numero di annunci pubblicitari visualizzati non cambierà tuttavia potranno essere meno pertinenti per te”. Ora lo sappiamo bene che basta andare a vedere qualsiasi cosa in rete per essere tormentati ovunque nella navigazione e nella mail, ma Windows ci promette che saremo tormentati egualmente, però con altre cose e non so nemmeno se sia rimasta la possibilità

Insomma ci prendono in giro facendoci credere di avere qualche scelta: chi ha un account di posta su google ha una cartella spam dove arrivano valanghe di pubblicità per la gran parte truffaldina o inzeppata di “vermi”, poi ha un area dedicata dove arrivano le “promozioni”, considerate degne di fede, decine di messaggi al giorno di ogni e qualsiasi tipo dall’allungamento del pene, all’ultimo modello di auto, dalla tizia che arde dalla voglia di conoscerti, al prestito sicuro. Logica che vorrebbe che si fosse  al riparo da queste cose nella sezione principale della posta e invece anche lì una metà delle mail è ormai pura promozione. Insomma un’orgia con la quale ci rimbambiscono, che diventa via via più martellante ed ossessiva man mano che diminuiscono i soldi per comprare, un partouze consumistico che probabilmente va anche al di là dell’ effettivo risultato economico, perché sul piano generale costituisce un continuo allenamento ad essere solo desideranti e non pensanti. E’ come quegli apparecchi che ti promettono di farti venire la tartaruga con la stimolazione elettrica, senza la fatica dell’esercizio: anche se potete comprare poco il sistema nel suo complesso si avvantaggia di tenervi sempre allenati a desiderare qualcosa, sempre così affamati da accettare salari da fame, lavori ingrati e temporanei al limite dello schiavismo pur di poter soddisfare in qualche modo qualche brama e scaricare l’eccitazione.

Naturalmente non è che ci sia un coordinamento, un qualche grande o piccolo vecchio dietro tutto questo: è il sistema neo liberista che prende la forma più efficace, così come la goccia d’acqua che cade ha sempre una forma sferica ed in questo baillamme, in questo mondo di sussurri e grida senza senso che trova la sua deteriore geometria, si può radicare la pazzesca idea della fake news e sperare che possano essere in qualche modo credibili quei censori che sono i primi creatori di notizie false o costruite. La novità di Microsoft e che l’uso in sé di un sistema operativo e delle sue app si configura ormai come un affitto che per ora deve essere retribuito con la pubblicità, ossia con la forma originaria della comunicazione adulterata quando non fraudolenta o semplicemente futile. Un grande passo in avanti.


Homo spottensis

Banksy-–-Trolleys-Signed-moco-347x260Qualche giorno fa cercavo on line un attrezzino per fisioterapia e mi si è spalancato un mondo: su Amazon, Ebay e sui vari siti specializzati nel settore spicca principalmente un un unico apparecchio, con caratteristiche, specifiche tecniche  e forma identiche salvo il colore. Il prodotto tuttavia viene venduto con marchi diversi e a prezzi variabili anche del 100%, senza che nessuno sembri essersi accorto della cosa, anzi a leggere i pareri degli acquirenti si notano differenze di giudizio fra l’uno e l’altro marchio, denunciando fra l’altro come sia assai relativa l’utilità delle recensioni se non si conoscono le aspettative, la situazione  e il “mondo” di chi le scrive. Naturalmente non è certo l’unico caso in cui ciò accade, anzi diciamo che da quando i marchi sono diventati brand commerciali la cui produzione è delegata a terzi, sta diventando la norma, ma la cosa mi ha colto di sorpresa sia per il fatto che si rivolge a una nicchia abbastanza ristretta e dunque a un consumo più attento del solito, sia perché l’esiguità di alternative fa sì che numerosi apparecchi identici a prezzi diversi compaiano in una sola schermata, sia perché i diversi marchi di commercializzazione non hanno grande diffusione e dunque non hanno effetto di trascinamento.

Se si trattasse di un’unica azienda che tenta lo sghetto si potrebbe pensare a un utilizzo dell’effetto esca, ossia quel trucco che consiste nell’aggiungere a varie offerte una più alta per favorire la scelta delle alternative intermedie e non di quelle più economiche. Non è detto che grandi organizzazioni commerciali come Amazon possano sfruttare tale effetto, ma qui appunto non ci troviamo di fronte a un pacchetto di servizi e di prodotti nei quali si possa scorgere una qualche differenza anche illusoria, qui abbiamo una ridda di oggetti evidentemente identici. In questo caso più che i frutti di qualche singolo giochetto illusionistico degli stregoni del marketing, si intravvedono gli esiti di una sorta di declino cognitivo favorito, anzi guidato dall’overdose di comunicazione commerciale che ha investito le ultime due generazioni e le ha in qualche modo plasmate non solo con un linguaggio allusivo ed emotivo in grado di scatenare la natura desiderante  che divora  lo spazio della razionalità, ma ha anche fiaccato la capacità di attenzione e di concentrazione. Del resto è ormai noto che queste due fondamentali funzioni cognitive sono in rapporto inverso con l’iperattività e di certo non si può dire che manchino le spinte all’iperattività consumistica.

Sono partito con un esempio, ma se ne potrebbero fare milioni per esempio la propensione a spendere parecchie decine di euro in più per un lamina di alluminio attorno al cellulare che costa alla produzione quanto o forse meno di una lattina del medesimo materiale, cioè meno di 0,05 euro. O che ne so a comprare qualcosa sulla base unicamente di suggestioni senza alcun contenuto informativo come è ormai di rigore nella pubblicità delle auto e via dicendo. Del resto il progressivo venir meno della ragione dialogante è anche una necessità del mercato e una funzione del profitto: a ciò è dovuto l’abnorme proliferazione di oggetti del desiderio e di tecnologie distribuite col contagocce in una moltiplicazione dei pani e dei pesci letale per il pianeta, ma anche per il sensus sui perché questo meccanismo favorisce in maniera esplicita paradigmi di vita funzionali al mercato stesso e ai dividendi, alle sue lobby o gruppi di pressione, con poche relazioni con la realtà e/o le ricerche serie di cui si dispone. Una per tutte le mode alimentari basate su cibi più costosi o più alto valore aggiunto e che cambiano con velocità folle, anzi che finiscono col coesistere, esattamente come coesistono diversi interessi che le creano. Persino le patologie sono di tendenza. Anche qui si potrebbe costruire un’intera enciclopedia il cui valore apologetico consisterebbe nel mostrare come si sia passivi nel’introiettare i messaggi, salvo poi farne articoli di fede, come sia diffusa la rinuncia aprioristica ad andare oltre il messaggio dello spot o dell’esperto talvolta sedicente altre volte in squadra con i suoi referenti, ma soprattutto come sia possibile creare e far convivere nella stessa persona stereotipi opposti. Una dimostrazione del’efficacia della cognitività emotiva che rende arduo collegare in un insieme coerente le esperienze e i saperi e dunque agire in senso collettivo.

Siamo molto oltre il condizionamento dei modelli sociali e degli stili di vita di cui si parlava già all’inizio degli anni ’60, qui siamo alla formazione dell’homo spottensis nel quale tutto si riduce a brandelli, a lacerti, a tessere di puzzle: la cultura o quello che è rimasto si identica col trendy, la narrazione con la sequenza curiosa o l’orribile, il divertimento con lo sballo, la scuola stessa si traduce in pillole con i test a risposta ad imitazione dei quiz, la creatività in gioco da dilettanti, la serietà un’ostacolo, l’autonomia di pensiero in melting pot di frasi fatte  E’ chiaro che questa antropologia è come un macigno posto sulla strada di qualsiasi cambiamento o progresso la cui necessità viene avvertita solo quando si esce sconfitti dallo scontro con la realtà, con le conseguenze di questo  modo di essere : l’era del mercato è come una di quelle fasce legate attorno ai tronchi degli alberi per ingannare le processionarie che continuano a girare in tondo in cerca di qualcosa che non troveranno.


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