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Caramelle di cemento

cittaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Forse dopo aver lavato i panni in Arno avrebbe voluto chiamarlo Rinascimento Urbano il suo piano  per far rinascere i quartieri delle nostre città. Invece si è accontentata, più modestamente di Renzi o del suo norcino reale Farinetti che volevano ripristinare i fasti medicei anche in salumeria,  di Rinascita Urbana, e speriamo non faccia la fine del glorioso periodico comunista.

Porta questo titolo il programma dotato dello stanziamento di un miliardo annunciato appunto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che si propone di  “migliorare la qualità dell’abitare, attraverso diverse azioni, come la rigenerazione degli edifici, il sostegno alle famiglie in affitto, i cantieri nei piccoli comuni”.

Lo so già, mi direte che non mi va mai bene niente, quando ricordo come una populista qualunque che un miliardo è una cifra ridicola rispetto agli 8,6 che servono per la tratta principale della   ferrovia Torino-Lione, o rispetto ai  27,8 miliardi di dollari (1,3% del PIL) di spese militari, o ai 5,5 miliardi di euro del Mose. Lo so già, mi direte che sono avvelenata contro i Salvini in doppiopetto e tailleur di questo governo che con toni meno accesi e maniere apparentemente meno cruente sviluppano l’ideologia dello sfruttamento e della speculazione.

E’ proprio vero, avete ragione quelli come me si sentono sempre in trincea se nulla cambia nemmeno la superficie o gli slogan e le parole d’ordine ispirate dall’istigazione ad accontentarsi di briciole, di distrazioni tramite giochi e passatempi costosi: il nuovo stadio di Milano è un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro, le Olimpiadi del 2026 a guardare quelle di Torino che hanno prodotto un indebitamento mostruoso della città produrranno una voragine certa, di promesse e doveri, prima di tutto quelli che ci impegnano a completare a nostro carico nefandezze già avviate, per salvare con la reputazione i profitti degli imbroglioni delle cordate imprenditoriali e politiche bipartisan.

Immaginate se si può credere al miliardo sventolato dalla Signora Bonaventura per sanare il paradosso italiano per il quale  da oltre mezzo secolo si costruiscono troppe case e non ce ne sono mai abbastanza per chi ne ha bisogno. Se si può credere al suo “programma pluriennale innovativo per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e per la rigenerazione urbana”, pensato “per far rinascere interi quartieri nelle città medie e grandi”, se chiama in campo le regioni come soggetti co-finanziatori insieme all’apporto  di  risorse private, come quelle di Cassa depositi e prestiti e i fondi privati che si occupano dell’abitare.

Figuratevi se possiamo fidarci di quei partner occasionali e delle loro referenze: le regioni appunto, che grazie al susseguirsi di misure governative speciali con Berlusconi, Letta, Renzi e al di là delle forzature operate con la legge Polverini nel Lazio (sottoposta una un lifting trascurabile e beffardo da Zingaretti) o Cappellacci in Sardegna, operative anche dopo la loro gestione, in Veneto e Lombardia, in testa alla graduatoria del consumo di suolo, sono autorizzate a dettare norme autonome sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi,  cancellando gli standard urbanistici ed edilizi, cioè tutte le prescrizioni riguardanti i rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi edilizi e spazi aperti.

Pensate proprio che  si impegneranno per il volonteroso recupero e risanamento del patrimonio  pubblico e privato? quando occasione è buona per aumentare la massa di volume edilizio commerciabile, quando vengono concesse a prezzo  stracciato aree a immobiliaristi e costruttori, per costruire un impianto sportivo (come sta succedendo a Roma, a Milano e a Firenze) cambiandone per un maligno incantesimo la destinazione d’uso  trasformandole in terreni edificabili e permettendo ai promotori  un indice di edificazione doppio di quello di qualsiasi cittadino.

O quando per il perseguimento di standard qualitativi architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza sono consentiti interventi in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, ivi compresi i piani ambientali dei parchi regionali, permettendo in nome del contrasto al consumo di suolo la realizzazione di quei grattacieli che ormai sono sorpassati a Dubai ma piacciono al terzomondo interno arraffone e arruffone dei sindaci di Venezia e Milano, o l’edificazione di falansteri abbandonati prima di essere finiti sulla Cristoforo Colombo e in altre zone dell’hinterland romano, o la realizzazione di quartieri dormitorio “a 20 minuti da Piazza San Pietro”, sprovvisti di infrastrutture e servizi, dove confinare sempre più vaste a varie tipologie di cittadini di serie b, per lasciare il centro storico alla speculazione dei ricchi e spietati, favorendo  quel processo di sostituzione feroce che si chiama gentrificazione e che viene promosso con il vuoto normativo, l’urbanistica ridotta a pratica negoziale tra comuni e privati, l’allargamento della maglie per agevolare le operazioni opache dei grandi immobiliaristi che svuotano gli stabili per offrirli a nuovi residenti Vip.

O quando in nessuna città d’arte, ma anche in centri grandi e piccoli, non si è mai provveduto a un censimento efficiente ed efficace dell’edificato storico, a quello del patrimonio abitativo pubblico e della natura, censo e qualità degli “affittuari” ( resta nella memoria il messaggio forte dell’onesto Marino, che poi si limitò a istituire una commissione di studi)alla composizione della cerchia degli inquilini Ater, catalogabili nella categoria furbetti del quartiere.

Oppure dovremmo affidarci ai fondi, quelli delle bolle di mattone,  segnate dall’intreccio tossico  fra rendita, speculazione immobiliare, finanza, pubblica amministrazione e  governi locali  che per fare cassa hanno infatti inventato la “zecca immobiliare” continuando a concedere sempre più estesi diritti edificatori e consumando con voracità risorse territoriali preziose, quella che sta alla base della bassa qualità delle nostre città, della loro perdita di vivibilità, del  paradosso della povertà nell’abbondanza, con i grattacieli in costruzione e i senza tetto nelle favelas, con le vertiginose quote  di invenduto/sfitto ormai patologiche, con gli abitanti espulsi dai centri storici per far posto a avventizi di lusso, a hotel, uffici finanziari, grandi firme uguali a Milano come a Riyad grazie agli stessi opulenti padroni e investitori.

Eh si, proprio non ci credo alle promesse della fatina della calce, che porta come garanzia e referenze la riffa in piazza per le casette temporanee ai terremotati del Centro Italia.

 

 

 

 

 

 

 


Onesti, limpidi e coerenti

L’onesta, la sincerità, la lucidità del ceto politico può essere testimoniata da questi due manifesti usciti in contemporanea ieri.

Il primo è quello che magnifica i risultati ottenuti dalla giunta Polverini e firmato dai partiti che la sostengono, compreso l’Udc  ondivago e ambiguo fino all’ultimo minuto, passato in una settimana da un appoggio incondizionato alla Sde-renata, a un indulgente possibilismo riguardo alle dimissioni, fino alla condanna espressa con volto pensoso (nei limiti del possibile, s’intende) di Casini. L’alleato più appetito da Bersani una volta arrivate le dimissioni ha detto che forse dovevano essere presentate qualche giorno prima.

Un esempio di limpida coerenza che lascia ammirati e che promette grandi cose per il futuro.

Mentre l’autoincensamento veniva appiccicato ai muri di Roma e del Lazio, altri attacchini si incaricavano di riempire le strade di quest’altro manifesto, quello con cui la Polverini tenta di uscire dall’impasse e di presentarsi come l’antipolitica di se stessa.


Olimpiadi no, caccia sì

Non lo nego: sul momento la soddisfazione di vedere restare senza l’osso quei due bambocci corrotti di Alemanno e della Polverini mi ha riempito di gioia. Ma poi il fatto che il governo non se la senta di firmare una fideiussione di 4, 3 miliardi per le Olimpiadi a Roma, mi è suonata come l’ennesima sconfitta del Paese e come segno che i ragionieri che ne tengono le fila obbediscono a logiche molto vicine a quelle “greche”. Perché i 4 miliardi no e i invece si ai 16 (che diventeranno 30) per i caccia F35 che oltre ad essere dei bidoni non ci servono proprio a nulla?

D’accordo che quei 4 miliardi rischiano facilmente di raddoppiarsi  a causa delle cricche e della nota corruzione in fatto di appalti: ma proprio per questo sarebbe stata una sfida in nome della legalità e della correttezza, dell’efficienza e della trasparenza. Una sfida contro i veri nodi che soffocano l’Italia, ma che si è rinunciato ad affrontare alla radice nella convinzione che essi non possano essere combattuti o ancor peggio nell’idea che non debbano essere combattuti. Del resto di sforare o di sprecare capita anche con gli aerei: l’annunciato taglio di 40 cacciabombardieri è dovuto in parte al continuo aumento dei costi e in parte al fallimento del programma del tipo di F35 da piccole portaerei, l’unica ragione per cui si è speso un miliardo per varare la Cavour. Un taglio che in sostanza è l’eredità di uno spreco che finora è costato tre miliardi tra progetto  e intempestive spese navali.

Ma allora che ci sta a fare il governo? A fare tagli sociali, ad avallare l’idea che i diritti siano in contrasto con l’economia e a seguire la lista degli acquisti imposti da altri? Secondo questa logica nella quale un risanamento non va nemmeno tentato non si farà mai nulla e si spenderà e spanderà solo per ingrassare le banche o per acquistare arnesi del tutto inutili  con un ritorno economico minimo e uno assolutamente insignificante dal punto di vista tecnologico. Certo una Olimpiade, anche ammesso di vincere la gara, seppur fonte di preoccupazione da ogni punto di vista, sarebbe stata un volano incomparabilmente più grande, sia di lavoro che di immagine.

Riflettendoci bene Alemanno e la Polverini sono solo in apparenza degli sconfitti: lo sono come singoli personaggi, ma la logica clientelare e opaca che rappresentano così egregiamente, è stata dichiarata insormontabile e ineludibile, senza nemmeno provarsi a cambiare davvero le cose. E anche quella politica che plaude al “risparmio”  operoso sullo sport, ma tace sulla dilapidazione assurda in strumenti di guerra, si è evidentemente arresa a questa logica. Non siamo Paese da Olimpiade, non siamo Paese da speranza: siamo ormai un grande magazzino costretto ad acquistare cose inutili per compiacere questa o quella potenza e le cui parti migliori verranno presto svendute. Inutile girarci attorno: se il solo modo di combattere le cricche già pronte a saltare sulle Olimpiadi è quello di rinunciare alle occasioni, abbiamo già chiuso bottega.


La sora Cecioni in Polverini

Il potere è tanto più sguaiato e coatto quanto più è immeritato, quanto più chi lo incarna è inadeguato ad averlo. Una condizione abbastanza comune di questi tempi e che infatti si esprime attraverso la trivialità di governo. Ma nell’acqua torbida di fine regime c’è un personaggio che si distingue per un’arroganza patetica e stolida, quasi che fosse un comportamento compulsivo: la Polverini.

Non contenta di aver preso un elicottero per intervenire alla festa del peperoncino, adesso è stata travolta dalla tracontanza della sua scorta che pretendeva di seguire in auto la “vigilata” fino alla spiaggia di Capalbio, quando invece tutti gli altri boby guard che lì sono una folla, si accontentano delle gambe.

Episodi minori forse, ma che rivelano un concetto di onnipotenza e prepotenza, di disprezzo del cittadino che lasciano senza fiato soprattutto perché si addensano in un periodo in cui la discrezione sarebbe d’obbligo per la propria immagine. Ma è evidente che la piccola intrigante che prima di essere eletta ha accumulato proprietà immobiliari per un milione e mezzo  con il solo stipendio di sindacalista, ha una fame atavica degli emblemi del potere. E scegli quelli più avvilenti, più miserabili, quelli più consoni alla sua natura come l’ostentazione dello spreco o la volgarità di una scorta evidentemente abituata alla prevaricazione di ogni regola.

E in fondo è proprio questo che la presidente della Regione Lazio incarna, nel suo berlusconismo de borgata in apparenza paffuto, ma ottusamente feroce: la dimensione del potere non legata all’autorità o alla responsabilità, più o meno mal riposta, ma proprio alla facoltà di violare  le norme, nel poter fare quelli che gli altri non possono.

La Polverini è un “lei non sa chi sono io” che cammina. Non so quanti chili di boria  dai quali si deve sottrarre la spinta fluidodinamica di una testa furbetta, ma vuota.  Peccato, poteva essere una perfetta sora Cecioni e fare la macchietta in casa: invece dobbiamo strapagarla per farsi Polverini.


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