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La faccia oscura della Terra

apocalyps_2015Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che peccato, la Cina considera concluso l’esperimento che aveva condotto nel Chang’e 4, il lander mandato sulla luna per esplorarne il suolo ed effettuare test grazie all’ambiente “naturale” creato nell’orticello dove si sviluppano processi di fotosintesi e “respirazione”.

È infatti morto di freddo il germoglio di cotone spuntato nella mini serra che aveva fatto fantasticare potesse prosperare la vita, così come la immaginiamo noi, sul lato oscuro del pianeta.

Ecco, crollano le speranze di rifugiarci là in un tempo non troppo lontano, quando l’apocalisse già cominciata ci costringerà ad impiegare per l’esodo le magnifiche sorti progressive della tecnologia, augurandoci che nel posto dove si andrà a ripetere la follia suicida e dissipatrice che abbiamo consumato qui non ci sia un ometto verde, ma guarda la coincidenza, che preferisce aiutarci in terra nostra.

Sono tempi duri per l’Antropocene, come habitat dell’uomo.   Stiamo camminando sull’orlo dell’inferno e abbiamo già sfiorato quell’aumento  delle temperature che secondo molti scienziati avrebbe  segnato la fine della civiltà. Con gli esiti che sappiamo e cui continuiamo a guardare come se fossero le inquadrature di un colossal rovinologico, con molte comparse nelle vesti di migranti climatici ( si calcola che nell’Africa subsahariana saranno più di 200 milioni le persone costrette ad abbandonare la propria casa entro il 2050 e già il 30% degli abitanti della zona del Sahel del Burkina Faso ha dovuto migrare negli ultimi vent’anni), con affetti speciali del filone catastrofista che vanno dall’innalzamento dei mari con la cancellazione di intere fasce costiere, Venezia e San Francisco comprese, la perdita di acqua dolce e fenomeni di siccità  e desertificazione, fenomeni alluvionali estremi,  scomparsa di specie, fame e sete per milioni di persone, ondate di calore sempre più intense alternate a violente tempeste di pioggia.

Anche il nostro cinemino sotto casa proietta lo stesso film. Secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici nel periodo tra il 2020 e il 2050 le temperature in Italia subiranno un aumento di 1,5-2 gradi, le precipitazioni d’estate una diminuzione del 22% (con picchi del 24% al Sud), mentre i giorni con una temperatura massima superiore ai 29 gradi saranno 9 in più per ogni estate, e 20 dal 2050 in poi. La pioggia aumenterà invece dell’8% in autunno (11% al sud), provocando quegli esiti già sperimentati che pare continuino a cogliere tutti di sorpresa. Secondo Coldiretti i fenomeni legati al cambiamento climatico fanno perdere una media di due miliardi l’anno al settore agricolo, la pianura padana  dove si concentra il 35 per cento della produzione nazionale e dove si determina circa il 40 per cento del pil italiano, vede esaurirsi progressivamente la sua principale riserva d’acqua, il bacino idrico del Po, che si riduce drasticamente proprio nei mesi in cui c’è più bisogno di irrigare i campi.

Eppure, e solo in ultimo, nella  manovra di bilancio sono state inserite un po’ di quelle misure cerotto  perfettamente integrate nella retorica della Green Economy come è stata propagandata dai jukebox legambientali e dai think tank a alimentazione petrolifera: dal credito di imposta per le imprese che riducono gli imballaggi all’ampliamento del fondo Kyoto  favorire  l’efficientamento degli ospedali e degli impianti sportivi, dai concorsi per l’assunzione personale  al ministero dell’Ambiente; a uno stanziamento di 20 milioni per i siti orfani   ossia quelli che “non hanno responsabili” o per i quali non è possibile risalire a una responsabilità chiara delle aziende per pretenderne le bonifiche, da programmi per promuovere la corretta e efficace spesa dei comuni in materia di prevenzione del rischio e per la mobilità sostenibile al mantenimento degli incentivi  per impianti a biogas.

Come è stato confermato ampiamente a  Katowice dove i delegati di oltre 200 Paesi delle Nazioni Unite   erano riuniti per confrontarsi sul “rendimento” dell’accordo di Parigi del 2015, nessun Paese occidentale, Usa in testa, ma anche Polonia, Germania, Italia ha fatto alcun passo indietro nel ricorso al carbone e al gas, usando come copertura per le loro attività inquinanti la questione dei posti di lavoro nelle filiere incriminate. E se il governo polacco ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dei convenuti  a una mozione perché gli sia concessa un adeguamento più lento  agli accordi internazionali nell’abbandono del fossile, la Commissione UE è orientata a dare vita a  un protocollo di sostegno all’industria del carbone e alla siderurgia nei paesi dell’Europa centrale e orientale.

Come sorprendersi d’altra parte:  il “sistema” dei  combustibili fossili già esistente offre un vantaggio decisivo in termini di accumulo di capitale e di redditività rispetto alle energie alternative che richiederebbero la realizzazione di nuove infrastrutture immediatamente competitive, a cominciare da quella finanziaria e a quella degli incentivi. E quelli presenti nel sottosuolo rappresentano riserve di trilioni di dollari in attività e per la movimentazione di capitali che hanno già un effetto reale nell’economia, che vengono calcolati e appaiono sui libri finanziari delle corporation.

Hanno chiamato la Grande Accelerazione quel processo cominciato alla fine della seconda guerra mondiale, consistito  nell’allargamento della sfera di influenza dell’uomo sulla natura e sull’ambiente, attraverso l’esplosione dei processi di accumulazione e dissipazione di risorse, di crescita della popolazione, di incremento dell’utilizzo energetico, di distruzione di ecosistemi e forme di vita, di espansione abnorme dei complessi urbani.

Dove ci stia portando è noto, ma per la cupola che decide i destini del mondo giocandoci a palla come il dittatore di Chaplin, non serve nemmeno il negazionismo ridicolo dei suoi scienziati alla prese con le minzioni e i gas animali, basta metterci in riga ricordando alle anime belle che quelli sono gli inevitabili effetti collaterali del progresso, cui nessuno di noi vuol rinunciare, basta prendere alla lettera gli accordi che hanno affidato la cura del grande caldo ai programmi volontari, basta concretizzare i valori dell’ideologia preminente affidando al mercato come principio regolatore del funzionamento del sistema sociale la soluzione dei problemi che il mercato produce, obbedendo all’imperativo di salvare il capitale naturale per  salvare il capitale economico e finanziario cui è affidata la gestione della nostra sopravvivenza.

E infatti le “soluzioni” proposte dalla “economia ambientale”, ruotano intorno alla monetizzazione della natura,  alla appropriazione ad un costo il più basso possibile, o perfino gratis, delle risorse per negoziarle al prezzo più alto possibile, dando vita a un sistema di commercio internazionale che consente ai paesi industrializzati nell’Occidente di esonerarsi dagli obblighi di riduzione dei gas serra investendo nel mercato delle emissioni. E promuovendo una “cultura” ecologica che dovrebbe responsabilizzare la collettività risparmiando le imprese e il sistema finanziario dall’imposizione di regole e limiti alla pressione inquinante e alla speculazione con l’intento di trasferire la responsabilità dalle relazioni sociali capitalistiche agli atteggiamenti individuali, perfino propagandando il credo fideistico nella decrescita che immagina di poter incorporare mercato, denaro, lavoro, proprietà così come sono, in una arcadia post sviluppo.

Ecco se qualcuno vi dice che ha ricevuto dei segnali e addirittura una visita dagli alieni intenzionati a occuparci, non credetegli: nessun marziano dotato, come è evidente, di una intelligenza superiore alla nostra  che lo avrebbe condotto qui, vorrebbe restare sulla terra.

 

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La guerra di Polonia, pretesti e ragioni reali

polexit-2Da qualche settimana in Europa è esplosa la questione polacca, segnale di una fragilità terminale della Ue: da una parte si accusa il governo di Varsavia di aver varato alcune leggi che ledono l’indipendenza del sistema giudiziario con annessa minaccia di sanzioni che potrebbero arrivare anche al ritiro del diritto di voto in molte assemblee, nel caso non si facesse un passo indietro, dall’altra- ovvero quella polacca – si respinge questa intromissione negli affari interni del Paese e si minaccia di uscire dall’unione facendo intendere che ormai i vantaggi dell’entrata nella Ue si sono esauriti e restano solo i legacci. Insomma per la prima volta si scontrano i principi di sovranità e il disprezzo dei medesimi da parte delle oligarchie continentali che li vedono come gli ultimi ostacoli verso l’affermazione di una società basata sul profitto e sulla disuguaglianza.

Il problema, la radice dello scontro. è alla fine proprio questo perché la questione specifica della magistratura polacca è in gran parte di lana caprina, un pretesto per chiarire molto bene, in un momento di grande incertezza per l’Unione, che i governi e i Parlamenti non devono rispondere ai popoli che li hanno eletti, ma principalmente agli ordini sovranazionali. E lo si vede subito esaminando i punti principali della contestata riforma che violerebbe i valori europei sulla quale tutti gli agit prop del neoliberismo post democratico stanno giocando sporco approfittando del fatto che spesso le persone di accontentano di notizie sommarie, di suggestioni e di suggerimenti che non osano contestare:  in sostanza si tratta di una riforma del Consiglio nazionale della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici, un terzo dei cui membri dovrebbero essere deletti eletti dal Parlamento. Inoltre il consiglio  dovrebbe valutare le candidature dei magistrati, stilare regole etiche, e chiedere alla Corte costituzionale opinioni sulla costituzionalità delle leggi.

Non c’è alcun dubbio che l’autonomia della magistratura venga gravemente limitata con questo collegamento tra il potere giudiziario a quello esecutivo, cosa che viola una delle regole fondamentali della democrazia. Peccato però che queste regole siano disattese praticamente anche in tutto il resto del continente che si finge scandalizzato dal momento ché di fatto solo l’Italia ha una struttura del potere giudiziario che si avvicina, sia pure teoricamente all’ideale di separazione, visto che i pubblici ministeri, nonostante i tentativi polacchi di Berlusconi godono di ampia autonomia di movimento. Certo, l’organo di autoverno dei giudici, ovvero il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dall’inquilino del Quirinale ed per un terzo è eletto dal parlamento, con un meccanismo che ricalca quello polacco. In Francia invece l’ analogo del Csm è un organo ausiliario della presidenza della Repubblica, mentre i pm sono agli ordini del ministero degli interni che indica loro quali inchieste fare e quali no. In Germania non esiste nemmeno un organo di autoverno dei magistrati che vengono nominati direttamente dal minstero dell’Interno federale, mentre i provvedimenti discplinari che non riguardano eventuali reati comuni, possono essere addirittura richiesti direttamente dal Parlamento. In Gran Bretagna i giudici vengono nominati dal Lord Chancellor che a sua volta e’ nominato dal Primo Ministro, mentre la  funzione di magistratura suprema spetta alla House of Lords, che e’ composta principalmente di membri nominati dal governo. Per quanto riguarda i pubblici ministeri, invece, si pesca tra gli avvocati . I punti essenziali di questa struttura valgono per tutti i Paesi di common law come gli Usa dove tuttavia i pubblici accusatori anche qui estranei alla magistratura in senso stretto, sono legati a doppio filo con la politica dunque non sono in nessun modo parte neutrale o lontana dal potere esecutivo.

Detto questo qual’è lo strappo fatto dalla Polonia rispetto al resto dell’Europa? Forse quello di rassomigliare di più ai maggiori componenti della Ue? Oppure si tratta di una prova di forza che ha altre origini e altri obiettivi? Certo è strano che la Unione non abbia avuto la stessa reazione quando il presidente Lech Kaczynski alla fine del 99 firmò l’emendamento alla costituzione che introduce l’apologia di reato comunista, vietando e perseguendo penalmente produzione, diffusione  e possesso di simboli, propaganda e idee legate al comunismo, mentre il nazismo è in libera diffusione o quando, sempre lo stesso anno. lo stesso presidente rese obbligatoria oltre al carcere la castrazione chimica per chi abusa di minorenni al di sotto dei 15 anni di età anche consenzienti o quando poco più di un anno fa è stata introdotta una legge che restringe la libertà di riunione nei luoghi pubblici..

Infatti il problema è nato da quando questa deriva, peraltro non nuova nel Paese e mai ostacolata in alcun modo, anzi fomentate e fatte crescere proprio dalle insensate politiche di austerità, ha cominciato a toccare temi davvero sensibili per la Ue e non mi riferisco alle baruffe sull’immigrazione che vede la Polonia allineata a molti stati dell’Est, Ungheria e Repubblica Ceca in testa, ma al fatto che buona parte della destra polacca pensa che i dogmi del libero mercato, che hanno guidato la crescita dal 1989 e i cui proventi sono finiti all’estero o in pochissime tasche, vadano riconsiderati, che occorra rafforzare la presenza dello stato nell’economia e sviluppato il welfare. L’ allarme è cominciato a diffondersi quando sono stati concessi 120 euro a figlio come assegni familiari che è una bella cifra per un Paese dove i salari medi sono di 1000 euro. Evidentemente le condizioni reali delle persone erano tali da rendere questa mossa, assieme ad altre, necessaria per il mantenimento del consenso. Solo che essa è stata accompagnata da un rigetto quasi ufficiale delle tesi liberiste. Quando Bruxelles notò che provvedimento così genere avrebbero messo sotto pressione i conti pubblici: “Il Pil è solo un idolo delle élite economiche” disse Mateusz Morawiecki, quando era ministro dell’economia. poco prima di diventare presidente del consiglio.

E’ solo una frase fra le tante che possono essere portate a testimonianza di una guerriglia ormai aperta. Il fatto è che se si sviluppa il welfare addio gli enormi benefici finora goduti dalle aziende europee che hanno delocalizzato in Polonia e se questo per giunta avviene nell’ambito di una rivalutazione della sovranità, come aglio per i vampiri, apriti cielo, c’è il rischio che vengano rottamati  i progetti delle oligarchie europee. Questa democrazia a senso alternato messa da parte quando lede gli interessi economico finanziari e ripolverata ad hoc quando gli stessi lo richiedono ormai provoca la nausea, anche perché gli effetti deleteri sono visibili a chiunque: una rissa imbarbarita tra sciovinismi e oligarchia globalista, tutte cose che dovrebbero essere il passato e sono ahimè il futuro che vorrebbero servirci.


Sotto il vulcano: dagli Usa alla Catalogna

trump-onuProprio la fine dell’anno, in maniera quasi simbolica, ci porta i segnali della fine di un mondo che un ceto di rianimatori sparsi tra la politica, l’informazione e gli intellettuali di riferimento faticano ormai a tenere cosciente e a spacciare per un paziente in buona salute, vivo e vegeto, con un grande avvenire che in realtà è già dietro le spalle. La sconfitta degli Usa all’Onu su Gerusalemme, avvenuta nonostante l’estensione degli ascari europei e le minacce americane all’intero orbe terraqueo; la durissima replica della Polonia alla minaccia di sanzioni venuta dall’Europa sulla riforma della magistratura definita liberticida con controminacce di uscita dall’Ue; il fatto che in Catalogna i partiti indipendentisti abbiano ora  la maggioranza in parlamento (e la partecipazione al voto è stata straordinaria) lasciano nudi i trucchetti di Madrid che si illudeva di poter facilmente sistemare la situazione, anzi di averla risolta con queste elezioni di emergenza. Il risultato è stato che il partito di Rajoy è praticamente scomparso e dovunque, tranne che ha Barcellona, il voto indipendista è in maggioranza. Una sconfitta tale che El Pais, massimo giornale fdiancheggiatore del governo, apre l’edizione on line con i vincitori della lotteria nazionale.

Si tratta di segnali inequivocabili, anche se non necessariamente coerenti, che la struttura su cui è costruito il mondo neo liberista si sta disgregando assieme ai suoi muri portanti: la tracotante volontà Usa di rimanere l’unico padrone del pianeta, la superficialità con cui si è costruita l’Europa degli interessi e delle oligarchie, la reazione conseguente verso un nuovo sovranismo che nel caso specifico si oppone al nazionalismo franchista voluto da quella stessa Ue che bacchetta la Polonia. La reazione al coacervo di contraddizioni non può che essere contraddittoria a sua volta, ma in ogni caso accelera i processi in corso e porta ad esempio a un isolamento degli Usa proprio quando essi lottano per rimanere i decisori planetari o rende ipocriti i richiami della Ue a una democrazia che essa ha rifiutato in ogni stadio del suo processo di costruzione ponendosi come strumento delle istanze elitarie e degli interessi ad esse collegati. Così per esempio si è determinata un’assurda e frettolosa inclusione dei Paesi dell’Est, appena usciti dall’esperienza sovietica, per poter più facilmente delocalizzare e accontentandosi della pura formalità democratica,

Quanto potrà durare tutto questo? Si direbbe a prima vista fino a che questa disennatezza non avrà esaurito le risorse del pianeta e alterato a tal punto l’ambiente da mettere in forse le risorse alimentari e quelle delle materie prime. Del resto tutta la complessa macchina dell’informazione  e comunicazione interamente posseduta da poche mani, non è assolutamente in grado di far percepire i rischi ontologici del sistema dal momento che essa per ragioni proprietarie, non è più da tempo uno strumento di conoscenza e di dibattito critico, ma è invece legata alla creazione di  emozioni e credenze, teologie antropologiche in ragione degli interessi del capitalismo estremo che rappresenta, tanto che in alcuni casi, soprattutto fra le major della rete, questo si esprime addirittura attraverso un contatto nativo con i servizi segreti. Non c’è da stupirsi se il suo grado di libertà sia talmente ridotto da essere divenuta alfiere della repressione e contestazione della libertà di espressione.

E tuttavia le contraddizioni intrinseche a questo sistema globale sono tali che esse lavorano  comunque a cominciare dalla realtà dei singoli così diversa dalla narrazione, per finire nell’irrazionalità delle scelte: ad esempio la pretesa di perseguire un dominio mondale economico – militare, con quella di fare più profitti delocalizzando e avvilendo il lavoro ovvero impoverendo la base del consenso e nello stesso tempo regalando fare e conoscenza altrove. Così assistiamo a scricchiolii sempre più chiari e sempre più forti, avvertibili ormai anche con i tappi alle orecchie con cui molti amano proteggersi dalla fatica di pensare, Purtroppo sarà difficile uscire in maniera razionale da questa situazione: se c’è una cosa impossibile  per le elites di comando è quella di fare un passo indietro.


Polonia, smentita la metafisica dei ricchi

DENARO-Trovare-Lo-Spirito-nel-DenaroProbabilmente nessuno accetterebbe zloty polacchi in cambio di euro e anzi, vista la demenza senile e giovanile che regna nel continente, quei milioni di persone ridotte ad essere nessuno o al massimo x e y nelle false equazioni del potere, si chiederebbe come mai sia possibile che un’economia possa reggersi su una debole moneta nazionale. Eppure la Polonia grazie alla sua sconosciuta moneta cresce in media del 3,9 per cento ogni anno, ha un numero di disoccupati del 5,1 per cento, una cifra inferiore solo al periodo comunista e comunque meno della metà di quella italiana, mentre i salari crescono in maniera impetuosa, raggiungendo quest’anno addirittura il 9 per cento. E adesso il  Paese si appresta a diminuire l’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne dai 67 stabiliti alcuni fa sull’onda del merkelismo austeritario.

Come vera e propria beffa questo provvedimento viene preso da un governo ultraconservatore e “amerikano” che la dice lunga sulla consistenza di certe sedicenti socialdemocrazie di altri Paesi che invece non fanno altro che forgiare massacri sociali , ma questo elemento è abbastanza significativo del fatto che anche aderendo a certe filosofie della disuguaglianza,  poter disporre di una moneta autonoma e dunque anche di una libertà di bilancio inimmaginabile ormai per l’area euro, costituisce di per sè un grande vantaggio. E da questo punto di vista la Polonia non costituisce un’eccezione perché aumenti molto consistenti delle retribuzioni sono avvenuti in Ungheria (15%), in Romania (7% anno su anno dal 2012), in Slovacchia (17%), in Bulgaria (9%), in Croazia (5%), L’unica eccezione è la Repubblica Ceca che ha fatto il 2%, partendo però da una base di industrializzazione nettamente superiore a quella di altri Paesi. Naturalmente l’effetto crescita è dovuto in gran parte alla delocalizzazione selvaggia degli ultimi vent’anni, ma è abbastanza evidente che con l’aggancio a una moneta unica che copre situazioni economiche differentissime e a volte antitetiche, senza poter disporre del proprio bilancio e di oscillazioni nei  cambi, esso sarebbe stato molto inferiore e per giunta avrebbe finito per riversarsi in grandissima parte sui profitti piuttosto che sui salari o sui servizi.

Lo dimostra il fatto che la decisione del governo polacco è stato accolto dalla rituale salva di critiche da parte di banchieri, finanzieri e di think tank del liberismo, i quali gridano allo scandalo per l’aumento della spesa pubblica che la diminuzione dell’età pensionabile comporterà e per la perdita di competitività (ma come sono noiosi e ottusi) che la crescita dei salari comporta. Ovviamente il timore è che si contragga l’area dei profitti con l’aumento dei contributi e magari con la riduzione di incentivi pubblici per la localizzazione di fabbriche. D’altronde però la spesa pubblica in Polonia aumenta vistosamente dal 2015 senza che questo abbia portato ad alcun tipo di problema, anzi grazie a un giro di vite sull’evasione fiscale e a una serie di bonus che hanno consentito di sostenere i consumi interni per la prima volta da vent’anni il bilancio dello stato è tornato in attivo.

Chissà forse aveva ragione il giovane Keynes che non attribuiva neutralità alla moneta e che la vedeva come uno degli strumenti di cambiamento e di affrancamento dalle elites dominanti, ma sta di fatto che l’Europa dell’euro e la teoria liberista da cui esso è nato, sia pure come figlio illegittimo, si sono affrancate solo dal realismo e lavorano unicamente per accreditare una visione recessiva della disuguaglianza e dello sfruttamento. L’economia nel suo senso teorico è solo una metafisica dei ricchi e in quanto tale se anche viene smentita ogni giorno rimane intatta nei suoi dogmi e nelle sue preghiere che pretende debbano essere globali o quanto meno estese il più possibile.  Forse è venuto il momento di dire amen.


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