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Monete al posto delle medaglie

553edda3-76d5-4929-bcd5-f201f5e88576_570 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In una non singolare coincidenza con la scomparsa definitiva dall’agenda della sinistra dei temi della lotta all’imperialismo e alla sue guerre, in favore di un vago cosmopolitismo, delicato eufemismo per farci digerire la globalizzazione, abbiamo assistito negli anni a un recupero del concetto di patria, nella sua forma più retorica e trita da aggiungere alla paccottiglia impiegata per sostituirla alla sovranità costituzionale e all’autodeterminazione, cui si diceva fosse obbligatorio rinunciare per giurare fedeltà e obbedienza a un “sito” regionale e morale superiore, l’Europa.

E infatti a imporre un più moderno racconto enfatico, ridondante di un’accumulazione di icone e miti e segnato dalla ripresa istituzionale di liturgie arcaiche, compresa la parata sui sampietrini di Via dei Fori Imperiali restituita alla sua funzione di passerella per dittatori e truppe in divise sgargianti e stivali di cartone, fu proprio Ciampi, del quale è bene ricordare il curriculum denso di abiure e segnato dall’abnegazione cieca nei confronti dei pescicani della finanza, della paternità dei più scandalosi processi di privatizzazione dei tesori nazionali a cominciare dall’Iri, e dell’obbligo di sottostare ai ricatti del mercato sul debito pubblico, oltre che della decisione di vietare per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta, riducendo il suo ruolo che aveva avuto la qualità di vigilare e avere un effetto stabilizzante sui prezzi. Ma anche dall’acquiescenza nei confronti degli oltraggi delle maggioranze di governo e della sua fascistizzazione, compresa la cancellazione del 25 aprile e la conversione del 2 Giugno, festa di una Repubblica che rifiuto la guerra, in celebrazione da officiare armati fino ai denti malgrado la defezione di generali impuniti, adirati per il femmineo pacifismo di governi imbelli intenti a indebolire le forze armate.

Rispolverati i sussidiari, la narrazione risorgimentale, escludendo magicamente le repressioni piemontesi nel Mezzogiorno, retrocedendo la resistenza a appendice  postuma e promuovendo il primo conflitto mondiale a “quarta guerra d’indipendenza”, dando nuovo lustro all’inno di Mameli da imporre in tutte le sedi, da Miss Italia, ai derby, come risposta non troppo efficace alle esuberanze di Bossi e come colonna sonora della partecipazione a campagne belliche in ruoli non sempre di appoggio e subalterni, è diventato  politicamente corretto, quindi doveroso riporre in soffitta il “Nixon boia”, le marce contro la Nato e i picchetti davanti all’ambasciata dell’alleato più caro e irrinunciabile. E pure  il patetico pacifismo delle anime belle, grazie alla integrazione nel pensiero comune di concetti sconcertanti, quelli di imprese belliche cruente con finalità di  esportazione di democrazia e aiuto umanitario in Crimea, Etiopia, Somalia, Serbia, Libia, Iraq, o Afghanistan, quelli della guerra come necessaria preparazione della pace, a detta di garrule ministre della Difesa, quelli della obbligatorietà di armarsi indirizzando su incauti acquisti  risorse e finanziamenti ben più necessari in altre destinazioni, quelli, altrettanto strategici e imprescindibili, entrati nella mentalità comune, secondo i quali dovremmo essere compiaciuti di accogliere come un premio e una ammissione alla tavole dei Grandi,  l’occupazione e la militarizzazione  dei nostri territori, oltre che della nostra economia, perché si prestino a fare da trampolini, deposito di intendenze, poligoni di tiro esponendoci a rischi in cambio della funzione di attendenti dei generali e marmittoni delle loro cucine.

Adesso poi ancora di più la Patria, e lo sciocchezzaio dei nostri fini dicitori di bubbole: la Matria della Murgia non poi molto più accettabile della difesa leghista dei sacri confini minacciati dal meticciato, è diventata un must per mettere in risalto i valori positivi di una non meglio identificabile identità “tradizionale” ma aperta alla cucina etnica e fusion, alla penetrazione commerciale di mode e droghe, ai rap a Sanremo, a Bella Ciao in cinese, rispetto ai vizi del sovranismo e del populismo, e  le virtù invece della rinuncia a poteri e competenze che permettono a governi incapaci e asserviti di legittimare la loro impotenza e la loro subalternità.

Eppure proprio il  4 novembre, tra sacelli e monumenti a dinastie di traditori e ladri, in vie e strade dedicate a generali  che hanno difeso le frontiere dall’invasore straniero sacrificando 600mila nostri eroici cittadini, molti dei quali passati per le armi per il reato di insubordinazione, tra corone d’alloro e sacrari a Graziani in memoria delle imprese, contro faccette nere, oggi sostituite da quelle delle nostre imprese in nome della nuova cooperazione con antiche colonie realizzata anche quella per salvaguardare il sacro suolo dalle orde      selvagge, sarebbe ragionevole guardare a film proiettati altrove, al trailer di quello che può succedere quando il popolo mai troppo sovrano, mai troppo responsabile e mai abbastanza civile si affida a quelli in uniforme, come in Cile, in Equador, in Argentina.


Dall’internazionalismo a Cosmopolitan

globAnna Lombroso per il Simplicissimus

Circola in rete, accolta da grande entusiasmo, una intervista a Luciano Canfora pubblicata da Left, che si autodefinisce l’unico giornale della sinistra, e sormontata da un titolo spericolato: cosmopoliti di tutto il mondo unitevi. Mancano le firma in calce all’appello dall’a di Asor Rosa alla zeta del fu Zygmunt, ma non è detto: di questi tempi di criminalizzazione di qualsiasi pretesa di autodeterminazione e di riappropriazione della sovranità in materia economcia, retrocessa a bieco sovranismo, non mancheranno eventuali ampi consensi.

Per carità  non si può non concordare con l’autorevole storico sul fatto che il concetto e perfino il termine cosmopolitismo siano stati condannati dal regime fascista in qualità di appellativo che puzzava di “giudaismo”, di demoplutocrazia, che evocava congiure ebraico massoniche e di complotti demoplutocratici. Ma si tratta di una parola  che via via ha subito interpretazioni e decodificazioni le più disparate, e chi vuole la usa avventatamente come appartenente al vocabolario marxista, chi ne fa un accessorio irrinunciabile della dottrina europeista, chi ne fa un uso arbitrario e discrezionale sostituendola a internazionalismo.

Peggio ancora di questi tempi qualcuno l’ha riscattata per farne un simpatico eufemismo al posto di “globalizzazione”,   in modo da addomesticarne la ferocia, per adattarla a misura d’uomo, come si diceva una volta,  o di uomini. Ma non certo di proletari di tutto il mondo.

Certo vuol poco a preferire cosmopolitismo a Patria, ormai in regime di malsano e e arcaico monopolio della Murgia che si accontenta di convertirla in Matria, della Meloni che ne fa uno stonato e martellante slogan, dell’empio ministro sempre in divisa per difenderla dalle minacce dei terzi mondi interni e esterni.  E a Canfora dobbiamo, a parte illuminati scritti di cultura classica, un acuto e spietato pamphlet intitolato “E’ l’Europa che ce lo chiede”, una condanna della superpatria artificiale che ci è stata imposta e che “aumenta il profitto di pochi e riduce il reddito di molti” in nome dello “strapotere bancario e speculativo”, cui non piace la nostra Costituzione “criptosocialista” (che pare non piaccia più nemmeno a Canfora) perchè contiene le fondamenta dell’edificio democratico.

Ma a contrastare il totalitarismo economico e ostacolare gli interessi e i progetti della finanza globale non basta certo il largo sguardo del cosmopolitismo, che sarà anche vero come sostiene lo storico che è il “contrario del razzismo”, ma solo se lo intendiamo come maldestra declinazione “antropologica”, se lo limitiamo all’ostilità allo straniero per affermare un suprematismo etnico, ma che oggi ancora di più si esprime  contro gli stranieri in patria, contro chi ha la colpa non soltanto di venire da altri lidi, ma di essere povero,  anche per nostra responsabilità collettiva se non personale.

Ci vuol poco a dire che la visione dei Trump, dei Salvini  “è pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti … una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico…”, se si rimuove il fatto che il nemico in questa lotta di classe alla rovescia è chi sta sotto, chi è nato dalla parte sbagliata del mondo, chi non è stato estratto col numero giusto nella lotteria naturale, e che perlopiù vive ed è cacciato dalle  geografie che abbiamo invaso e depredato, ma sta anche nelle nostre periferie, nelle campagne un tempo fertili oggi abbandonate o retrocesse a discariche, in fabbriche sempre più insicure dove l’unica garanzie rimaste è la fatica, nei grandi magazzini di merci che come automi migliaia di persone controllano e smistano sotto il cielo che fa da coperchio al mondo globalizzato ma non internazionalizzato, connesso ma non  felice, dove crollano ponti ma si tirano su muri.

Eh si, anche i più sapienti dovrebbero guardarsi dall’incantesimo esercitato da certe formule studiate o riscattate per coprire l’amaro dell’ideologia padronale che, beata lei, non ha confini perchè i boss di tutto il mondo hanno saputo unirsi, e che magnifica con l’etichetta del nuovo mondialismo contemporaneo,  la globalizzazione spietata di cui beneficiano solo i ricchi, quelli che hanno saputo liberalizzare i flussi finanziari e approfittare dei flussi migratori per muovere eserciti di lavoratori come merce a poco prezzo, quelli che elargiscono le narrazioni della modernizzazione, le favole dell’innovazione, le barzellette della nostra liberazione dalla fatica grazie alla servitù dei robot, quando  in questo pianeta aperto dalle chiavi del potere dei soldi, le nostre dinastie di vampiri beneducati riducono in schiavitù donne e bambini in posti remoti, trasferiscono di notte le fabbriche in luoghi più propizi e tolleranti, incaricano caporali zelanti di mettere in riga disperati stranieri e indigeni nei nostri e in altri deserti.

Non so a voi ma a me questo cosmopolitismo non basta se serve a portare in tavola il limone Mano di Buddha, se fa accedere alla cucina fusion, se con un fischio arriva un taxi di Uber,  se possiamo riservare un disprezzo aristocratico nei confronti di chi teme   l’inclusione come una minaccia al poco che ha conservato, leggendo l’Internazionale o  Left sui lettini di Sabaudia e della spiaggia di Chiarone.

 

 


E adesso beccatevi Pillon

Movimento-per-la-vita-maggio-2013 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A beneficio di chi pensa che tutto sia cominciato con Pillon e che la recessione morale sia cominciata con questo governo , voglio raccontare un episodio che non ha trovato spazio sulla stampa che ha scoperto in questi giorni il fascismo, il rigurgito patriarcale, il razzismo (ma solo nei confronti degli immigrati).

Il teatro è l’Ospedale di Treviso e gli attori che si fronteggiano sono da una parte un gruppo di pie donne e anche qualche maschio,  dall’altra le donne e gli uomini del collettivo ZTL Wake Up!. È il marzo 2014 e i rappresentanti del Movimento con Cristo per la Vita occupano alcuni spazi fuori dal nosocomio con un loro presidio per dimostrare contro il “delitto” di interruzione di gravidanza che si consuma nella struttura pubblica in applicazione di una legge dello Stato. Pregano, anche piuttosto rumorosamente, innalzano cartelli con immagini cruente di feti pieni di sangue o conservati in barattoli,  gridano slogan contro le assassine e i loro complici. Il loro è un appuntamento fisso che si ripete nei giorni nei quali si effettuano le interruzioni di gravidanza, messo in atto con ferocia per colpevolizzare e incriminare. E’ per questo che i militanti del collettivo decidono un giorno di organizzare un contro-presidio pacifico, invitando il Movimento a scegliere sede più acconcia per pregare e ricevendo la solidarietà del personale ospedaliero. Non ci sono scontri né contatti fisici, ciononostante nove persone del collettivo vengono querelate per violenze private e oggi a distanza di cinque anni saranno condannate dalla Cassazione in via definitiva: i denuncianti manifestavano legittimamente .

Come sempre succede la perdita di beni si accompagna a quella dei diritti, anche il più doloroso, mentre invece si arricchisce il repertorio di sopraffazioni, intimidazioni e ricatti.

Come sempre succede chi rivendica di rappresentare una maggioranza non si accontenta del consenso degli elettori e insegue l’appoggio dei poteri forti, comprensivi delle gerarchie ecclesiastiche e di un Papa che considera le donne creature di Dio, si, ma forse di un dio minore, il libero arbitrio una facoltà perlopiù maschile da esercitare comunque con parsimonia, i tribunali dello Stato trascurabili rispetto a quello del cielo, in particolare per quanto riguarda quei cosiddetti temi sensibili monopolio esclusivo della morale confessionale, tanto da promuoverla a etica pubblica. Operazione riuscita, se la Corte di Cassazione in questo caso come in altri, riconosce facoltà e prerogative speciali a chi se ne fa interprete di parte, e dunque il diritto di fare di uno spazio pubblico e collettivo luogo non di preghiera, ma di propaganda.

Come sempre succede dietro ai dogmi c’è sempre un affare o più di uno. Succede a Treviso, ma in molte altre parti dove tanta devota deplorazione si mette al servizio di interessi opachi. In testa ci sono regioni nelle quali una formazione politica è impegnata da sempre a riservare un trattamento di favore alla sanità privata, dove esimi obiettori si esercitano sottobanco per non perdere la mano con qualche aborto, camuffato da necessità terapeutica, con qualche inseminazione  proibita in Italia, come certi chef che sperimentano il curry e i felafel per stare al passo coi tempi e coi gusti del pubblico pagante più raffinato.

E come sempre succede, hanno la solidale accettazione di chi intravvede l’opportunità di conquistare l’approvazione di una comunità di fede che in forma di cittadini chiamati al voto si è espressa chiaramente, a dimostrazione che è sempre tempo per vanificarne la volontà referendaria: basta pensare a quanti negli anni in forma bipartisan hanno suggerito restrizioni all’attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza con i più fantasiosi pretesti, compreso il presidente Amato, socialista proprio come Loris Fortuna, ma anche molti, troppi laici per caso e a intermittenza. Per via, è sicuro, della pretesa di intervenire e intromettersi in ogni contesto della nostra esistenza che accomuna in un delirio di onnipotenza bipartisan chi assume un ruolo di comando, compresa una poltrona in qualche società editoriale com’è successo a ex direttori e giornalisti folgorati in età avanzata dalla religione: quando la carne se frusta, l’anima se giusta, impegnati a aggiustare anche le nostre, di anime. Ma ancora di più perché la restaurazione riguarda anche la triade Dio, Patria e Famiglia con la sua ideologia autoritaria e i suoi capisaldi aggiornati secondo le regole dell’economia imperiale, per creare una nuova e moderna coscienza che sappia approfittare del progresso e dei suoi successi, anche se a beneficiarne sono solo alcuni, che sa rinunciare a certe conquiste, quelle di diritti, garanzie democratiche e stato sociale, nel doveroso rispetto dello stato di necessità, che si apre al mondo quando si tratta di accogliere prodotti, lavoratori a basso costo, abitudini culturali e di consumo, o di esportare, guerre e armi comprese, ma che si arrocca quando si tratta di esprimere solidarietà, e che così fa proprio il messaggio di un’altra coesione, quella impossibile tra dominanti e dominati, tra padroni e sottoposti, tutti sulla stessa barca, anche se nemmeno sul Titanic si affogava senza gerarchie di classe.

Adesso poi si sono create le condizioni per arricchire di altri valori tutto questo ciarpame di risulta: la nuova coscienza deve ispirare la nuova famiglia, attenta al rispetto della tradizione e della conservazione di valori irrinunciabili legati alla salvaguardia e manutenzione della nostra superiore civiltà, ma al tempo stesso impegnata a godere dei benefici della contemporaneità: tecnologia sotto forma di selfie e cellulari, lavoro parcellizzato che non ha bisogno delle ubbie della rappresentanza e del sindacato, partecipazione e voto come all’Isola dei Famosi. Eh si la famiglia ideale dovrebbe essere formata preferibilmente da nonni malsopportati che non hanno più diritto alla lungodegenza, ma obbligati a contribuire alle spese comprese quelle dei fondi pensionistici per la progenie, mamme in casa a garantire la discendenza e il futuro della razza bianca, anche sotto forma di pizzaioli a Londra e piloti di droni, in festosa e dinamica sostituzione di ogni forma di welfare ormai superfluo, essendo stato riconosciuta magnanimamente alle femmine quella qualità multitasking che ne sancisce la pubblica utilità. E gli uomini? Gli uomini, quelli non ancora delocalizzati, arruolati nell’esercito di magazzinieri,  autisti di auto a noleggio, fattorini di pasti a domicilio, incaricati della consegna della spesa, steward allo stadio, garanzia di carriera luminosa, ancora meglio quelli che possono “unire potere dei computer e lavoro freelance”, appagati della precaria autonomia di lavoratori che ormai vengono definiti “alla spina” al di fuori di qualsiasi occupazione stabile e di qualsiasi ombrello protettivo di garanzie e tutele.

E siccome siamo dentro al paradosso che combina l’obbedienza ai dettami della modernità con il ritorno allo stato di primitivi, Dio ha il barbone come nei Dieci Comandamenti e pare più preoccupato del presepe, del rispetto delle comuni radici cristiane dell’Europa, della difesa dalla invasione degli infedeli che dalla loro morte per guerra, fame, sete, miseria o annegamento, ora che la religione dell’amore si accontenta di un po’ di carità. E  la Patria è il posto dove si sta, dove si pagano le tasse e il mutuo della casa, e che in ragione di ciò va difesa con confini, muri, respingimenti, ma da dove ci si augura possano andarsene i figli in cerca di fortuna né più né meno di quello che pensano migliaia di disperati più disperati, anche per nostra corresponsabilità.

Chi meglio di  Pillon poteva incaricarsi di mettere in scena questa sacra rappresentazione, per il suo curriculum: dalla denuncia del complotto gender e del disegno di occupazione dei gangli de potere da parte dei gay, fino alla volontà di cancellare a forza una legge dello stato; all’allarme per supposto esercizio della stregoneria nelle scuole dove si leggono (e già quella è una colpa) le fiabe dei fratelli Grimm in barba a Propp. E per la sua militanza di fede: è perfino membro del Cammino neocatecumenale. Come per l’esperienza maturata: consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari, membro della commissione adozioni internazionali presso la Presidenza del consiglio dei ministri,  direttore del consultorio familiare “La Dimora” a Perugia, organizzatore dei tre Familiy Days.  E perfino per la somiglianza per il garrulo organizzatore di matrimoni. Chi meglio di lui poteva incarnare la “restaurazione” di un ordine sociale basato su stereotipi di genere e relazioni di potere diseguali e contrarie perfino agli obblighi internazionali in materia di diritti umani mediante  una compressione della libertà delle persone coinvolte e condannando le donne in una posizione di subordinazione al maschio.

Però non stupitevi, non pensate a lui come a un incidente di percorso imprevedibile, se non si sa fare di meglio che sostituire alla lotta di classe la “guerra dei sessi” come nei film con Doris Day che rivisitavano Lisistrata, se le dame del senonoraquando dopo tanto fervore contro l’uso del corpo della donna sono approdate a battaglie più ugualitarie magari con l’abuso anche di quelli maschili, nella progressiva realizzazione di alte velocità, se  quelle invece più apparentemente più avvedute pensano che la soluzione consista in un partito di donne che trasformi il corporativismo di genere in soggetto politico, se chi rivendica un’appartenenza di sinistra, si è convinto che certi diritti sono nostri, conquistati e inalienabili, così da potersi dedicare all’accesso a quelli “accessori”, in misura cauta del minimo sindacale, come se tutti i diritti non fossero fondamentali, come se toglierne uno, l’aborto, o due, il lavoro e l’assistenza, esaltasse gli altri e li rendesse disponibili anche agli ospiti.

 

 

 


Ho paura di Virginia Woolf

murgiaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ebbene, lo confesso: letto obbligatoriamente e doverosamente “Gita al faro”, l’ho trovato mortalmente noioso. Ho riservato  solidale compassione per i mesti consorti di tante svenevoli e languide nevrotiche, Signora Dalloway in testa. E  mi sono sempre interrogata sul perché Keynes, che aveva fatto della ricerca delle “delizie della vita ben oltre il denaro” una teoria economica, potesse essere vittima di quella divina depressa fino al bipolarismo e dalla sua cerchia di sublimi schizzinosi, dalle quali qualsiasi uomo e pure donna di buonsenso avrebbe dovuto tenersi lontano come dalla peste.

Aggiungo di non aver mai riservato soverchie attenzione alle quote rose del premio Campiello o dello Strega, e nemmeno alla produzione di celebrate anonime , Ferrante ma neppure Pauline Rèage  sicuramente più divertente. Ho continuato ad amare invece tante straordinarie suicide, Cvetaeva,  Sexton, Pozzi, ma ho goduto della rivelazione, grazie a  Wislawa Szymborska, che può esistere una poesia di donne così umana da oltrepassare il genere e la condanna a morire perché non si sopporta il peso e la diversità del proprio talento. Sarà forse perché rifiuto da sempre il ruolo di vittima femminile .preferendo quello di combattente – e non potendo sottrarmi al quello di vittima di classe, probabilmente anche per via della scarsa disposizione al pregiudizio e all’integralismo, e temendo il rischio di solidarizzare perfino con Veronica Lario cui vengono sottratti i meritati alimenti.

Ciononostante  in questi giorni sono stata animata da una inusuale carità di patria, oh pardon, di “matria” rinviando continuamente un commento alla sortita della scrittrice Michela Murgia,  che, a proposito  dell’affermarsi non certo nuovo di nazionalismi sostiene che il concetto di patria, legato  appunto a una cultura patriarcale, ha fatto troppi danni e che è meglio rifarsi a quello di Matria. Trovata che pare sia piaciuta al combattivo esercito della presidente della Camera e altre illustri testimonial di quella campagna linguistica che dovrebbe talmente investire, a forza di vocali e desinenze, la società da ristabilire uguaglianze e pari opportunità penalizzate, lo stesso a suo tempo appagato dalle lacrime della sensibile Fornero, dalla presenza di pimpanti ministre nei più inverecondi governi, che quelle differenze le hanno consolidate, ammirato perfino dal piglio di Angela Merkel,  dalla carriera brillantissima di Christine Lagarde, dalla imprenditorialità spregiudicata di Marcegaglia.

Per contrastare i nazionalismi, sostiene la Murgia, serve una nuova categoria, che sconfigga alla radice il maschilismo strettamente legato al concetto di patriottismo. La patria, dice,  non è una terra, ma una percezione di appartenenza, un concetto astratto, tutto culturale, che si impara dentro alle relazioni sociali in cui si nasce … tanto che quel plurale monogenitoriale, quel categorico “padri” che solleva simbolicamente dalle loro tombe un’infinita schiera di vecchi maschi dal cipiglio accusatorio rivolto alla generazione presente, ha escluso le madri unicamente destinate a generare, facendo sì che la patria, in quanto estensione del maschile genitoriale,   sia divenuta fonte del diritto di identità, perché è il riconoscimento di paternità che per secoli ci ha resi figli legittimi.

Senza il quale siamo bastardi, reietti, donne..

Ma non forse operai maschi del Sulcis, terremotati del Centro Italia, immigrati sui barconi o schiavi venduti in Libia, maschi anche quelli?

Duole davvero che sia morta Amalia Signorelli, pensando con quanta intelligente leggerezza avrebbe saputo commentare le perle del sciocchezzaio antropologico un tanto al chilo, caro ai redenti settimanali patinati che vogliono far dimenticare  i test sotto l’ombrellone e le copertine  scollacciate. E forse ci avrebbe ricordare che il decantato recupero di cerimonie e sentimenti patriottici comprensivi di parate, vibranti messaggi e svolazzanti frecce azzurre,  non si deve al grande puttaniere, al sacerdote del virilismo e delle cene eleganti alternate agli album delle sacre famiglie della politica, ma a un presidente della repubblica molto amato dai cosiddetti progressisti.

Perché con buona pace della pensosa Murgia, l’intento dichiarato dal vero ceto dirigente, quello che muove politica e passioni per l’interesse di lobby, multinazionali, organizzazioni finanziarie esplicitamente o reconditamente criminali,  banche, gruppi di pressione, è quello di stabilire il primato delle retoriche di patrie e nazioni in sostituzione della sovranità estorta a stati non più liberi e indipendenti, delle democrazie nate dal riscatto di tanta gente, della libertà e autodeterminazione di popoli che si vogliono ridotti in servitù o impauriti dagli “altri”, perfino  padri, madri, e  figli e figlie il cui patto ancestrale è stato compromesso dall’ideologia dell’inimicizia che mette tutti contro tutti.

Non ci salverà certamente sostituire la Patria con la Matria nè tantomeno la cultura patriarcale con una supremazia matriarcale, che sempre di poteri coercitivi, autoritari, oppressivi,  si tratterebbe.

Vien buono il pensiero di un’altra donna della quale si è detto fin troppo – per blandirla –  che era dotata di una intelligenza virile, mentre era certamente illuminata dalla luce di una ragione e di una umanità sopra i generi, Hannah Arendt, che rivendicava di non amare una patria tutta, o una nazione tutta, o un popolo  tutto, ma di amare delle persone. E in particolare quelle oppresse, quelle che anelano esprimere volontà e a conquistare  libertà e che sono pronte a lottare per i propri diritti, di donne e uomini, ugualmente umani e cittadini.

 


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