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Virus in quota rosa

retoricaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era qualcosa che ha sempre accomunato le colonie estive, i convitti come anche gli istituti di accoglienza, case di riposo, ospizi dove vengono conferiti ragazzini o anziani: entri e ti accoglie un buon profumo di ragù e di intingoli succulenti. Poi scopri però che la mensa degli ospiti somministra insulse minestre, perché invece le succulente pietanze che avevano riempito l’aria di aspettative gastronomiche sono destinate alla tavola della direzione.

C’era dunque da aspettarsi che, essendo stati ridotti allo status di bambini poco diligenti da tenere in punizione e di vecchi rincoglioniti da rinchiudere e isolare fin  dai fatidici 60 anni, convertiti da età ancora produttiva in ultima frontiera prima del rimbambimento,  autorità e media ci avrebbero ammannito la stessa  zuppa riscaldata delle istituzioni totali, galere comprese.

Gli ingredienti ci sono tutti, con una certa prevalenza del dolciastro delle carote, quelle che si alternano con il bastone e quelle della retorica più stantia e infame. Nell’acquosa brodaglia galleggiano il ritrovato amor patrio, il richiamo all’unità nazionale, la presenza amica di forze dell’ordine e militari che si adoperano per reprimere e punire i trasgressori, le mance distribuite in attesa di provvidenziali helicopter money europei, già negati dalla madame della finanza,  e buatte di carne in scatola Nato, la resilienza promossa proprio ieri a resistenza di chi sta a casa ossequiente ai comandi, l’obbedienza convertita in virtù perfino da vecchi attrezzi della sinistra perduta, alla faccia di Don Milani.

E poi non possono mancare le figurine dell’album nazionale: medici ma pure muratorini, infermiere, commesse, pony, operai, magazzinieri  diventati magicamente eroi per permettere a altri di restare sul divano a vedere la casa di carta, immeritevoli quindi,  in virtù dello status di martiri e a causa del loro spirito di abnegazione, di quelle misure di protezione e profilassi proposte come necessarie ma che saranno adottate “dopo”, su bus, metro, negozi, ristoranti, spiagge, centri estetici, salvo pare gli ospedali dove si continuerà a morire di infezioni, cattiva manutenzione  e trascuratezza proprio come “prima”.

E siccome tra i santini da venerare devotamente insieme ai nonnini superstiti alla grande selezione cominciata già un bel po’ di tempo fa in ossequio al welfare aziendale delle grandi istituzioni economiche e finanziarie, ci sono anche le donne, plasticamente ritratte nell’immaginetta votiva di addetta sanitaria che tiene amorevolmente tra le braccia l’italietta malconcia.

Eccole dunque immortalate dalle cronache dalla pandemia in qualità di angeli del focolare, badanti regolari (le clandestine sono out, senza permesso e invisibili proprio come gli anziani che non possono più assistere), mamme adibite alla didattica più complicata in assenza di banda larga e rete, professioniste costrette loro malgrado al bucato e alla confezione di pane con le farine propagandate dal gotha degli chef, per carenza di quel personale di altre donne che hanno finora garantito la loro emancipazione, cassiere del supermercato, delle quali si era rimproverata l’indolenza deplorevole quando si sottraevano al lavoro nei giorni festivi e quindi in  nome di tutte loro non poteva mancare la rivendicazione delle quote rosa – del virus – fatali e inevitabili proprio come le zanzare ai primi tepori.

E come i molesti insetti, si dice che sarebbero necessarie all’equilibrio e alla conservazione delle specie.

Di che specie però si tratti è presto detto e basta guardare alle adesioni in calce all’inevitabile appello come da tradizione:  Noi Rete Donne, Inclusione Donna, Soroptimist, Ladynomics, GammaDonna, Community Donne 4.0, Differenza Donna Ong, Movimenta, Young Women Network. Manca la sigla delle damine si Tav, è vero,  ma si può star certi che siano rappresentate dagli organismi di cui sopra oppure che, come affermato in passato, siano compiaciute di delegare le loro scelte a mariti più competenti, se l’appello chiede che venga “data voce” alle donne,  inadeguate a prendersela.

Eppure sono proprio incazzate, si perdoni il termine poco adeguato all’egemonia del politicamente corretto, queste signore cui non basta l’ipotesi di una  profittevole sorellanza attiva con altro sodalizio di recente istituzione, quello delle dodici donne in forma di apostoli del Nuovo Rinascimento, perché dessero il loro contributo alla ripartenza del Paese e voluto dal ministro della famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti, come la collega Bellanova insider di Italia Viva del Governo,  promoter della scuola di formazione politica per giovani “Meritare Italia” di Renzi in probabile continuità con l’esperienza di scout cattolica.

E infatti protestano perché nella task force di Colao (che chiamano appropriatamente cabina di regia), non c’è posto per le donne, solo 4 in tutto, “grandi assenti nei luoghi di comando, laddove si danno gli indirizzi sul futuro ci aspetta”.

Non si tratterebbe soltanto di “un mancato riconoscimento al patrimonio di competenze femminili”, reclamano. “Ma non offrono nemmeno una giusta rappresentazione della nostra Italia”. E chiedono dunque che  fin da ora che nelle Commissioni e nelle task force, costituite e da costituirsi, per gestire la “fase 2” dell’emergenza, si valorizzi il talento femminile e sia inserito un adeguato numero di “donne capaci, commisurato alla rappresentanza femminile di questo Paese, che è la metà della popolazione”.

In coincidenza con l’appello intanto è arrivata una forte presa di posizione di Emma Bonino, prima gregaria di Pannella poi figlia di troika:  “l’Italia, dice,  rifiutando la meritocrazia, condanna le donne competenti a non assumere mai posizioni di prestigio e potere”.

Ecco, nella lista stilata sui lemmi della retorica pandemica avevo trascurato merito e competenza, che sono invece al primo posto per il prima e il durante, grazie all’occupazione di processi decisionali e comunicazione da parte di tecnici e scienziati impegnati a somministrare, come elisir  di lunga vita, opinioni, teorie personali, visioni profetiche e anche per il dopo, quando manager di successo personale e insuccesso pubblico preparano dopo il dispotismo emergenziale, l’arrivo del tiranno assoluto, il tecnico di comprovata esperienza in materia di stenti, austerità, tagli di servizi e diritti.

Si fa presto a capire cosa intendano le organizzazioni al femminile del Rotary, le associazioni di imprenditrici e professioniste, i think tank di manager in tailleur di Armani, l’illuminato benefattore,  per donne “capaci” e meritevoli di    entrare nei centri di comando, delle quali immaginiamo faccia parte Irene Pivetti in veste di dinamica business woman espostasi incautamente all’osservazione dei magistrati per l’importazione opaca e fraudolenta di mascherine dalla Cina.

Altro non è che quello che intende un pensiero post ideologico, post politico e post femminista,  che ritiene che a spaccare il soffitto di cristallo, quella invisibile ma invalicabile barriera che impedisce alle minoranze e alle donne di salire ai gradini superiori delle  scale sociali, indipendentemente dalle loro qualifiche o dai loro risultati, bastino le arrivate e le arriviste, quelle scelte dal destino, termine maschile quando definisce quelle che possiedono qualità proverbialmente virili, prepotenza e arroganze, o incaricate dalla Provvidenza, sostantivo femminile quando qualifica quelle benedette all’origine per appartenenza dinastica o sociale.

E infatti a pretendere non sono le commesse, le badanti, le lavoratrici e mamme part time poliedriche e esauste, le donne delle pulizie, la cassiere di Carrefour che come segnale incoraggiante per il dopo, licenzia già adesso, le precarie a casa senza futuro, le garantite cui spetterà la stessa sorte, macché, sono quelle che possono mettere nel curriculum della scalata aziendale la corruzione e il tradimento della rappresentanza di genere come referenza per future prestazioni dirigenziali, quelle che ce la fanno per nascita o perché si fanno avanti anche sulle spalle di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltano i lavori di cura.

Non so se esista ancora qualcuna che crede ingenuamente che le quote rosa delle élite possano “aiutare” le donne e la società, grazie a qualità di genere molto propagandate, indole alla cura, affettività, istinto solidale, quando gran parte del pensiero femminista è regredito rispetto perfino all’emancipazionismo, quando la liberazione delle donne, come la lotta di classe della quale deve rappresentare un fronte irrinunciabile, è stata retrocessa a avanzo arcaico da riporre nel cassetto degli attrezzi velleitari della sinistra che non c’è più.

O quando il politicamente corretto ha preso il sopravvento sulla pretesa di affrancamento se le rivendicazioni del diritto a essere ciò che si sente di essere, si limita alla richiesta di “ripulire” testi accademici e letterari, linguaggio quotidiano, fenomeni sociali da quello  che potrebbe essere ritenuto offensivo nei confronti di questo o quel gruppo di “emarginati”, invece di promuovere la critica e l’antagonismo a un sistema che sfrutta, umilia, condanna uomini e due volte le donne, a essere merce diffusa e poco valorizzata. O peggio quando qualsiasi critica all’operato di donne al potere, siano Lagarde o Boschi, Bellanova o Fornero, viene censurata con il sospetto di implicito sessismo.

Ieri la celebrazione più ingessata che mai del 25 aprile è stata condita dall’immancabile ostensione della gratitudine per il contributo delle donne alla lotta di liberazione. E difatti la gran parte di quelle staffette, di quelle partigiane, delle torturate e delle morte a Via Tasso a nei lager sapeva che di liberazione si trattava, non solo dall’invasore, non solo dall’olio di ricino, dalle botte e dai crimini fasciste, ma del riscatto da un sistema di sfruttamento, repressione, cancellazione dei diritti e della giustizia, che aveva portato in guerra e portato guerra, derubando, violando, affamando. Non combattevano per avere un posto del Cln o per partecipare dei fasti e delle poltrone della ricostruzione.

E forse siamo oggi così, umiliati, confinati, sottoposti a misure che violano la Costituzione per la quale hanno lottato, perché anche loro, dopo, hanno obbedito tornando a casa, in fabbrica, nei campi di riso, nelle scuole, invece di tornare nelle piazze a esigere il risarcimento, per quello che avevano dato con generosità, in libertà, pace, rispetto e giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


Monete al posto delle medaglie

553edda3-76d5-4929-bcd5-f201f5e88576_570 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In una non singolare coincidenza con la scomparsa definitiva dall’agenda della sinistra dei temi della lotta all’imperialismo e alla sue guerre, in favore di un vago cosmopolitismo, delicato eufemismo per farci digerire la globalizzazione, abbiamo assistito negli anni a un recupero del concetto di patria, nella sua forma più retorica e trita da aggiungere alla paccottiglia impiegata per sostituirla alla sovranità costituzionale e all’autodeterminazione, cui si diceva fosse obbligatorio rinunciare per giurare fedeltà e obbedienza a un “sito” regionale e morale superiore, l’Europa.

E infatti a imporre un più moderno racconto enfatico, ridondante di un’accumulazione di icone e miti e segnato dalla ripresa istituzionale di liturgie arcaiche, compresa la parata sui sampietrini di Via dei Fori Imperiali restituita alla sua funzione di passerella per dittatori e truppe in divise sgargianti e stivali di cartone, fu proprio Ciampi, del quale è bene ricordare il curriculum denso di abiure e segnato dall’abnegazione cieca nei confronti dei pescicani della finanza, della paternità dei più scandalosi processi di privatizzazione dei tesori nazionali a cominciare dall’Iri, e dell’obbligo di sottostare ai ricatti del mercato sul debito pubblico, oltre che della decisione di vietare per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta, riducendo il suo ruolo che aveva avuto la qualità di vigilare e avere un effetto stabilizzante sui prezzi. Ma anche dall’acquiescenza nei confronti degli oltraggi delle maggioranze di governo e della sua fascistizzazione, compresa la cancellazione del 25 aprile e la conversione del 2 Giugno, festa di una Repubblica che rifiuto la guerra, in celebrazione da officiare armati fino ai denti malgrado la defezione di generali impuniti, adirati per il femmineo pacifismo di governi imbelli intenti a indebolire le forze armate.

Rispolverati i sussidiari, la narrazione risorgimentale, escludendo magicamente le repressioni piemontesi nel Mezzogiorno, retrocedendo la resistenza a appendice  postuma e promuovendo il primo conflitto mondiale a “quarta guerra d’indipendenza”, dando nuovo lustro all’inno di Mameli da imporre in tutte le sedi, da Miss Italia, ai derby, come risposta non troppo efficace alle esuberanze di Bossi e come colonna sonora della partecipazione a campagne belliche in ruoli non sempre di appoggio e subalterni, è diventato  politicamente corretto, quindi doveroso riporre in soffitta il “Nixon boia”, le marce contro la Nato e i picchetti davanti all’ambasciata dell’alleato più caro e irrinunciabile. E pure  il patetico pacifismo delle anime belle, grazie alla integrazione nel pensiero comune di concetti sconcertanti, quelli di imprese belliche cruente con finalità di  esportazione di democrazia e aiuto umanitario in Crimea, Etiopia, Somalia, Serbia, Libia, Iraq, o Afghanistan, quelli della guerra come necessaria preparazione della pace, a detta di garrule ministre della Difesa, quelli della obbligatorietà di armarsi indirizzando su incauti acquisti  risorse e finanziamenti ben più necessari in altre destinazioni, quelli, altrettanto strategici e imprescindibili, entrati nella mentalità comune, secondo i quali dovremmo essere compiaciuti di accogliere come un premio e una ammissione alla tavole dei Grandi,  l’occupazione e la militarizzazione  dei nostri territori, oltre che della nostra economia, perché si prestino a fare da trampolini, deposito di intendenze, poligoni di tiro esponendoci a rischi in cambio della funzione di attendenti dei generali e marmittoni delle loro cucine.

Adesso poi ancora di più la Patria, e lo sciocchezzaio dei nostri fini dicitori di bubbole: la Matria della Murgia non poi molto più accettabile della difesa leghista dei sacri confini minacciati dal meticciato, è diventata un must per mettere in risalto i valori positivi di una non meglio identificabile identità “tradizionale” ma aperta alla cucina etnica e fusion, alla penetrazione commerciale di mode e droghe, ai rap a Sanremo, a Bella Ciao in cinese, rispetto ai vizi del sovranismo e del populismo, e  le virtù invece della rinuncia a poteri e competenze che permettono a governi incapaci e asserviti di legittimare la loro impotenza e la loro subalternità.

Eppure proprio il  4 novembre, tra sacelli e monumenti a dinastie di traditori e ladri, in vie e strade dedicate a generali  che hanno difeso le frontiere dall’invasore straniero sacrificando 600mila nostri eroici cittadini, molti dei quali passati per le armi per il reato di insubordinazione, tra corone d’alloro e sacrari a Graziani in memoria delle imprese, contro faccette nere, oggi sostituite da quelle delle nostre imprese in nome della nuova cooperazione con antiche colonie realizzata anche quella per salvaguardare il sacro suolo dalle orde      selvagge, sarebbe ragionevole guardare a film proiettati altrove, al trailer di quello che può succedere quando il popolo mai troppo sovrano, mai troppo responsabile e mai abbastanza civile si affida a quelli in uniforme, come in Cile, in Equador, in Argentina.


Dall’internazionalismo a Cosmopolitan

globAnna Lombroso per il Simplicissimus

Circola in rete, accolta da grande entusiasmo, una intervista a Luciano Canfora pubblicata da Left, che si autodefinisce l’unico giornale della sinistra, e sormontata da un titolo spericolato: cosmopoliti di tutto il mondo unitevi. Mancano le firma in calce all’appello dall’a di Asor Rosa alla zeta del fu Zygmunt, ma non è detto: di questi tempi di criminalizzazione di qualsiasi pretesa di autodeterminazione e di riappropriazione della sovranità in materia economcia, retrocessa a bieco sovranismo, non mancheranno eventuali ampi consensi.

Per carità  non si può non concordare con l’autorevole storico sul fatto che il concetto e perfino il termine cosmopolitismo siano stati condannati dal regime fascista in qualità di appellativo che puzzava di “giudaismo”, di demoplutocrazia, che evocava congiure ebraico massoniche e di complotti demoplutocratici. Ma si tratta di una parola  che via via ha subito interpretazioni e decodificazioni le più disparate, e chi vuole la usa avventatamente come appartenente al vocabolario marxista, chi ne fa un accessorio irrinunciabile della dottrina europeista, chi ne fa un uso arbitrario e discrezionale sostituendola a internazionalismo.

Peggio ancora di questi tempi qualcuno l’ha riscattata per farne un simpatico eufemismo al posto di “globalizzazione”,   in modo da addomesticarne la ferocia, per adattarla a misura d’uomo, come si diceva una volta,  o di uomini. Ma non certo di proletari di tutto il mondo.

Certo vuol poco a preferire cosmopolitismo a Patria, ormai in regime di malsano e e arcaico monopolio della Murgia che si accontenta di convertirla in Matria, della Meloni che ne fa uno stonato e martellante slogan, dell’empio ministro sempre in divisa per difenderla dalle minacce dei terzi mondi interni e esterni.  E a Canfora dobbiamo, a parte illuminati scritti di cultura classica, un acuto e spietato pamphlet intitolato “E’ l’Europa che ce lo chiede”, una condanna della superpatria artificiale che ci è stata imposta e che “aumenta il profitto di pochi e riduce il reddito di molti” in nome dello “strapotere bancario e speculativo”, cui non piace la nostra Costituzione “criptosocialista” (che pare non piaccia più nemmeno a Canfora) perchè contiene le fondamenta dell’edificio democratico.

Ma a contrastare il totalitarismo economico e ostacolare gli interessi e i progetti della finanza globale non basta certo il largo sguardo del cosmopolitismo, che sarà anche vero come sostiene lo storico che è il “contrario del razzismo”, ma solo se lo intendiamo come maldestra declinazione “antropologica”, se lo limitiamo all’ostilità allo straniero per affermare un suprematismo etnico, ma che oggi ancora di più si esprime  contro gli stranieri in patria, contro chi ha la colpa non soltanto di venire da altri lidi, ma di essere povero,  anche per nostra responsabilità collettiva se non personale.

Ci vuol poco a dire che la visione dei Trump, dei Salvini  “è pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti … una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico…”, se si rimuove il fatto che il nemico in questa lotta di classe alla rovescia è chi sta sotto, chi è nato dalla parte sbagliata del mondo, chi non è stato estratto col numero giusto nella lotteria naturale, e che perlopiù vive ed è cacciato dalle  geografie che abbiamo invaso e depredato, ma sta anche nelle nostre periferie, nelle campagne un tempo fertili oggi abbandonate o retrocesse a discariche, in fabbriche sempre più insicure dove l’unica garanzie rimaste è la fatica, nei grandi magazzini di merci che come automi migliaia di persone controllano e smistano sotto il cielo che fa da coperchio al mondo globalizzato ma non internazionalizzato, connesso ma non  felice, dove crollano ponti ma si tirano su muri.

Eh si, anche i più sapienti dovrebbero guardarsi dall’incantesimo esercitato da certe formule studiate o riscattate per coprire l’amaro dell’ideologia padronale che, beata lei, non ha confini perchè i boss di tutto il mondo hanno saputo unirsi, e che magnifica con l’etichetta del nuovo mondialismo contemporaneo,  la globalizzazione spietata di cui beneficiano solo i ricchi, quelli che hanno saputo liberalizzare i flussi finanziari e approfittare dei flussi migratori per muovere eserciti di lavoratori come merce a poco prezzo, quelli che elargiscono le narrazioni della modernizzazione, le favole dell’innovazione, le barzellette della nostra liberazione dalla fatica grazie alla servitù dei robot, quando  in questo pianeta aperto dalle chiavi del potere dei soldi, le nostre dinastie di vampiri beneducati riducono in schiavitù donne e bambini in posti remoti, trasferiscono di notte le fabbriche in luoghi più propizi e tolleranti, incaricano caporali zelanti di mettere in riga disperati stranieri e indigeni nei nostri e in altri deserti.

Non so a voi ma a me questo cosmopolitismo non basta se serve a portare in tavola il limone Mano di Buddha, se fa accedere alla cucina fusion, se con un fischio arriva un taxi di Uber,  se possiamo riservare un disprezzo aristocratico nei confronti di chi teme   l’inclusione come una minaccia al poco che ha conservato, leggendo l’Internazionale o  Left sui lettini di Sabaudia e della spiaggia di Chiarone.

 

 


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