Virus in quota rosa

retoricaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era qualcosa che ha sempre accomunato le colonie estive, i convitti come anche gli istituti di accoglienza, case di riposo, ospizi dove vengono conferiti ragazzini o anziani: entri e ti accoglie un buon profumo di ragù e di intingoli succulenti. Poi scopri però che la mensa degli ospiti somministra insulse minestre, perché invece le succulente pietanze che avevano riempito l’aria di aspettative gastronomiche sono destinate alla tavola della direzione.

C’era dunque da aspettarsi che, essendo stati ridotti allo status di bambini poco diligenti da tenere in punizione e di vecchi rincoglioniti da rinchiudere e isolare fin  dai fatidici 60 anni, convertiti da età ancora produttiva in ultima frontiera prima del rimbambimento,  autorità e media ci avrebbero ammannito la stessa  zuppa riscaldata delle istituzioni totali, galere comprese.

Gli ingredienti ci sono tutti, con una certa prevalenza del dolciastro delle carote, quelle che si alternano con il bastone e quelle della retorica più stantia e infame. Nell’acquosa brodaglia galleggiano il ritrovato amor patrio, il richiamo all’unità nazionale, la presenza amica di forze dell’ordine e militari che si adoperano per reprimere e punire i trasgressori, le mance distribuite in attesa di provvidenziali helicopter money europei, già negati dalla madame della finanza,  e buatte di carne in scatola Nato, la resilienza promossa proprio ieri a resistenza di chi sta a casa ossequiente ai comandi, l’obbedienza convertita in virtù perfino da vecchi attrezzi della sinistra perduta, alla faccia di Don Milani.

E poi non possono mancare le figurine dell’album nazionale: medici ma pure muratorini, infermiere, commesse, pony, operai, magazzinieri  diventati magicamente eroi per permettere a altri di restare sul divano a vedere la casa di carta, immeritevoli quindi,  in virtù dello status di martiri e a causa del loro spirito di abnegazione, di quelle misure di protezione e profilassi proposte come necessarie ma che saranno adottate “dopo”, su bus, metro, negozi, ristoranti, spiagge, centri estetici, salvo pare gli ospedali dove si continuerà a morire di infezioni, cattiva manutenzione  e trascuratezza proprio come “prima”.

E siccome tra i santini da venerare devotamente insieme ai nonnini superstiti alla grande selezione cominciata già un bel po’ di tempo fa in ossequio al welfare aziendale delle grandi istituzioni economiche e finanziarie, ci sono anche le donne, plasticamente ritratte nell’immaginetta votiva di addetta sanitaria che tiene amorevolmente tra le braccia l’italietta malconcia.

Eccole dunque immortalate dalle cronache dalla pandemia in qualità di angeli del focolare, badanti regolari (le clandestine sono out, senza permesso e invisibili proprio come gli anziani che non possono più assistere), mamme adibite alla didattica più complicata in assenza di banda larga e rete, professioniste costrette loro malgrado al bucato e alla confezione di pane con le farine propagandate dal gotha degli chef, per carenza di quel personale di altre donne che hanno finora garantito la loro emancipazione, cassiere del supermercato, delle quali si era rimproverata l’indolenza deplorevole quando si sottraevano al lavoro nei giorni festivi e quindi in  nome di tutte loro non poteva mancare la rivendicazione delle quote rosa – del virus – fatali e inevitabili proprio come le zanzare ai primi tepori.

E come i molesti insetti, si dice che sarebbero necessarie all’equilibrio e alla conservazione delle specie.

Di che specie però si tratti è presto detto e basta guardare alle adesioni in calce all’inevitabile appello come da tradizione:  Noi Rete Donne, Inclusione Donna, Soroptimist, Ladynomics, GammaDonna, Community Donne 4.0, Differenza Donna Ong, Movimenta, Young Women Network. Manca la sigla delle damine si Tav, è vero,  ma si può star certi che siano rappresentate dagli organismi di cui sopra oppure che, come affermato in passato, siano compiaciute di delegare le loro scelte a mariti più competenti, se l’appello chiede che venga “data voce” alle donne,  inadeguate a prendersela.

Eppure sono proprio incazzate, si perdoni il termine poco adeguato all’egemonia del politicamente corretto, queste signore cui non basta l’ipotesi di una  profittevole sorellanza attiva con altro sodalizio di recente istituzione, quello delle dodici donne in forma di apostoli del Nuovo Rinascimento, perché dessero il loro contributo alla ripartenza del Paese e voluto dal ministro della famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti, come la collega Bellanova insider di Italia Viva del Governo,  promoter della scuola di formazione politica per giovani “Meritare Italia” di Renzi in probabile continuità con l’esperienza di scout cattolica.

E infatti protestano perché nella task force di Colao (che chiamano appropriatamente cabina di regia), non c’è posto per le donne, solo 4 in tutto, “grandi assenti nei luoghi di comando, laddove si danno gli indirizzi sul futuro ci aspetta”.

Non si tratterebbe soltanto di “un mancato riconoscimento al patrimonio di competenze femminili”, reclamano. “Ma non offrono nemmeno una giusta rappresentazione della nostra Italia”. E chiedono dunque che  fin da ora che nelle Commissioni e nelle task force, costituite e da costituirsi, per gestire la “fase 2” dell’emergenza, si valorizzi il talento femminile e sia inserito un adeguato numero di “donne capaci, commisurato alla rappresentanza femminile di questo Paese, che è la metà della popolazione”.

In coincidenza con l’appello intanto è arrivata una forte presa di posizione di Emma Bonino, prima gregaria di Pannella poi figlia di troika:  “l’Italia, dice,  rifiutando la meritocrazia, condanna le donne competenti a non assumere mai posizioni di prestigio e potere”.

Ecco, nella lista stilata sui lemmi della retorica pandemica avevo trascurato merito e competenza, che sono invece al primo posto per il prima e il durante, grazie all’occupazione di processi decisionali e comunicazione da parte di tecnici e scienziati impegnati a somministrare, come elisir  di lunga vita, opinioni, teorie personali, visioni profetiche e anche per il dopo, quando manager di successo personale e insuccesso pubblico preparano dopo il dispotismo emergenziale, l’arrivo del tiranno assoluto, il tecnico di comprovata esperienza in materia di stenti, austerità, tagli di servizi e diritti.

Si fa presto a capire cosa intendano le organizzazioni al femminile del Rotary, le associazioni di imprenditrici e professioniste, i think tank di manager in tailleur di Armani, l’illuminato benefattore,  per donne “capaci” e meritevoli di    entrare nei centri di comando, delle quali immaginiamo faccia parte Irene Pivetti in veste di dinamica business woman espostasi incautamente all’osservazione dei magistrati per l’importazione opaca e fraudolenta di mascherine dalla Cina.

Altro non è che quello che intende un pensiero post ideologico, post politico e post femminista,  che ritiene che a spaccare il soffitto di cristallo, quella invisibile ma invalicabile barriera che impedisce alle minoranze e alle donne di salire ai gradini superiori delle  scale sociali, indipendentemente dalle loro qualifiche o dai loro risultati, bastino le arrivate e le arriviste, quelle scelte dal destino, termine maschile quando definisce quelle che possiedono qualità proverbialmente virili, prepotenza e arroganze, o incaricate dalla Provvidenza, sostantivo femminile quando qualifica quelle benedette all’origine per appartenenza dinastica o sociale.

E infatti a pretendere non sono le commesse, le badanti, le lavoratrici e mamme part time poliedriche e esauste, le donne delle pulizie, la cassiere di Carrefour che come segnale incoraggiante per il dopo, licenzia già adesso, le precarie a casa senza futuro, le garantite cui spetterà la stessa sorte, macché, sono quelle che possono mettere nel curriculum della scalata aziendale la corruzione e il tradimento della rappresentanza di genere come referenza per future prestazioni dirigenziali, quelle che ce la fanno per nascita o perché si fanno avanti anche sulle spalle di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltano i lavori di cura.

Non so se esista ancora qualcuna che crede ingenuamente che le quote rosa delle élite possano “aiutare” le donne e la società, grazie a qualità di genere molto propagandate, indole alla cura, affettività, istinto solidale, quando gran parte del pensiero femminista è regredito rispetto perfino all’emancipazionismo, quando la liberazione delle donne, come la lotta di classe della quale deve rappresentare un fronte irrinunciabile, è stata retrocessa a avanzo arcaico da riporre nel cassetto degli attrezzi velleitari della sinistra che non c’è più.

O quando il politicamente corretto ha preso il sopravvento sulla pretesa di affrancamento se le rivendicazioni del diritto a essere ciò che si sente di essere, si limita alla richiesta di “ripulire” testi accademici e letterari, linguaggio quotidiano, fenomeni sociali da quello  che potrebbe essere ritenuto offensivo nei confronti di questo o quel gruppo di “emarginati”, invece di promuovere la critica e l’antagonismo a un sistema che sfrutta, umilia, condanna uomini e due volte le donne, a essere merce diffusa e poco valorizzata. O peggio quando qualsiasi critica all’operato di donne al potere, siano Lagarde o Boschi, Bellanova o Fornero, viene censurata con il sospetto di implicito sessismo.

Ieri la celebrazione più ingessata che mai del 25 aprile è stata condita dall’immancabile ostensione della gratitudine per il contributo delle donne alla lotta di liberazione. E difatti la gran parte di quelle staffette, di quelle partigiane, delle torturate e delle morte a Via Tasso a nei lager sapeva che di liberazione si trattava, non solo dall’invasore, non solo dall’olio di ricino, dalle botte e dai crimini fasciste, ma del riscatto da un sistema di sfruttamento, repressione, cancellazione dei diritti e della giustizia, che aveva portato in guerra e portato guerra, derubando, violando, affamando. Non combattevano per avere un posto del Cln o per partecipare dei fasti e delle poltrone della ricostruzione.

E forse siamo oggi così, umiliati, confinati, sottoposti a misure che violano la Costituzione per la quale hanno lottato, perché anche loro, dopo, hanno obbedito tornando a casa, in fabbrica, nei campi di riso, nelle scuole, invece di tornare nelle piazze a esigere il risarcimento, per quello che avevano dato con generosità, in libertà, pace, rispetto e giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 responses to “Virus in quota rosa

  • Paolario

    Commovente. Io però sono certa che la cassiera del supermercato dove lei va a fare la spesa, sia a fine giornata esausta, come quella del super dove vado io. E di diritti, lotte non voglia sentir parlare, ha già lottato tutto il giorno. La ragazza di cui parlo non vota, non le interessa, dice. Il punto sarebbe coinvolgerla, affinché dopo aver fatto i conti con un magro stipendio possa essere parte di qualcosa. Ma come? Come coinvolsero le partigiane?

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    • Anne La Rouge Lombroso

      sono d’accordo, così come so che nemmeno il collega maschio della cassiera si interroga sui diritti espropriati.. purtroppo le donne che scontano due volte la cancellazione di diritti e sicurezze, sono anche quelle che da sempre hanno meno voce, o, peggio, sono rappresentate indegnamente da una scremature di donne “arrivate” che si sono accoccolate nella tana del politicamente corretto, facendo finta che non fosse necessaria una lotta di genere anche anticapitalistica e che certe conquiste fossero ormai inalienabili

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  • Virus in quota rosa – infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – C’era qualcosa che ha sempre accomunato le colonie estive, i convitti come anche gli istituti di accoglienza, case di riposo, ospizi dove vengono conferiti ragazzini o anziani: entri e ti accoglie un buon profumo di ragù e di intingoli succulenti. Poi scopri però che la mensa degli ospiti somministra insulse minestre, perché invece le succulente pietanze che avevano riempito l’aria di aspettative gastronomiche sono destinate alla tavola della direzione. […]

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