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Affermazionisti: professione idiozia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai c’è un filone narrativo che va alla grande: non c’è giornale, rivista, trasmissione televisiva che non dedichi un servizio, un’inchiesta, una testimonianza al negazionismo. Uno dei più “documentati” è comparso sull’Huffigtonpost e si avvale di contributi prestigiosi con l’intento di effettuare un’analisi del fenomeno con tanto di fonti e pareri di esperti.

A cominciare dalla  professoressa di Storia della Medicina all’Università degli Studi di Firenze, Donatella Lippi, che può esibire autorevoli referenze, compreso il sostegno militante alla  lista Nardella, che  racconta  come nei secoli siano state molte le malattie epidemiche ad essere state negate, dalla febbre puerperale alla Spagnola, dal colera la cui diffusione venne attribuita a un “virus borbonico”, alla peste del 1630.

Ad essere pedanti, si potrebbe pretendere da una accademica di storia della medicina che non negasse il dato di fatto che, nel caso della Spagnola come della peste nera, la virulenza dell’epidemia aveva trovato terreno fertile e un humus favorevole nella miseria, nella fame e in una crisi economica che aveva reso ancora più inefficace qualsiasi forma di profilassi, condizioni che hanno molto a che fare con la nostra contemporaneità.

Ma questo passa ormai l’informazione: così un’altra autorità chiamata in campo è uno psicologo di quelli un tanto al chilo al servizio delle Risorse Umane delle imprese- professore associato presso il College of Business Administration della Kent State University   in Ohio –che esplode un concetto illuminante:  “quando si trovano in periodi di particolare stress e ansia e c’è una minaccia, le persone sviluppano strategie per proteggere se stesse, il loro senso di sicurezza. E uno di questi è semplicemente negare l’esistenza della fonte minacciosa”. 

La pensa così anche un altro bel tomo in un articolo a sua firma non su Science, ma nientepopodimeno che su Forbes, tale Prudy Gourguechon, “psichiatra e consulente dei leader nel mondo degli affari e della finanza sulla psicologia che sta alla base delle decisioni critiche”, che illustra come  “I meccanismi di difesa come la negazione sono irrazionali, ma protettivi…. Per superare in astuzia la negazione è fondamentale rispettarne il potere, apprezzarne il valore adattivo, fare appello all’emozione e non all’intelletto e offrire l’alternativa di sfidare l’ansia a breve termine e il disagio emotivo, per averne un guadagno a lungo termine”.

Ci giurerei che ha già pronto un instant book, un manuale da dare alle stampe in forma di simpatica strenna su Amazon, con la ricetta per “vivere bene e in armonia con se stessi col Covid”, da aggiungere alla sua pubblicistica su come “mettere a frutto” la frustrazione dopo un divorzio o un licenziamento e a quella di supporto alle aziende, già sfornata a marzo, per “spingere il proprio brand durante la pandemia”.

Bontà sua a differenza di Galimberti o di tal Lorenzo Tosa che ne chiedeva il Tso, invece di liquidare semplicemente come matti da richiudere in istituzioni totali  i “negazionisti” e visto che con loro non serve fornire prove, opporre ragionamenti, suggerisce di fare appello alla comprensione, “entrando in empatia”,  con la carezzevole indulgenza riservata ai deficienti.

Ecco, essendo già stata arruolata nella categoria e invitata a “crepare di Covid così impari”, per aver osato criticare, come ormai sempre più cittadini, la gestione dell’emergenza, retrocessa a crisi sanitaria per negare – in quel caso, si – che è uno degli effetti prevedibili di una crisi sociale che ha incrementato come nel’600 la povertà, la circolazione di malattie, condizioni igieniche deplorevoli per la demolizione del sistema sanitario, mi aspetterei quel tanto di empatia da impedire alle autorità politiche (centrali e regionali) e scientifiche e ai loro comunicatori (dallo Studio Ambrosetti ai giornalisti in passerella nei talk show) di negare le proprie colpe, attribuendo le seconde, terze e quarte ondate (chissà quante ce ne aspettano adesso che i decisori dimostrano di non sapere più come cavarsela se non con la narrazione apocalittica) ai comportamenti irresponsabili della popolazione, dedita a apericene, rave party, grigliate, ammucchiate di scambisti e al miserabile sfruttamento del bonus vacanza.

Mi consola che tra i negazionisti della prima ora potrebbe starci bene, alla pari con Agamben, da qualche tempo regredito secondo i critici a riduzionista, il presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo che ha dichiarato che il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie, che nel 2017 sono stati 53.372. O uno dei più autorevoli virologi, Didier Raoult che ha espresso forti dubbi  sulla “importanza” dell’epidemia e sull’efficacia delle misure di isolamento, che in un’intervista ha definito una superstizione medievale. Per non citare i dati contraddittori dell’Oms, le statistiche farlocche o manipolate dello stesso Istituto Superiore di Sanità, che sembrano fatti apposta per creare quella sfiducia nelle fonti che animerebbe complottisti e eretici e gli studi che insinuano il dubbio che il virus circolasse da mesi  prima del Grande Allarme.

Ora, è vero che viviamo un tempo  in cui il senso critico nei confronti del potere è stato cancellato come una colpa, marginalizzato,  screditato e ridicolizzato come arcaica manifestazione di comportamenti irrazionali e irrealistici da mettere al bando e da far assorbire da una spirale di autocensura e conformismo.

Ma almeno avessero avuto il buongusto di chiamarci eretici, termine più appropriato per indicare chi contesta le divinità che hanno preso il posto di quelle “tradizionali”, il Mercato, la Scienza, la Tecnica, il Progresso, che richiedono un culto cieco e obbediente, parecchi sacrifici umani, liturgie e cerimonie, culto delle caste sacerdotali che possiedono una superiorità di carattere sociale oltre che  morale, tanto che il governo Renzi ha pensato a una ulteriore penalizzazione del negazionismo per appagare la sete di “vendetta” di chi lotta contro chi sconfessa le “foibe”.  

Ora si sa che negazionismo è  un termine  nato ed applicato a chi ha messo in discussione la testimonianza di migliaia di documenti, scritti e figurali, di una persecuzione disumana, che ha colpito 6 milioni di persone, una etnia, dissidenti, rom, matti, malati.

Primo Levi, ne “I sommersi e i salvati”  ne spiegava la natura prendendo a emblema le  dichiarazioni fatte nel 1978 da Louis Darquier de Pellepoix, già commissario addetto alle questioni ebraiche presso il governo di Vichy intorno al 1942, e responsabile in proprio della deportazione di 70.000 ebrei, che volevano accreditare la “falsità” delle le foto dei cumuli di cadaveri (“sono montaggi”, diceva)  le statistiche dei milioni di morti (“fabbricate dagli ebrei” in cerca di indennizzi), le camere a gas  (“servivano solo per uccidere i pidocchi”).

Ma dovrebbe valere oltre che per Faurisson, per indicare il succedersi di governi e storici della Turchia che trattano il genocidio armeno come una invenzione, oltre che per definire la conversione in campagne umanitarie di eccidi coloniali e quella di colpi di stato attuati con tiranni sanguinari in rafforzamento istituzionale.  

A vedere chi abusa del termine ben oltre il dileggio riservato a Pappalardo o Montesano, si capisce che l’intento è lo stesso che ha animato i decreti sicurezza dell’avvicendamento Minniti-Salvini, criminalizzare o deridere, punire o marginalizzare con il disprezzo i trasgressori, intesi come maleducati che offendono l’ordine pubblico, barboni e  lavavetri, straccione che minacciano la reputazione di città turistiche, stranieri che cucinano cibi dall’odore sgradito ai consumatori di SughiPronti, fino ad arrivare a contestatori del sacco delle territorio, delle Grandi Opere, e ora della qualità e potenza estrema delle misure eccezionali di contrasto, probabilmente  sproporzionate ma sicuramente fonti di soprusi, di disuguaglianze e discriminazioni.  

Sanzioni, multe, gogna morale sono le forme che ha assunto  la condanna contro chi, sollevando obiezioni sulla confusione che continua a regnare in materia di terapie e cure, mentre si aspetta l’arrivo miracoloso del vaccino, sugli investimenti dissipati  sparsi come una polverina d’oro sotto forma di banchi a rotelle, monopattini promossi dall’Ue, tamponifici a cura dell’esercito, sulla totale mancanza di un progetto per il rafforzamento della medicina di base, ricordata in occasione delle comiche linee guida, si sarebbe macchiato a un tempo di irresponsabile antagonismo disfattista nei confronti dell’autorità e di eresia nei confronti della scienza e quindi del progresso come oscurantisti.

E la risposta non può, a distanza di più di otto mesi, consistere nella conta dei morti secondo il pallottoliere astratto e orrifico che mette insieme  tutti i decessi, nell’esibizione delle immaginette votive degli eroi e degli augusti degenti, cronisti sul campo compresi a fronte delle foto segnaletiche dei vecchietti a spasso e dei flaneur al bar.

La risposta non può essere un  distanziamento sociale che ha assunto una valenza etica ormai ritenuto innaturale e dannoso, che ha reso conflittuali la sfera della socialità da quella della salute, “tutelata” da una tirannide scientista che ha la pretesa di tradurre l’uomo, il suo sentire, i suoi bisogni d’amore, le sue speranze e i suoi lutti in grafici e tabelle, ridotti a numero, cifre come quelle tatuate un tempo su un braccio.


Manicomio Italia

pappalrdoSapete una delle cose che più mi convincono della gestione tutt’altro che limpida della vicenda  epidemica e dei suoi fini eterogenei rispetto alla tutela della salute, della sua enfasi assurda, delle decisioni incoerenti dal punto epidemiologico, del cabaret dei sedicenti virologi da salotto e dell’ostentazione della morte a cui non fanno alcun riscontro i dati, è che la protesta nascente sia in qualche modo rappresentata da un personaggio come il generale Antonio Pappalardo, una specie di incrocio fra Tejero e Pulcinella. Sarà un’antica maledizione, ma ogni qualvolta questo Paese è alle prese con una svolta o una presa di coscienza o una protesta profonda, il sistema nel complesso dei suoi poteri e delle sue logiche tira fuori da un cilindro un personaggio adatto a illudere, a depistare o a metter in ridicolo chi si oppone allo status quo. Ed è sempre peggio.

Trent’anni fa si scoperchiò il vaso di Pandora della corruzione politica, ma il risultato di questa ondata di indignazione è stata la lunga stagione berlusconiana ossia quella guidata da uno dei maggiori corruttori del Paese. Poi dopo la crisi del 2008 cominciò a serpeggiare la contestazione contro il globalismo e la finanziarizzazione che tuttavia non ha trovato una vera elaborazione politica poiché stata fin da subito monopolizzata da un comico e da una specie di guru perigliosamente orbitante tra distopie correnti nella peggiore pubblicistica e il meraviglioso mondo dei think tank della finanza. Adesso che un governo, si può dire eletto da nessuno e comunque eletto con tutt’altre intenzioni, ha sfruttato una epidemia parainfluenzale per distruggere l’economia del Paese tanto quanto basta per tenerlo nelle grinfie  delle oligarchie europee, ecco che salta fuori dalla Tunisia dove vive per ragioni fiscali, il generale Pappalardo. Ora io non voglio assolutamente negare che egli sia – come ha sostenuto con il Corriere della Sera  “uno dei più grandi musicisti del mondo”, che le sue opere siano eseguite “in luoghi dove avevano accettato solo Mozart e Beethoven” e che Trump gli abbia commissionato una composizione in suo onore. Mi guarderei bene dal negare che egli sia “un genio illuminato da Dio” o che sia in contatto con gli alieni, benché si direbbe che sia più a suo agio con gli alienati. Sta di fatto che la contestazione della pandemia, o meglio della sua narrazione apocalittica, alla quale ha partecipato tutto l’arco incostituzionale della politica è affidato a questo uomo che a quanto pare è una macchia di Rorschach ambulante.

C’è chiedersi come egli, in queste condizioni, sia arrivato alla carica di generale dei carabinieri, abbia navigato nei sottoscala della politica da tempo immemorabile arrivando persino ad essere viceministro dele finanze, sebbene per appena due settimane, abbia impunemente messo in scena farse come il tentato arresto di Mattarella, senza subirne alcuna seria conseguenza, ma c’è anche da chiedersi come, nonostante le severissime misure di segregazione e di distanziamento sociale quest’uomo sia stato in grado di andare e venire dalla Tunisia, sia stato libero di spostarsi per tutto il Paese  e tanto per aggiungerci un tocco di complottismo frou frou ci si potrebbe domandare come mai egli abbia scelto l’arancione  per il suo Movimento di Liberazione Italia, un colore che è  notoriamente simbolo della Open society di Soros e dei movimenti che nascono nel suo seno, altrettanto generoso, quanto nascosto agli sguardi indiscreti. Di fatto grazie, a questa libertà di movimento di cui ha goduto non si sa bene a quale titolo, forse in onore di Mozart o dei templari o dei marziani,  è diventato in sostanza, almeno per il grande pubblico il punto di riferimento non solo dei dubbi in merito alla pandemia, ma anche del rifiuto del Mes e del meccanismi europei. Insomma è come se il sistema avesse liberato un pazzo che si crede Napoleone per mostrare di che pasta e di che livello siano coloro che usano violare i tabù. Così come una volta era un invidioso e un comunista chi vedeva nei confitti di Berlusconi la radice di quella corruzione che era stata la molla che lo aveva portato sulla scena politica e come era populista oltreché  privo di cultura politica chi seguiva Grillo anche se poi il personaggio si è rivelato addirittura più contiguo al potere reale dei suoi avversari. Insomma ogni stagione ha il suo normalizzatore o depistatore di voti o buffone destinato a mettere in ridicolo gli “infedeli”, gli  Alcibiadi distruttori delle erme sacre della narrazione ufficiale. E’ chi meglio di Pappalardo per sembrare di stare all’opera dei pupi? Così i dementi che ci governano possono sembrare savi.

 


I falsari della resurrezione

franAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da due giorni giornali e rete straripano dell’appassionato sdegno contro il tristo figuro e la sua piazza, invero poco frequentata a vedere le foto dall’alto, generosamente definita da Famiglia Cristiana “La più imponente riunione di idioti da decenni”, per via di quello spirito caritatevole che ha sempre animato le crociate della cristianità, per operare una accurata selezione tra gli umiliati gli offesi e i diseredati da fare oggetto della sua pietà.

Proprio come è successo in passato quando la critica di cittadini esacerbati verteva sui costumi dissipati del puttaniere più che sul conflitto d’interesse, anche in questo caso l’anatema è lanciato più per l’organizzatore no-mask e assembramenti che contro l’aspirante golpista cacciato perfino dall’Arma per le sue intemperanze.

Altrettanto dicasi per le forze dell’ordine accusate di due metri e due misure sulla qualità del distanziamento, da parte di chi non solleva un sopracciglio per ben altre repressioni e ha solidarizzato con quella istruita contro le inopportune manifestazioni promosse da lavoratori nei primi di marzo, costretti alla ressa doverosa nei posti di lavoro e nei mezzi pubblici.

Certo, l’arruffapopolo è davvero impresentabile, dei suoi adepti sappiamo poco, perché per una volta nessun organo di stampa ci ha illuminati sulla natura del loro volgare ribellismo, spregevole in quanto ignorante, rozzo, xenofobo (si sa i cacciati da Capalbio succede che vengano conferiti nelle loro discariche periferiche), animalesco, quindi oggetto di sacrosanta e giustificata riprovazione, la stessa che ha costretto a consegnare da anni il malcontento disonorevole della pancia nelle mani della destra: misura dolorosa ma necessaria avviata da chi possedendo qualche residuo di garanzia e sicurezza, vanta una superiorità morale da difendere e da esercitare contro quei fermenti animali che si alzano dai margini della civiltà.

Invece, come mi è capitato di scrivere a caldo, sarebbe utile capire cui prodest, visto che certe macchiette  finiscono sempre per essere funzionali ai disegni di chi comanda: in questo caso togliere valore e credibilità a qualsiasi forma di critica alla gestione delle crisi sanitaria e economica in nome di una obbligatoria unità nazionale tenuta insieme da un esecutivo di “salute pubblica”. Ma anche, come effetto non secondario, rendere accettabili, per appartenenza alle élite e rispetto dei requisiti riconducibili alle regole di bon ton diventate imperativi etici, altri figuri in realtà più dannosi, visto che sono affidati a loro settori strategici della cosa pubblica.

Proprio in coincidenza con la disdicevole manifestazione degli irriguardosi irresponsabili senza mascherina, il responsabile del nostro patrimonio culturale si è espresso come dinamico coach per una «grandiosa Ricostruzione».

Abbiamo davanti un’occasione incredibile“, ha proclamato dalle pagine del Corriere, la crisi scoppiata con il coronavirus può trasformarsi in un’opportunità   “perché per la prima volta dopo più di trent’anni un esecutivo può spendere risorse per il Paese invece di tagliarle. Sospeso il patto di Stabilità, ci sarà il Recovery fund, c’è il Mes che prenderemo…”. Anche se agisce all’interno di  coalizione “politicamente fragile ” Dario Franceschini confida in questo “jackpot che potrebbe cambiare le sorti del Paese“.  Dicendosi sicuro che passata l’emergenza, “il turismo in Italia ricomincerà a crescere impetuosamente”, quindi bisogna puntare sui nostri luoghi più ricchi di bellezze paesaggistiche e artistiche e finora più trascurati: il Sud.

E come? Collocando i 150 milioni del decreto Rilancio “per la riqualificazione della nostra offerta alberghiera e con un piano di recupero e rilancio dei borghi…. spesso abbandonati o trascurati”,   grazie alla realizzazione di “hotel diffusi, cammini, ciclabili, ferrovie storiche, cibo, natura, arte”.

Ma prioritario per l’avvio di questa strategia di valorizzazione sarà il prolungamento fino il Sicilia della rete dell’Alta velocità al servizio di un turismo qualificato. E magari prendendo in considerazione l’ipotesi del Ponte, “perché”, come osserva l’Illuminato, “ i treni ad alta velocità dovranno pur attraversare lo Stretto”.

Ecco basta girare gli occhi per guardare il termometro, distogliere l’attenzione per lavorare in regime di storm working, per far fare ai figli, avendo Internet, i compiti con la didattica a distanza, per istruire la pratica per la cassa integrazione, per farsi dare l’elemosina in qualità di Partita Iva, che come un saltapicchio vien fuori dalla scatola delle meraviglie il genietto delle macchine da corruzione, il fantasmino dell’alta velocità dove non ci sono i treni per i pendolari e se ci sono si scontrano in un binario unico, dove c’è una stazione nella più volte nominata Capitale della Cultura in compenso non c’è la ferrovia.

Eccolo il bravo ragazzo, così intriso dei valori della tradizione familiare da aver voluto fare della casa avita un bel B&B aperto a visitatori paganti ancorchè esclusivi. È  una vocazione la sua, così potente da farne la sua mission istituzionale in modo  da trasformare tutto il Paese con preferenza per il Mezzogiorno proverbialmente parassitario e indolente, in un gran parco tematico delle civiltà morte del Mediterraneo, con i viventi non emigrati in qualità di figuranti in costume, in veste di osti, locandiere, inservienti, guide e intrattenitori, proprio come raccomandano quei sacerdoti della fruizione turistica e culturale, Farinetti che chiede di convertire il Sud nella Sharm el Sheik europea o Briatore pronto a trasformare la noiosa Valle dei Templi in un più profittevole Billionnaire.

Tutto così sarà Very Bello, come postulava una delle sue campagne pensate per vendere il Bel Paese all’estero proprio come tocchi dell’analogo formaggio: si è confermato il suo disegno di adibire a uso puramente turistico il patrimonio culturale, anche grazie al “riaccorpamento”  di Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1, col ripristino della direzione generale ad hoc, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico.

Come è confermato dalla proliferazioni creativa di auguste pensate immaginifiche, gladiatori e giochi d’acqua con tanto di triremi nel Colosseo allagato, navi invitate a tornare nella Serenissima e plauso all’alta velocità fiorentina, campi da golf sparsi in Trinacria, rilancio dei musei grazie a direttori/manager addestrati in Mc Donald’s, assenso alla trasvolata di preziosi reperti comprese due guglie del Duomo a corredo dell’esposizione di salami e mortadelle del norcino reale approdato negli Usa e pure alla gita dei Bronzi di Riace all’Expo provvidenzialmente impedita dalla sovrintendente.

E tante altre  in qualità di autore della famosa iniziativa del Mibact chiamata “Circuitazione di opere icone”, che permise alla Velata di Raffaello di Palazzi Pittidi transitare  per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che fece sì che durante una mostra al Colosseo  cadesse per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio o che  durante la mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si frantumasse un  prezioso cratere in marmo.

Ma lui è fatto così, proprio non gli sta bene che si sprechino delle buone occasioni, che non si colgano le “opportunità”, come sa fare lui: lo ha dimostrato  il piglio imprenditoriale con cui raccoglie fondi per  l’Ales Spa.

Ales S.p.A, è la società in house del Ministero che ne detiene il 100% del pacchetto azionario che fa quindi capo a lui stesso, e per la quale è riuscito a reperire nel mese di marzo, dicono fonti ben informate, ben 5 milioni e rotti di contributi pubblici. Una “ditta”  che ha tutte le caratteristiche di una società per azioni, quindi di natura privatistica,  impegnata da oltre quindici anni in attività  di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e di supporto agli uffici tecnico – amministrativi del Socio Unico,  che, hanno denunciato i sindacati dei lavoratori dei Beni Culturali, “il Mibact avrebbe potuto espletare da solo e attraverso i suoi uffici, e che in tutti questi anni ha   utilizzato per le proprie attività solo personale completamente esterno al dicastero, bypassando in maniera assoluta le regole delle assunzioni pubbliche tramite concorso”.

Ormai sappiamo che la bellezza non si mangia in mezzo a due fette di pane. E che nemmeno ci salverà, troppo impegnata a dar da mangiare a loro.


Arancio meccanico

pappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dovessimo giudicare lo stato e la tenuta di una democrazia dalle sue piazze, non ci sarebbe da stare allegri.

Personalmente nutro analogo fastidio per l’arruffapopolo ex militare cacciato dall’Esercito, passato attraverso le più squallide formazioni della “scontentezza”, pallida macchietta di Tejero più che di Pinochet, che per il piccolo arrivista senza né arte né parte se non quella in commedia sotto l’ala  protettrice di Prodi e dei petrolieri, che alterna pensose e troppo brevi  pause di riflessione con l’entusiastica militanza elettorale nell’area progressista, con la stessa aspettativa, un posto al sole, una poltrona, un reddito, l’unico ormai sicuro, sapendoci fare.

Certo l’uno schiamazza e articola grugniti bestiali con Casa Pound, né più né meno di acuti opinionisti o accreditati direttori di telegiornali che li hanno voluti accanto per dialogare in nome del pluralismo, certo l’uno ha dato vita a una calca incompatibile con l’emergenza ancora in corso, nè più né meno  di un pericoloso assembramento di autorità a accogliere festante  la connazionale infine liberata.

Ma diciamo la verità a suscitare biasimo nella pubblica opinione non è tanto la  performance di un attempato aspirante golpista, ex tutto dal Psdi ai forconi, nemmeno l’ostentazione ribellista contro le regole imposte dallo stato di eccezione, equiparata ai vergognosi rave, ai deplorevoli apericena ai Navigli, alle deprecabili grigliate in terrazza condominiale. E probabilmente nemmeno l’alzata di scudi contro il Governo, unanimemente considerato il migliore caduto dal cielo per la gestione dell’emergenza, meno che mai l’odio antistatalista, che aveva rappresentato fino a ieri il sentimento comune, consolidato la convinzione che si trattasse di un padre padrone, inefficiente, forte coi deboli e debole coi forti,  ridotto a erogatore di aiuti generosi ai ricchi e spietati e di assistenza pezzente ai parassiti.

No, è che ai generatori meccanici di indicatori della pubblica percezione, un ceto che conserva ancora qualche sicurezza, più o meno acculturato, grazie al succedersi di riforme perverse della scuola e dell’Università, più o meno informato, grazie a una stampa che via via si è ridotta all’Unico Grande Giornale degli italiani,   più o meno posseduto dal mito del progresso, malgrado qualche tentennamento recente, ammesso che si sia accorto della qualità modesta della nostra comunità scientifica, ecco a quel ceto che rivendica una superiorità sociale, culturale e morale, proprio non gli stanno bene queste piazze cialtrone, ignoranti, belluine che non conoscono il bon ton e le regole dell’educazione.

A ben guardare non gradiscono nemmeno altre piazze che dovrebbero invece appartenere alla loro formazione di cittadini probi, a giudicare dalla indifferenza, quando non riprovazione riservata alle manifestazioni di lavoratori in lotta, di immigrati irriconoscenti degli sforzi per introdurre il caporalato di governo, di No Tav o No Triv, retrocessi a molesti disfattisti che ostacolano sviluppo e lavoro avviato dei cantieri a beneficio di giovani altrimenti pigramente inoccupati.

Non hanno ricevuto il minimo sindacale di solidarietà dai reclusi del divano davanti a Netflix, nemmeno le manifestazioni e gli scioperi dei primi di marzo quando gli addetti costretti ad esporsi alla pestilenza hanno reclamato per ottenere dispositivi e misure di sicurezza.

E d’altra parte nessuno ha pensato di ricorrere agli strumenti messi a disposizione dalle democrazia per impugnare quei decreti di ordine pubblico che si sono susseguiti negli anni, che limitano il diritto di esprimere dissenso in nome del decoro alla pari  del contrasto a violenza insurrezionale e terrorismo, ancora pienamente vigenti e oggi rafforzati in virtù della crisi sanitaria che esige unità e coesione intorno all’esecutivo e ai suoi consiglieri speciali autorizzati a aggirare il controllo parlamentare.

Eh si, le uniche piazze legittimate sono  quelle in favore di governo e qualche governatore, che poi quelli che oggi non riscuotono consenso, sono comunque ammessi a restare al loro posto, oggetto al più di garbata satira, così come gli appelli degli intellettuali, primo caso in assoluto salvo lontane rimembranze che riecheggiano oggetto immediato di anatema.

Vige la pretesa di innocenza, così nessuno si assume la responsabilità di ammettere che piazze e critica sono stata consegnate nelle grinfie di innominabili, che ormai la Repubblica nata dalle resistenza e fondata sul lavoro ha perso il diritto di parola, salvo una, il si, pronunciato in segno di accettazione e fedeltà a un “potere” superiore allo Stato nazionale, che ci offre a caro prezzo la sua carità pelosa  inadeguata, come il Recovery Fund, il cui continuo rinvio conferma l’inconsistenza, per imporci come fatale il Mes, il rimborso senza sconti e i conti ingenti dei tagli della spesa pubblica e degli investimenti  sociali, della privatizzazioni dei servizi pubblici con relativi licenziamenti, delle imposte su patrimonio e immobili, della piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di una profonda e radicale revisione del sistema di contrattazione collettiva nazionale nel quadro di un contesto di riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali.

Nessuno dichiara la sua complicità nell’aver permesso che l’ideologia e la pratica neoliberista sconvolgessero il sistema di classe, senza abbatterlo, confondendo i confini delle geografie: proletari, piccola borghesia, segmenti sociali attivi nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione sono stati persuasi, dopo la demolizione degli apparati politici e sindacali, della bontà di arruolarsi nell’esercito padronale, per poter godere del rancio e della paga del soldato.  Sono loro che dettano gli slogan del “buonsenso comune” nella piazza virtuale, per condannare alla marginalità, senza parole e senza diritti di cittadinanza, il popolo bue, ignorante, rozzo, rispetto al quale si ha l’opportunità di sentirsi superiori.

In attesa dell’assalto ai forni,  a mobilitarsi sono i ceti medi impoveriti, i piccoli imprenditori, i commercianti, i bottegai, oggetto di generalizzato disprezzo, assimilati a quella maggioranza silenziosa che ci ha consegnato a Berlusconi, mentre l’edificante proposta alternativa era l’avvicendamento di Prodi, D’Alema, Amato, Monti, bersaglio di schizzinosa condanna in quanto vittime predisposte del contagio del populismo e del sovranismo, in quanto restie all’approvazione suicida delle politiche razionali e severe dei tecnici e poco inclini a sentirsi rappresentati nella celebrazione del grande centro, tra destra e diversamente destra progressista, che prevede la gestione “neutrale” e concordata degli affari pubblici.

Vedrete come finiremo per aver perseguito la loro colpevolizzazione tramite ostracismo sociale e culturale, quando gli affamati faranno giustizia di chi pensa di poter conservare pane e denti, ma è già condannato a perdere entrambi avendo rinunciato alla consapevolezza e alla lotta.

Non ci fossero i gilet arancione, dovrebbero inventarli:  si deve a loro l’opportunità di assimilare ogni forma critica e di opposizione alla gestione della crisi sanitaria e di quella economica alle loro formazioni, di condannare ogni legittimo dissenso al silenzio della mascherina sulla bocca e sugli occhi.

 


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