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Le mascherine nuove dell’Imperatore

masch Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stato il sottosegretario alla presidenza della giunta dell’Emilia-Romagna, Davide Baruffi, con quella sanguigna e ruspante schiettezza  che ha decretato il successo di personaggi letterari e cinematografici regionali, a sintetizzare efficacemente quello che in tanti sospettano, pensano e dicono a rischio di censure, gogne morali, anatemi.

La  confessione è datata 25 aprile, ma la dice lunga sulle scelte che hanno “suggerito” di imporre al paese restrizioni, leggi marziali, sanzioni, penali, di concedere deleghe in bianco a autorità che non possiedono un mandato del Parlamento, cui è stata data perfino facoltà di sottoporre i cittadini a tracciamento grazie  alla concessione a una società privata dell’applicazione di un software che ha suscitato dubbi perfino da parte del Copasir sia per le modalità di affidamento che per le eventuali conseguenze sulla “sicurezza nazionale”.

E infatti, ammette Baruffi, hanno proibito l’attività fisica non perché la situazione sia più a rischio, ma perché “volevamo dare il senso di un regime molto stringente”.

La ragione per la quale ciò che è stato fatto, si fa e si farà non ha nessuna credibilità da un punto di vista “sanitario” e della sicurezza dei cittadini, se come è giusto non la intendiamo come declinazione restrittiva dell’ordine pubblico, è l’evidente contraddittorietà delle misure in atto e di quelle che verranno prese, alcune delle quali sono state oggetto dell’ultima annunciazione del Presidente del Consiglio, accompagnata da nuova modulistica, timing complesso e soggetto a decodificazioni articolate su scala regionale e comunale.

E dire che per capire tutto basterebbe porsi e porre qualche quesito semplicissimo, di quelli che i bambini fanno agli imperatori mettendoli a nudo. Ma anche se siamo trattati come bambini da guidare, mettere in castigo, sgridare e vezzeggiare “per il nostro bene”, si vede che abbiamo perso quell’innocenza e pure la libertà di pensare e parlare proprie delle creature.

Così non si può contare sulla tradizione di RepuStampa perché qualcuno  si sogni di domandare e domandarsi perché se il Covid19 è una patologia così contagiosa, se richiede limitazioni dei contatti, delle relazioni, di movimenti così restrittive, se sono diventati a rischio tutti i mezzi di trasporto, luoghi chiusi e perfino quelli aperti, come mai allora milioni di lavoratori hanno viaggiato in metro, treni e bus  sui quali è previsto solo dal 4 maggio la “segnaletica”  per l’opportuno distanziamento.

Ed anche secondo quali criteri sono state selezionate le cosiddette attività essenziali, i cui addetti sono stati comandati con dispositivi e procedure di sicurezza inadeguate e elargite dalle proprietà e dirigenze nell’ambito di un protocollo volontario e non vincolante, quindi arbitrario e discrezionale, in modo da dimostrare che si tratta di disposizioni temporanee cui non faranno seguito provvedimenti a garanzia della protezione dei dipendenti.

Ed ancora sulla base di quali valutazioni, quando l’allarme sarebbe ancora alto per numero di contagi e decessi in Lombardia e Piemonte, si stanno indicando delle date per la ripresa delle attività e delle produzioni, su pressione confindustriale certo, ma anche delle regioni e dei comuni, da Bonaccini che intende riaprire al più presto i cantieri di grandi opere e infrastrutture a Brugnaro che interpreta come un todaro brontolon il malcontento della fiera popolazione veneziana “semo stufi de star a casa”, sotto pressione per i ritardi registrati nell’esecuzione del prodigio ingegneristico del Mose e per la sospensione delle incursioni dei corsari delle crociere, da Zaia che promette novità epocali per le prossime ore con l’allentamento delle inique restrizioni a Sala che vanta la diminuzione da 6000 a 1500 ingressi all’ora nella metro, ma scalpita per la ripresa degli interventi per le Olimpiadi.

E se le statistiche, anche quelle dichiaratamente più inaffidabili delle rilevazioni e dei sondaggi sui voti di Italia Viva, hanno accertato che gli anziani sono a alto rischio, a causa, almeno questo è sicuro, della inadeguatezza del sistema sanitario e di cura, perfino a partire dai sessantenni (quelli che contano un anno e mezzo più del suggeritore degli arresti domiciliari per la terza età) c’è da supporre che sia in arrivo finalmente la cancellazione della legge Fornero che fino a due mesi  li annoverava tra la forza lavoro con pieni potenziali di attività.

Da ieri sera abbiamo appreso che la comunità scientifica che si presta per appoggiare coscienziosamente le decisioni del governo, avrebbe maturato una teoria secondo la quale i vincoli tra consanguinei stretti fornirebbe la totale protezione dal contagio, a differenza di quelli amorosi, affettivi e di amicizia tra “estranei”, definizione che Sordi dava anche delle mogli, mettendoci nella possibilità di andare a sternutire in faccia allo zio d’America avaro e alla cugina Gertrude che ogni Natale vi regala la stessa acqua di Colonia, ma non di vedere il fidanzato e nemmeno l’amante che vi ha atteso con pazienza per due mesi (stante anche che non vi è permesso l’atto di contrizione per adulterio durante la messa).

O potremmo chiedere per che strana coincidenza temporale adesso che si è consolidato il brand mascherine, diventano obbligatorie in tutta Italia, in tutti i luoghi chiusi, nelle feste di famiglia, pure in qualcuno di aperto, le piazze ad esempio, a disincentivare assembramenti che potrebbero attentare, proprio come gli scioperi, all’unità del Paese.

Stancamente ormai ripeto da due mesi che all’origine dello stato di eccezione imposto non ci sia stato un complotto, ma che siamo oggetto di una cospirazione che approfitta di una epidemia che in condizioni normali sarebbe stata gestita con misure normali per incrementare la produzione normativa di leggi marziali e provvedimenti di ordine pubblico repressivi, per favorire la distanza “sociale” dei cittadini, isolando possibili focolai di dissenso. E soprattutto per giustificare con i costi del prevedibile cigno nero, dell’incidente inatteso della storia, l’impotenza degli esecutivi a spendere e decidere in virtù delle cravatte degli strozzini europei, accettate sempre e comunque come doverosa accondiscendenza i padroni e come atto di fede alla teocrazia del mercato e della finanza.

E infatti da tempo vivevamo appunto la normalizzazione della crisi, la quotidianità delle disuguaglianze sopportate cristianamente come giusta punizione per aver troppo voluto e troppo avuto, e come pena preventiva per non garantire ai figli lo stesso immeritato benessere, lavando la macchia della dissipazione delle risorse e dei veleni in terra, acqua e aria, dovuta a consumi individuali e collettivi e non certo alle stesse attività oggi dichiarate essenziali, con l’assoggettamento alle imposizioni di una austera severità, indulgente e collaborativa solo all’atto di salvare banche criminali e imprese assassine.

Da tempo rinuncia di diritti, abiura di convinzioni diventate impopolari, sono diventate doveri per riconquistare la reputazione e l’appartenenza al contesto della civiltà occidentale,  alla cerchia dei sudditi dell’impero che ratifica la sua superiorità muscolare con guerre coloniali esterne e interne, fuori e dentro i patri confini, Nord contro Sud, regioni operose contro geografie meritevoli solo di invasioni turistiche non proprio pacifiche.

Ma non bastava, serviva qualcosa di straordinario che accelerasse la fine delle incomplete democrazie, che ratificasse l’improduttività della pretesa di diritti e dello stato di diritto, in coincidenza con la fine dello Stato, privato di poteri e sovranità e pure dell’arcaico concetto di popolo, retrocesso da massa di consumatori a target ben divise tra lavoratori e galeotti agli arresti domiciliari, anche grazie a barriere di plexiglas, recinti, segnaletico, perché non si corra il rischio che guardandosi negli occhi, parlandosi, confrontandosi possano rievocare il gusto della solidarietà e della libertà.

 

 


Grande virus, grandi speranze

arc 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata delle città deserte, del silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi, usciti dai ricongiunti di Hoffmansthal e che si specchiano nei canali ora chiari e trasparenti, come i viaggiatori in Italia, deliziati dall’immersione di una Arcadia recuperata grazie alla pestilenza.

Poi sono arrivati i professionisti dell’ecosocialismo, che avevano già apprezzato la riduzione di consumi effetto della crisi del 2008, che confidano che il dopo virus, contro ogni ragionevole previsione, induca una pacifica rivoluzione ambientale, e che la pandemia arrivi dove non è riuscita Greta: persuadere le popolazioni a consumi più sobri e razionali, “che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie …condizione  indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra” (cito da uno dei più condivisi in rete) e le industrie e i governi a produzioni e normative più sostenibili.

La piccola utopia prodotta dal coronavirus disegna un domani più equo e responsabile, grazie alla rivelazione sia pure un bel po’ cruenta,  “ che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi sgombri per incontrarsi”.

Insomma insieme a Volare e a Fratelli d’Italia  alternato con Azzurro, si leva un nuovo e originale inno alla decrescita felice, cui concorre un pubblico di censori del tribunale popolare che lancia l’anatema contro i costumi dissipati, inteso a reprimere l’anelito alla Wilderness di corridori nei parchi e nelle spiagge.

Viene da dire quindi che agli ammaestramenti della  scuola di pensiero di Latouche  bisognerebbe aggiungere quel tanto che ci vorrebbe di luddismo, perché il puntiglioso monitoraggio effettuato dalle aziende telefoniche è improbabile sappia distinguere i cambiamenti repentini di celle degli sportivi irresponsabili (salvo i calciatori che rientrano a viva forza nel conteggio delle vittime degli effetti collaterali), delle uscite di cani reiterate,  degli acquisti compulsivi, dagli spostamenti di tutti i lavoratori cui si impone un doveroso sacrificio in nome dell’interesse generale ad avere gli scaffali pieni, la consegna di pacchi e merci, la produzione di pneumatici e di montature di occhiali, la lavorazione di metalli e acciaio,  la fabbricazione  di schede di test per i colossi dell’elettronica o di rubinetti, dai quali pare che tutti, e non solo i padroni, si aspettino abnegazione e spirito di servizio, in cambio della oculata somministrazione di mascherine e guanti, con il vincolo tacitamente sottoscritto che quando il Paese vivrà il sollievo per il passato pericolo si tornerà alle abituali sottrazioni di responsabilità e alla diffusa insicurezza che permette di attribuire le “morti bianche” a errore umano dei dipendenti.

Adesso sappiamo che per loro non vale il “tutti a casa”, grazie anche a una iperproduzione di provvedimenti normativi circostanziati a intermittenza, che entrano in particolari ininfluenti e grotteschi come ci si può aspettare da avvocati degli italiani prestati all’emergenza: pizza bianca si, margherita no, per trasmettere la percezione di una attenta e efficiente azione di governo della crisi esplosa in tutti i settori, con evidente predilezione per l’arbitrarietà, tanto che proprio come la morte, è ormai evidente che nemmeno il virus è una livella, e neppure i modi scelti per combatterlo, anche grazie all’applicazione di misure securitarie e repressive di governi deboli alla domanda di uomini forti che verrebbe da un paese impaurito e confuso.

Anche a me piacerebbe che apprendessimo la lezione della storia, che si moltiplicassero gli eretici dell’Europa dopo che altri hanno trovato il loro Martin Lutero e la loro Avignone, che una democrazia responsabile si sottraesse a imposizioni autoritarie riconquistando la sovranità rubata, che governi si ribellassero allo stato di impotenza ingiunto da fuori e accettato per sfuggire al dovere di agire nell’interesse popolare, per obbedire a quello di assecondare appetiti padronali, invertendo   magicamente la tendenza a  privatizzare i beni e i servizi comuni, che si indirizzassero gli investimenti profusi per armamenti e grandi opere verso il ripristino delle condizioni di tutela della salute pubblica, spendendo in ospedali, rivedendo la pratica  e le procedure degli appalti per la fornitura di apparecchiature, dispositivi, medicinali, oggi terreno di scorrerie di predoni celesti e non.

Anche a me piacerebbe che finalmente si applicasse la Costituzione più bella del mondo invece di farne carta straccia, difendendo l’unità nazionale messa in pericolo da pretese autoritarie e secessioniste, che hanno dimostrato come l’ideale federalista rispondesse a una potenza centrifuga, intesa a svuotare lo Stato e il Parlamento per estendere competenze e facoltà condizionate da lobby locali e corporative.

Anche a me piacerebbe che la bellezza di città svuotate implicasse la restituzione agli abitanti, che chi si è affiliato all’economia di risulta sommersa e opaca della conversione del patrimonio immobiliare privato in B&B, case vacanze e alberghi diffusi, imparasse dalla pedagogia del virus che è meglio preservare il tessuto abitativo e commerciale della citta e la sua vocazione, affittando a residenti, artigiani, piccoli commercianti. Anche a me piacerebbe che menti che pensano di essere illuminate non si facessero contagiare da narrazioni consolidate secondo le quali il turismo di massa è democratico perché permette a tutti di stare malamente schiacciandosi e pigiandosi nello stesso posto e nello stesso momento, mentre quello dei ricchi consente il godimento esclusivo di luoghi e piaceri.

Anche a me piacerebbe che se   la gestazione del Covid-19 è avvenuta a margine di processi produttivi  agro-industriali che hanno devastato  interi ecosistemi,  inducendo una proliferazione di patologie trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’essere umano, o abbassando la qualità dell’aria, delle risorse naturali, dell’abitare, allora si presentasse l’occasione di rivedere il modello di sviluppo che sta conducendo alla catastrofe ambientale, favorita anche in questo caso dalla globalizzazione, dalla circolazione di merci e persone, dall’urbanizzazione selvaggia che costringe a ridurre e confinare spazi e relazioni.

E anche a me piacerebbe che fosse vera la retorica consolatoria, tra recupero dell’identità patria, riscoperta dei valori “miti” della nazione grazie a ritrovata gentilezza con l’eclissi ahimè temporanea di icone negative, e rinnovato senso di domestica solidarietà, rotta solo da isolati delatori, che l’isolamento coatto faccia ricordare e ricercare il valore della libertà personale e pubblica, già fortemente contenuta, controllata e mortificata dallo stato di necessità ancor prima della stato di eccezione di questi giorni, che da anni opera  una censura grazie all’austerità, alla industria della incertezza e della paura alimentate dalla precarietà, all’insicurezza nutrita dalla percezione dei pericoli che gravano sul poco di beni che ci restano, minacciati dall’altro, dalla competizione, dalla cancellazione della stato sociale, che ci obbliga a destinarli all’autotutela, con i fondi, le assicurazioni e pure con la pistola su comodino.

Il fatto è che la decrescita è come il male minore, che siamo sollecitati a scegliere dimenticando che si tratta di un male. Così vogliono persuaderci che si vivrà meglio, sopravvivendo al virus, pagandone i costi con una maggiore severità, un maggiore contenimento di libertà, autonomia, desideri, così impariamo a averla scampata.

 

 

 


Il modulo Comma 22

eboAnna Lombroso per il Simplicissimus

Diciamo la verità, nel frastuono di voci contraddittorie, tra profezie e conforto, minacce e rassicurazioni,   per chi si preoccupa anche dell’altro contagio, quello dell’autoritarismo e della repressione imposti e richiesti a gran voce  che accompagnano di norma lo stato di eccezione, ha un suono quasi rassicurante quella  del “Gruppo di consulenza strategica per i rischi infettivi” dell’Oms, che a quasi un mese dalla diffusione della nuova Sars in Italia si pronuncia.

L’unica strategia possibile oggi sarebbe il contenimento, tracciando i contatti delle persone infette e individuando gli asintomatici: altre soluzioni non si vedono, tamponi compresi, che se sono negativi oggi, potrebbero anche essere positivi domani.

Ma è improbabile che la voce della ragione possa fare  un po’ di chiarezza nel marasma volontario della Consip che lancia gli appalti per la produzione di dispositivi, sapendo che andranno deserti perchè non esistono più le fabbriche,  di Zaia, di Fontana, di Bertolaso, dei loro ospedali nei baracconi del luna park o con la riesumazione dell’archeologia sanitaria, delle mascherine di Victoria’s Secret che piacciono all’esperto di riconversioni creative  Landini o di quelle autarchiche col Domopak , alla faccia delle diatribe di Virus senza frontiere tra nord e sud, alla faccia del Grande fratello adibito non solo al monitoraggio degli esodi verso il villino al mare, verso il trullo degli zii tentati da Airbnb o il rustico dei nonni, ma pure per il controllo delle reiterate uscite del cane, probabilmente senza distinguerli da quelli obbligatori dei martiri del lavoro e degli eroi in servizio effettivo, colpevoli di pigiarsi nella metro.

Quando ormai è chiaro che il pericolo, che appare incontrastabile, imprevisto e imprevedibile, fatale per un numero elevato di persone, consiste in quello che accompagna il virus, esaltando la portata di altre patologie a cominciare da quella del sistema,  che nonostante un mese abbondante di preavviso, si è rivelato inadeguato, con dotazioni e personale insufficienti, costretto a lavorare in condizioni  estreme e insicure, che hanno fatto dei medici e degli infermieri la categoria più contagiata, con i posti letto dimezzati dai tagli, i reparti di terapia intensiva ridotti all’osso, proprio nelle regioni più esposte che coincidono poi con quelle che rivendicano una superiore autonomia per proseguire nel bulimico sacco della sanità e nell’apertura di credito a quella privata.

Dopo un lasso di tempo che dovrebbe aver aiutato analisi e riflessione, potrebbe essere lecito sospettare di un esperimento condotto per stroncare in insidioso concorrente globale. Ma c’è invece una scuola di pensiero che vorrebbe suggerire una interpretazione suggestiva di questo incidente della storia nel quale siamo capitati:  è quella che da molti anni offre una lettura biopolitica degli accadimenti per accreditare la convinzione  che il Potere crei delle emergenze sanitarie  al fine di legittimare l’ordine, sociale e pubblico, necessari a  introdurre discipline autoritarie, repressive e recessive. Non diversamente quindi da quanto si è sempre fatto per identificare e nutrire la “figura” di un nemico, straniero, vicino, nero, giallo, per autorizzare la necessità della guerra, di distruzioni, saccheggi, stragi e infine benefiche ricostruzioni.

Così ogni tanto un immaginifico complottista dà forma a uno scienziato pazzo, al servizio di una potestà imperiale feroce, che apre la porta della gabbietta della cavia infetta, per propagare un virus che contagi i  milioni di cavie delle geografie del relativo benessere che vanno su è giù per le scalette dei mutui, delle tasse, dei fondi, delle bollette, delle assicurazioni, quelli che giacciono disoccupati o cassintegrati, quelli che escono dalla tana per consegnare pacchi e pizze, quelli che si credono migliori perché vendono bond tarocchi e illusori.

L’intento sarebbe quello di spegnere con la minaccia di un pericolo imprevedibile e  incontrollabile come una volta erano gli eventi naturali prima che concorressimo a provocarne gli esiti ferali, ogni sussulto di ribellione, mettendo le leve del comando nelle mani di soggetti superiori, leggi speciali, commissari straordinari.

L’ipotesi è suggestiva certo, ma pare abbia perso credibilità nel momento nel quale quei sussulti sono spenti da tempo, sono stati soffocati da altro tipo di ammaestramento e precetto, quelli imposti dall’ideologia e dalle relative prescrizioni del liberismo, quando l’unico diritto ancora concesso è diventato quello a consumare, convertito in dovere ineludibile  allorchè l’impoverimento prodotto dalle  politiche di austerità ha sostituito il desiderio di  beni futili con l’obbligo fatale di comprarsi la sopravvivenza, cibo, tetto, salute. E quando i governi nazionali espropriati di competenze e poteri hanno cominciato a dichiarare la loro impotenza a garantire l’interesse generale.

Così ha perso significato anche l’esercizio democratico della critica e dell’opposizione, realizzando la vera stabilizzazione, la vera governabilità grazie al fatto che sono più o meno tutti uguali, differenti semmai nella comunicazione, sicchè nascono movimenti fasulli di piazza sì, ma filogovernativi.

Questo è tanto vero che qualcuno addirittura si illude che l’epidemia possa avere un affetto salvifico svegliando dal letargo invece di soffocare la ribellione,  grazie alla voluttà di reimpossessarsi di città oggi finalmente disertare dal turismo di massa, alla riscoperta di valori relazionali e identitari, alla rivelazione di piaceri contemplativi.

Niente di più ingannevole, purtroppo: non serviva che il Dottor No liberasse il virus e che figure demiurgiche trovassero il rimedio,  perché è vero invece che appena assaporato il piacere dello scampato pericolo saranno comunque quei topolini da laboratorio che sarebbero sopravvissuti all’esperimento, a pagarne le conseguenza come prima per via dei costi della crisi trascorsa in aggiunta a quella preesistente,  e peggio di prima, perché ormai saranno definitamente legalizzate e legittimate lescelte  su chi merita tutele, la consegna di interi comparti a benefattori dei quali sono state rimosse le colpe.

E sempre di più la salute sarà un lusso per pochi, come l’istruzione, un tetto sulla testa, l’acqua e le risorse decimate e dissipate, mentre lo stato verrà ancor più relegato alla funzione di elemosiniere per le imprese e sempre meno dotato di beni e poteri per applicare le norme costituzionali, mentre stadi intermedi rivendicheranno facoltà e deroghe aggiuntive e autonome arbitrarie e disuguali.

E si sa che gli stati deboli non sanno far altro che ricorrere alle maniere forti. E infatti l’Italia ridotta all’impotenza, incapace di trovare un percorso organizzativo, per limitare i contagi, ma soprattutto per contrastare quelle concomitanze e complicazioni che non ha saputo e voluto prevenire e curare, ha scelto la strada dell’ordine pubblico, della disciplina con il primato delle pandette, dell’occhiuta sorveglianza, della burocrazia.

Siccome poi è sempre tempo di comma 22 – quello che recita:  «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo» versione letteraria e hollywoodiana del Paradosso di Jourdain ripreso da Epimenide: «La frase seguente è vera. La frase precedente è falsa.» –  dall’altro ieri è in vigore una nuova edizione dell’autocertificazione.

Nnel modulo, che sostituisce il precedente, si aggiunge una voce nella quale l’interessato dichiara su sua propria responsabilità “di non essere in condizione di quarantena né di risultare positivo al Coronavirus”, e di essere quindi esonerato dagli obblighi di assoluto divieto di mobilità, come disposto ai sensi dell’art. 1, comma del D.P.C.M. dell’ 8 marzo 2020.

Il che, in totale assenza di una diagnostica di massa, accertata l’indisponibilità di tamponi e la loro probabile inutilità, stante che salvo Zingaretti, chi è stato malato non gravemente a casa non ha avuto a diposizione farmaci e non è informato sui tempo di guarigione e di esposizione degli altri al suo contagio, significa solo che la preoccupazione delle autorità è quella di rilevare possibili reati, come quando in coincidenza con lo stato fallimentare delle casse comunali, vengono mandati in giro i vigili per le strade non per dirigere il traffico abnorme ma per sanzionare gli automobilisti.

Così si dà una dimostrazione di muscolarità e si porta a casa il risultato di esibire e deplorare la cattiva condotta dei cittadini, che, in assenza del Dottor No, dell’impero del Male, dello strapotere finanziario che ci sta succhiando il sangue e ce lo succhierà indifferente se sia o no infetto, vengono sempre buoni in funzione di soliti sospetti e soliti manigoldi.

Per questo propongo la seguente lettura tratta dall’Etica di Spinoza:  I superstiziosi che sanno piuttosto condannare i vizi che non insegnare le virtù, e che si preoccupano non di guidare gli uomini con la ragione ma di contenerli con la paura, di modo che fuggano il male più che amare la virtù, non mirano ad altro che a rendere gli altri miseri come se stessi. 


Piccole cronache dall’epidemia

epid Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dicono le statistiche che l’età media dei residenti veneziani, Terraferma compresa, si aggiri intorno ai 50 anni.

Ma chiunque si sia preso la briga di visitare la città, non a settembre durante il Festival, non a maggio quando inaugura la Biennale, non a luglio quando cade la festa del Redentore, che commemora peraltro la fine di una pestilenza, con doverosa erezione di un tempio, non a febbraio durante i Carnevale, ha potuto verificare che i coraggiosi resistenti all’espulsione hanno un’età ragguardevole. Così fino a ieri chi si avventurasse per strada sfidando le restrizioni di contrasto al virus ne avrebbe incontrati molti, in fila davanti ai caffè a numero chiuso, ai bacari dove ci si consola con lo spritz delle 10 di mattina, alle farmacie che si sono munite di lastre di plexiglas definite dagli indigeni barriere antisputo, che per una popolazione anziana rappresenta un irrinunciabile luogo della socialità: ci si fa leggere il risultato delle analisi, ci si fa misurare la pressione, si scambia una chiacchiera con altri clienti che presentano analoghe patologie.

Deve essere circolata la voce che sono il target a rischio, non a causa del virus, ma della conseguente  selezione che li escluderà necessariamente dai trattamenti salvavita, destinati a altri segmenti di pubblico più meritevole per età, previsione di vita, contributo al bilancio del Paese. Per carità succedeva anche prima, anche prima dell’epidemia e anche prima che venisse richiesto a gran voce da personalità governative e autorevoli esponenti di  prestigiose istituzioni, ma che adesso venga proclamato trovando tacito consenso,   ha suscitato una ribellione generazionale.

Così li vedi circolare audacemente, a scopo dimostrativo della loro irriducibile giovanile baldanza e della loro capacità di sopravvivere all’abbandono consigliato a congiunti da un sistema che aveva già pensato a farne dei molesti sopravvissuti nella loro città passibili di sfratto, espropriati di servizi cui hanno contribuito in tutta la loro vita con tasse e lavoro, vanno in giro spericolatamente tutti dotati di carrello per la spesa o sacchetto del supermercato vuoto in sostituzione di una autocertificazione, a testimoniare che sono fuori spavaldamente  per fare la spesa, secondo le prescrizioni governative.

Invece   l’autocertificazione già da ieri serviva ( in certi casi anche lo scontrino virtuale della spesa non ancora fatta)  a insegnanti e lavoratori che percorrevano il Ponte della Libertà, fermati dai militari dell’operazione Strade Sicure, mitra imbracciato, che fermavano i mezzi pubblici stipati all’infuri dellarea di sicurezza dell’autista,    per controllare che si trattasse abilitati a andare nel posto di lavoro e non di irresponsabili gitanti che approfittavano della inattesa vacanza. Lo stesso succedeva alle porte di Roma e di altre città, mentre altre forze di sicurezza erano impegnate a sedare tumulti fuori da Carrefour o da Conad, presi d’assalto come i forni nei Promessi Sposi.

Così da oggi le “autorità” comprese del fatto che ogni incidente della storia pare destinato a diventare un fenomeno di ordine pubblico, nel condannare le esuberanze della marmaglia che pare geneticamente incapace di attenersi ai comandi e alle regole, sono passate a provvedimenti più estensivi e severi, a evidente scopo pedagogico.

Rispondendo così alle tante obiezioni venute anche dalle forze dell’ordine  che si erano addirittura  premurate di licenziare le loro “che nascono nell’interesse della comunità e non dei bisogni del singolo”, ispirate alla semplificazione che come si sa è un principio che trova d’accordo tutte le forze in campo, trattandosi  di solito di scorciatoie, aggiramento di misure scomode, licenze accordate per non penalizzare redditività e libera iniziativa.

Sotto l’ombrello salvifico del “tutti a casa” hanno infatti indicato quello che non si poteva già fare, quasi tutto, salvo lavorare e ammalarsi, e le poche deroghe: non è permesso uscire per una passeggiata, o per andare a trovare un amico, tanto che la popolazione più avveduta pare abbia già provveduto a segnalare in chat secondo una certa indole alla delazione presente nella nostra autobiografia nazionale, il vicino trasgressore che cazzeggia per strada.

Le visite ai genitori anziani sono consentite solo per portare loro assistenza nel caso siano malati, mentre è severamente vietato l’affettuoso e temerario conforto. Era ancora tollerato che si esca rasente i muri per approvvigionarsi di generi alimentari, cui viene concesso si aggiunga l’acquisto per la sostituzione della “lampadina fulminata” e niente di più. Particolare comprensione viene dedicata ai possessori di animali domestici, che potevano “uscire il cane” come ormai direbbe anche la Crusca, perché nel rispetto delle necessarie distanze, almeno un metro, la stessa prevista per chi ostinatamente voleva fare jogging al tempo del colera, attività moralmente più perdonabile dell’andare a spasso senza meta, tanto è vero che si erano visti vigili intransigenti redarguire isolate mamme solitarie che avevano condotto i figli in smunti giardinetti urbani.

Ma non bastava: la creatività di un popolo di navigatori e poeti in certe fasi rappresenta un rischio, e per contrastarlo pare obbligatorio istituire la figura superiore di un valido spiccia faccende, un Wolf  che metta un po’ di ordine in attesa della cui individuazione  è necessario andare per le spicce.

Ecco fatto: fino al 25 marzo, negozi al dettaglio, bar, ristoranti chiusi.  Supermercati aperti ma con ingressi contingentati, ambulatori dei medici di base e di analisi aperti al pubblico, al contrario dei pronto soccorso che hanno altro da fare che accogliere eventuali infartuati, così come case di riposo e hospice. Buone notizie per i fumatori invece: le tabaccherie saranno aperte in veste di esercizi di pubblica utilità, anche nella loro veste di distributori di gratta e vinci, come gli autogrill a beneficio di proprietà che hanno dimostrato il loro istinto a prodigarsi per la collettività, limitate invece le passeggiate fisiologiche col cane a percorsi sotto casa.

Chiese aperte per la preghiera ma vietati a matrimoni e funerali, mentre non si sa nulla dei battesimi. Mentre il personale precario dei pony, dei fattorini, quello che lavora presso l’aborrito Amazon viene promosso a colonna insostituibile e benefattore della società, ci sarà una certa severità per quanto riguarda altri uffici: chi ci lavora dovrà certificare di essere costretto alla presenza, in considerazione del fatto che non si è adeguato alle opportunità offerte dallo smart working, come ha fatto ad esempio l’Inps che grazie alla rivoluzione informatica ha costretto centinaia di migliaia di pensionati a diventare nativi digitali  per ottenere in tre o quattro mesi i due pezzi di Pin, indispensabili per ogni proceduta.  Le poste così come gli altri servizi di sportello, dovranno praticare lo scaglionamento oculato di chi per sua insipienza non si è ancora attrezzato per i pagamenti online, e ogni comune infine deciderà come agire in materia di trasporto pubblico, limitando le corse allo “stretto necessario”.

A leggere i nuovi comandamenti si capisce meglio l’identikit del “commissario” tanto auspicato, più poliziotto che manager, anche se a guardare il curriculum dei candidati, ci sia da ritenere che costituisca titolo di merito per le mansioni di protezione civile un piglio militaresco che ha riscosso indulgenza per legittimi bisogni virili. Servirà qualcuno che abbia i requisiti per mantenere l’ordine facendosi strada tra  misure governative universalmente accusate di essere pasticciate, tardive  e troppo poco rigide ma al tempo stesso lesive dei principi costituzionali e dunque potenzialmente oggetto di ricorsi e  impugnazioni, come ha osservato Carlo Nordio che non ha perso occasione per riservare ammirazione al popolo cinese, benchè, ha osservato, se non fosse intriso dell’ideologia comunista e collettivista avrebbe forse evitato la diffusione dell’epidemia.

Perché tocca anche sentire che ci si preoccupa dell’incompatibilità costituzionale di certe misure, ma si invoca uno stato di eccezione con annesso esercizio di poteri straordinari per poterle applicare senza contestazioni anche a “costo dell’impopolarità”. Altro fantasma che viene evocato a intermittenza, benchè non abbia mai preoccupato nellu governo e nessuna maggioranza, visto che non esiste praticamente più quella verifica dell’efficacia costituita della elezioni, ormai ridotte a sigillo normale di liste e candidature precostituite, che i programmo sono un arcaico avanzo del passato, perché una volta eletti i decisori possono rivendicare che non hanno i mezzi per agire per via di voragini di bilancio, di vincoli imporsi e accettati supinamente, sicchè popolare è un termine all’indice per la sua contiguità con il deplorato populismo e impopolare va a definire qualcosa che esplicitamente si commette volenti o nolenti contro i cittadini.

Eh si, il contagio c’è stato, quello della accettazione acritica dello stato di emergenza che esonera dalle responsabilità di passato e presente, così se osi richiamarle insieme alla obbligatorietà di considerare una unica lezione che dovrebbe venire da questo accidente è che quella che ci mostrano come una piccola apocalisse che segna una frattura col passato, sia non ripristinarlo con le sue tremende disuguaglianze e le sue iniquità, passi da disfattista a sciacallo. Ma anche quello per il quale si alza come un coro non abbastanza muto che chiede l’uomo forte, come se non bastassero le regole forti anzi ferree, che avrebbero facile esecuzione solo in un tessuto sociale non devastato come il nostro,  dove alla cancellazione dei servizi e dei diritti ha corrisposto quella del senso di responsabilità e della solidarietà.

A proposito, è concesso alle edicole di restare aperte per garantire l’informazione. E’ una misura opportuna: in tempi di carestia vien buono un uso improprio della stampa in forma cartacea, acquistata con regolare autocertificazione.


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