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Attente all’uomo nero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere l’Istat sull’occupazione, l’unico riferimento a alto valore scientifico che viene in mente è a Trilussa e alla constatazione che di quel pollo a noi non viene servita nemmeno la carcassa e neppure il profumino domestico  di arrosto della domenica. Guardo con lo stesso sospetto allo scontro tra statistiche in corso con le povere donne ridotte a polli tra chi sostiene che la più alta percentuale di violenze contro le donne sia da attribuire ai barbari che ci hanno invaso e alle loro tradizioni  e ai loro costumi patriarcali arretrati e maschilisti incompatibili con la nostra cultura e la nostra democrazia, e quelli invece che dicono che la maggioranza – prima gli italiani? – va riconosciuta ai nostri concittadini, spesso coniugi o famigliari o amici, si fa per dire, delle vittime, che l’appartenenza a una civiltà superiore non esime dal macchiarsi dei più sordidi e infami delitti.

Ormai i contesti nei quali viene messo in scena lo scontro tra civiltà sono i più svariati e altrettanto eterogeneo è il fronte dei difensori delle nostre libertà.

Tanto che la stampa di destra solitamente ben schierata sui capisaldi di “tutte puttane salvo mia mamma e mia sorella”, di “vestita così se l’è voluta”, di – nel caso di stampa padana – “la piasa la tasa e la staga in casa”, si improvvisa paladina di diritti che un tempo, prima delle incursioni, considerava licenze pericolose: uscire di  sera in minigonna, non indossare opportuni jeans deterrenti e protettivi, avere atteggiamenti disinibiti, tenere comportamenti liberi allora considerati alla stregua di immorali provocazioni e preliminari a sconce promiscuità. Tanto da deludere il “mediatore culturale” prendendo le distanze dalla sua spericolata teoria “si resistono un po’ all’inizio, ma poi gli piace” che fino a ieri faceva parte del loro bagaglio antropologico  così da giustificare con dotti accorgimenti giuridici – quel vis grata puellae – fino a autorizzarle, certe “insistenze” e forzature  praticate  per far superare civettuoli pudori, magari a suon di sberle e pugni.  E tanto da volerci persuadere che quello che doveva essere accettabile se consumato in casa e da italiani, così ben descritto tanti anni da  Simone de Beauvoir:  l’imbarazzo di sentirsi prede, oggetto di desiderio, esposte a  aggressioni verbali e non solo se si passa davanti a un caffè dove bivaccano conterranei sfaccendati suscettibili di trasformarsi in branco, non deve essere tollerata e punito con inusuale severità se quella innegabile violenza è esercitata da un “mucchio selvaggio” di ospiti indesiderati accampati ai giardinetti e per strada senza altro destino che rifiuto e trasgressione per via della loro preventiva condanna all’irregolarità.

E ti pareva che non facesse breccia la beneducata xenofobia alla Serracchiani che pretende che gli ospiti, non voluti e mal sopportati in qualità di forestieri che puzzano già dal primo giorno proprio come  i nostri immigrati allo sbarco in America, mutuino e facciamo propri solo i comportamenti virtuosi, a cominciare da ubbidienza e conformismo, lasciando a noi indigeni vizi, illegalità, aggiramento di regole, prepotenza, sessismo e ovviamente razzismo, carattere riconosciuto e autorizzato come monopolio esclusivo di civiltà minacciate.

Come se l’acre sudore del forestiero offenda più l’olfatto del dopobarba  dell’uomo che non deve chiedere mai, come se le mani che stringono alla gola o affibbiamo uno schiaffone facciano più male se sono nere, come se la donna oltraggiata sia obbligata a fare una graduatoria dello sfregio: in cima la belva venuta da fuori, peggio, molto peggio dell’amico di famiglia, del fidanzato, del ragazzotto incrociato al pub. E come se, per tornare alle statistiche, non siano esaurienti quelle che danno conto delle denunce, troppo poche, il 7 % dei delitti commessi, a segnalare che permane la vergogna del danno subito, la paura delle ritorsioni, l’incertezza della pena, il calvario degli accertamenti ancora più dolorosi e irrispettosi e difficili se il carnefice è un insospettabile, un cittadino perbene, un gruppo di ragazzi esuberanti difesi dalla cerchia familiare, mamme comprese. E se la testimone che ha premesso l’arresto del branco di Rimini è passata alle cronache non come vittima, non come persona collaborative e coraggiosa, ma come trans, prostituta per di più peruviana.

Mussolini aveva proibito la cronaca nera che a suo dire infondeva paura, insicurezza e sfiducia. Il fascismo di oggi, in assenza di delitti estivi truculenti, di una circe o di due complici diventati nemici – se si esclude qualche tandem di governo – riempie le prime pagine con la combinazione esplosiva di violenze e immigrazione, stupri e deplorevole tolleranza dell’invasore, sospetto e culto della superiorità occidentale, perché le nuove esigenze dell’impero esigono intimidazione anche ideale e virtuale, ricatto e costrizione senza nemmeno proporre una illusione, senza nemmeno annunciare un “meglio”, senza nemmeno svendere un sogno neppure quello dei consumi e dell’accesso al lusso, salvo quello di un ordine pubblico, di un decoro capace di occultare malessere e miseria, perché oggi ancora più di allora il più efficace sistema di controllo sociale è la paura a cominciare da quella dell’uomo nero, tremenda per un popolo che si vuole soggetto e infantile.

E infatti il diritto a godere le libertà che meritiamo per via dell’appartenenza a un contesto civile e moderno sempre di più si limita all’apericena, alla rimozione di fastidiosi accattoni, al concertone in piazza protetto dalle fioriere, alle gite scolastiche coi gemellaggi per socializzare in un’Europa che pratica isolamento e rifiuto.  Mentre intanto si cancellano quelli all’istruzione – che è il più potente deterrente in grado di contrastare violenza e rancore e disperazione, insieme al lavoro, all’assistenza, alla tutela del territorio e dei beni comuni, alla casa. E pure a quello di essere informati e dunque liberi di capire e scegliere e decidere cosa pensare e come agire di conseguenza, se non siamo nemmeno più autorizzati a urlare contro la violenza e lo stupro sempre e comunque, senza graduatorie e senza distinguo come dovrebbe accadere se libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà non  fossero parole vuote confinate nel vocabolario della “retorica”.

 

 

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Abusati e sgomberati, sotto a chi tocca

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una vecchia città, capitale di un paese, che fino a qualche tempo fa si sarebbe definito industrializzato e che è stato sede di governo di una superpotenza – niente a che fare con odierni imperi autonominatisi che si arrogano l’incarico di guardiania del mondo e di sacerdozio della civiltà – e che accoglieva i suoi barbari, li annetteva e infine li  integrava, dando loro status di cittadini, li faceva lavorare e combattere in suo nome, certa che era preferibile e ragionevole che facessero parte del popolo romano piuttosto che far lievitare e poi esplodere malanimo e rancore.

E ci sono partiti e movimenti allo sbando. All’inseguimento di fermenti razzisti  e xenofobi estratti da profondità  un tempo rimosse e vergognose, poi legittimati da soggetti politici e istituzionali presenti in un Parlamento che ha sempre di più perduto rappresentanza, occupato a interpretare e testimoniare di interessi privati e laddove gruppi dominanti, corporation, potentati finanziari e i loro sistemi regolatori hanno sostituito gli stati sovrani, servendosi di classi dirigenti sempre più assoggettate a profitto, rendite speculative, ricatti delle lobby.

Sicché eccoli proclamare gli stessi slogan, ostacolare le ruspe contro l’abusivismo ma autorizzare quelle non solo virtuali contro i profughi,  uguali al governo o all’opposizione,  nazionali o locali, nell’adeguarsi al nuovo modello di sicurezza – e della giustizia che ne conseguirebbe – imperniata sulle disuguaglianze e l’iniquità, agitata coi daspo contro immigrati e indigeni parimenti colpevoli di  offendere il comune senso del pudore che si vergogna della miseria e l’ostenta compromettendo decoro e ordine pubblico. Unanimi nel chiedere più militari, più agenti, più carabinieri e pronti alla rinuncia a prerogative e diritti, purché non vengano condizionati quelli al concerto rock, all’apericena, al pergolato della pizzeria.

Come hanno dimostrato di volere le new entry 5Stelle, che procedono a tentoni, a Roma, ma anche a Torino e in città che non godono di altrettanta luce dei riflettori, certamente malevola e viziata da pregiudizio, ma che illumina improvvisazione e inadeguatezza, e come non nasconde un Pd con una sindrome compulsiva di imitazione delle peggiori destre sovranazionali e trasversali alla ricerca di un malsano consenso e in vena di blandizie nei confronti di una plebaglia che ha umiliato e offeso e che ora viene buona per restare in sella in attesa di regole elettorali che ne cancellino definitivamente la volontà e il peso. E che usa come indicatori le esternazioni sugli stessi social che vuole censurare, le vignette e gli insulti che finge di deplorare, per indirizzare la comunicazione e le azioni di amministratori che tirano su muri parimenti abusivi e criminali, quelli delle case non autorizzate e quelli contro gli stranieri, pronti a condonarli tutti in nome di volere di popolo.

C’è un capo della polizia che nell’avviare la doverosa inchiesta disciplinare per una frase tossica ricorda che le forze dell’ordine non possono essere l’ultimo e più esposto anello di una catena di incompetenze, cattive gestioni, incapacità, frustrate e ricattate come sono da trattamenti economici avvilenti,  esposte a rischi e pure al malessere legittimo della gente che se li trova di fronte quando chiede giustizia. Ma dimentica che  se è vero che sono uomini come tutti, loro per primi, e lui che li dirige, dovrebbero esigere di poter essere messi in grado di garantirla la giustizia, di essere meglio degli altri, scevri da pregiudizi, liberi da intimidazioni in modo da non ritorcerle contro indifesi e vulnerabili.

E c’è una sindaca che è stata votata essenzialmente per regalarci quelle smorfie stupefatte, quelle facce livide  e livorose dei tanti sorpresi allora e qualche mese dopo dalla rivelazione di non essere immuni dallo scontento, che era forse finita la loro era, che in tanti non credevano più alle loro promesse, incapaci perfino di regalarci i sogni illusori del cavaliere, portatori solo di cancellazione di garanzie e diritti, che i regali e i premi per loro andavano solo a banche, cordate distruttive e corruttrici.

Che ha goduto di una sospensione del giudizio perché rompere la continuità con le catene di nefandezze del passato – che quello era il mandato che le era stato dato – era impresa ardua. Ma che ha dimostrato di non saperlo e volerlo fare: gli sgomberi di Piazza Indipendenza fanno parte di una tradizione cittadina che viene da lontano, che ricorda quelli dei campi rom prodotti in forma bi partisan da Veltroni e da Alemanno, l’indifferenza per i richiedenti asilo e i rifugiati mostrata da sindaci del centro sinistra, nel silenzio delle agenzie Onu e dei loro celebrati portavoce, quando erano kosovari o bosniaci, confinati per chissà che affinità etnica, nei campi del zingari ai margini della città, scenari avvelenati e implacabili per cruente guerre tra poveri. E pure di quella del probo Marino che ai senza tetto che occupavano le case, promettendo opportune commissioni di indagine, non sapeva far altri che togliere acqua e luce, perché c’è da temere che sia intermittente e arbitraria l’idea che su in alto di colli e palazzi hanno della legalità, come qualcosa che in basso va rispettata e su va negoziata secondo i comandi dell’opportunità, della necessità, dei vincoli di bilancio, dei diktat delle alleanze e delle clientele. E figuriamoci per la sindaca tirocinante in un influente studio legale, che ha fatto pratica di sgomberi al Baobab, all’Alexis, nei centri sociali troppo remoti rispetto ai cittadini del movimento che non vogliono essere né di destra né di sinistra, sprofondando in un  inequivocabile qualunquismo esposto a inevitabili rigurgiti fascisti, razzisti, xenofobi. Della stessa qualità di quelli che animano quel che resta del Pd di Goro, del reatino, di Capalbio, etc., ben nascosti dalla foglia di fico dello ius soli rinviato per ragioni di realpolitik, quelle chi ispirano la nuova forma assunta dall’ “aiutiamoli a casa loro”, con le oscene alleanze a fini colonialisti con dittatori e tiranni sanguinari, con la cooperazione a suon di sfruttamento e rapina.

Siamo sulla stessa barca, dicevano un tempo i precursori del Jobs Act, i sacerdoti del collaborazionismo tra aguzzini e vittime in nome di una pace sociale basata sulla tutela di uno status quo e della salvaguardia dei privilegi dell’establishment. Non è vero: adesso chi ha, ha tolto perfino i barconi e le scialuppe dei disperati, sperando di salvarsi dal naufragio che ha prodotto. E chi ha ancora un tetto, dovrebbe aiutare chi non ce l’ha, profughi o terremotati, occupante senza casa o ospite che dopo tre giorni puzza, perché tra poco sotto lo stesso cielo potrebbe capitare anche a lui.

 

 


Marino & Marines

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli stilisti più à la page dicono che a Roma le collezioni autunno inverno impongono il camouflage, le fantasie militari, i tessuti mimetici. Se non li sfoggi è meglio che resti a casa. Se li indossi potrai mescolarti ai 500 uomini dell’esercito impegnati a difendere la Città eterna da svariati pericoli: Isis, vandali, tifosi ugualmente intemperanti, ma, si suppone,  dimostranti intenzionati a raggiungere Termini, operai disfattisti, insegnanti che non mostrano il doveroso entusiasmo nei confronti della buona scuola di regime, forse perfino irriducibili parlamentari scontenti e indisciplinati.

Eh si dopo il sacrificio della Barcaccia è proprio venuto il momento che a Roma regni l’ordine a tutti i costi, anche a prezzo della necessaria rinuncia a quella  “sicurezza” che dovrebbe invece essere fatta di libertà, di tutela dei diritti, di equità  e salvaguardia della democrazia. A mostrare la loro generosa abiura di competenze e prerogative che la Costituzione attribuisce ai loro ruoli istituzionali, ministro dell’Interno e sindaco abdicano ben volentieri: le forze dell’ordine non bastano, la polizia municipale nemmeno, ambedue le categorie ormai stremate da ricatti e tagli. Servono i militari, a pattugliare strade, con preferenza per il quadrilatero della moda,  per il centro abitato da ricchi proprietari o da affittuari privilegiati, per  i palazzi del governo, serve l’esercito a mantenere con rigore e fermezza quella disposizione d’animo favorevole all’approvazione dei benpensanti, al consenso concorde intorno al disegno  di una pacificazione ubbidiente ai voleri del regime, ottenuta con mano ferma, con l’inevitabile riduzione dei diritti, con quel tanto di repressione obbligatoria in tempi di crisi, quando tutti devono concorrere a piegarsi all’egemonia della necessità in nome della sopravvivenza.

In verità a Marino, 500 militari a presidio di una città ferita da un po’ di idioti scalmanati e bestiali, ben più che dalla consolidata presenza nei suoi gangli vitali della mafia, dove la corruzione la fa  da padrone, al servizio dei padroni e padrini di sempre, speculatori, costruttori, cementificatori, afflitta da mali inestirpabili: rifiuti, traffico, periferie abbandonate e esplosive, aziende di servizio pubblico occupate da clientele incompetenti e inefficienti, non bastano. Ne vuole di più, la Capitale ne merita di più. in attesa di ricorrere come nella tradizione imperiale a mercenari, truppe a pagamento e vigilantes, come esige  il primato del privato, unico, parrebbe, abilitato a certificare performance di vigore, efficacia, capacità e dinamica organizzazione.

Eh si, Marino, che ci aspettiamo di veder sfoggiare alla prossima visita di James Bond un’appropriata divisa da generale con pennacchi, mostrine e alamari, è il sindaco della Capitale e uno degli uomini di punta del partito dei sindaci, grazie al recupero dalle tenebre dell’incompetenza e dell’arruffone procedere per tentativi e approssimazioni grazie allo scandalo di Mafia Capitale, mica uno di quegli sceriffi buoni solo a recintare panchine, a sguinzagliare ronde di pensionati  padani a mettere in riga temibili extracomunitrari, a esercitare pedagogica discriminazione sui bus o nelle mense scolastiche, a tirar su muri a difesa dei probi cittadini. “Roma è “una priorità nazionale sul tema dell’ordine pubblico e della sicurezza  che dovrà essere  ulteriormente potenziata attraverso una legge che riguardi specificamente il tema del “contrasto al degrado urbano e il diritto alla vita sicura nelle città italiane”, hanno concordato quei due, dimentichi che non servono leggi speciali, basterebbe applicare quelle che ci sono e rispettarle, compresa quella morale, sancita dalla Costituzione, che parla di diritto al lavoro, alla libera espressione, alla tutela e al godimento dei beni comuni, di tutti e per tutti ugualmente inalienabili e inviolabili.

Mentre invece sono le città il teatro dove si mette lo spettacolo  osceno delle più tremende e inique disuguaglianze, dove si consuma il rito inarrestabile del respingimento di tanti verso la povertà, l’emarginazione, l’esclusione, che pare che la miseria crescente sia una delle condizioni di esistenza in vita dell’imperialismo finanziario globale,  grazie a un immane serbatoio di schiavi al servizio della sua salvezza.  È là che si misura quella che è stata definita la  “brasilizzazione” della classe operaia e del ceto medio  occidentale,  la rottura del “patto” che ha retto il Welfare State nel secondo dopoguerra, il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati e la progressiva perdita di diritti e garanzie sociali, con il configurarsi di innumerevoli Terzi Mondi interni, inquietanti e minacciosi, da controllare e reprimere nel timore che si avveri la profezia di  una perenne guerra mondiale a bassa intensità  alimentata dalla collera  del proletariato urbano,  delle periferie sempre più simili a bidonville, a favelas, a slums, di banlieu criminalizzate che si espandono intimidatorie e assediano palazzi, quartieri residenziali, luoghi del potere, dei soldi più o meno materiali, dei commerci, delle ville fortificate di vecchi e nuovi cleptocrati.

Altro che Jobs  Act, anche il nostro governo nel suo piccolo ha trovato la cura per la disoccupazione. Mica solo VeryBello, mica solo Rome & You: Be cool and join the navy, recita il manifesto per chiamare alla leva professionale in Marina giovani che, come si diceva in tempi più bonari e domestici vogliono “diventare tecnici e girare il mondo”; “Devi solo scegliere

Non ci importa se sei Uomo oppure Donna; da noi vale quello che vali e che ci puoi dare” proclama il sito dell’esercito che sciorina accattivanti immagini di “acquisitori obiettivi”, di “ranger”, di “trasmettitori”, insieme alle tradizionali, rassicuranti figurine di bersaglieri e artiglieri. Finché c’è guerra c’è lavoro, anche se non c’è più speranza.

 


Il partito della paura: consultazioni per il governo

Paura 1Anna Lombroso per il Simplicissimus

È la nuova età dell’incertezza questa, di una precarietà senza fine che a sua volta alimenta la paura. Come un moderno Leviatano addomesticato, messo a guardia della vita civile, lo stato sociale doveva porre la società al riparo dalle tendenze distruttive dell’economia di mercato. Una relativa stabilità del lavoro, la possibilità di accedere a un servizio sanitario nazionale, affrontare l’«autunno» della propria vita con relativa tranquillità grazie alla pensione avevano ammansito la belva dell’insicurezza. Ma ora le gabbie si sono aperte, la fiera si è scatenata con gli spettri del passato, le piaghe e le minacce.
È una società del terrore quella che diagnostica la relazione 2012 dei servizi di intelligence italiana. Nuove minacce dalla criminalità informatica e possibili tentativi di assalto da parte di gruppi esteri industriali al “made in Italy”. Pericolo infiltrazioni mafiose e criminali per l’Expo 2015 lombardo e nelle Grandi opere. L’integralismo e la minaccia dei “self starters”, fanno parte di un inventario eclettico di insidie oscure e fosche.

La minaccia cibernetica rappresenta, al momento, la sfida più impegnativa per il sistema Paese”, dicono gli 007 italiani, secondo cui non solo “gli effetti potenziali sono in grado di produrre ricadute peggiori di quelle ipotizzabili a seguito di attacchi convenzionali e di incidere sull’esercizio di libertà democratiche essenziali, ma “gli autori, le tecniche di attacco ed i bersagli mutano più velocemente delle contromisure. Le minacce informatiche, sempre più sofisticate, gravano su tutte le piattaforme, dai sistemi complessi e strutturati dello Stato e della grandi aziende ai computer e agli smartphone dei singoli cittadini”. E che dire del probabile assalto da parte di gruppi esteri industriali al “made in Italy”, della cui sopravvivenza devono gli unici ad essere persuasi.
Non esisterebbero “reti autoctone strutturate” o “cellule organiche a gruppi estremisti attivi all’estero ma si moltiplicherebbe il rischio rappresentato dai self starters dell’integralismo: “singoli soggetti” o “gruppi isolati” potrebbero “autonomamente decidere di ‘passare all’azionè contro soft target o obiettivi simbolo, sulla spinta della propaganda che incita al martirio contro ‘cristiani, apostati ed ebrei’ specie in relazione ad eventi percepiti come un aggressione o un’offesa all’Islam”.

L’Expo milanese del 2015, le grandi opere di edilizia pubblica (“specie nella riqualificazione delle rete stradale, autostradale e ferroviaria”) e il settore delle energie rinnovabili nel mirino della criminalità organizzata di stampo mafioso, la cui capacità di infiltrazione appare “sempre più pervasiva su tutto il territorio nazionale” sottolineano i servizi segreti, secondo cui “l’accentuata mobilità territoriale dei sodalizi consente loro di inserirsi agevolmente in circuiti collusivi in grado di soffocare l’imprenditoria sana ed inquinare le iniziative di sviluppo anche attraverso l’aggiramento della normativa antimafia sugli appalti”.
Largamente inascoltati i servizi mettono in guardia: “i gruppi criminali continuano a ricercare contatti collusivi nell’ambito della pubblica amministrazione, funzionali ad assicurarsi canali di interlocuzione privilegiati in grado di agevolare il perseguimento dei loro obiettivi economici e strategici, quali il controllo di interi settori di mercato e il condizionamento dei processi decisionali, specie a livello locale”.

In particolare, “crescenti profili di rischio si sono registrati in relazione ai frequenti casi di rapporti strutturali tra gruppi criminali di diversa matrice (specie tra cosche ‘ndranghetiste, cartello casalese e Cosa nostra), spesso nel contesto di ampi network relazionali comprendenti soggetti imprenditoriali e professionali (legali, commerciali, finanziari), amministratori locali e istituti di credito. E la crisi economica rafforza “l’azione aggressiva di gruppi esteri” che puntano a acquisire “patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali”, “marchi storici del ‘made in Italy, banche e istituti finanziari, a tutti i livelli territoriali.

Ma la sirena d’allarme suona soprattutto per il rischio eversione: “L’incremento delle difficoltà occupazionali e delle situazioni di crisi aziendale potrebbe minare progressivamente la fiducia dei lavoratori nelle rappresentanze sindacali, alimentare la spontaneità rivendicativa ed innalzare la tensione sociale, offrendo nuove opportunità di inserimento ai gruppi antagonisti già territorialmente organizzati per intercettare il dissenso e incalanarlo verso ambiti di elevata conflittualità”. Non si parla di forze politiche presenti in parlamento che lanciano iniziative di criminalizzazione del potere giudiziario, ma di “una intensificazione delle contestazioni nei confronti di esponenti del governo e personalità di rilievo istituzionale, nonché rappresentanti di partiti politici e sindacati considerati non sufficientemente impegnati nella difesa dei bisogni emergenti”. “Dinamiche violente – si legge nella Relazione – hanno continuato a caratterizzare la mobilitazione contro l’Alta Velocità in Val di Susa, assurta negli ambienti antagonisti a modello esemplare di lotta”. E continua: “Un eventuale inasprimento delle tensioni sociali legate al perdurare della crisi” potrebbe rafforzare le componenti eversive dell’estremismo marxista-leninista, oggi marginali…. Ciò in un ottica che individua quale potenziale e remunerativo bacino di reclutamento, oltre che la storica ‘classe operaia’, anche il ‘nuovo proletariato’, tra le cui file particolare attenzione viene riservata ai lavoratori extracomunitari”.

Se proprio volevano mantenerci in uno stato di soggezione tramite la paura, bastava ci facessero leggere i dati Istat, usciti in contemporanea, su disoccupazione, calo dei consumi e esplicita, evidente neo-povertà.
Ma come scrive un teorico del panico di regime, meno liricamente ma più efficacemente di Bauman, Jaume Curbet, espressioni generiche come “insicurezza urbana”, “criminalità organizzata”, “disastro ecologico”, soprattutto “terrorismo” creano un tipo di paura che molto più di quella per i tiranni del passato tocca le corde più ancestrali ed è quindi più estrema e meno risolvibile, rendendo il bisogno di sicurezza un bisogno mai appagato tanto più che nemmeno lo Stato “spodestato” riesce a trasmettere sicurezza attraverso la paura della legge.
L’indistinta paura si traduce in soluzioni altrettanto indistinte, per colpire l’immaginazione dei cittadini più che risolvere la loro insicurezza, con una funzione essenzialmente sedativa e che favoriscono misure autoritarie, decisioni esemplari, soluzioni effimere di controllo sociale, in totale contraddizione con le procedure e la deliberazione democratiche.

Nell’era dell’insicurezza indeterminata e globale, ci propongono come “ sicurezza” lo stato artificiale che ci viene dal credere di vivere in un ambiente immutato, uguale a se stesso. Quindi ogni turbamento dell’ordinario status quo è visto come fonte di pericolo, di timore: alimentarli è un business, economico e politico. L’odierna insicurezza è nutrita dalla retorica dalla paura del diverso: zingaro, nero, extra-comunitario, musulmano, comunque “altro” da noi, che suscitano più diffidenza di quella criminalità organizzata e spietata che strangola molto più della metà del nostro territorio nazionale. Perché la cultura dell’insicurezza trova un naturale alimento nelle politiche neoliberali, quelle che oggi godono di maggiore stima presso i nostri governi, politiche orientate principalmente a rispondere alle richieste di “ordine” di una popolazione spaventata più che a risolvere i problemi e i diversi conflitti che stanno all’origine delle varie manifestazioni di delinquenza. Le politiche di controllo sociale si sostituiscono alle politiche sociali, la richiesta di soluzioni trova risposte nella repressione, che ha bisogno di cittadini impauriti per essere legittimata.

La fisiognomica va forte nella mia famiglia. E devo ammettere che Grillo mi ispira una generica avversione fisica. Ma non più repulsiva di quella che mi suscitava Berlusconi, o l’altro fascista altrettanto dichiarato del comico genovese, Gasparri, o peggio ancora Alemanno. Ma ha ragione il Simplicissimus oggi: è la “diversità”, l’alterità del Movimento 5Stelle che vengono agitati come uno spauracchio, la formalizzazione della minaccia rappresentata dalla dissonanza con il sistema. E certamente provo un indiscutibile orrore per l’opaca alleanza con Casa Pound, per le candide ammissioni di rivendicata xenofobia, per certe affinità non solo “spettacolari” e folcloristiche con la prima Lega, che incontrano presso gli opinionisti altrettanta entusiastica ammirazione. Ma tra quelli che hanno votato quel movimento non c’è solo quello e non ci sono altri, diversi da noi, semmai ci sono “altri” e “diversi” da un ceto dirigente che ha reso palese inadeguatezza, incompetenza e attaccamento alle rendite di posizione che i grillini non hanno ancora avuto modo di mostrare. Ci sono i No Tav della Valle Susa e i no Tav in generale; ci sono gli antagonisti alle grandi opere, i protagonisti del referendum sull’acqua; la gente che si è battuta in piazza contro una politica dei rifiuti fatta di inceneritori e discariche e contro la cementificazione; ci sono gli studenti e gli insegnanti, un bacino sociale e anche elettorale schifato dagli strateghi del Pd perché è antagonista, si, ma a loro.

Vuol dire che tra loro – ma anche altrove, nell’astensionismo, nella delusione, nelle formazioni escluse da un sistema elettorale osceno, perfino dentro al Pd, marginale ma presente – circola, ancora indistinta, grezza, addirittura inconsapevole, una domanda di democrazia reale rispetto a una democrazia ormai solo formale. E vuol dire che se non esiste una netta contrapposizione tra un popolo tutto sano, tutto virtuoso e una classe dirigente tutta disonesta, tutta corrotta, c’è comunque un “ Paese” che esige trasparenza, superamento delle disuguagliane, rispetto dei diritti e un ceto che con l’inefficacia, la resistenza al cambiamento, l’incapacità di creare un’alternativa, si garantisce la sopravvivenza e i privilegi. E quel “Paese” formato da sconosciuti tra noi, formato da noi, può non aver paura.


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