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Archivi tag: libertà di stampa

Assange non è che l’inizio

assange1Alcuni, anzi moltissimi, pensano che il caso Assange pur nella sua gravità rappresenti un’eccezione, cosi come eccezionale e unica nei suoi metodi è stata la sua pesca miracolosa di verità nascoste e di vergogne del potere. Insomma qualcosa che non li riguarda da vicino e non li coinvolga minimamente visto che sono lontani dalle fonti delle segrete cose: magari s’indignano un po’ per i pasticci giuridici messi in piedi per arrestarlo, ma poi si perdono nel labirinto di lana caprina della legittimità del segreto di stato e di tutto ciò che ne consegue. alla fine dimenticano perché è la strada più facile.  E’ un  gravissimo errore perché in realtà il martirio di Assange non è che l’inizio della fine per la libertà di stampa e di espressione, il primo esempio planetario di condanna al rogo, sia pure in forma “moderna”, perché nemmeno immaginate come l’arcaico, il primitivo e lo stupido ci tengano ad essere moderni e contemporanei.

Se volessimo cercare un esempio eccolo proprio nel Paese di origine di Assange e membro di Five eyes, ovvero l’alleanza anglofona di intelligence  che comprende Usa, Regno Unito, Australia , Canada e Nuova Zelanda, in poche parole il cuore dell’impero: non appena il fondatore di Wikileaks è finito in manette, il governo australiano ha cominciato la propria offensiva parallela cominciando i propri raid contro la stampa e il 4 giugno  la polizia federale ha fatto irruzione nella casa della giornalista Annika Smethurst con un mandato di perquisizione per il cellulare e il computer. Questa forma di pressione è stata esercitata a seguito di un articolo che utilizzava documenti e corrispondenze trapelate dal segretario alla Difesa e e dal capo del dipartimento degli affari interni per dare la lieta notizia che ai servizi di segreti era consentito spiare i propri cittadini. In più la documentazione rivelava che il segretario agli affari interni, Mike Pezzullo si era affidato per quest’opera non solo ai servizi austrialiani, ma anche a quelli dei “cinque occhi”, in soldoni aveva affidato agli Usa la sorveglianza della propria popolazione. Tuttavia il primo ministro interrogato al proposito non ha saputo fare altro che recitare il breviario dell’ottuso buon liberista: “L’Australia crede fermamente nella libertà di stampa e abbiamo regole e protezioni chiare per la libertà di stampa”. Si vede. 

Il giorno successivo l’emittente radiofonica Ben Fordham è stata contattata dal Dipartimento per gli Affari Interni per un servizio riguardo a un gruppo di sei barche piene di rifugiati che tentavano di raggiungere l’Australia. Gli è stato chiesto di rivelare le fonti da cui ha appreso la notizia perché pare che anche gli sbarchi di immigrati siano un segreto di stato. E se non rivelerà le sue fonti rischia la galera. Sempre nello stesso giorno la polizia federale ha fatto irruzione nella sede dell’Abc, Austrialian Broadcasting Corporation con un mandato verso due giornalisti e il direttore del notiziario colpevoli di aver realizzato e mandato in onda un servizio che ha mostrato prove di uccisioni  di uomini e bambini disarmati in Afghanistan da parte delle forze speciali dell’élite. Ha anche fornito ulteriori informazioni sul soldato australiano che ha tagliato le mani dai ribelli morti con il bisturi. Già questa censura a posteriori sarebbe vomitevole, ma la cosa inconcepibile è che la polizia federale ha avuto mandato di cancellare o alterare o riscrivere  tutta la documentazione in possesso dell’emittente, così come permette la legge anti spionaggio varata l’anno scorso. Insomma si tende non a nascondere i fatti non graditi, ma persino manipolare in maniera radicale le fonti, cosa che nemmeno a Orwell era venuta in mente

E’ fin troppo chiaro che queste leggi non riguardano affatto lo spionaggio in quanto tale, ma siano, ad imitazione di quanto è avvenuto negli Usa a cominciare dal patriot act, dei veri strumenti liberticidi che in sostanza consentono con la scusa della sicurezza nazionale di silenziare qualsiasi notizia che non piaccia al potere: non importa che l’evento in sé abbia una qualunque rilevanza da questo punto di vista, basta solo che esso non provenga da fonti ufficiali. Si è cominciato con le fake news, ma se non basta ci sono i servizi e la polizia: evidentemente le elites di comando vogliono stringere il cappio sentendo arrivare la tempesta. 

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Il troppo stroppia: dal Venezuela al Che

2017-05-04t020151z_103126197_rc1e3d3dd580_rtrmadp_3_venezuela-politics_1718483347Come si dice, il troppo stroppia. E così l’esagerazione, per non dire il teatro dell’assurdo messo in scena per i fermi di “giornalisti” in Venezuela, rischia di mettere in luce tutta l’artificialità della campagna euro americana contro il governo Maduro: in qualsiasi Paese del mondo chi tentasse di entrare in un carcere senza permesso e per di più cercando di introdurvi coltelli e cellulari passerebbe almeno qualche giorno in galera e nel 100 per 100 dei casi dovrebbe subire un processo. Invece è bastato il fermo di Roberto di Matteo, un videoamatore italiano, non saprei come altro chiamarlo (ma potete giudicare voi dalle sue stesse pagine qui e qui) perché tutta l’informazione mainstream gridasse alla violazione della libertà di stampa. Con lui , nell’impresa c’erano un freelance ticinese più noto in patria per imprese sportive nel deserto, tale Filippo Rossi e Jesus Medina un grafico del quotidiano Dolar Today, dal cui titolo potete facilmente evincere l’orientamento. Anzi diciamo pure che trattandosi della pubblicazione on line che da Miami  cura le quotazioni del dollaro parallelo (vedi nota)  ossia lo strumento con cui l’alta borghesia venezuelana sfrutta il Paese, si tratta di un giornale guida del fanatismo anti Maduro.

L’unica voce che ha preso le distanze in questo deteriore coro propagandistico è stata Geraldina Colotti, giornalista del Manifesto che il foglio della sinistra di lotta e salotto ha prima mandato in Venezuela come inviato salvo poi censurare la pubblicazione dei pezzi, perché non sufficientemente cerchiobotisti e aderenti alla versione “ufficiale”, cosa che nell’estate scorsa suscitò l’indignazione di Giorgio Cremaschi. Ma questo triste episodio illumina nel complesso l’assoluta superficialità, ma lasciatemi dire anche  l’ignoranza asinina e l’idiozia con cui in questi giorni è stato ricordato il cinquantesimo anniversario della morte del Che in Bolivia, catturato dalle truppe locali e giustiziato su ordine della Cia, come è ampiamente provato ormai, anche se per lunghi anni sono circolate decine di versioni, almeno due ufficiali e antitetiche  della stessa centrale di spionaggio, per non parlare dei ricami sulfurei della stampa conservatrice e reazionaria. Si arrivò anche dire che la Cia non voleva il Che morto dopo che lo aveva inserito nella lista delle persone da assassinare e che la colpa fosse addirittura di Castro o dell’Unione Sovietica. Ma si trattava di depistaggi: tutto è ben spiegato e riassunto nel libro di due avvocati americani, Michael Ratner e Michael Steven Smith, nel libro Chi ha ucciso Che? Come la CIA l’ha fatta franca con l’omicidio, le cui rivelazioni non sono mai state contestate.

Il Fatto mette in grande rilievo l’indignazione dei boia ormai vecchi e rimbambiti che non vogliono partecipare alle celebrazioni indette dal presidente boliviano, Sky espressione dell’ottusità reazionaria di marca americana, lo presenta come sportivo, allenatore e appassionato giocatore, altri dicono che è un mito senza sapere e dunque senza spiegare il perché o peggio ancora nascondendone il perché, altri si dedicano ai soliti giochi cretini che appunto ritengono intelligenti, tipo il Che oggi non terrebbe per il Che. Insomma un panorama desolato, frou frou, quello di chi non ha niente da dire e in ogni caso non vuole dire; qualcosa che apparirebbe subito rivoltante se non incontrasse un vasto desiderio di non sapere e non pensare, di non avvertire il gelo del vuoto che ci circonda. E dunque di non chiedersi nemmeno se il Che sarebbe stato con il bolivarismo che si permettte di non concedere il libero accesso ai carceri a dilettanti ontologici (nel migliore dei casi) che si dicono giornalisti o con i democratici petroliferi e made in Usa coccolati dai media.

Quindi non ci si può stupire proprio di nulla, nemmeno dei reportage venezuelani, degli indignati a comando e a sproposito che tentano di tenere in vita una narrazione che il voto sul referendum costituzionale ha reso non solo vecchia, ma anche ignobile perché fa della violenza il suo fulcro. La prossima volta chi inneggia alla libertà di stampa si assicuri di essere libero: potrebbe scorpire spiacevoli verità.

Nota Il Dolar Today è una pubblicazione online dove viene calcolato il tasso di cambio al mercato nero tra il dollaro statunitense e il bolívar venezuelano. Un’attività più volte denunciata dal governo di Caracas perché minaccia e destabilizza l’economia venezuelana.  Una relazione  dell’agosto 2015 della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL)  ha confermato che  Dólar Today genera distorsioni nel mercato dei cambi con la pubblicazione di valori relativi a un dollaro parallelo. «Maggiore volatilità, incertezza e aspettative infondate riguardanti la svalutazione del bolívar rispetto al dollaro statunitense», queste sono le principali conseguenze dell’attività svolta dal portale, secondo quanto si legge nella relazione della CEPAL. La Commissione ha inoltre spiegato che Dólar Today utilizza informazioni non verificate e che non rispecchiano la realtà delle forze di mercato, distorcendo così il mercato dei cambi con effetti negativi sull’economia del Venezuela e il commercio con la Colombia. Naturalmente Dolar Today è il beniamino della cosiddetta opposizione che prima affama il Paese per arricchire ancora di più l’alta borghesia di comando e poi dice che è colpa del chavismo. 


Catalogna: la repressione della libertà è un “affare interno”

AFP_S73EM-kHwC-645x400@MediTelegraphWEBL’Unione europea notoriamente iper sensibile alla democrazia in Venezuela o dovunque gli dica il suo padrone di oltre atalantico, ha deciso che la chiusura di 200 siti web catalani favorevoli al referendum e all’indipendenza: secondo la Commissione  la decisione del governo di Madrid, nel quadro di una repressione senza precedenti, rientrano all’interno della legalità perché la decisione sarebbe stata presa da magistrati. Un’opinione da bar naturalmente come del resto ci si potrebbe aspettare da un presidente che si chiama Juncker il quale tra un cicchetto e l’altro dimentica che  i peggiori totalitarismi sono ossessionati dalla legalità come contrappeso della loro ingiustizia, tanto che persino la Shoa, la soluzione finale fu tema di sottile disquisizione giurica.

Ma forse Juncker e gli altri membri della commissione non sanno nemmeno che in Spagna la magistratura inquirente, ossia quella che ha chiuso i siti web e coartato in altri mille modi la libertà dei catalani di svolgere il loro referndum, dipende direttamente dai procuratori generali che non sono espressione del potere giudiziario, ma di quello esecutivo e vengono nominati direttamente dal governo: in sostanza è come se il procuratore capo di una qualunque città italiana fosse allo stesso tempo il prefetto e sotto certi aspetti anche il questore. Troppo complicato per la commissione, specie a partire dal dopo pranzo e anche troppo impegnativo e destabilizzante riconoscere che nelle istituzioni spagnole, così come anche nella costituzione gli strascichi del franchismo sono molto pesanti e visibilissimi, ma sono stati trascurati per la fretta di trascinare la penisola iberica nel progetto europeo e soprattutto nella grande fiesta degli accaparramenti e delle costruzioni. Dunque si finge di non vederli anche oggi, nonostante siano rivitalizzati da un governo che al generalissmo non dispacerebbe affatto e ricominciano ad essere protagonisti. Tuttavia alla fine la futilità e l’irrilevanza intellettuale di queste posizioni commissariali, si saldano perfettamente al quadro generale nel quale si collocano tali giudizi, tanto da costringere il portavoce ufficiale del governo continentale a tacere dopo aver letto la pappardella scritta davanti ai giornalisti che dopotutto sono in grandissima parte i loro giornalisti. Il quadro generale è quello secondo cui la vicenda catalana sarebbe un affare interno della Spagna, asserzione di per sé anodina, ma che in realtà contraddice tutto quanto l’Europa dice di essere.

Ma come, il bilancio, la moneta, l’economia, il fisco e persino le regole del lavoro di un Paese non sono più fatti interni e nemmeno le costituzioni tanto che in occasione della firma degli ultimi trattati è stato imposto, sotto minaccia finanziaria, di correggere le leggi fondamentale in maniera da rendere costituzionali i massacri sociali, mentre un referendum sull’indipendenza e la forma platealmente antidemocratica con cui lo si reprime, è invece un fatto interno?  No non ci siamo proprio: se l’Europa fosse lontamente simile all’immagine che vuole dare di sé già da tempo si sarebbe posta come mediatrice della questione, invece di appoggiare totalmente Rajoy, il franchista garante dell’ordine bamcario e finanziario per paura di dover ricontrattare sia con Madrid ed ebentualmente anche con Barcellona i termini dell’appartenenza al corpaccione continentale.

Sapete quelli che fanno più impressione sono i fan dell’ “altra Europa” spregiatori delle piccole patrie, ma adesso costretti a fra buon viso alla repressione in quanto “questione interna” . Come dice Vladimiro Giacchè “si è troppo spesso confuso l’internazionalismo con l’europeismo, e l’Europa con l’Unione Europea.  Per contro, si è data troppo poca importanza al tema della democrazia e a quello, connesso, della sovranità popolare: la verità è che l’Europa di Maastricht è profondamente antidemocratica. Lo è per essenza”.  Così ci si aggrappa a questa Europa come a un’ancora di salvezza non accorgendosi che è proprio lei a portarci a fondo.


Il subcommissario Rex all’Unità

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è successo più di una volta che, interrogata da un pubblico ufficiale sulla mia professione, alla risposta “giornalista”, quello incalzante mi chiedesse “e l’edicola dove ce l’ha?”. Non ho mai sentito grande spirito di appartenenza alla corporazione, dal cui ordine professionale mi sono cancellata da tempo. Allora non mi sono offesa, oggi probabilmente sarei lusingata.

Così,  premesso che, come ormai è obbligatorio fare, tramite dichiarazione di principio, ogni volta che ci si esprime, non amo la violenza berciante degli spintoni e delle gomitate, ammetto che se non mi piacciono le forche, ci sono però alcune cricche che sottoporrei volentieri alla forche caudine, a una vergognosa  gogna, mica  quella mediatica, a una umiliante berlina.

Eh si, santo cielo, sfido chiunque a non desiderare pubblico ludibrio per i giornalisti italiani, dopo aver sentito alcuni rappresentati della stampa d’opinione insorgere per le barbariche sopraffazioni, per i brutali attacchi condotti ieri a Palermo, contro alcuni colleghi e di conseguenza contro la libertà d’espressione, l’informazione, i diritti dei cittadini a conoscere la verità, la democrazia. Non  a caso le corporazioni funzionano così. Ed infatti si sono sentiti colpiti, e quindi ugualmente vittime del dovere, quelli della Trilateral, gli opinionisti della “Stampubblica”, il mostro nato con la benedizione dello Stato per garantire una autorevole velina al regime e un quotidiano al prezzo di due al servizio del partito e dell’opinione unica, quelli del Corriere, ridotto all’ombra della Gazzetta dello Sport, che hanno subito senza fiatare sanguinose ristrutturazioni, tutti quelli cioè, che da anni lavorano – e questa sarebbe una novità – alla inesauribile fabbrica del falso, per drogarci a comando di illusioni e rassicurazioni, di bugie e mistificazioni, di minacce e timori, come comandano i padroni, tutti: editori impuri, inserzionisti, suggeritori della politica che somministrano agli amici echi dagli arcana imperii in modo da consolidare le carriere dei loro protetti, aziende che fanno foraggiano sfrontate marchette, governi che alimentano il mercato degli aiuti alla libera editoria.

A colmare la misura stamattina a interpretare il biasimo generale per le intemperanze degli antipatici simpatizzanti 5Stelle,  passati da popolino scostumato a  plebaglia bestiale, c’era il  neo condirettore dell’Unità, in provvisoria sostituzione della diversamente Maria Teresa Meli, la Fusani, che solitamente riveste l’ambizioso e prestigioso ruolo di “porte parole” del premier. E proprio l’uomo più dinamico del parlamento: è uno spettacolo la sua biografia su Wikipedia,  con quella sua indole alle folgoranti conversioni, in modo da non perdersi mai un passaggio sul carro dei vincitori, spesso annunciati con orgoglio, in modo da poter accumulare incarichi anche solo onorifici da esibire con fierezza, perfino quello di Subcommissario, si, proprio così, una specie di sub comandante Marcos, del Pd in un Municipio di Roma, insomma quell’Andrea Romano, ha somministrato agli incauti telespettatori una lectio magistralis sul termine “regime” incautamente associato alla stampa.

La sua diagnosi da “storico” è che l’assoggettamento al governo, il culto della personalità  di un ducetto imposto dall’impero, la fedeltà indiscussa a una ideologia, la soggezione al padronato, la liberazione di un’indole alla rimozione sconcia, al silenzio colpevole, che perfino le statistiche internazionali attribuiscono ai media italiani sarebbero una perversa montatura, un complotto disfattista ai danni non solo della “maggioranza”, del Si che deve garantirla, ma anche della Verità. Quella “loro”, quella della deformazione dei fatti, quella comodamente dimenticata, quella del belletto passato sui dati e sui numeri, quella sull’elusione di responsabilità e doveri, quella della paura e dell’intimidazione come quella della distrazione con futili motivi.

Per suffragare l’immagine epica di guerrieri in prima fila nella battaglia per l’informazione, tutti hanno ricordato i giornalisti morti ammazzati, per quella infame abitudine di nascondere dietro a qualche eroe, a qualche martire, a qualcuno che ha preso sul serio il suo lavoro, un esercito codardo e dimissionario da compiti e doveri imposti da una delle professioni più vecchie del mondo, che, come l’altra, ma con minori meriti, è finita a puttane.


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