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L’Ue ci mena a colpi di rackete

spiegel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri la stampa ci ha offerto la ricostruzione della toccante cerimonia con la quale il Comune (non la Comune) di Parigi ha premiato con la sua più prestigiosa onorificenza la capitana Carola Rackete “perseguitata un Italia“, come titola il Manifesto ormai assoldato nelle folte schiere del consacrato meno peggio, giocando sull’ambiguità del verbo poursuivre. 

La medaglia, spiega il comunicato ufficiale ripreso dal quotidiano comunista, vuole simboleggiare «la solidarietà e l’impegno di Parigi per il rispetto dei diritti umani» e va alle due operatrici appunto «perseguitate dalla giustizia italiana», ricordando che dal 2014 sono 17 mila le persone morte o disperse nel Mediterraneo. Nella persona della sindaca socialista Hidalgo  Parigi ha voluto ribadire il suo sostegno «alle donne e agli uomini che operano per il salvataggio dei migranti ogni giorno e in condizioni difficili», quelle che con tutta evidenza non caratterizzano le zone intorno a Calais, a Ventimiglia, ai confini delle Alpi, perchè crepare in uno stretto, bastonati in riviera o assiderati in montagna per la lotteria della repressione vale meno.

Madame Hidalgo della quale non ci è mai stata resa nota l’opposizione altrettanto ferma alla partecipazione in prima linea del suo Paese alle imprese coloniali e belliche condotte in quegli stessi territori d’oltremare dai quali fuggono i disperati disposti a morire per  scappare da morte, fame e sete, o la sua ostilità alla fratellanza tanto per fare un esempio con Guaidò, ha anche deciso di assegnare 100 mila euro all’Ong Sos Méditerranée per una nuova missione di salvataggio in mare dei migranti, dopo aver già stanziato nel 2016 e nel 2018 rispettivamente 25 mila e 30 mila euro.

Una volta quando non si aveva paura di essere tacciati di empio sovranismo,  analoghi toni nei confronti della giustizia di un paese democratico almeno quanto la Francia del caso Dreyfus e forse un po’ di più, se fossimo in vena di paragoni, avrebbe fatto se non richiamare l’ambasciatore  almeno suscitare doverosa indignazione bipartisan, come successe con l’asilo dato a sospetti di terrorismo e reati comuni.

Oggi con un certo orgoglio ci prendiamo gli schiaffoni dallo stato più belligerante e imperialista per conto terzi d’Europa, dove gli immigrati di seconda e terza generazione condannati alla marginalità delle banlieu se non si fanno assoldare dai servizi sognano il riscatto tramite Califfato, dove l’opposizione viene regolarmente repressa e menata a sangue, dove Le Pen o non Le Pen sono registrati i più elevati standard di antisemitismo e xenofobia. E non viene scalfita la bolla di idolatria riservata a Fraulein Rackete che le Grand Vermeil se lo piglia eccome anche se è stata proprio lei a informare il mondo che la Francia non aveva accolto la  richiesta di approdare in uno dei suoi porti.

Così per dimostrare l’aperta ostilità al bieco Salvini siamo pronti a assumerci e a condividere le sue responsabilità. E lui è ben contento perchè fatti i conti godono della sua stessa cattiva reputazione i proverbiali 60 milioni di italiani me compresa, per colpa sua e per merito di tutti i progressisti che si accontentano di un confuso umanitarismo che predilige le persone astratte rispetto all’essere umano concreto, lui sì perseguitato e in pericolo,  per sentirsi dalla parte giusta, tanto che alla  commovente liturgia non era invitato il piccolo gruppo dei 42 spartiti in varie nazioni libere e solidali che immaginiamo abbia trovato asilo in Francia.

Parlo di quelli che proprio come la Hidalgo dalla guerra nell’ex Jugoslavia in poi non hanno fatto una piega per la nostra attiva partecipazione a avventura belliche di esportazione di umanità, democrazia e rafforzamento istituzionale, che non hanno mai pensato di denunciare davanti all’alta Corte la Bossi-Fini e nemmeno il decreto sicurezza, tanto sono disamorati delle procedure di autotutela che la democrazia prevede, che fanno finta che il traffico di schiavi sia una invenzione del fetentone all’Interno o dei magistrati che se la prendono con le Ong, apparentemente inconsapevoli degli interessi che si muovono dietro al mercato della merce lavoro perfino adesso che il lavoro non sembra esserci più: come se non fosse evidente a tutti chi si giova dell’esodo epocale, ai padroni che incrementano la concorrenza interna tra lavoratori, precari e disoccupati, indigeni e i postulanti disposti a tutto per sottrarsi a guerre fratricide dichiarate da chi si deve bere il loro petrolio, aspirare il loro gas, adornarsi coi loro diamanti e il loro oro.

Parlo di quelli che si prestarono alla campagna contro i feroci e rapinosi albanesi grazie alla quale il prode Prodi   fu autorizzato all’immonda sceneggiata del blocco dei porti da una parte con annesso incidente mortale  da una parte, e autorizzazione all’approdo di 20 mila profughi ospitati in uno stadio da Cile e poi lasciati gironzolare nel barese nelle mani di caporali, trafficanti di corpi con preferenza per quelli femminili.  Ma che oggi deplorano misure analoghe promosse dagli stessi fan dell’antagonismo tra poveri al servizio del capitale e attuate dal furbo Salvini, che interpreta la loro faccia feroce nascosta sotto la cipria e le parrucche dei principati europei come lui instancabili fabbricanti di barbarie solo apparentemente più educata, come se non fosse scritto anche nei sussidiari che da sempre sono i padroni,  i proprietari terrieri, gli industriali a favorire le frontiere aperte, per i loro commerci e per l’arruolamento di manodopera a basso costo.

Parlo di quelli che preferiscono i piccoli numeri, i 42 subito rimossi a fronte dei 500 milioni che si agitano e si muovono cercando una meta per esistere, la costruzione di un’eroina contro quelli che votano Salvini non volendo prendersela con chi lo dirige, Lucano contro i sindaci dei muri e delle panchine dedicate, molti rigorosamente Pd, per delegare a qualcuno l’illusione della ribellione. Di quelli che si trovano bene nella galera europea piccola e marginale rispetto a un mondo grande e sconosciuto perchè si adatta al loro sogno cosmopolita di turisti  nella storia.

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Crepare di Ilva, prima gli italiani

072839069-f517ece9-dac7-48d3-9d98-162878817bae Anna Lombroso per il Simplicissimus

Corriere della sera, Sole 24 Ore, la Repubblica ci informano che i morti e i malati di cancro, i bambini che forse non diventeranno grandi, una città avvelenata, lavoratori e famiglie costrette a scegliere tra salario e salute, sono problemi tarantini.

Invece quello che viene definito lo “stallo dell’Ilva” ( quei sette anni nei quali si è cercato di ripristinare condizioni di legalità, di risarcire la comunità dei danni ambientali e dei crimini perpetrati dai Riva con la correità di istituzioni, enti locali e di controllo, regione), ecco quello invece è un problema nazionale perché è costato 23 miliardi di euro di Pil, l’1,35% cumulato della ricchezza del Paese, perché sarebbe a rischio la siderurgia nazionale, perché è irresponsabile tirare troppo la corda con Arcelor Mittal che si rifiuta di caricarsi dell’onere del passato e del presente, chiedendo che venga riattivata l’impunità concessa dai precedenti governi alla quale aveva condizionato l’acquisizione dell’azienda, come dovrebbero fare i gentleman che hanno raggiunto un onorevole compromesso.

Anche se in quel club esclusivo pare non sia obbligatoria la reciprocità: Arcelor Mittal manterrà inalterata a 5,1 milioni di tonnellate la produzione di acciaio, venendo meno alla promessa fatta all’approdo a Taranto di portarla a 6 milioni. E non ha mai corrisposto le remunerazioni promesse.

Si è levato alto il coro di allarme e la deplorazione per quella che viene definita l’irresponsabiità del governo in carica. Confindustria nazionale e pugliese proferisce minacce e lancia intimidazioni: no alla paralisi dell’industria, l’onorevole Boschi (esponente di spicco del Governo che grazie a Calenda ha detto si al licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18, in piena applicazione del Jobsact e col costante ricatto del licenziamento, verso persone che stanno in una fabbrica già oggi carica di infortuni e omicidi) se ne è fatta interprete presentando un emendamento poi ritirato per prolungare l’impunità, allo scopo, si è detto, di favorire una trattativa, il Ministro Salvini che guida il vero governo rispetto a quello “ombra” dei 5Stelle non si è tirato indietro: gli investitori vanno agevolati, affidando questo messaggio a un ordine del giorno.
Se questo Paese non fosse posseduto da perversi pregiudizi, se non consegnasse ai carnefici le sue parti più esposte e vulnerabili, se la stampa non fosse in stato di servitù ridotta a una unica agenzia Stefani agli ordini dell’oligarchia, oggi si dovrebbe riconoscere che il gruppo degli improvvisati dilettanti si è trovato forse per caso dalla parte non del populismo, ma del popolo, contro gli interessi di un padronato infame, che commette crimini e non paga mai, assecondato da un certo numero di categorie e lobby animate dallo spirito di servizio dei lacchè, corrotti o coinvolti, tra le quali duole annoverare i sindacati che hanno stretto un patto d’acciaio (è il caso di dirlo) con l’Europa, con le cosche padronali globali, confermando i principi della ideologia imperiale: chi vuole la paga deve fare delle rinunce, a un salario decente, a un orario e condizioni di sicurezza civile, a una cassa e a un ambiente puliti, alla dignità di chi sa di avere dei diritti conquistati e irrinunciabili.
Invece l’improvvisato vice premier oggi è stato sbeffeggiato, viene ridicolizzata la sua fermezza così in contrasto con ‘immagine che si è dato e gli è stata incollata addosso. Mentre gli si dovrebbe per una volta l’onore delle armi, impari purtroppo, Perchè quello che non è Ilva, Ilva è stata e sarà se continua questa pratica della resa al più forte.
E’ vero, la sua ipotesi alternativa: quella di un piano di reindustrializzazione al quale dovrebbe collaborare governo, amministrazioni, regione, enti locali e probi industriali attenti alle ragioni di uno sviluppo compatibile con ambiente e salute, è irrealistica. Soprattutto perché è irrealistico supporre che esistano davvero probi e illuminati industriali che invece di starsene nei loro grattacieli di cristallo che si innalzano come torri simbolo della nostra iniqua contemporaneità, a aspettare i loro immeritati dividendi e gli aiuti di stato frutto del loro potere di corruzione anche morale, siano disposti a investire con l’onere del rischio (meno gradito e apparentemente più pericoloso di quello del casinò finanziario), della lungimiranza, della responsabilità sociale.
Stranamente una tantum non mi viene la nausea di fronte al comportamento di esponenti del governo e dire che non mi capitava da tempo immemorabile, anche se sarebbe lecito qualcosa di meglio, che sarebbe poi il minimo sindacale se oramai questo aggettivo non avesse perso senso. Il meglio sarebbe quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro. Che risponderebbe alle preoccupazioni di chi raccomanda la servitù senza limiti e senza garanzie: se l’Italia ha davvero bisogno di siderurgia, allora lo Stato che ha dato aiuto a un ceto imprenditoriale criminale, che ha permesso i costi senza ritorno di morti, inquinamento, perdita di diritti e rinuncia alla competizione industriale, garantisce per questa soluzione in nome dell’interesse di tutti.


Quando il potere si veste da donna

everAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ad un’attenta amica di Facebook la rivelazione che esiste un “non luogo”, uno spazio variegato sul web, un blog  molto diverso dalla moltitudine di quelli che, ormai, ha invaso la rete. Si chiama La 27Ora  un “blog al  femminile” sul quale una dozzina di giornaliste del Corriere della Sera raccontano i sogni, le difficoltà e la costante ricerca di un equilibrio che, da sempre, caratterizza la vita di una donna…. Un filo virtuale di pensieri che, realizzato attraverso il sapiente eloquio delle giornaliste coinvolte nel progetto, mette in scena “un universo in cui tutte le donne italiane – il 51& della popolazione, ma solo il 21% di ministre,  il 14% di top manager e il 6% di Ad in società quotate  –  sapranno riconoscersi”.

Non so come mai  pur appartenendo all’universo femminile non mi ci sono proprio riconosciuta, allo stesso modo in cui stento a riconoscermi  in quel 21% di ministre e meno che mai nel 6% di amministratrici delegate. E anche nel lungo post che denuncia come si sia spenti fuoco di paglia che aveva accolto il famigerato  Ddl Pillon che lungi da essere archiviato farebbe ancora parte del contratto di governo, e che, ci ricorda la firmataria della lunga invettiva, altro non è che l’iniqua rappresentazione plastica “del mondo femminile e infantile” secondo i gialloverdi. E fin qui, come non essere d’accordo visto che sempre la stessa Cristina Obber che firma, ci ricorda che con queste premesse stiamo rientrando nel Medioevo o, a scelta, tornando indietro di 100 anni, con la rinuncia obbligata a conquiste e diritti.

Ma allora cosa si deve fare “per non tornare a casa a fare la calza”? presto detto: bisogna mettere da parte le appartenenze, le ideologie, la fedeltà al proprio partito di sempre, e pensare in che paese vogliamo far crescere i nostri figli e soprattutto le nostre figlie, che altrimenti se ne andranno presto altrove. Queste non sono delle classiche elezioni europee, questo è un voto che entra con forza nelle nostre case e un voto con cui possiamo rispedire le bugie al mittente, recita questo appello doroteo all’unità nazionale, a coalizioni di salute pubblica.

Insomma bisogna votare Pd o Fi o perfino la Meloni, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna.  Così si rende noto che le elezioni a un Parlamento senza poteri, che non esprime nessun valore di rappresentanza in seno a un organismo sovra-sovranista che ha apertamente dichiarato la sua ostilità alle democrazie nate dalla resistenze e macchiate della  colpa originale di essere “socialiste”, che quell’evidente atto notarile di consegna alla Ue germanizzata, anche quella da una che malgrado le apparenze è perfino una donna, hanno l’unico valore di fare giustizia interna nelle guerre per bande dei partiti, di un teatro dove si consuma la battaglia dei pupi, tutti comunque schierati per accedere alla fortezza, anche quelli che prima si sentivano dei Tartari e che hanno scelto una doverosa accondiscendenza.

E allora se siete femministe, turatevi il naso e votate per quelli che a casa vi ci hanno mandate e non per sferruzzare ma per assistere in via privata e per il vostro codice genetico segnato dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio, i vecchi e i malati abbandonati per via della cancellazione dello Stato sociale, per fare da insegnanti di sostegno agli alunni di scuole trasformate in fabbriche per ignoranti superspecializzati, per quelli che vi raccontano che il vostri riscatto passa per la parità salariale in lavori precari, avvilenti e incerti, o che vi dicono che era doveroso scegliere il salario più alto, quello naturalmente maschile, mettendo da parte ambizioni e talenti, per chi vi narra che basta declinare al femminile anche la parola patria per combattere le stesse guerre che conduce, alle quali collabora e che finanzia con il dissennato acquisto di armamenti, per chi vi vuol far credere che l’affrancamento della vostra minoranza numerica avvenga con la sostituzione di carogne con pari carogne in quota rosa, sulla falsariga di Madame Lagarde, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna, per quelli che per anni hanno combattuto il puttaniere e non il golpista che albergava in lui, preferendo chi fa commercio non solo dei copri femminile, ma anche di quelli dei maschi, teste comprese, per quelli che non hanno cancellato la 194, ma hanno fatto di più sostenendo le cliniche private e i cucchiai d’oro nel quale si esercitano quelli che nel pubblico obiettano contro una legge delle Stato.

E se siete fan di Greta, allora non vi costerà dare il voto alle sciure candidate nel Pd che vogliono la Tav per una rapida consegna delle merci chiedendovi qualche necessario sacrificio se  magari in quelle 27 ore siete anche pendolari,  o ai distributori automatici di concessioni e autorizzazioni per profittevoli trivelle, o anche a quelli che hanno consegnato il Mezzogiorno ai signori dell’eolico in odor di mafia, a quelli delle discariche  e dell’export di rifiuti in odor di camorra, e anche a quelli che agli investimenti in tutela del territori hanno preferito la pioggia di quattrini per Grandi Opere e Grandi Eventi, o che hanno ceduta la mela marcia dell’Ilva e la vita dei tarantini a qualcuno che ci restituisce solo i veleni.

E se siete fidanzate che non possono coronare il loro delicato sogno d’amore  perché non hanno una casa da dividere con il partner, votate per quelli che hanno trasformato le città in geografie e terreni di scorrerie per speculatori privati e immobiliaristi spregiudicati, che hanno convertito i centri storici in alberghi diffusi e sedi di un terziario sempre più bulimico di spazi, appagate per il diritto concesso a coppie, purchè omosessuali, di non potersi sposare ma per gli stessi motivi.

E se siete antifasciste poi dopo aver esposto il simbolo della vostra strenua resistenza sotto forma di lenzuolo, potete a cuor leggero votare per chi ha concesso beni mobili e immobili a Casa Pound, invitandoli a colloquiare sui destini della democrazia in dibattiti e show, preparando il terreno per il definivo sdoganamento nelle urne, per chi ha consolidato un’ipotesi di ordine pubblico e di giustizia repressivo e iniquo, per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, poveri stranieri o indigeni, offrendola in cortese concessione al feroce esecutore di oggi all’Interno, per chi vuole convincervi che il problema è lui che se la piglia con gli immigrati e non chi gli immigrati li ha fatti scappare dalle loro case, affamandoli, bombardandoli, assetandoli, che il problema sono  i suoi isbirri che menano i manifestanti e non chi li costringe a scioperare per la difesa della sopravvivenza, così potete prendervela con qualcuno che vi sta di fronte e che speriamo tutti sia destinato a cadere dalla poltrona nel dimenticatoio, mentre restano remoti e intangibili quelli che il fascismo lo impiegano come uno dei modi per imporre l’autorità assoluta e il potere egemonico dell’oro, ben saldi nel persuadervi che il sacrificio di quei duecentomila combattenti per la libertà che si sacrificarono per riscattare gli errori e le cadute degli altri milioni di compatrioti fosse solo lotta di liberazione e non lotta di classe, di sfruttati che vogliono un mondo altro da quello.

A oggi non so se voterò per queste elezioni: direi di no, direi che mi astengo se fosse un voto per il Parlamento di un’Europa che non considero in alcun modo riformabile. Direi di no, con la stessa convinzione, se si tratta come ci spiegano le illuminate opinioniste  del corner rosa del Corriere, del tentativo di pulizia etnica degli inquietanti  “diversi” al governo, che poi tanto diversi non si sono rivelati a ben guardare la remissiva acquiescenza dimostrata nei confronti dell’Europa, dei suoi imperativi inesorabili quanto le centinaia di nefandezze imposte in suo nome dai suoi servi sciocchi del passato e di quelli futuri già pronti con la corda in mano per impiccarci.


Le nonnine di Tsipras

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre l’antropologo per osservare come le donne al ristorante, nei locali pubblici, in balera, non vadano mai alla toilette da sole, ma accompagnate da altre sodali.

Chissà se è questo istinto primordiale a suggerire a Rossana Rossanda la frase «E ora dobbiamo evitare che quelle che saranno elette si ritrovino sole», che ha concluso la presentazione al pubblico di tre candidate alle elezioni europee per discutere di «un’Europa femminile», organizzato dall’Altra Europa con Tsipras, una delle componenti della lista La sinistra, che in quell’occasione ha distribuito il suo programma. Al suo fianco, al tavolo della presidenza c’era la candidata eccellente Luciana Castellina e un maschio preso in prestito per il solito generoso riconoscimento rispolverato quando servono i voti: «oggi in giro per il mondo le donne sono avanguardie contro i regimi», salvo uno, si direbbe.

Loro non sanno che dolore ci dà vedere la ragazze rosse «due vecchie comuniste, io vegliarda anzi », secondo Rossanda,  tornare togliattiane, con “i piccoli passi” che non lasciano impronte, a rivedere su quella tribuna una che in Europa c’è stata eccome e della quale si ricorda un blando impegno per la valorizzazione dell’ottava arte, non dissimile da quello di Zingaretti presidente della regione Lazio che sponsorizza cinepanettoni e serie tv.

O anche con “il meglio nemico del bene”, quando il bene per il quale invitano a votare le donne è rappresentato dalla parità di salario coi maschi per un lavoro precario, umiliante, avvilente e poco retribuito, quando la riscossa di quella che una volta si chiamava l’altra metà del cielo consisterebbe nella rottura del soffitto di cristallo planetario con la  sostituzione di genere, che punta a pari opportunità di potere, come se la massima aspirazione delle donne dovesse essere quella di occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, postulata da Castellina che dice: «Quando parlavamo di dittatura del proletariato sostenevamo che ci doveva essere una rottura, così oggi per abolire il patriarcato ci vorrà, momentaneamente, un di più di potere alle donne», dove evidentemente imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile E quando il manifesto  di Arruzzu e Fraser che condanna il femminismo liberale che vuole l’affrancamento di un 1% che eccelle e non del 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di vetro spaccato li devono raccogliere in un mondo dove pare competa ai poveracci – ma alle poveracce due volte –pulire lo sporco di un “progresso” che ha prodotto l’impoverimento e la condanna alla miseria per miliardi di persone, un incombente disastro ecologico, guerre di razzia e ruberia, conseguenti migrazioni di massa e razzismo e xenofobia, espropriazione di diritti che si credevano acquisiti e inalienabili, molto citato nell’augusto consesso, fa dire a Rossanda: «Se fossi più giovane mi butterei nel sindacato per una lotta solidale con le altre donne».

E infatti la coalizione  che comprende la Lista per Tsipras, il guappo della Plaka che forse a qualcuna ricorda i robusti e scanzonati giovanotti del servizio d’ordine del Pci, peccato che lui sia si,  nel servizio d’ordine, ma della troika, ha finito per avere molte affinità con quel sodalizio stretto tra sindacati e confindustria, quel patto francamente osceno stipulato dalle parti sociali perché il completamento del processo dell’Unione europea riassuma le fattezze della radiosa visione di Ventotene. Come se la garanzia “di una pace duratura in tutto il nostro continente” non rammenti il famoso motto di Galbraith: opulenza privata e pubblica miseria, concordia in casa quindi e conflitti fuori, per razziare, sfruttare e ridurre in servitù, oltre il mediterraneo ma perfino oltre confini vicinissimi come nelle geografie dell’ex Jugoslavia, e come se quell’utopia che “ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza”, non venga ogni giorno abbattuta come la statua di un regime aborrito perché ostacola crescita e ordine, quello delle democrazie nate dalle resistenze nazionali e dalle loro carte costituenti.

Il fatto è che l’unità Europea, «Un tema enorme, dice Rossanda, perché oggi l’Unione e l’Italia debbono decidere l’orientamento, la direzione di questo continente», è diventato un atto di fede da celebrare pena l’espulsione da quel consorzio civile che accoglie gli immigrati che servono, a cominciare dalle immigrate sulle quali le privilegiate possono scaricare il lavoro della riproduzione e della cura, senza mettere in discussione le cause che sradicano popolazioni dalla loro terra, per guerra, paura, fame e sete, che condanna il fascismo al Salone del Libro, ma finge di non vedere quello in fabbrica, nei magazzini di Amazon, nei call center di Eni e Tim, nelle buone scuole, nelle piazze, nelle banche criminali. O un autodafé, la proclamazione pubblica della nostra colpa per aver vissuto sopra le possibilità concesse dal capitalismo quando gli servivano cittadini convertiti in consumatori, obliteranti pronti a ubbidire in cambio di standard minimi di benessere, in cambio di libertà e autonomie limitate, desideranti da appagare con la promessa di una futura sicurezza conquistata a suon di rate, mutui, assicurazioni e bolle, tutti ormai condannati a abiura e rinuncia di diritti e autodeterminazione.

L’obiettivo che si è data questo fittizio organismo “sovranazionale”  è quello di annullare la volontà e capacità delle classi subalterne di incidere sul processo decisionale per quanto riguarda il bilancio pubblico e le politiche economiche e sociali, per favorire  la riduzione e l’annullamento della sovranità democratica diminuendo e aggirando i parlamenti e rafforzamento gli esecutivi nominati da Bruxelles e dall’asse anche quella differenziata che ha siglato il Trattato di Aquisgrana  per promuovere e rafforzare profitto su scala mondiale.

«Quando avevo 18 anni, riporta il Manifesto compiaciuto le parole di Rossanda, mai mi sarei sognata di accettare un lavoro precario per anni, e non capisco come facciamo oggi a sopportarlo». Lo capiscono benissimo quelli che non sono nati illuminati, che non appartengono a dinastie e cerchie del privilegio, quelli che si sbattono per un sotto e para contratto precario, quelli che non sono rampolli di intelligenze critiche mandati a formarsi nelle capitali dell’impero oltreoceano, quelli che non basta la raccomandazione e nemmeno anni di parcheggio nei diplomifici per vedersi concedere un incarico.

Non saranno le elette a essere lasciate sole, sono loro che hanno lasciato soli noi.

 

 

 

 

 

 


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