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Draghi & Polli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve l’ immaginate la reazione di  Di Vittorio, che non è il soggetto di una soap, quando, leggendo  il resoconto del “trombettiere” dell’Unità  in servizio al Senato, scopre  che il presidente incaricato ha definito il popolo e i lavoratori “capitale umano da promuovere”?

Ecco, e invece adesso immaginatevi Landini che ritiene naturale questa concessione all’idioma del progresso e che si compiace del “”discorso programmatico di alto profilo, quello del presidente del Consiglio, Mario Draghi, con una netta collocazione europea dell`Italia per costruire un’Europa nuova e socialmente sostenibile“, offrendo la sua disponibilità per la realizzazione di grandi obiettivi che richiedono  “il consenso e il coinvolgimento del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva. Per questo è necessario subito un pieno coinvolgimento delle parti sociali e un chiaro ruolo d`intervento e d’indirizzo pubblico delle politiche industriali e di sviluppo”.

Non c’è più Di Vittorio, non c’è più l’Unità e anche la Cgil non sta tanto bene se il suo segretario ha scorso il Bignami della lectio magistralis del banchiere, senza soffermarsi sulla strumentazione prevista da anni e a base di distruzione creativa, al servizio della selezione naturale dei “produttivi” in modo da perseguire quella soluzione finale grazie alla quale quell’Europa nuova sul cartamodello delle cancellerie, che concede ai Paesi del blocco centrale l’esclusiva  di sfruttare la forza lavoro qualificata e a basso costo dei Paesi del Sud e dell’Est europei, declassandole a mercati di sbocco e bacini da “valorizzare”, esautorati e espropriati di  risorse e capacità competitive.

Così come non c’era da aspettarsi niente di meglio dal mammasantissima del sistema bancario-finanziario, non sorprende la resa incondizionata di sindacati che via via si sono acconciati a diventare organi di magnanima consultazione, che in vista della progressiva perdita di autorevolezza in qualità di negoziatori di garanzie hanno scelta la più redditizia attività di agenti e promoter di fondi  e polizze sanitarie e previdenziali nel quadro del Welfare aziendale, perlopiù in capo alle stesse imprese e multinazionali che hanno l’opportunità di beneficiare due volte del contributo a un tempo di dipendenti e assicurati.

Nell’efficiente succedersi di stati di eccezione  suscitati dalla Necessità prima e dalla pandemia poi, trattata da emergenza sanitaria per nascondere la sua natura di crisi sociale indotta da privatizzazioni selvagge, austerità applicata al sistema assistenziale e sanitario, effetti della riduzione del potere d’acquisto che ha investito anche la prevenzione e le cure di patologie, i sindacati sono venuti meno al loro mandato piegandosi ai diktat della “realistica” mancanza di una alternativa praticabile al dominio economico e finanziario, inseguendo solo  i particolarismi corporativi grazie ai  quali si è prodotta la frammentazione delle classi subalterne fino alla competitività più feroce favorita   dall’innovazione tecnologica, della legislazione  del lavoro, da “riforme” intese al ritorno di vecchi strumenti aggiornati e svincolati da ogni tutela, cottimo, caporalato, part time, volontariato, avvicendamento scuole, formazione e lavoro.

Da anni, ai pistolotti del Primo Maggio in piazza con rappresentanze confindustriali, non segue nessuna azioni che riproponga il nodo irrisolto della rivendicazione salariale, come si trattasse di una battaglia arcaica e superata. Mentre  invece verte su una Ingiustizia che la modernità ha aggravato, se oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, di livello di istruzione, di carriera  e se la trasformazione del lavoro e dei modi di organizzazione, la mobilità e la precarizzazione scatenati  dagli “spiriti animali” dell’accumulazione, sono andati  di pari passo con i processi di ristrutturazione, con il degrado del sistema produttivo nazionale, con il trasferimento di risorse riversate  nei settori a più basso valore aggiunto e in particolare nei servizi.

Così la deregolazione del mercato del lavoro, l’illegittimità di misure adottate come necessaria concessione alla libera iniziativa, perfino le delocalizzazioni vengono rivendicate come un’esigenza vitale per la sopravvivenza delle imprese, così come la compressione dei salari, le restrizioni imposte ai diritti dei lavoratori e la demolizione delle protezioni sociali conquistate in decenni di lotta vengono rivendicate come requisiti irrinunciabili a garanzia della  competitività e indicate come rinuncia necessaria in nome di sviluppo e “benessere”.  

E ci ritroviamo con il segretario della Cgil in estasi per essere stato ricevuto dal PapaRe che gli ha offerto così l’occasione di ribadire al priorità dello ius soli – sul quale concordiamo, certo, riconfermando l’opportunità che i diritti di cittadinanza vengano garantiti anche ai nativi da più generazioni –   concorde con il presidente del G30, con il cane da guardia dell’Ue, con il dinamico piazzista di strumenti creativi di Goldman & Sachs, con il firmatario della condanna al fiscal compact e all’assoggettamento ai comandi impartiti via lettera, sul quadro di “riforme (ammortizzatori sociali, fisco, pubblica amministrazione, giustizia) e sugli investimenti, capaci di creare nuovo lavoro in particolare per i giovani e le donne”, raccomandati dall’Europa.

E, dunque, inevitabili, tra la revisione della pubblica amministrazione, le privatizzazioni su larga scala e la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario anche attraverso la riduzione dei salari;  la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; le opportune riforme costituzionali, temi oggi rivisitati dopo il passaggio per Rimini, le colonne del Financial Times, la nuova intesa raggiunta con la nomenclatura partitica e movimentista nazionale.

D’altra parte basta ricordare come un anno fa Landini esultava   per il taglio del cuneo fiscale, accolto come una conquista “perché dopo tanti anni c’è un provvedimento che aumenta il salario netto di una parte dei lavoratori dipendenti”, omettendo  sulla possibilità che costituisca un taglio al salario differito dei lavoratori o che corrisponda  a un aumento del costo dei servizi, a cominciare da quelli sanitari e assistenziali.  

La mascherina opportunamente collocata sulla bocca aveva impedito ai sindacati in questo anno di pronunciarsi quando i lavoratori di quelle che stavano diventando le zone rosse proclamarono scioperi e indissero manifestazioni, prontamente represse, per chiedere misure di sicurezza congrue alla proclamata gravità dell’epidemia che aveva provocato la divisione dei cittadini in produttivi abilitati a tutelare la salute tra le pareti domestiche e essenziali, costretti in questa veste a prodigarsi in posti di lavoro, fabbriche, uffici-pochi- supermercati, magazzini, industrie belliche da raggiungere sugli abituali carri bestiame.  O quando il Governo con l’assenso della triplice ha acconsentito a un protocollo che stabiliva la estemporaneità di requisiti di sicurezza a fronte della immunità padronale in caso di contagi, in modo che restasse invariata la contabilità delle usuali morti bianche,  per poi scrivere i suoi Dpcm sotto dettatura dei tandem Regioni-Confindustria.

Proprio la stessa riservatezza così cara ai tecnici deve aver caratterizzato il sobrio consenso dato all’esaltazione del lavoro agile, prova generale della rivoluzione digitale che renderà generalizzato il ricorso allo smartworking e  a quello che ne consegue: proliferazione di contratti anomali, riduzione delle remunerazioni e incremento della disponibilità h24, aumento delle possibilità di controllo e invasione degli spazi privati, primato del part time offerto alle donne come generoso accorgimento per conciliare lavoro esterno e prestazioni domestiche, tutti obiettivi indirizzati all’obiettivo di rompere eventuali fronti comuni, a ridurre la consapevolezza dello sfruttamento, isolando i soggetti condannati a un solipsismo sterile.

La narrazione apocalittica è stata accettata dunque e accolta come il sigillo definitivo all’azione di testimonianza e rappresentanza, diventata incompatibile con l’adesione al Progresso, esige la rinuncia, obbliga al sacrificio tramite opportune riforme, come se in questi ultimi venticinque anni non  ne avessimo subite abbastanza , dal “Pacchetto Treu” alla Legge 30/2003, dalle leggi e leggine di Sacconi, alla Fornero, al “Jobs Act” in modo che il lavoro non fosse mai abbastanza flessibile, mobile, agile, smart, tanto per piacere a chi le pensa, le detta, le impone e le applica contro di noi.


La malattia del Padrone

groszAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta, quando era ancora permesso nutrire illusioni, proiettarsi radiose visioni e girarsi qualche filmino del futuro ambientato della città del sole, si pensava che la realpolitik fosse un monopolio esclusivo dei governi e dei regimi. Ma adesso che ci costringono a scegliere tra la borsa e la vita, le libertà e la salute (pratica già largamente in atto anche a casa nostra, a Taranto ad esempio), il salario e l’ambiente, il libero arbitrio e le sanzioni, e da quando l’obbedienza è stata legittimata come virtù civile,  non faccio che imbattermi in volontari della servitù e della rinuncia che encomiano l’Esecutivo in qualità di migliore dei governi possibili.

Tutti pronti a infilare volontariamente la testa nel cappio, elogiano quindi le misure inevitabili, i provvedimenti fatali, compresa una inedita e aperta violazione dei diritti costituzionali e della privacy, che ai tempi di Berlusconi avrebbe fatto gridare vendetta, mentre è nel segno della continuità l’indifferenza rivolta a evidenti conflitti di interesse, trascurabili e irrilevanti per un ventennio e dopo, così chiunque voglia sottrarsi al generalizzato e concorde compiacimento viene subito preso per un matto complottista o, peggio, per un runner che vuole promuovere orge, organizzare crapule e pianificare rave party.

E per quel che riguarda quel “dopo” continuamente prorogabile apprendiamo solo che mai dovrebbe essere come il “prima”, il che farebbe supporre che si materializzi la volontà di sottrarsi a vincoli esterni che hanno tolto ogni capacità e ogni competenza ai governi e ai parlamenti in materia economica, come ha voluto il prossimo uomo della Provvidenza. Si, proprio Lui,  Draghi, con il fiscal compact e con le raccomandazioni perentorie contenute nella famosa letterina a doppia firma con la quale ingiungeva all’Italia – per il nostro bene –  come misure ineluttabili, allo scopo  “ripristinare la fiducia degli investitori”,  una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e come se non bastasse, “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Dovremmo quindi sperare che non si farà più ricorso all’alibi dell’impotenza necessaria a conservarsi con la poltroncina nazionale,  il posto al tavolo dei grandi, provvedendo a rovesciarlo, smantellando l’edificio di bugie sul pregi delle privatizzazioni, investendo in quella sanità pubblica, la cui demolizione è stata la causa vera dei decessi che si vogliono attribuire  unicamente al Covid19.

Macché, i magnifici 17 di Colao, le task force, i tecnici, i ministri hanno preso talmente sul serio la loro stessa narrazione, come succede di solito ai mitomani, da credere davvero che siamo in una guerra cui deve seguire una ricostruzione, da prendere alla lettera il termine e dare come unico orizzonte creativo, oltre ai brand epidemici, app, mascherine, guanti, tamponi, e come unico obiettivo concreto la riapertura dei cantieri di Grandi Opere e, paradossalmente a fronte delle restrizioni per la mobilità, e per infrastrutture di trasporto, come annunciato con gran sfarzo dall’apposita garrula ministra, da presidenti di regione, sindaci varie autorità.

Spetterà a questi il calendario declinato territorialmente su evidente suggerimento di Confindustria che ha già da due mesi selezionato i comparti essenziali, quelli in cui è lecito esporsi al virus, anzi obbligatorio, e senza dispositivi di sicurezza, erogati oculatamente in virtù di una protocollo siglato dal padronato con il governo, che impegna in via volontaria e disporre “misure” di tutela temporanee, che non sia mai che poi venga circoscritto l’errore umano a carico degli operai, che li fa cadere da impalcature, precipitare nell’altoforno, avvelenarsi, prendere fuoco, invece di crepare più eroicamente di coronavirus.

Ormai nessuno, salvo qualche arcaico avanzo del pubblico di fan della lotta di classe, si sogna di mettere in dubbio la vulgata secondo la quale abbiamo pari doveri e responsabilità coi governanti e coi padroni, perché siamo sulla stessa barca.

Tanto che non stupisce che quello che è diventato ormai l’house organ del progressismo neoliberista, il Manifesto, pubblichi una fluviale intervista in cui Landini, oltre a ricordarlo almeno quanto non ricorda più il suo passato a remare sottocoperta, esprime compiacimento per l’accordo con Fca, e disegna un futuro collaborativo nel quale spetta al sindacato modernizzarsi, adeguarsi ai comandi anche morali della globalizzazione, della competitività, dell’automazione.

Ci toccava anche l’umiliazione di sentire il segretario della Cgil, che festeggia il Primo maggio in piazza con Confindustria, riempirsi la bocca con l’eroismo dei lavoratori, invece di mostrare la doverosa collera contro chi li ha mandati in trincea, manco fossero volontari e non vittime del ricatto più infame, grazie a un Protocollo che, recita orgogliosamente, dovrà essere la bussola per il futuro. O confidare in una ricostruzione che limiti il “cemento” per esercitare  “più manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco”, quando il suo primo atto da segretario è stato l’atto di fede della Tav.

O vederlo bearsi delle magnifiche sorti e progressive dello smartworking cui è imprescindibile uniformarsi anche da parte sindacale, come se non prevedesse proprio la cancellazione di ogni possibilità di reagire alla sopraffazione dei contratti anomali, del precariato, del part time, grazie all’isolamento e alla solitudine cui condanna gli addetti, quei fenomeni cui proprio le organizzazioni sindacali hanno dato il loro assenso con il si incondizionato  al Jobs Act.

O ipotizzare con entusiasmo le nuove frontiere della rappresentanza, come se non avesse già ceduto alle lusinghe del welfare aziendale, retrocedendo a funzioni di consulenza per l’adesione a fondi, assicurazioni, bolle.

 

Purtroppo il loro “dopo” è già qui, brutto come la peste, peggiore del “prima”.

 

 


Domiciliari o lavori forzati

Italy Clamps Down On Public Events And Travel To Halt Spread Of CoronavirusAnna Lombroso per il Simplicissimus

Allora pare che adesso i lavoratori delle fabbriche e imprese fino a ieri trattati da parassiti che non si accontentano mai e non collaborano con gli altri naufraghi sulla stessa barca, benché dotati di salvagente incorporato, auguralmente sostituibili con robot, debbano essere grati al coronavirus perché ci si accorge che sono indispensabili alla collettività e che in questa veste, provvisoria, dovrebbero essere tutelati.

Ieri dopo anni di silenzio particolarmente vigoroso in occasione dell’adozione del Jobs Act,  del referendum costituzionale, oggi visto come una occasione perduta perché se non avrebbe prevenuto il contagio avrebbe comunque vinto il cancro come prometteva la Boschi, della accettazione supina dell’austerità e dei vincoli europei, è stato folgorato dalla repentina agnizione che ha vinto il capitalismo, mentre lui festeggiava il Primo Maggio in Piazza con Confindustria.

E altrettanto d’improvviso confederazioni e organismi di categoria, che relegavano nelle brevi in cronaca il quotidiano stillicidio di morti sul lavoro, ha deciso di rappresentare le preoccupazioni dei lavoratori che hanno iniziato uno sciopero, chiedendo misure e dispositivi per contrastare il contagio. Per i sindacati della meccanica «è necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro». Ma erano già in stato di agitazione i dipendenti di Amazon di Torrazza,  dopo la conferma del caso di positività coronavirus di una lavoratrice e la verifica dei casi da porre in quarantena, i dipendenti dello stabilimento Leonardo di Grottaglie della Ast di Terni,  della Bonfiglioli di Bologna e alla Gardner Denver di Parma, della  Dieci di Montecchio, nel Reggiano, dello stabilimento Fincantieri del Muggiano (La Spezia) e di Ancona, della Toyota Material Handling Manifacturing di Bologna, la Fiat Fca di Termoli, delle aziende delle Riparazioni navali di Genova, della  Electrolux  di Susegana, dell’Irca (gruppo Zoppas Industries) di Vittorio Veneto e di alcune fabbriche di Brescia.

Pareva fosse pronto insieme alla distribuzione “gratuita” di guanti e mascherine, un decalogo dell’Esecutivo per le imprese chiamate ad adottare le necessarie precauzioni con il coinvolgimento e la consultazione delle rappresentanze sindacali di ogni azienda, per tutelare la salute delle persone presenti all’interno dell’impresa e garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro, ma nella tarda serata di ieri  la possibilità di un accordo è saltata: sindacati e imprenditori, in videoconferenza, non sono riusciti a trovare un punto d’incontro sulle misure da adottare: accesso alle informazioni;  modalità di ingresso in azienda dei dipendenti e dei fornitori esterni;  pulizia degli ambienti;  precauzioni igieniche personali e   dispositivi di protezione individuale; gestione degli spazi comuni (mensa, spogliatoi, aree fumatori, distributori di bevande e snack); organizzazione aziendale (turnazione, trasferte e smart working); gestione degli orari di lavoro e degli spostamenti interni, riunioni, eventi interni e formazione.

Chissà come mai proprio adesso che c’è stata la rivelazione della utilità sociale dei lavoratori delle imprese manifatturiere e produttive, le poche salvate da acquisizioni sconsiderate, da svendite incaute, da delocalizzazioni feroci e improvvise, chissà come mai non si ottiene quello che una volta si definiva in minimo sindacale.

Presto detto: le rappresentanze si riaffacciano estemporaneamente avendo perso ogni autorevolezza e credibilità con la controparte dopo anni di assoggettamento e di riduzione del loro mandato, convertito in una pratica di consulenza tramite i patronati o di offerta di forme di Welfare sostitutivo con fondi, assicurazioni che portano profitti aggiuntivi al sistema degli azionariati.

Presto detto: cedere sulla sicurezza ora significa accettare un’ipoteca per il futuro, che padroni e manager non possono tollerare perché hanno dimostrato di non essere disposti a investire in innovazione, tutele, ricerca nemmeno un quattrino di quelli che sognano di moltiplicare impegnandoli nel gioco d’azzardo della finanza creativa.

Presto detto: i padroni sono ciechi quando si tratta di spendere nella decantata responsabilità sociale che come previsto era solo uno slogan buono per la Leopolda o lo Studio Ambrosetti, ci vedono bene quando si tratta di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Così pensano al dopo, alla messa tra gli utili dei costi dell’emergenza, per sollecitare aiuti pubblici, deroghe e leggi speciali, per dare ulteriore riconoscimento legale all’illecito dei contratti anomali,  del precariato e della mobilità promossi a necessità inderogabile e doverosa.

E c’è da aspettarsi che le notizie sui campi deserti e abbandonati solleciterà misure estreme raccomandate dall’ex bracciante al governo, presto convinta che ai trattati capestri sarà ragionevole aggiungere una obbligatoria reintroduzione a tutti gli effetti del caporalato. E infatti proprio oggi Boeri, pensando a quelli che definisce “lavoratori al fronte”, riflette sul dopo Caporetto, quando all’economia di guerra deve poi succedere quella della ricostruzione.

Vi aspettavate che proponesse la revisione dei vincoli di spesa imposti sul letto di morte dall’Ue? Vi aspettavate che sollecitasse di indirizzare le spese belliche o quelle impegnate per le grandi opere in interventi per risanare la sanità pubblica? Vi aspettavate la raccomandazione a una efficace lotta all’evasione? Vi aspettavate una riflessione sui danni che la previdenza e l’assistenza private hanno prodotto in termini reali e morali, sfiduciando il sistema pubblico statale?

Macchè, l’effetto collaterale del virus è di produrre negli economisti di regime una miopia che non permette di vedere oltre, di guardare a un cambiamento di rotta, a un rovesciamento del tavolo, ma di immaginare piccoli aggiustamenti, mancette per i più bisognosi, cerotti su ferite in cancrena: incrementare la portata della Cassa integrazione ordinaria, rinvii del pagamento di mutui e dell’Iva, necessari, per carità, verrebbe da dire, perché appunto si tratta di sostituire governo dell’economia e della società con compassionevole comprensione per chi sta peggio, abitudine molto in voga tra chi ha il culo al caldo, che può permettersi di rivolgere schizzinoso disprezzo per quota 100, reddito di cittadinanza, rassicurato che il virus colpisca di preferenza il target degli anziani, a torto però, se è vero che va a mancare il decantato ricorso a quello che ancora   sorregge il sistema Paese, l’assistenzialismo domestico e familista.

Vale la pena di ricordare che c’è un’azienda i cui lavoratori hanno proclamato 10 giorni di sciopero, sta in una città martire che ha provato come da anni vengano imposte scelte feroci, salario o salute, posto o ambiente, che non si stupisce che sia stata rivelata la sedicente obbligatorietà di decidere le priorità della vita di un giovane rispetto a quella di un anziano, già saggiata in fabbrica e fuori.

L’azienda si chiama ancora Ilva, la città Taranto e nessuno ha mai fatto un flashmob per dichiarare solidarietà e vicinanza.


Da Marx ai Simpson

simpson-votoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il comportamento sociale più in uso sia il paradosso.

Sta ottenendo un gran successo di popolo un fermento post malpancista che si agita nelle forme più primitive del moto di piazza e che ha come unico slogan l’antipopulismo,   incarnato da un buzzurro che così sarà promosso come desidera a autorevole antagonista, quando basterebbe non dargli corda, non intervistarlo, non votarlo e occuparsi dei suoi successori che stanno con ampio consenso eseguendo scrupolosamente tutto quello che aveva avviato in sintonia coi predecessori: grandi opere, patti con la Libia, decreti sicurezza, misure contro l’immigrazione ma al tempo stesso accettazione dei comandi padronali, che esigono che si metta a disposizione un esercito di riserva umiliato e ricattato in grado di imporre anche agli italiani l’abbassamento degli standard di sicurezza, remunerazioni, diritti.

Ah, e che dire dell’antisovranismo, che altro non è che la celebrazione, davanti a tutti gli altari della politica e dell’economia, dell’atto di fede all’Europa, come entità “sovranazionale”  incontrastabile, come dominio superiore e autoreferenziale dotatosi di pieni poteri per imporre agli Stati membri la rinuncia  a autorità e facoltà, con l’intento esplicito di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e dei parlamenti e dei governi nazionali ridotti all’impotenza per quanto riguarda le scelte che incidono sul bilancio pubblico e  sulle politiche economiche e sociali.

Per non parlare poi del mantra sulla fine, anzi sul felice, moderno ed efficiente superamento dei concetti di destra e sinistra, in modo da seppellire uno sotto il peso combinato del suo istinto suicida e del primato del realismo “progressista”, e dal mantenere vivo e vegeto l’altro per favorire l’assoggettamento dell’opinione pubblica alla egemonia del mercato, le cui leggi sono diventate incontrovertibili quanto quelle naturali.

O dell’antifascismo che ormai piace a destra al centro e a sinistra, che alterna Bella Ciao e Come è profondo il mare, sono solo canzonette, no?, a confermare il suo carattere di etichetta sui prodotti della comunicazione politica, avendo dismesso  ogni finalità antisistema e avendo limitato l’interpretazione storica e morale della resistenza alla diluizione dell’olio di ricino nella CocaCola ben più accettabile, alla liberazione da nazisti e gerarchi, federali e notabili, che tutti gli altri dei ceti meno appariscenti sono stati esonerati da colpe e responsabilità che sono sopravvissute fiorenti dopo il 25 aprile, insieme alla corruzione, alla infiltrazione mafiosa, alla speculazione, ai potentati bancari, all’occupazione da parte dei salvatori, al tallone di ferro padronale che si è permesso che si rafforzasse grazie proprio all’impegno dei riformisti di oggi.

Ma il paradosso più vergognoso è quello che permette a chi,  in occasioni speciali, giornate della memoria, 2 giugno, 8 marzo, tra un po’ anche festa del papà e Halloween, celebrazioni in fase preelettorale per condannare al pubblico ludibrio i fasci e le destre, comprese le maggioranze silenziose che in questi giorni pare abbiano trovato nuovo giovanile impeto, si richiama ad antiche stelle polari della sinistra (purchè accoppiata con redentivo centro) e sfodera la tradizionale vicinanza alle masse (purchè non populiste). Gli intellettuali organici che di più non si può hanno abbandonato le aspettative messianiche sulla funzione salvifica del ceto operaio, in modo da recedere da ogni proposito di lotta di classe, preferendo movimenti più eleganti, acculturati e in favore dell’establishment imperiale, aderendo alla necessità senza alternativa dell’economia di mercato e improduttiva, appagandosi della visibilità offerta da rivendicazioni di target che offrono visibilità mediatica.

Non è un fenomeno nuovo: nel giugno del 1848 e durante la Comune di Parigi, sinistra repubblicana e borghese faceva sparare sul popolo, in Italia durante tutto il XIX secolo le èlite acculturate e progressiste guardavano con sospetto al movimento cooperativo e mutualistico. Più recentemente i partiti che avevano introiettato la speranza rivelatasi utopistica, di realizzare delle riforme strutturali, hanno dichiarato ufficialmente la pace col capitalismo, l’accettazione dei suoi modi di scambio e produzione, la ragionevole approvazione dell’austerità. Perfino gente dal passato più credibile di Renzi, Veltroni, Zingaretti, e ci vuol poco, ha proposto al posto del socialismo, dichiarato morto come sistema dottrinale e sociale,  il modello del capitalismo temperato, che vive e vince sempre come potenza insostituibile.

Con arnesi simili chi parla del popolo è condannato all’espulsione dalla storia, preferendo i target di consumatori ed elettori, in gran parte, questi ultimi, oggetto di critiche che fanno auspicare forme di selezione, per blindare e sottrarre al voto argomenti e scelte, alla riprovazione in quanto adulatore dei bassi istinti, o pazzo pericoloso perché come Cameron o come in Grecia si rende colpevole di interrogare la plebe sul suo destino.

Così il popolo, brutto, sporco e cattivo, è quello di Trump, di Salvini, di Orban, dei lavoratori che non accettano le inesorabili ristrutturazioni e delocalizzazioni, dopo aver voluto e preteso troppo, di quelli che non si arrendono a dover scegliere tra posto e cancro, nemmeno quelli che pensano a differenza di Landini, che  non si deve permettere l’illegalità ai padroni in cambio del salario e dei veleni, dell’umiliazione e dell’intimidazione. E bisogna opporgli la scrematura sana delle sardine,  la classe un tempo agiata che non si arrende alla condanna alla demoralizzazione e alla perdita per continuare a sentirsi superiore, quelli che accettano e integrano gli immigrati mettendoli in tuta, crestina e grembiulino, gli illusi delle startup a spese di papà e mamma, i precari del mezzo servizio che in funzione di nuovo cottimo si sentono liberi e indipendenti perché si scelgono l’orario della consegna a domicilio di Foodora. C’è poco da sperare che questi si riscattino diventando popolo: ormai sono condannati a essere marmaglia volontaria.

 

 

 

 


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