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Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 

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Peccatori di provincia


Cesso-doroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti “ismi”: il popolo retrocesso a plebaglia per via del deplorevole populismo, l’autodeterminazione nazionale ridotta a condannabile sovranismo, le idee annegate e rimosse dall’ideologismo.  Ma le province cancellate, invece, pare abbiano promosso a virtù europea e globalista il provincialismo.

Beati i tempi nei quali i retrobottega delle farmacie di paese erano cenacoli di riflessione e dialogo, beati i tempi nei quali da località marginali irrompevano intelligenze luminose che non si vergognavano della loro origine, al contrario mantenevano la loro casetta natale oggi promossa a museo visitato da vandali e lanzichenecchi che ignorano vita e opera del lontano residente e la impiegano come sfondo di selfie.

Un Paese che è diventato nazione e stato grazie a un ceto che arrivava dal Mezzogiorno oggi emarginato e ripudiato, potenza industriale e commerciale grazie a  lavoratori e inventori che hanno dato al mondo qualità, immaginazione   e ideazione, e, che, voglio anche io attingere al coglionario dei custodi dei giacimenti di petrolio culturale, ha la più alta densità di patrimoni  riconosciuti dall’Unesco, sembra vivere una vergogna di sè, della sua storia, del suo presente.

Credo anche abbia avuto la stessa origine la visione aristocratica  del gruppetto di  residenti temporanei, profetica di una unità tenuta insieme dal mastice del denaro, di una superiorità inflitta a paesi terzi con lo sfruttamento coloniale, e pure di una subalternità vissuta come giudiziosa pratica solidale per riaffermare l’appartenenza fedele all’impero e quella identitaria al sogno occidentale, oggi pronta a contrastare la barbarie dell’Oriente medio e estremo, salvo ovviamente petrolmonarchie e despoti africani.

Così pare che se ci si vuole affrancare dalla Macerata di Flaiano, dalla Girgenti di Pirandello, dalla Recanati di Leopardi, dalla Modica di Quasimodo, dall’Ales di Gramsci, bisogna uscire dai gretti confini dei borghi natii, Roma, Torino, Firenze comprese, con l’alta velocità che adesso si declina al maschile, perché ce n’è uno solo di treno che possa riscattarci, quello Torino Lione che s’ha da fa’ a tutti i costi – i nostri però – per non far brutta figura con la Commissione e con i cugini d’oltralpe, proprio quelli che non essendo interessati,  la  delegano a noi per molti non nobili motivi, non ultimo il collaborazionismo con l’Ue che deve annientare e affogare nei  debiti i partner del sud e le loro democrazie, per far sopravvivere le cancellerie carolinge e mantenere la greppia dei signori delle mazzette.

Come fossimo dentro a  Miseria e nobiltà ci accolliamo le spese che non possiamo permetterci, per non farci riconoscere come straccioni, in modo che mentre i pendolari passano ore su carrozze bestiame i pacchi delle multinazionali della distribuzione arrivino prima come nella barzelletta del cumenda che si compra la Ferrari per andare da Milano a Como in venti minuti, ma a Como non ha niente da fare e alla fine non possiede nemmeno il grano per la benzina.

Posseduti dal pensiero magico futurista, fuori tempo, pare non sia importante per studenti professori lavoratori, turisti andare in treno da Napoli a Reggio, dalla capitale della cultura con stazione ma senza binari alla Capitale, bensì avere un bel convoglio moderno che attraversa le montagne e pianure non più incontaminate, realizzato con criteri e requisiti innovativi, che pare non possano essere applicati a linee esistenti, condannate a morire senza essere nemmeno promosse a archeologia ferroviaria. Per non dire della concreta possibilità di mettersi al pari con l’ideale di lavoro come lo vuole il ceto dirigente globale, e pure il deludente segretario, consumato in cantieri a termine, nei magazzini di Amazon, sui taxi di Huber, nei B& B e nelle mangiatorie della grande turistificazione, nella edificazione di svariati tipi di piramidi dei nuovi faraoni, che ormai piccolo è bello, il mito dei distretti, la valorizzazione dell’artigianato tradizionale e dell’agroalimentare, sono stati cancellati dai Fichi di Farinetti, dalle opportune e inesorabili delocalizzazioni, dalla trasformazione del tessuto dei centri abitati minori in albergo diffuso dal quale cacciare gli inopportuni indigeni o impiegarli come manovalanza in  cioce o divisa da camerieri.

Ci si riscatta così dalla vergogna di essere la provincia remota e indolente,  sopportando di essere messi in mora per non aver riservato trattamenti umani e civili agli immigrato che gravano sul nostro territorio, mentre si aiuta generosamente la Turchia di Erdogan sostenendo economicamente e moralmente i respingimenti implacabili verso altro Pig, o elargendo con un po’ di carità pelosa come succede quando la solidarietà di converte in carità e lo spirito umanitario in beneficenza, guadandosi bene dal mettere in discussione guerre esportatrici di democrazia, sfruttamento avido dell’Africa, sistema capitalistico e finanziario la cui sinistra sa bene le malefatte della destra .

Eh si pare che proprio sia necessario riabilitarsi dalla condizione di provincia non andando a onorevole trattativa coi cravattari, ma cercando di assomigliare loro, accattivandosi la loro simpatia o almeno la loro indulgenza, mettendo i vestiti buoni riscattati al Monte e lustrando la scarpe con i buchi nella suola,  parlando male il loro idioma, andando a vedere i loro film, mangiando le loro schifezze universali e offrendogli  i nostri gioielli a prezzo di affezione.

Viene da dare ragione al Giornale che qualche giorno fa lamentava che nella Biennale di quest’anno presentata con gran pompa dal presidente Baratta, l’esprit mondialista  si manifesta con 90 partecipazioni nazionali (new entry: Madagascar, Pakistan, Algeria, Ghana), 21 eventi collaterali, progetti di formazione e ricerca e una selezione di 79 artisti scelti con tutta evidenza per il loro cosmopolitismo che spazia tra Berlino, New York, Sidney e Pretoria, due dei soli dei quali italiani (Lara Favaretto e Ludovica Carbotta, in incoraggiante quota rosa).

Mica vorremmo “prima gli italiani” anche nelle sale espositive, ma resta il dubbio che i criteri di scelta siano esenti da condizionamenti delle mode e quindi del mercato globale, confermato peraltro da innumerevoli prove accertate. Che vanno dall’imposizione obbligata di direttori stranieri nei musei italiani, dettata non dalla volontà di concretizzare il principio retorico dell’arte “linguaggio universale”, ma dalla volontà di affidare il nostro patrimonio a esperti di marketing che lo trasformino, come voleva Tremonti, in panini imbottiti, o  come voleva Renzi, in profittevoli juke box. O anche dalla possibilità per legge di alienare e vendere all’estero facendo mercimonio, opere di incommensurabile valore artistico (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/12/impara-larte-di-metterla-da-parte/).

E c’è da interrogarsi se sia proprio vero che a Napoli, Torino, Palermo, Venezia, Cagliari non ci sono giovani creativi capaci di mettersi in concorrenza con produttori di ordigni a orologeria di provocazioni sotto forma di tuboni di dentifricio olandesi, macchina rottamate esposte davanti antichi palazzi da talenti francesi, cessi d’oro di varia nazionalità, gommoni come architravi su Palazzo Strozzi giapponesi …. che modestamente anche noi dopo Caravaggio, Michelangelo, Tiziano e ben prima della sala sigillata con 80mila chilogrammi di feci umane, ben squadrate in blocchi marroni, di tale Mike Buchet, abbiamo avuto la nostra Merda d’Artista nazionale.

 


Sindacati e Confindustria, 4 amici al bar

bar-dello-sport Anna Lombroso per il Simplicissimus

Roma avrebbe avuto davvero bisogno di una bella manifestazione dopo le sua piazze rubate dal  Family days, da Berlusconi e Salvini e perfino dal concerto del Primo maggio ridotto a inventario di sfigati e stonati fuori circuito che offrono la più amara motivazione dell’essere fuori dal circuito commerciale.

Sono passati 17 anni dall’ultima piazza di lavoratori, quel Circo Massimo gremito da oltre due milioni di persone anche secondo la questura, convocati contro la modifica dell’articolo 18 da Cofferati, oggi arruolato nelle file degli aspiranti “domatori” del neo liberismo dall’interno della gabbia e dedito a elargire consigli di moderazione e realismo ai no-Tav: “non si può morire per una ferrovia. L’opera è utile per il rilancio dell’economia”.

La parabola si compie oggi con Landini, Furlan e Barbagallo e lo slogan #Futuroallavoro in temporanea associazione di impresa per  “dare una scossa al governo”, formula che riecheggia con maggiore vivacità e nerbo sulla stampa che vuole sottolinearne il carattere di fiera opposizione al governo come si addice alla personalità del nuovo segretario della Cgil del quale i maligni dicevano che con quel rissoso, impetuoso e verboso “Braccio di Ferro” il vero pericolo non è perdere il lavoro, quanto perdere l’udito.  E insieme a loro tanto per non creare vane illusioni sullo spirito che anima una ritrovata unità di intenti, purché contro  e mai per carità per cambiare a fare qualcosa in nome e per conto di sfruttati, umiliati, defraudati, ci sarà anche qualche non troppo sparuto drappello di confindustraili, richiamati alla collaborazione da Boccia  che ha definito gli attuali tempi “maturi per costruire un vero patto per il lavoro insieme a Cgil, Cisl e Uil”.

Dovessi dare retta alla nota regola secondo la quale una volta riconosciuto il nemico per essere nel giusto basta collocarsi dall’altra parte, toccherebbe sostenere il governo in carica, rivedere le obiezioni sollevate sul reddito di cittadinanza che qualcosa di buono deve avere se Calenda ci sputa sopra perché così un salario rischia di essere inferiore alla sine cura, in modo non da incrementare le paghe ma da abbassare il secondo per via della convinzione secondo la quale l’unica forma di uguaglianza possibile e desiderabile è che si anneghi tutti nelle privazioni, in basso, nello sprofondo di livelli inferiori alla sopravvivenza, salvo loro.

E a proposito di annegare, è evidente che il Landini Furioso ha scelto di salire sulla stessa barca nella quale saremmo condannati a stare coi padroni salvo il fatto che loro hanno il salvagente e che quella scialuppa la usano come tender il tempo necessario per salire poi nel transatlantico delle misure di sostegno per le imprese, dell’assistenzialismo che salva gli inetti, della indulgenza per avvelenatori e inquinatori, della rimozione di qualsiasi intervento contro fuga di capitali, corruzione, riciclaggio, della comprensiva indulgenza per azionariati che hanno scelto la strada dell’accumulazione passiva e parassitaria, grazie al gioco d’azzardo del casinò azionario, cancellando investimenti in ricerca, tecnologia, sicurezza, innovazione, salari dignitosi, quando non intraprendono la via delle delocalizzazioni, da sbrigare in tutta fretta, magari trasferendo in una notte baracca senza burattini, che sono meglio quelli d’oltre frontiera, ancora meno tutelati e pagati dei nostri.

E magari c’è qualcosa di buono anche in quel tanto di sovranismo che avrebbe dovuto motivare l’impugnazione del pareggio di bilancio in qualità di esproprio di democrazia, la disubbidienza ai comandi europei e alla condanna delle agenzie di rating che li legittimano, il rifiuto della distopia europea sulla quale il neo segretario scommette ancora: secondo lui basta  “partire dall’accoglienza e dalla solidarietà per costruire un’Europa diversa e fondata sul lavoro, i diritti e la democrazia”,  ingenerando il sospetto che anche per lui il tema sia l’immigrazione e il razzismo, contro chi arriva, che così si vince facile, e non contro gli “altri” veri, i poveri di qualsiasi latitudine compresi i terzi mondi interni, gli stranieri e gli indigeni. E qualcosa di buono o almeno di giustificato ci sarà pure nel populismo se chi dovrebbe rappresentare sfruttati e derubati, anche attraverso un sindacato nel quale la metà dei residui 5 milioni di iscritti è costituito da pensionati, ha permesso il Jobs Act, ha brontolato contro la riforma Fornero, ha taciuto sulla buona scuola che umilia il corpo insegnante,  ha siglato un accordo per un nuovo modello ispirato al ‘welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

Me le aspetto già le rimostranze dei leninisti di ritorno, quelli che si accontentano dei gruppi social “Io sto con Landini!” proprio come stanno col sindaco di Riace, appagati di sentirsi per delega sindacale e umanitaria dalla parte giusta, soddisfatti di guardare sul monitor una piazza con le bandiere rosse, compiaciuti di un bel sabato italiano in coincidenza con Sanremo e le canzonette solidaristiche.         Quelli che si sentono rassicurati di sulla stessa barca, o almeno a galla.

Che a affondare e soli, senza solidarietà e rispetto sono stati gli operai della Fiat abbandonati mentre l’azienda scappava e a loro si imponevano solo sacrifici con decisioni e scelte prese lontano a una distanza remota dalle sedi di lavoro e dalle loro esistenze, criminalizzati quando hanno tentato di battersi contro la democrazia officiata dall’amministratore delegato, sono quelli dell’Ilva ormai inabilitati perfino a scegliere tra posto e salute, che comunque sono a rischio tutti e due, sono quelli che pagano la logica imperante secondo la quale investimenti in Italia sono possibili soltanto se “garantiti” dai lavoratori  con la rinuncia ai diritti, alla sicurezza, alla tutela, alle garanzie, alla libertà, quelli cui si racconta che le opportunità occupazionali consistono solo nei cantieri delle grandi opere o nell’adattamento a certe economie di risulta, dei lavoretti, quelle chiamate gig-economy, con l’aspettativa illusoria di diventare imprenditori del proprio precariato, organizzandosi e essendo sempre più competitivi in comparti dequalificati, dove il lavoro non risponde a nessun talento, a nessun valore e a nessuna vocazione: distributori di pasti, magazzinieri e spedizionieri, postini e pony, o del turismo; tutti inservienti, banconieri, guide, animatori, intrattenitori magari in costume regionale, cuochi e baristi.

A affondare sono quelli che il sindacato non ce l’hanno né lo avranno mai, che vengono tenuti isolati in modo che non si riconoscano tra loro se non come utenti dei social, quelli che pagano la flessibilità dell’età delle incertezze, del contratto, del reddito, della previdenza e dell’assistenza, della proprio identità e dignità, anche quella ormai labile, aleatoria, come è sempre successo ai fanti, quelli in trincea, quella parte di esercito che sposti a seconda delle strategie dell’imperatore e dei suoi generali, i primi nelle righe davanti a cadere e quando loro sono a terra arriva le altre fucilate e giù anche le seconde file, e così via perché sono tanti, anche dalla parte che spara prima e che non è slava nemmeno quella.

 

 

 

 

 


Lavorare da morire

mb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una notizia che ieri non ha goduto degli onori della cronaca, salvo qualche “breve”. L’ho cercata anche nella copiosa rassegna stampa che il Corriere invia generosamente ai suoi abbonati online, ma non l’ho trovata a differenza di quella sulla rapida ascesa al potere delle “donne di destra bianche e arrabbiate” (sic), di quella sulla popolarità della Quinoa sulle nostre tavole, o di quella sull’insurrezione delle spose indiane contro i mariti che le abbandonano, ma niente.

Eppure, dalle statistiche pubblicate dall’Inail, sono 703 i “caduti” sui luoghi di lavoro nel 2018, registrando un  aumento del 9,7% rispetto al 2017. Con i morti sulle strade e “in itinere”, considerati dallo Stato e dall’Inail come “morti sul lavoro”, si arriva a oltre 1450.  Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio indipendente di Bologna, che conteggia tutte le vittime sui luoghi di lavoro, anche quelli non coperti dall’assicurazione dell’Inail o di antri enti.  Molti di più dei morti negli attentati terroristici,  il che la dice lunga sui veri pericoli che minacciano la nostra civiltà superiore. L’Osservatorio  scava più in profondità dell’Inail e denuncia che sono aumentati gli infortuni, anche quelli con esiti mortali, tra i giovanissimi e gli ultrasessantenni, vittime gli uni del lavoro precario esonerato da obblighi di sicurezza, gli altri dell’innalzamento dell’età pensionabile.

E a chi si rallegra perché sarebbero aumentate le notifiche degli incidenti, sarà bene ricordare che grazie al Jobs Act chi denuncia l’inosservanza di regole di sicurezza  può essere “rimosso”, che sono calate le segnalazioni di infortuni mentre sono aumentati i morti nel settore agricolo e che nelle statistiche  non ci sono le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, innumerevoli Partite Iva, compresi i giornalisti, lavoratori in nero, per la maggior parte stranieri (recentemente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/17/misfatto-bianco/ ).

E’ paradossale: c’è sempre meno lavoro e sempre più morti di lavoro, di lavoro cattivo, di lavoro clandestino, di lavoro senza casco, di lavoro scelto davanti al ricatto: salario o salute, di lavoro sotto i caporali che ti tengono al sole a raccogliere ciliegie, pomodori che tu sia nero o donna, poco cambia. E  di lavoro moderno. E chissà se si comincerà a sottoporre a statistica gli addetti della grid economy, i rider costretti a approfittare delle formidabili opportunità offerte dalle piattaforme  Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat che dominano il mercato delle consegne di cibo a domicilio, sedotti dall’illusione di lavorare in “totale libertà”, imprenditori di se stessi che possono scegliere “quali ordini accettare”, come si legge sul sito di Glovo, in realtà solo fattorini che pedalano con tutti i rischi del lavoro autonomo, nessuna garanzia, nessuna protezione, anche per via del passaggio compiuto dalla aziende da paga oraria a cottimo.

E chissà se mai qualcuno ben oltre al “decreto dignità”  sfodererà delle misure di controllo sullo status giuridico delle imprese e sulle loro responsabilità oggi che sono sparite le aziende che riassumono le funzioni di progettazione, produzione, vendita, gestione del personale, contabilità, ora che non solo le piccole aziende delegano in outsourcing all’esterno,  ma ciò che resta delle aziende grandi è tenuto insieme solo dal marchio e dal controllo finanziario. Ora che  singoli stabilimenti sono legittimate a  essere entità autonome, con contratti diversi e nello stesso “stabilimento” a contatto di gomito, c’è gente impegnata nella stessa mansione produttiva che dipende da aziende diverse, e che lo stesso gruppo o lo stesso ente finanziario, può svolgere le attività più disparate. In modo, dopo tanto chiacchiericcio sulla responsabilità sociale,  da sottrarre l’andamento tutto dell’impresa ai controlli e alla sorveglianza sulla rintracciabilità delle operazioni finanziarie e degli obblighi fiscali, del rispetto della sicurezza e della qualità della vita nei luoghi di lavoro.

E chissà se il nuovo segretario della Cgil impugnerà l’accordo siglato un anno fa  sul nuovo modello contrattuale che intendeva fissare  “alcune linee di indirizzo per la contrattazione collettiva la previdenza complementare, e l’assistenza sanitaria integrativa, la tutela della non autosufficienza, le prestazioni di welfare sociale”, pensando ai lavoratori come clienti di un mercato privato della salute, della cura, del soccorso. Chissà se vorrà smascherare il trucco di questo cosiddetto ‘welfare contrattuale’ il sistema preferito dalle aziende per pagare i dipendenti,  versando gli aumenti contrattuali e i premi di produttività in fondi che dovrebbero fornire previdenza, sanità e servizi integrativi rispetto alle prestazioni del settore pubblico. Così le aziende ci guadagnano perché su quelle somme non pagano le tasse e i lavoratori vengono persuasi che prerogative, garanzie e diritti sono a portata di mano, ma se li paghi due volte, con le tasse e comprandoli dagli stessi padroni, che qui fondi li hanno creati e gestiscono proprio allo scopo di possedere e gestire l’esistenza dei dipendenti e di lucrarci. Chissà se vorrà fare qualcosa per impedire quel processo già avviato di trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, che sembrano essere diventati insieme ai CAF l’unica forma di sussistenza e di sopravvivenza del sindacato prima  che gli operai acquistino a loro spese la tuta griffata e il casco protettivo.

Chissà se qualcuno vorrà e saprà riprendere il tema dell’alienazione scomparso dal campo di analisi e di lotta del sindacato e perfino da quello della sociologia schiacciata sulla ricerca quantitativa anziché sui processi e la qualità nel loro insieme, per restituire ai cittadini il diritto e la capacità di controllare il lavoro che svolgono anziché esserne schiavi, oggi ancora più cruciale con le nuove forme di organizzazione che puntano a dividere, isolare, individualizzare, per sottomettere, integrare, tacitare. Avviene nelle forme moderne di sfruttamento, Amazon, gig e sharing economy, lavoro uberizzato, avviene nei crescenti processi di occupazione tecnologica: app e algoritmi che mirano a militarizzare i comportamenti degli “”addetti” per condizionare quelli collettivi. E avviene nel lavoro tradizionale precario e non, ammesso che ve ne sia ancora, dove a individui sempre più soli e sempre meno protetti,  sempre più vulnerabili e sempre più invisibili,  da vivi come da morti, quando devono essere nascosti non come una colpa, ma come un fastidio da rimuovere o un rifiuto da conferire in discarica.

 

 


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