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Sindacati e Confindustria, 4 amici al bar

bar-dello-sport Anna Lombroso per il Simplicissimus

Roma avrebbe avuto davvero bisogno di una bella manifestazione dopo le sua piazze rubate dal  Family days, da Berlusconi e Salvini e perfino dal concerto del Primo maggio ridotto a inventario di sfigati e stonati fuori circuito che offrono la più amara motivazione dell’essere fuori dal circuito commerciale.

Sono passati 17 anni dall’ultima piazza di lavoratori, quel Circo Massimo gremito da oltre due milioni di persone anche secondo la questura, convocati contro la modifica dell’articolo 18 da Cofferati, oggi arruolato nelle file degli aspiranti “domatori” del neo liberismo dall’interno della gabbia e dedito a elargire consigli di moderazione e realismo ai no-Tav: “non si può morire per una ferrovia. L’opera è utile per il rilancio dell’economia”.

La parabola si compie oggi con Landini, Furlan e Barbagallo e lo slogan #Futuroallavoro in temporanea associazione di impresa per  “dare una scossa al governo”, formula che riecheggia con maggiore vivacità e nerbo sulla stampa che vuole sottolinearne il carattere di fiera opposizione al governo come si addice alla personalità del nuovo segretario della Cgil del quale i maligni dicevano che con quel rissoso, impetuoso e verboso “Braccio di Ferro” il vero pericolo non è perdere il lavoro, quanto perdere l’udito.  E insieme a loro tanto per non creare vane illusioni sullo spirito che anima una ritrovata unità di intenti, purché contro  e mai per carità per cambiare a fare qualcosa in nome e per conto di sfruttati, umiliati, defraudati, ci sarà anche qualche non troppo sparuto drappello di confindustraili, richiamati alla collaborazione da Boccia  che ha definito gli attuali tempi “maturi per costruire un vero patto per il lavoro insieme a Cgil, Cisl e Uil”.

Dovessi dare retta alla nota regola secondo la quale una volta riconosciuto il nemico per essere nel giusto basta collocarsi dall’altra parte, toccherebbe sostenere il governo in carica, rivedere le obiezioni sollevate sul reddito di cittadinanza che qualcosa di buono deve avere se Calenda ci sputa sopra perché così un salario rischia di essere inferiore alla sine cura, in modo non da incrementare le paghe ma da abbassare il secondo per via della convinzione secondo la quale l’unica forma di uguaglianza possibile e desiderabile è che si anneghi tutti nelle privazioni, in basso, nello sprofondo di livelli inferiori alla sopravvivenza, salvo loro.

E a proposito di annegare, è evidente che il Landini Furioso ha scelto di salire sulla stessa barca nella quale saremmo condannati a stare coi padroni salvo il fatto che loro hanno il salvagente e che quella scialuppa la usano come tender il tempo necessario per salire poi nel transatlantico delle misure di sostegno per le imprese, dell’assistenzialismo che salva gli inetti, della indulgenza per avvelenatori e inquinatori, della rimozione di qualsiasi intervento contro fuga di capitali, corruzione, riciclaggio, della comprensiva indulgenza per azionariati che hanno scelto la strada dell’accumulazione passiva e parassitaria, grazie al gioco d’azzardo del casinò azionario, cancellando investimenti in ricerca, tecnologia, sicurezza, innovazione, salari dignitosi, quando non intraprendono la via delle delocalizzazioni, da sbrigare in tutta fretta, magari trasferendo in una notte baracca senza burattini, che sono meglio quelli d’oltre frontiera, ancora meno tutelati e pagati dei nostri.

E magari c’è qualcosa di buono anche in quel tanto di sovranismo che avrebbe dovuto motivare l’impugnazione del pareggio di bilancio in qualità di esproprio di democrazia, la disubbidienza ai comandi europei e alla condanna delle agenzie di rating che li legittimano, il rifiuto della distopia europea sulla quale il neo segretario scommette ancora: secondo lui basta  “partire dall’accoglienza e dalla solidarietà per costruire un’Europa diversa e fondata sul lavoro, i diritti e la democrazia”,  ingenerando il sospetto che anche per lui il tema sia l’immigrazione e il razzismo, contro chi arriva, che così si vince facile, e non contro gli “altri” veri, i poveri di qualsiasi latitudine compresi i terzi mondi interni, gli stranieri e gli indigeni. E qualcosa di buono o almeno di giustificato ci sarà pure nel populismo se chi dovrebbe rappresentare sfruttati e derubati, anche attraverso un sindacato nel quale la metà dei residui 5 milioni di iscritti è costituito da pensionati, ha permesso il Jobs Act, ha brontolato contro la riforma Fornero, ha taciuto sulla buona scuola che umilia il corpo insegnante,  ha siglato un accordo per un nuovo modello ispirato al ‘welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

Me le aspetto già le rimostranze dei leninisti di ritorno, quelli che si accontentano dei gruppi social “Io sto con Landini!” proprio come stanno col sindaco di Riace, appagati di sentirsi per delega sindacale e umanitaria dalla parte giusta, soddisfatti di guardare sul monitor una piazza con le bandiere rosse, compiaciuti di un bel sabato italiano in coincidenza con Sanremo e le canzonette solidaristiche.         Quelli che si sentono rassicurati di sulla stessa barca, o almeno a galla.

Che a affondare e soli, senza solidarietà e rispetto sono stati gli operai della Fiat abbandonati mentre l’azienda scappava e a loro si imponevano solo sacrifici con decisioni e scelte prese lontano a una distanza remota dalle sedi di lavoro e dalle loro esistenze, criminalizzati quando hanno tentato di battersi contro la democrazia officiata dall’amministratore delegato, sono quelli dell’Ilva ormai inabilitati perfino a scegliere tra posto e salute, che comunque sono a rischio tutti e due, sono quelli che pagano la logica imperante secondo la quale investimenti in Italia sono possibili soltanto se “garantiti” dai lavoratori  con la rinuncia ai diritti, alla sicurezza, alla tutela, alle garanzie, alla libertà, quelli cui si racconta che le opportunità occupazionali consistono solo nei cantieri delle grandi opere o nell’adattamento a certe economie di risulta, dei lavoretti, quelle chiamate gig-economy, con l’aspettativa illusoria di diventare imprenditori del proprio precariato, organizzandosi e essendo sempre più competitivi in comparti dequalificati, dove il lavoro non risponde a nessun talento, a nessun valore e a nessuna vocazione: distributori di pasti, magazzinieri e spedizionieri, postini e pony, o del turismo; tutti inservienti, banconieri, guide, animatori, intrattenitori magari in costume regionale, cuochi e baristi.

A affondare sono quelli che il sindacato non ce l’hanno né lo avranno mai, che vengono tenuti isolati in modo che non si riconoscano tra loro se non come utenti dei social, quelli che pagano la flessibilità dell’età delle incertezze, del contratto, del reddito, della previdenza e dell’assistenza, della proprio identità e dignità, anche quella ormai labile, aleatoria, come è sempre successo ai fanti, quelli in trincea, quella parte di esercito che sposti a seconda delle strategie dell’imperatore e dei suoi generali, i primi nelle righe davanti a cadere e quando loro sono a terra arriva le altre fucilate e giù anche le seconde file, e così via perché sono tanti, anche dalla parte che spara prima e che non è slava nemmeno quella.

 

 

 

 

 

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Lavorare da morire

mb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una notizia che ieri non ha goduto degli onori della cronaca, salvo qualche “breve”. L’ho cercata anche nella copiosa rassegna stampa che il Corriere invia generosamente ai suoi abbonati online, ma non l’ho trovata a differenza di quella sulla rapida ascesa al potere delle “donne di destra bianche e arrabbiate” (sic), di quella sulla popolarità della Quinoa sulle nostre tavole, o di quella sull’insurrezione delle spose indiane contro i mariti che le abbandonano, ma niente.

Eppure, dalle statistiche pubblicate dall’Inail, sono 703 i “caduti” sui luoghi di lavoro nel 2018, registrando un  aumento del 9,7% rispetto al 2017. Con i morti sulle strade e “in itinere”, considerati dallo Stato e dall’Inail come “morti sul lavoro”, si arriva a oltre 1450.  Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio indipendente di Bologna, che conteggia tutte le vittime sui luoghi di lavoro, anche quelli non coperti dall’assicurazione dell’Inail o di antri enti.  Molti di più dei morti negli attentati terroristici,  il che la dice lunga sui veri pericoli che minacciano la nostra civiltà superiore. L’Osservatorio  scava più in profondità dell’Inail e denuncia che sono aumentati gli infortuni, anche quelli con esiti mortali, tra i giovanissimi e gli ultrasessantenni, vittime gli uni del lavoro precario esonerato da obblighi di sicurezza, gli altri dell’innalzamento dell’età pensionabile.

E a chi si rallegra perché sarebbero aumentate le notifiche degli incidenti, sarà bene ricordare che grazie al Jobs Act chi denuncia l’inosservanza di regole di sicurezza  può essere “rimosso”, che sono calate le segnalazioni di infortuni mentre sono aumentati i morti nel settore agricolo e che nelle statistiche  non ci sono le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, innumerevoli Partite Iva, compresi i giornalisti, lavoratori in nero, per la maggior parte stranieri (recentemente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/17/misfatto-bianco/ ).

E’ paradossale: c’è sempre meno lavoro e sempre più morti di lavoro, di lavoro cattivo, di lavoro clandestino, di lavoro senza casco, di lavoro scelto davanti al ricatto: salario o salute, di lavoro sotto i caporali che ti tengono al sole a raccogliere ciliegie, pomodori che tu sia nero o donna, poco cambia. E  di lavoro moderno. E chissà se si comincerà a sottoporre a statistica gli addetti della grid economy, i rider costretti a approfittare delle formidabili opportunità offerte dalle piattaforme  Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat che dominano il mercato delle consegne di cibo a domicilio, sedotti dall’illusione di lavorare in “totale libertà”, imprenditori di se stessi che possono scegliere “quali ordini accettare”, come si legge sul sito di Glovo, in realtà solo fattorini che pedalano con tutti i rischi del lavoro autonomo, nessuna garanzia, nessuna protezione, anche per via del passaggio compiuto dalla aziende da paga oraria a cottimo.

E chissà se mai qualcuno ben oltre al “decreto dignità”  sfodererà delle misure di controllo sullo status giuridico delle imprese e sulle loro responsabilità oggi che sono sparite le aziende che riassumono le funzioni di progettazione, produzione, vendita, gestione del personale, contabilità, ora che non solo le piccole aziende delegano in outsourcing all’esterno,  ma ciò che resta delle aziende grandi è tenuto insieme solo dal marchio e dal controllo finanziario. Ora che  singoli stabilimenti sono legittimate a  essere entità autonome, con contratti diversi e nello stesso “stabilimento” a contatto di gomito, c’è gente impegnata nella stessa mansione produttiva che dipende da aziende diverse, e che lo stesso gruppo o lo stesso ente finanziario, può svolgere le attività più disparate. In modo, dopo tanto chiacchiericcio sulla responsabilità sociale,  da sottrarre l’andamento tutto dell’impresa ai controlli e alla sorveglianza sulla rintracciabilità delle operazioni finanziarie e degli obblighi fiscali, del rispetto della sicurezza e della qualità della vita nei luoghi di lavoro.

E chissà se il nuovo segretario della Cgil impugnerà l’accordo siglato un anno fa  sul nuovo modello contrattuale che intendeva fissare  “alcune linee di indirizzo per la contrattazione collettiva la previdenza complementare, e l’assistenza sanitaria integrativa, la tutela della non autosufficienza, le prestazioni di welfare sociale”, pensando ai lavoratori come clienti di un mercato privato della salute, della cura, del soccorso. Chissà se vorrà smascherare il trucco di questo cosiddetto ‘welfare contrattuale’ il sistema preferito dalle aziende per pagare i dipendenti,  versando gli aumenti contrattuali e i premi di produttività in fondi che dovrebbero fornire previdenza, sanità e servizi integrativi rispetto alle prestazioni del settore pubblico. Così le aziende ci guadagnano perché su quelle somme non pagano le tasse e i lavoratori vengono persuasi che prerogative, garanzie e diritti sono a portata di mano, ma se li paghi due volte, con le tasse e comprandoli dagli stessi padroni, che qui fondi li hanno creati e gestiscono proprio allo scopo di possedere e gestire l’esistenza dei dipendenti e di lucrarci. Chissà se vorrà fare qualcosa per impedire quel processo già avviato di trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, che sembrano essere diventati insieme ai CAF l’unica forma di sussistenza e di sopravvivenza del sindacato prima  che gli operai acquistino a loro spese la tuta griffata e il casco protettivo.

Chissà se qualcuno vorrà e saprà riprendere il tema dell’alienazione scomparso dal campo di analisi e di lotta del sindacato e perfino da quello della sociologia schiacciata sulla ricerca quantitativa anziché sui processi e la qualità nel loro insieme, per restituire ai cittadini il diritto e la capacità di controllare il lavoro che svolgono anziché esserne schiavi, oggi ancora più cruciale con le nuove forme di organizzazione che puntano a dividere, isolare, individualizzare, per sottomettere, integrare, tacitare. Avviene nelle forme moderne di sfruttamento, Amazon, gig e sharing economy, lavoro uberizzato, avviene nei crescenti processi di occupazione tecnologica: app e algoritmi che mirano a militarizzare i comportamenti degli “”addetti” per condizionare quelli collettivi. E avviene nel lavoro tradizionale precario e non, ammesso che ve ne sia ancora, dove a individui sempre più soli e sempre meno protetti,  sempre più vulnerabili e sempre più invisibili,  da vivi come da morti, quando devono essere nascosti non come una colpa, ma come un fastidio da rimuovere o un rifiuto da conferire in discarica.

 

 


Se Michelasso dirige l’Unità

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta il peggior ciarpame verbale sui cassintegrati sfaticati, sugli operai profittatori, sugli studenti parassiti, sulle femministe puttane quando non ninfomani, sui sindacalisti eversivi e  comunque scrocconi, veniva vomitato  dalle bocche oscene e biliose dei signori in paletot di cammello fermi sul marciapiede a guardar scorrere le nostre manifestazioni, intercalati dall’immancabile e irrinunciabile: andate a lavura’.

Poi, ma non è detto che sia stato un miglioramento, i toni si sono addolciti, la virulenza è stata addomesticata grazie ad alcune figure di spicco che stavano preparando le basi nazionali della lotta di classe alla rovescia, padroni contro lavoratori, padroni contro cittadini, padroni contro giovani. E’ stata l’età dell’oro dei Sacconi, degli Ichino, quella dello “siamo tutti sulla stessa barca”, quellia della modernità, della competitività, quella dell’egemonia del mercato, che è doveroso pagare a costo della rinuncia a garanzie, conquiste, diritti. Quella che “il vero problema è il debito pubblico”, quella che “la concertazione è un residuo ottocentesco” e adesso è venuto il tempo della condivisione come su Facebook, quella che “sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello stato”, quella che “il privato è più efficiente”, quella che “le classi sociali non esistono più”, come d’altra parte “la destra e la sinistra”, così siamo tutti amici, come su Facebook..

Beh siamo tornati indietro. Stamattina senza paletot di cammello per via delle avverse condizioni climatiche a ripetere lo stesso mantra del ’68, del ’77, a dare voce alle vignette di Grosz, a articolare il bofonchiare di Marchionne, a interpretare l’avvocato che si fa una bella tirata di operai Fiat come fossero la magica polverina c’era il neo direttore dell’Unità. Era proprio lui quello che temerariamente si è rivolto a Landini ingiungendogli che “basta, è ora di rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare” mica fare i parassiti e i passatisti, e anche i fancazzisiti accusandolo nemmeno troppo obliquamente di essere un professionista del malcontento e del disfattismo, “proprio adesso, cito, che si intravvedono segni di ripresa dell’occupazione, sono stati ripristinati diritti e opportunità, grazie al Jobs Act e alle misure del governo Renzi”.

Per dovere di cronaca traggo dal profilo auto-redatto di Erasmo D’Angelis qualche breve nota biografica: Nei primi anni ’70 è stato tra i più attivi partecipanti al Movimento di Animazione Cristiana (MAC) di Formia. Laureatosi in Psicologia, ha collaborato come giornalista presso media quali Rai e il Manifesto. Attivo in  Legambiente, ha organizzato la rassegna “Ecolavoro”. È inoltre promotore dei due Raduni internazionali degli Angeli del Fango (1996 e 2006).Nel 2000 e nel 2005 è stato eletto Consigliere Regionale della Toscana. Nel dicembre 2009 è stato nominato Presidente di nomina pubblica di Publiacqua, la più grande società mista pubblico-privata della Toscana che gestisce il servizio idrico integrato nella parte centrale della regione. Il 3 maggio 2013 viene nominato sottosegretario di Stato ai Trasporti nel governo Letta e dal luglio 2014 diventa coordinatore della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo  delle infrastrutture idriche.  

Purtroppo in meno di un anno il coordinatore di Italiasicura, così si chiama l’organismo chiamato a prevenire, fronteggiare e risanare le patologie del nostro territorio, non avrà avuto modo di dimostrare la sua competenza, preparazione, efficienza, solerzia  esperienza, ma è comprensibile che abbia lasciato quella che più che una poltrona possiamo definire “missione” di nome e di fatto, sia pure a malincuore, sia pure senza aver potuto dare prova della sua perizia,  per dedicarsi a più alto incarico, la direzione dell’Unità fondata da Antonio Gramsci e affondata definitivamente dalla dirigenza del Partito della Nazione.

Non voglio sembrarvi misoneista. Ho gustato gli scritti di Shon Rethel   sul   rapporto tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e in particolare quel suo divertissement sulla “filosofia del rotto”,   ispirata da quel singolare approccio dei napoletani ai congegni della tecnica moderna,   che anche lui definì   “arte di arrangiarsi” , e sono consapevole che non ha rilevanza scientifica paragonare un operaio di altoforno a un giornalista, per quanto io ritenga che il primo faccia più fatica, sia pagato meno  ma sicuramente ormai è più utile socialmente.

È che ormai a discettare di lavoro, a sentirsi moralmente incaricati di persuaderci della bontà di quel modello di nuova schiavitù al servizio dell’imperialismo finanziario e delle sue piramidi, sono soprattutto i nuovi, entusiastici  e creativi adepti dell’arte di arrangiarsi, o forse di quella di Michelasso, più toscani che partenopei, tutti aderenti alla cupoletta renziana, e tutti caratterizzati da una totale estraneità al mondo reale, quello fatto di abbandono della ricerca di occupazione, di cartelle di Equitalia, di difficoltà di arrivare a fine mese e anche alla metà, di presidi padroni, di straordinari non pagati e delocalizzazioni a tradimento, di cassa integrazione e di un’unica certezza, quella della fatica, della scelta inumana tra posto di lavoro e cancro, quella del ricatto e dell’intimidazione come nuova frontiera della negoziazione tra le parti, quella della sospensione dei diritti, della compressione salariale, del maggiore controllo delle imprese sui dipendenti, compreso l’uso delle telecamere, che non sono quelle dei talkshow.  Si vede che questa è la contemporanea “ filosofia del rotto”. Ed è proprio vero: ci hanno rotto e è ora di mandarli a lavorare.

 

 

 

 

 

 

 


Partito unico, sindacato unico, faccia tosta unica

Anna Lombroso per il Semplicissimus

Magari c’è chi si è stupito della sortita del caudillo di Rignano, di quel suo auspicio di un sindacato unico, non unitario, proprio unico, possibilmente la Cisl, con il quale “dialogare” nell’unico modo che conosce, facendosi dare sempre ragione, non come i matti, ma come i despoti piccoli e grandi. Io non mi sono meravigliata: abbiamo fatto ormai l’abitudine al travaso delle idee più mediocri, banali e corrive da uno scompartimento ferroviario, da un tavolino del bar sport, da una cena di un Lyons di provincia alla poltrona di premier conquistata senza merito e senza elezioni.

E c’è purtroppo da prenderlo sul serio: l’uomo non è nuovo alla demolizione dell’edificio democratico delle rappresentanze e dei corpi intermedi, quanto invece  è intento a costruire un sistema, suggerito in alto e altrove, che esalti valori aziendali e commerciali, quelli della fidelizzazione, dell’appartenenza,  del prezzo, del marketing, della competizione e della sopraffazione padronale, ambedue oggi condizionate da produzioni caratterizzate da un basso valore aggiunto e quindi attive solo sul fronte del costo del lavoro vicino a concorrere solo con i quello di altri “terzi mondi”.

È per quello che, oltre ogni  considerazione di buonsenso, i sindacati rappresentano per lui un’arena di “ostili”, benché ormai degenerati e interpretati come un ceto chiuso, detentore di privilegi e rendite di posizione, poco sensibile alle aspettative di lavoratori sempre più soli, poco avvertiti dei bisogni dei precari, che per loro stessa natura vivono una diaspora di interessi e una condizione di isolamento. Non a caso l’esternazione è datata proprio in concomitanza con il risveglio del mondo della scuola, che, sebbene critico con le organizzazioni sindacali, rischia di limare l’unanimismo plebiscitario a sostegno del bullo che non ha mai lavorato e della cricca del suo manager di riferimento, rievocando quel clima di conflittualità sociale caposaldo dell’aspirazione alla giustizia sociale, criminalizzato da   e sostituito dal “consociativismo”, dalla ripartizione di diritti, doveri e responsabilità in modo che sulla stessa barca, la facciano pendere  pericolosamente e sempre dalla parte dei destinati ad essere sommersi.

Eh si, non gli bastano gli attacchi ai contratti nazionali di lavoro, non gli basta il Jobs Act, non gli basta aver concluso il percorso che ha portato alla morte per mano degli infedeli di un partito che si riferiva all’idea di classe e alla vocazione di difendere i lavoratori dallo sfruttamento.

E non gli basta neppure aver seppellito per legge, garanzie e diritti, di aver definitivamente cancellato la possibilità di salire nella piramide sociale, di godere di sicurezze e beni materiali e immateriali, di poter decidere del proprio destino, inteso come la possibilità di accedere a istruzione, cultura, risorse, opportunità.  E non gli basta, a lui e agli imperialisti finanziari, l’attacco dei governi conservatori dagli anni ’70,  gli effetti della contrazione dei settori manifatturiero e minerario, tradizionali roccaforti, la perdita di iscritti. E nemmeno l’eccedenza della forza lavoro rispetto al suo impiego. E neppure il disimpegno sociale delle organizzazioni più strutturate, rispetto alle condizioni salariali, alla necessità di pensare ed agire globalmente di fronte a difesa dei “nuovi salariati” sia dei paesi in via di industrializzazione che in quelli “industrializzati”, degli immigrati, degli espulsi senza speranza, delle vittime del lavoro flessibili in società rigide.

Non gli basta perché deve compiere quel disegno  secondo il quale l’efficienza non deve riguardare più organizzazione del lavoro, ma quella del mercato, in modo che sia sempre più facile licenziare, sostituire, spostare de localizzare, togliendo di mezzo gli ostacoli, di legge, di civiltà, di rappresentanza,  di democrazia. il suo proposito è quello di imporre, magari per via di riforma – che l’Ue ce lo chiede, anche a nome di Mario Draghi: «la disoccupazione viene com­bat­tuta meglio dalla nego­zia­zione azien­dale che da quella nazio­nale» –   l’atomizzazione negoziale, la contrattazione dentro alle mura dell’impresa e condizionata dalla redditività, che se poi va male per i padroni, si può ricorrere a consultazioni farlocche e referendum truccati e viziati all’origine, come è ovvio che sia laddove vige l’egemonia del ricatto e dell’intimidazione. Nemmeno il fascismo che pretendeva di incaricarsi  di mantenere non solo l’ordine, ma anche la giustizia e la pace sociale tra le diverse classi, con le sue tre confederazioni e le sue 22 corporazioni era arrivato a tanto. E adesso  non ci resta che aspettare una Carta del Lavoro con un Poletti nelle vesti di moderno Bottai, che in nome della disciplina sociale, vieti lo sciopero e la serrata, “sbracciantizzi”, come si disse allora a proposito del lavoro agrario e manuale,  per far fuori quel che resta di leghe e sindacati, salvo quello, unico come il partito, designato per fare da cinghia di trasmissione col regime.

Non so  se i sindacati, arroccati in questi anni come sonnolenti pachidermi nelle loro sedi, negli uffici del terziario, nei palazzi del settore pubblico, sempre  più assediati da poteri economici e finanziari, sempre più criticati da ceti indifesi e offesi che rinfacciano loro la difesa dell’esistente, dei vecchi e consolidati diritti, ormai invece erosi, l’inadeguatezza a tutelare il lavoro, tutto e prima di tutto quello precario, alterno, autonomo, frantumato, delocalizzato, subappaltato, sapranno reagire, se basterà la coalizione sociale di Landini a smuovere il corpaccione semiaddormentato. Ma so che la difesa della rappresentanza è una battaglia di tutti, come la scuola, come il territorio, come il reddito di cittadinanza, come la democrazia.

 

 

 

 

 

 


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