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Cosmicomiche italiane

marzi  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginiamo che sia sceso dall’astronave  proprio qui il solito marziano, dal quale qualcuno, compreso un filosofo  più acchiappacitrulli che visionario, Zizek, si aspetta la salvezza dai mali commessi dagli umani.

Imponendogli la mascherina dovremmo raccontargli che forse arrivò dalla Cina, ma c’è anche chi pensa che a portarlo là sia stato un untore occidentale forse un italiano esponente di spicco dell’internazionalizzazione del sistema Italia, un virus influenzale della famiglia dei Covid. Che presto si diffuse, persuadendo le autorità sanitarie, istituzionali, centrali  e regionali, che si trattava di un ceppo particolarmente contagioso e particolarmente letale, a guardare al numero dei decessi nelle aree più popolose, industrializzate e inquinate del Paese.

Tanto che si stabilisce subito un rapporto causa effetto tra la qualità dell’aria e l’incidenza della patologia sull’apparato respiratorio.

Solo molto tempo dopo, e vallo a spiegare al marziano, si scoprirà che con tutta probabilità gli effetti letali sarebbero invece a carico di quello circolatorio, suscitando il sospetto che molti anziani già affetti da malattie a carico del cuore e della circolazione siano morti per terapie inappropriate, conseguenti tra l’altro alla interdizione per gli anatomopatologi di praticare autopsie sulle vittime, considerate superflue ma che invece avrebbero potuto chiarire le vere cause di morte.

Inizia da subito l’erogazione da parte delle autorità di cui sopra – che agiscono seguendo le indicazioni disomogenee, contraddittorie, confuse di una selezione di personalità scientifiche che da anni hanno consolidato relazioni  stabili con la politica anche in virtù di una certa indole alla spettacolarizzazione del loro sapere, mai colpito da dubbio – di informazioni e statistiche a dimostrazione che l’unica strada da intraprendere è la serrata del Paese. Anche perché, e questa da subito è l’unica certezza incontrovertibile, il sistema della sanità pubblica dopo anni di tagli, dopo la consegna ai privati del settore della cura e della ricerca, dimostra subito di non poter far fronte a una epidemia, come in realtà si evidenziava già – ma forse vi vergognereste di dirlo all’ometto  verde – a ogni influenza stagionale, che mieteva u gran numero di dipartite, incrementate da accertate infezioni ospedaliere.

Allo slogan “Andrà tutto bene”, che campeggia ovunque, si sostituisce subito # iorestoacasa, impegno indicato come il più responsabile a tutela della propria salute e di quella degli altri, e reso obbligatorio da una pioggia di provvedimenti limitativi della libertà personali, che aggirano il dettato costituzionale in presenza, viene affermato e confermato da alcuni costituzionalisti, di una emergenza che impone leggi eccezionali, in forma di Dpcm, insieme a poteri commissariali, svincolati dal controllo parlamentare. E infatti il loro rispetto è garantito dalle forze dell’ordine, dalle polizie municipali e dalla presenza occhiuta di militari incaricati di vigilare sulla loro applicazione comminando sanzioni elevate ai trasgressori e avvalendosi di delazioni e denunce anonime di cittadini coscienziosi.

Inizia così il lungo lockdown (non dite al marziano che ricorso a un anglicismo non nasce da una attitudine italiana alla solidale socialità che addirittura non prevede un termine appropriato nella lingua di Dante, ma nella inclinazione della comunicazione di chi sta in alto a rendere indecifrabile e quindi più potente le decisioni autoritarie).

Chiamiamolo dunque confinamento e consiste nel dividere gli italiani in due grandi categorie: quelli che possono salvarsi dal  contagio della pestilenza, imperscrutabile, misteriosa e minacciosa, della quale si continua a non sapere nulla e che viene quindi contrastata con l’uso di mascherine, guanti e  l’invito a lavarsi frequentemente le mani, come si dovrebbe peraltro fare sempre nel rispetto di normali criteri di igiene, stando a casa,   e quelli, declinati in forma di martiri e eroi nazionali, che devono prestarsi per spirito di servizio e doverosa abnegazione essendo addetti ad attività definite essenziali.

I servitori del popolo esposti al morbo sono i lavoratori di produzioni indispensabili (compresi gli F35), operai di grandi industrie, manutentori, dipendenti della grande distribuzione, e poi quelli dei trasporti, quelli delle consegne a domicilio, i magazzinieri delle multinazionali delle vendite online, riscattate dal bisogno immediato, i pony, le cassiere del supermercato, cui fino a ieri si guardava come a indolenti parassiti perché non volevano fare i turni alle feste comandate.

Non ne fanno parte i santoni della scienza che ispirano e guidano le scelte governative in modo da contenere le esuberanze di un popolo renitente e indisciplinato, da mettere in riga come un ragazzino riottoso, proprio come era stato necessario fare in occasione di crisi economiche che avevano richiesto l’adozione di criteri di austerità punitivi.

Ai martiri, anche a quelli che circolano nelle zone rosse, i datori di lavoro,  quelli di Bergamo is running,  quelli che si accordano con il Governo e i sindacati per bloccare gli scioperi e le proteste di operai che si chiedono come mai, se il morbo è così pericoloso, a loro non è data salvezza,  concedono dispositivi di tutela in applicazione unilaterale di un protocollo concordato con l’esecutivo e appoggiato dai sindacati che prevede in forma discrezionale e “volontaria” l’adozione di “strumentazione adeguata”, il distanziamento nei siti di uso collettivo, guanti e mascherine, queste ultime perlopiù a spese del dipendente.

Così, secondo un rapporto dell’Istat il 55,7% della forza-lavoro, escludendo chi ha operato in modalità smartworking,  è rimasta attiva durante il lockdown, spostandosi da casa per andare a lavoro: i livelli più alti si sono avuti a  Milano che registra il 67,1%,Lodi 73,1% e Crema 69,2%, che distano solo 24 km da Codogno, epicentro del virus.

E in prima linea, ovviamente,  c’è il personale sanitario,  celebrato e commemorato con un repertorio retorico epico anche grazie all’adozione di una narrazione e di un linguaggio bellico rievocativo dell’amor patrio e della opportunità di dotarsi d nuove leve di eroi nazionali, gli stessi fino a due mesi prima sottopagati, spinti a collocarsi nel privato, umiliati da salari poco dignitosi e caratterizzati da disuguaglianze gerarchiche.

Infatti la loro presenza virtuale si materializza via cavo, via etere e via intervista telefoniche, mentre è accertata la latitanza doverosa e avveduta da laboratori, reparti e corsie di ospedali. Quei luoghi dai quali ben presto si capisce che è meglio non frequentare insieme a case di riposo e ospizi, dichiarati focolai e dove sono stati conferiti da tempo e recentemente proprio i soggetti a rischio. Chi lamenta sintomi riconducibili al virus (e vaglielo a spiegare al visitatore interstellare) dopo qualche tentativo di relazionarsi coi numeri verdi, con i pronto soccorso, disorientato dai consigli telefonici dei medici di base e dalle contraddittorie informazioni sui sistemi diagnostici, tamponi si tamponi no, indagini sierologiche si o no, tachipirina raccomandata o sconsigliata, si arrende all’evidenza e si cura in casa nel timore di essere conferito nelle terapie intensive e sottoposto a trattamenti che in seguito si riveleranno inadatti se non controproducenti.

Per più di due mesi gli italiani vengono retrocessi a gregge:  impaurito dall’infezione e dalle sanzioni, assediato, criminalizzato se si sottrae alle leggi marziali, perseguitato  nella quotidianità con una manifestazione di potenza muscolare  che solitamente caratterizza la repressione dei crimini più vergognosi, chi segregato tra le mura domestiche, chi “in trincea”, separato comunque dai propri cari, isolato nella malattia e nella morte, perfino  privato dei conforti della religione.

Mentre intanto viene sospeso il diritto alla cura di patologie che non siano il Coronavirus, dell’istruzione somministrata in forma volontaria e dilettantistica,  dell’occupazione, quando si tratta di partite Iva, part time, precariato, artigianato e commercio, costretto a consumare i risparmi nell’attesa di un obolo statale, magari in forma id prestito da risarcire a banche alle quali il presidente del Consiglio chiede amore, in cambio della consegna dell’economia nelle loro mani criminali.

Ci sarebbe proprio da vergognarsi agli occhi del marziano per aver accettato tutto questo, sena mai mettere in discussione le imposizioni, gli obblighi, la repressione che di giorno in giorno sembrano essere sempre meno legittimi e giustificabili.

Ma più ancora è inspiegabile che nessuno si interroghi sul Dopo, che secondo la paccottiglia ideale sciorinata da una informazione che ha definitivamente tradito il suo mandato, non dovrà essere come il Prima. Quando governo e i corpi separati istituiti per l’occasione, non hanno pensato a nessun programma che non disegni un futuro di stenti, privazioni, rinunce sotto forma di costi da pagare perfino per rimettere in sesto una sanità che negli anni è stata il terreno di scorrerei dei predoni, sotto forma di carità pelosa da risarcire, sotto forma di espedienti per sopravvivere quando interi settori sono destinati a scomparire, dal turismo e il suo indotto, compresi quei B&B che avevano costituito un sommerso promosso anche nelle sue forme più opache, la ristorazione, il commercio al dettaglio, il settore pubblico quando non ci saranno più le risorse per pagare gli stipendi.

Sappiamo già che  marzo la produzione industriale è diminuita del 29,3%, mentre 270mila negozi (stima prudenziale della Confcommercio) sono destinati alla chiusura: sono le cifre di un fallimento che va di pari passo con il flop della comunicazione apocalittica che ha legittimato il confinamento se da noi il numero dei contagiati ufficiali è allo 0,36%, in Germania (con il lockdown “addolcito”  e in  Svezia dove non è stato messo in atto è allo 0,26%.

Il marziano – ma nemmeno il governo e le sue task force quando parlano di ricostruzione – ha certamente letto un volumetto di Keynes che aveva partecipato alla Conferenza di Pace di Versailles e che si intitola “Le conseguenze economiche della pace”, con il quale metteva in guardia dagli effetti punitivi di quella che definiva una “pace cartaginese”, ricordando le  condizioni eccessivamente rigide imposte da Roma a Cartagine  al termine della  seconda guerra punica col proposito di  accentuare e perpetuare l’inferiorità del perdente.

È che dopo la guerra al virus gli sconfitti siamo noi, beneficati dal Piano Marshall dell’Ue che ci condanna con il Mes a un stato di consolidata soggezione, con la prospettiva della definitiva perdita di sovranità in favore della prepotenza egemonica del sistema bancario, con la prospettiva di un’occupazione sempre più dequalificata, quella dei “cantieri”, dei lavoretti alla spina, i part time e il cottimo al Pc, suffragato anche in via parlamentare da una proposta presentata non a caso da esponenti del Pd del Jobs Act  tra i quali Martina, Orlando, Serracchiani, per ridurre l’orario di lavoro riducendo proporzionalmente il salario, lo stesso fronte che si fa interprete dei bisogni di Fca che chiede aiuti sotto forma di garanzia al Paese che ha tradito dopo averlo dissanguato, lo stesso che in nome della militanza antirazzista pensa di riscattare i lavoratori resi schiavi della sue riforme, riducendo in servitù legale gli invisibili temporaneamente  “regolarizzati”.

E’ a questo punto che lo vedrete darsela a gambe, il marziano: ha capito che sono meglio le guerre stellari.


Calenda? ha fatto il militare a Cuneo

toto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso, signora mia! direbbe il compianto Arbasino, nel vedere che dagli appelli degli intellettuali dalla A di Asor Rosa alla Z di Bauman con in calce, siamo precipitati giù, alla lettera aperta di una rosa di superbi sfrontati, da Calenda (che rivendica il ruolo di ispiratore) a Brugnaro, da Toti a Gori.

E par di sentirli, proprio come Totò e Peppino, mentre si rivolgono  a quella Malafemmina della Germania: Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi…., per raccomandarle  di prendere la «decisioni giuste», senza andare al seguito dei «piccoli egoismi nazionali», emersi a sorpresa con l’emergenza sanitaria.

Il Sole 24 Ore che si fa proprio pescare all’amo come il pesce boccalone, è talmente entusiasta dell’iniziativa, che lascia correre sul fatto che i firmatari invece di acquistare uno spazio in casa confindustriale, si siano addirittura tassati per comprare una pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung, per la  pubblicazione della fiera e dolente invocazione.

È proprio una supplica la loro,  e viene definita spericolatamente “bipartisan”, come se ci fossero delle differenze di fronti tra Toti e Bonaccini, tra Brugnaro e Sala, come se Bonaccini non fosse a pieno titolo nel terzetto di punta che pretende l’autonomia supplementare in materia sanitaria proprio come uno Zaia o un Fontana qualunque perfino adesso, o tra i propugnatori delle Triv e delle Tav, come se  i sindaci in calce non fossero primi cittadini del cemento, autori delle più proterve operazioni di “gentrificazione” tramite l’espulsione dei residenti dalle città per favorire le speculazioni dei predoni immobiliari.

Eppure con una improntitudine insolente il promotore, da ricordare più per le sue candide e infantili interpretazioni televisive, che per le performance manageriali, tutte segnate da proverbiali flop, o per quelle di ministro, firmatario già allora, ma di infami patti stipulati con aziende criminali, insieme all’augusta accolita di marpioni, sigla l’ennesima pretesa di innocenza per il passato e il presente, in qualità di crociati per un’Europa equa e solidale, che a loro quelli di Ventotene gli spicciano casa, rammentando ai tedeschi e agli olandesi,  accusati di boicottare i cosiddetti «coronabond», come dovrebbero comportarsi “i grandi Paesi in occasione di una emergenza”.

Così grazie a un veloce ripasso su Wikipedia (non sono più i tempi del Bignami), alla voce Ue,  hanno fatto una scoperta eccezionali: partner favoriti, come l’Olanda – “un esempio di mancanza di etica e solidarietà”, e la Germania, che pure  anche grazie all’Italia ha potuto evitare il default con il dimezzamento dei debiti di guerra, starebbero  “sottraendo da anni risorse fiscali a tutti i Paesi europei….e a farne le spese sono i nostri sistemi di welfare e dunque i nostri cittadini più deboli, quelli che oggi sono più colpiti dalla crisi”, costringendo gli Stati membri alla rinuncia “a costruire istituzioni forti e politiche sociali e di sicurezza comuni

E dire che qualcuno ha pensato che l’epidemia avrebbe lasciato solo macerie, miseria, indigenza e costi economici e morali, dopo il passaggio dei suoi cavalieri dell’apocalisse, che sarebbe servita ai soliti noti, speculatori, accaparratori e borsaneristi, quelli insomma che dichiarano guerra per poi profittare dei benefits della ricostruzione. Macché ecco qua che come un’araba fenice risorge un’utopia europea che potrebbe appagare l’aspirazione ideale di far convergere in un’unica entità etica e organizzativa, equa e solidale come il cacao, le diverse sovranità statali, alla pari.

A essere maliziosi ci sarebbe da sospettare che sia solo per la sua proverbiale mancanza del più elementare bon ton che in calce all’appello, dietro il quale si intuisce l’immancabile fantasma della Bonino, non ci sia anche la firma di Salvini, a conferma che perfino il sovranismo più bieco e il populismo più ignorante possono essere sdoganati quando arriva l’ora di dare una mano al sistema bancario, alle imprese che si fregano le mani, dopo essersele lavate, in attesa di spartirsi la beneficenza compassionevole dello Stato, alla finanza post creativa che si accinge a nuove bolle, nuovi fondi,  a cominciare da quelli sanitari promossi perlopiù dalle aziende multinazionali che così sfruttano due volte i dipendenti in qualità di lavoratori e di assicurati.

Ci sta bene un po’ di linguaggio bellico per questi signorini della guerra mossa contro di noi, dei molti in trincea obbligata e oggetto di leggi marziali in caso di diserzione o sciopero, che anche così sperano di essere promossi da attendenti a colonnelli sotto la guida del generale della Provvidenza, indicato da tutta la politica italiana, dal Pd alla Lega agli esponenti della critica keynesiana, incantati dalle oscene baggianate esibite per accreditare il suo nuovo corso rooseveltiano.

Il new deal della ricostruzione (è stato nientepopodimeno che Franco Bernabè  a galvanizzarci promettendo che «il virus darà l’opportunità di fare l’Europa» invocando una nuova Bretton-Woods europea) che annovera ovviamente il lancio di “helicopter money”, senza dire che poi le banconote del loro Monopoli le dovremo restituire insieme al conto del carburante, del pilota, del noleggio dell’elicottero, inevitabilmente prevede lo Stato debba assorbire le perdite del settore privato – cancellandone i debiti – nei suoi bilanci, e incrementando il debito pubblico, mentre restano vigenti, o, bontà loro, temporaneamente sospesi, i vincoli dei trattati.

Come i prestigiatori delle fiere di paese credono di imbonirci con le gabole delle tre carte, con l’illusionismo dell’elargizione pelosa dell’aiuto condizionato, erogato eccezionalmente e subordinato a una restituzione maggiorata, pretesa con altri colpi di accetta alle garanzie e alle prerogative dei lavoratori, con altri tagli alle risorse disponibili per la spesa pubblica e le politiche sociali, con altri e più pesanti ricatti alla forza lavoro, sempre più intimorita e precaria per permettere l’ormai consolidata pratica del racket comunitario: la privatizzazione dei profitti a fronte della socializzazione delle perdite.

Alla stregua dei cravattari ci concedono generosamente il prestito.

Ma poi, sotto minaccia, lo dovremo restituire tutto. E con gli interessi della moneta in corso nell’impero, i soldi certo, ma anche i talleri della cessione definitiva dei poteri e della democrazia, della cancellazione dello stato sociale e di diritto, per garantire la salvezza dei rentiers, dei gamblers della finanza, dei croupier della roulette, delle banche assassine,  e la sommersione di chi non era ancora annegato e merita un salvagente già sgonfio.

Altro che helycopter money, sappiamo noi cosa e chi dovrebbe essere scaraventato giù. E, per favore, senza restituirli.


Illusioni di seconda mano

im verAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un giovane animale metropolitano torna a New York con la sua garrula e ambiziosa fidanzatina conosciuta nel remoto college dove ha deciso di relegarsi, alla quale vuol regalare le emozioni che ha trasmesso, come una pedagogia emozionale, la città a un giovane Holden più di sessant’anni dopo: la pioggia insistente e insinuante, quei bar intimi e bene illuminati, come li definiva Hemingway, la colonna sonora  che già accompagnava gli ultimi fuochi e le feste dove splendevano le fanciulle gardenia, l’incanto di luoghi segreti da rivelare perché diventino il palcoscenico di incontri e l’epifania di sorprendenti affinità.

Capiamo appena lo conosciamo che  Gatsby, così si chiama il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, è un indigeno degli attici di Manhattan, una seconda generazione di rampolli cresciuta nel delfinario dei privilegiati o meglio nell’acquario di Wall Street dove si divorano i padri. Ma pare essere poco affetto dalle patologie professionali e ereditarie: avidità, dissipata smania di accumulazione,  indole allo sfruttamento e alla speculazione spregiudicata ed anche da quella assillante bramosia di riscatto che segna chi ha compiuto con successo una ardua scalata sociale. E questo grazie ad una madre che ha convertito la sua origine e il suo trascorso di professionista del mestiere più antico del mondo, in un potente e gentile affrancamento sociale e culturale.

Insomma deve a lei quella educazione che lo ha portato a conseguire il risultato promesso da Keynes, quando si augurava che progresso tecnico andasse ormai tanto avanti da permettere agli uomini di  procurarsi tutti i beni necessari alla sopravvivenza e al loro comfort, persuadendo i ricchi della bontà del dismettere le loro smanie dissipate e feroci per dedicarsi tutti al dolce riposo, alle cose più belle e serie, come l’amore e la cultura, a quelle cioè che definì le delizie della vita, meritandosi così la definizione data di lui da un  famoso economista più disincantato e tanghero:  “Keynes è uno che piscia profumo”.

Oggi la radiosa visione di Keynes sembra sempre più improbabile, le delizie della vita si sono ridimensionate per i ricchi, che preferiscono beni rifugio, paradisi fiscali, la conta dei profitti che derivano dal gioco d’azzardo finanziario e la traduzione di  cultura e bellezza in spese detraibili. E ai poveri sempre più poveri è proibito ormai anche l’investimento virtuale in desideri e aspirazioni, occupati a scendere e salire le scalette delle loro gabbie per topolini, alle prese con mutui, scadenze, tasse, bollette, prestiti, grazie all’imposizione   ormai evidente di una restrizione dell’immaginario oltre che dei bisogni censurati da quando è invalsa l’ideologia del rigore che vorrebbe farci rimpiangere e soprattutto pentire non solo di quello che abbiamo avuto, sempre troppo, pare, ma anche quello di che abbiamo sconsideratamente vagheggiato.

E infatti in questi giorni abbiamo assistito all’ostensione delle pretese al minimo sindacale dei diritti della “comunicazione” redatte dalla scrematura generazionale di una cerchia che non si arrende ad essere diventata classe disagiata, nella veste di giovani ambiziosi e arrivisti che limitano i loro propositi e i loro obiettivi collocandoli nell’ immaginario del “fare cose” divertenti, creative, artistiche, social come Facebook,  dove la libertà si esprime nello svolgere quei lavori che vengono definiti “alla spina”, dove gestisci il tuo tempo da precario, scrivendo a comando sulla bontà del progresso e della tecnologia che buca e trivella, scegliendo in autonomia l’orario di consegna dei cartoni di Foodora, immaginando che la precarietà sia una forma di libertà proprio come il cottimo e il volontariato all’Expo.

Si vede che nessuno vuole arrendersi alla realtà accertata che nella pancia risieda il secondo cervello:  così se è piena permette di immaginare e volere, perfino pretendere, benessere, allegria, amore, affermazione di sé, conoscenza, viaggi, scoperte. Se è vuota,  non ci concede che cupa malinconia, orizzonti angusti che non permettono di guardare oltre rissose periferie, dove i poveri si meritano brutture aggiuntive, sotto forma di brutte case, avvilenti servizi, conferimento di rifiuti anche umani, quelle vite nude imposte ai sans dents e dalla  sono esentati quelli con le pance piene, che li incrociano occasionalmente in tute da lavoro, grembiuli, camici da inservienti.

Eppure  da giorni ci tocca, come se non bastasse, la manomissione del pensiero di una intelligenza illuminata, ad opera dei soliti lettori e interpreti dei risvolti di copertina  o di wikiquote, per contrapporre le passioni festose e felici della bella gioventù benedetta dalle istituzioni, dai partiti e dai movimenti invidiosi e desiderosi di emulare il talento non nuovo di mobilita adunate non sediziose come vogliono decennali misure di rodine pubblico, alle “passioni tristi” del popolaccio affidatosi al populismo, consegnato alle maniere e al linguaggio becero degli arruffa- plebe, contaminato  dai batteri del razzismo, autorizzato come è noto solo in chi si è scelto l’incarico di promuovere la emarginazione dei brutti sporchi e cattivi. Che è obbligatorio condannare  all’anatema del politicamente corretto che colpisce chi non dimostra le qualità per emergere, per affiorare dal fango della maleducazione e della miseria, chi non è perciò all’altezza di far parte del consorzio civile.

E dire che basterebbe scorrere il Bignami dell’Etica di Spinoza. Basterebbe quello per essere informati che il filosofo annovera tra le “passioni tristi” la speranza, che  può produrre l’ effetto iniquo di ottenebrare la ragione, di nutrire anime e menti del gas dell’illusione e delle chimere, di spegnere la collera e perfino l’odio anche quando l’odio è giusto, contro i sopraffattori, quando vuole contrastare l’accidia degli indifferenti. Come d’altra parte sosteneva qualcuno – è la frase che circola con più successo sui social –   che dopo essere stato condannato da un tribunale fascista, è stato condannato una seconda volta dall’Europarlamento e minaccia di esserlo una terza volta dai giudici dell’ideologia del politicamente corretto che vuole annegare consapevolezza di sé, libertà e autodeterminazione nel giulebbe, comminando sanzioni e pene a chi rivendica di odiare l’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna, la repressione, armi che con l’elargizione di mancette e miraggi, sono di proprietà  esclusiva dell’esercito dei padroni e dei loro soldatini di stagno.


El portava i scarp del tennis

Fila Foot Locker Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vuoi vedere che rimpiangeremo quell’Arcadia consumistica, con la gente in fila per l’iPhone di ultima generazione o il mocassino del ciabattino mediceo,  in qualità di status symbol irrinunciabile per classi incatenate al desiderio di un’esistenza che non possono permettersi, tanto che certi bisogni che contribuivano all’autorealizzazione prendevano il sopravvento su quelli primari, libertà e dignità comprese?

C’è da temerlo, a guardare una notizia di questi giorni. A Milano, tutti in coda da Footlocker in corso Buenos Aires per le scarpe da tennis a edizione limitata Videp, in fila dalle tre di notte, per aggiudicarsi   le Yezzy boost 350 V2 black in edizione limitata a 220 euro al paio.

Si, 220 euro, per delle scarpe da tennis, ma nel negozio, perché il prezzo si moltiplicava a pochi metri di distanza, dove il dehors di un bar ancora chiuso era diventato un suk o meglio un’asta, e il desiderato prodotto era oggetto di contrattazione e negoziazioni serrate, tra chi si era  sobbarcato la fatica del risveglio antelucano e rilanciava e gli indolenti postulanti pronti a pagare fino a 400 euro.

Chissà che soddisfazione per i genitori dei dinamici giovinetti che già mostrano una precoce imprenditorialità e un così lodevole spirito di iniziativa. E chissà che rassicurate saranno le loro mamme apprensive, che hanno scucito i 220 euro: meglio che stiano svegli a far la fila per le scarpe e per poi rivenderle, invece di picchettare la Tav, occupare le scuole, farsi le canne. Chissà che orgoglio e che sollievo i nonni che potrebbero un domani sottrarsi al doveroso contributo per i loro studi e i loro fondi pensione, se gli imberbi maneggioni esprimono così l’ambizione di dominio e conquista delle fonti della loro soddisfazione, quella volontà di potenza  secondo Nietzsche, invece di stare sul divano con la playstation a aspettare l’accesso al reddito di cittadinanza.

E chissà che ammirazione riservano il sindaco di Gabicce e il suo mai dimenticato segretario a una generazione che mette a frutto le lezioni della Leopolda e le applica sotto forma di ingenua e primitiva speculazione appena un po’ più sofisticata del baratto, certo più ingegnosa della svendita dei libri ancora da usare e degli album di francobolli ereditati al nonno, fino a qualche tempo fa deplorate come cattive abitudini da condannare con severità. Per non dire dell’apprezzamento dei signori in paletot di cammello a corso Vittorio Emanuele, quelli che quando passa un altro genere di corteo anche se in fila ordinata urlano andè a lavura’.

Non si capisce se, come e quando andranno a lavurà’ i pusher di scarpe da tennis: è probabile che col loro istinto manageriale si aggiungano a un’altra fila, quella dei lavori che in America sono stati chiamati alla spina come la birra e la coca light, quelli che fai per un po’, raccatti qualche soldo, poi cambi, nella illusione che così stai esprimendo e tutelando la tua libertà, con l’abbaglio di non avere padroni sopra di te, perché sei tu che decidi di fare 10 o 50 o 100 consegne di pizza a domicilio, proprio come un cottimista. E con la allucinazione indotta di avere fatto progressi passando dalla catena di montaggio o dal passare carte al ministero  alla desiderabile economia dei lavoretti, utilizzati per il solo tempo strettamente necessario a fornire il servizio al di fuori di un qualsiasi rapporto di lavoro stabile. Perlopiù “governati” da piattaforme come Amazon Mechanical Turk (MTurk)  un servizio internet di crowdsourcing,   che permette ai programmatori di coordinare l’uso di intelligenze umane per eseguire compiti che i computer, a oggi, non sono ancora in grado di fare, impiegando  una forza lavoro  ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette. Dando l’impressione, falsa, che non essere inseriti in una relazione stabile, insieme alla possibilità di guadagnare soldi al pc  nel tempo libero e quando si vuole come fosse un gioco, sia un vantaggio e regali autonomia e quattrini facili, per giunta in nero.

E se per qualcuno di tratta di lavori aggiuntivi per arrivare a fine mese, pagarsi le vacanze, per altri si sta trasformando nell’unica fonte di reddito che per far raggiungere un livello remunerativo appena soddisfacente, costringe a delle corvè, crea una concorrenza spietata   perché il Turco vuole sempre nuove idee e sempre maggiore impegno come è naturale in quello che si delinea ormai come un taylorismo digitale, spesso accora più alienante, perché si svolge in casa, in solitudine e senza che si creino relazioni tra sfruttati in competizione, che non si organizzano e non si difendono.

I più fortunati, i più protetti all’origine, che possono contare su famiglie e amicizie utili potranno accedere a quelle occupazioni magistralmente censite in un libro di David Graeber, che in italiano ha conservato il titolo originale forse per un pudore della casa editrice, una di quelle che credono che il fascismo sia solo negli scaffali di qualche concorrente dichiaratamente nero: Bull Shit Jobs, quelle professioni  nelle quali il lavoro anziché finalizzato alla produzione, è fine a sé stesso, che danno da vivere – infelici – a quelli che le svolgono e costituiscono il fondamento del capitalismo globale; consulenti per le risorse umane, coordinatori di azioni di comunicazione, ricercatori del settore delle Pr, strateghi finanziari, legali interni alle aziende, gestori della conformità normativa (sic), perfezionatori di dati.

Non occorreva Nostradamus e nemmeno Keynes per profetizzare che gran parte dei lavori produttivi, sarebbero stati in gran parte sostituiti dall’automazione e che si sarebbero moltiplicate le libere professioni, le mansioni dirigenziali, quelle d’ufficio, di vendita e di servizio, quelle amministrative e di assistenza tecnica e scientifica.

E non è certo un caso che invece di dare l’opportunità di lavorare meno e tutti, dedicandosi a vocazioni, talenti, affetti, progetti creativi e hobby, il capitalismo ci obblighi per la sua sopravvivenza alla fatica, meglio se frustrante, come cavie che si arrampicano sulle scalette delle loro gabbie per contrastare l’allarmante eventualità che abbiamo tempo e sufficiente denaro per essere felici, liberi, appagati, peggio che mai, intenti a concentrarsi sullo studio e sulla conoscenza, senza sentirci moralmente deplorati da fantasmi protestanti, cattolici, giansenisti, puritani, metodisti,  pure socialisti  e comunisti che si sono prodigati per celebrare il lavoro motore di riscatto, anche quando è servile. Perfino adesso che lo status sociale non è più la capacità di “fare le cose”, ma la possibilità di comprarle (IPhone o scarpe da tennis) tanto che se una volta i produttori  di ricchezza erano i lavoratori, oggi si chiamano così gli Elkann.

Così mentre si attribuiva nuovo valore al lavoro, perché non c’è, perché è mobile, perché è insoddisfacente, perché è poco remunerato o troppo immeritatamente superpagato, perché è un terreno di guerra dove vengono fatti muovere eserciti gli uni contro gli altri, sempre meno se ne riservava alla studio, alla conoscenza, alla  scuola,  dove pare si debbano solo “assaggiare i saperi”, muoversi in “un’orizzontalità estesa a competenze, suggestioni provenienti dal mondo concreto della produzione e della preparazione tecnico- pratici”, “valorizzare il concreto farsi delle competenze”, in attesa che la fatica venga sostituita da robot non sempre più obbedienti degli umani, come non fosse evidente che saranno sempre gli stessi pochi a godersi i profitti  dell’automatizzazione, mentre i tanti pagheranno tutti i prezzi compresi quelli della devastazione ambientale.

Una volta ci pareva che per cambiare le cose dovessimo metterci dalla parte del torto, mai come adesso bisognerebbe riprendersi la ragione, altrimenti dove andranno quei ragazzini con le loro scarpe da tennis, come finiremo?


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