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El portava i scarp del tennis

Fila Foot Locker Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vuoi vedere che rimpiangeremo quell’Arcadia consumistica, con la gente in fila per l’iPhone di ultima generazione o il mocassino del ciabattino mediceo,  in qualità di status symbol irrinunciabile per classi incatenate al desiderio di un’esistenza che non possono permettersi, tanto che certi bisogni che contribuivano all’autorealizzazione prendevano il sopravvento su quelli primari, libertà e dignità comprese?

C’è da temerlo, a guardare una notizia di questi giorni. A Milano, tutti in coda da Footlocker in corso Buenos Aires per le scarpe da tennis a edizione limitata Videp, in fila dalle tre di notte, per aggiudicarsi   le Yezzy boost 350 V2 black in edizione limitata a 220 euro al paio.

Si, 220 euro, per delle scarpe da tennis, ma nel negozio, perché il prezzo si moltiplicava a pochi metri di distanza, dove il dehors di un bar ancora chiuso era diventato un suk o meglio un’asta, e il desiderato prodotto era oggetto di contrattazione e negoziazioni serrate, tra chi si era  sobbarcato la fatica del risveglio antelucano e rilanciava e gli indolenti postulanti pronti a pagare fino a 400 euro.

Chissà che soddisfazione per i genitori dei dinamici giovinetti che già mostrano una precoce imprenditorialità e un così lodevole spirito di iniziativa. E chissà che rassicurate saranno le loro mamme apprensive, che hanno scucito i 220 euro: meglio che stiano svegli a far la fila per le scarpe e per poi rivenderle, invece di picchettare la Tav, occupare le scuole, farsi le canne. Chissà che orgoglio e che sollievo i nonni che potrebbero un domani sottrarsi al doveroso contributo per i loro studi e i loro fondi pensione, se gli imberbi maneggioni esprimono così l’ambizione di dominio e conquista delle fonti della loro soddisfazione, quella volontà di potenza  secondo Nietzsche, invece di stare sul divano con la playstation a aspettare l’accesso al reddito di cittadinanza.

E chissà che ammirazione riservano il sindaco di Gabicce e il suo mai dimenticato segretario a una generazione che mette a frutto le lezioni della Leopolda e le applica sotto forma di ingenua e primitiva speculazione appena un po’ più sofisticata del baratto, certo più ingegnosa della svendita dei libri ancora da usare e degli album di francobolli ereditati al nonno, fino a qualche tempo fa deplorate come cattive abitudini da condannare con severità. Per non dire dell’apprezzamento dei signori in paletot di cammello a corso Vittorio Emanuele, quelli che quando passa un altro genere di corteo anche se in fila ordinata urlano andè a lavura’.

Non si capisce se, come e quando andranno a lavurà’ i pusher di scarpe da tennis: è probabile che col loro istinto manageriale si aggiungano a un’altra fila, quella dei lavori che in America sono stati chiamati alla spina come la birra e la coca light, quelli che fai per un po’, raccatti qualche soldo, poi cambi, nella illusione che così stai esprimendo e tutelando la tua libertà, con l’abbaglio di non avere padroni sopra di te, perché sei tu che decidi di fare 10 o 50 o 100 consegne di pizza a domicilio, proprio come un cottimista. E con la allucinazione indotta di avere fatto progressi passando dalla catena di montaggio o dal passare carte al ministero  alla desiderabile economia dei lavoretti, utilizzati per il solo tempo strettamente necessario a fornire il servizio al di fuori di un qualsiasi rapporto di lavoro stabile. Perlopiù “governati” da piattaforme come Amazon Mechanical Turk (MTurk)  un servizio internet di crowdsourcing,   che permette ai programmatori di coordinare l’uso di intelligenze umane per eseguire compiti che i computer, a oggi, non sono ancora in grado di fare, impiegando  una forza lavoro  ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette. Dando l’impressione, falsa, che non essere inseriti in una relazione stabile, insieme alla possibilità di guadagnare soldi al pc  nel tempo libero e quando si vuole come fosse un gioco, sia un vantaggio e regali autonomia e quattrini facili, per giunta in nero.

E se per qualcuno di tratta di lavori aggiuntivi per arrivare a fine mese, pagarsi le vacanze, per altri si sta trasformando nell’unica fonte di reddito che per far raggiungere un livello remunerativo appena soddisfacente, costringe a delle corvè, crea una concorrenza spietata   perché il Turco vuole sempre nuove idee e sempre maggiore impegno come è naturale in quello che si delinea ormai come un taylorismo digitale, spesso accora più alienante, perché si svolge in casa, in solitudine e senza che si creino relazioni tra sfruttati in competizione, che non si organizzano e non si difendono.

I più fortunati, i più protetti all’origine, che possono contare su famiglie e amicizie utili potranno accedere a quelle occupazioni magistralmente censite in un libro di David Graeber, che in italiano ha conservato il titolo originale forse per un pudore della casa editrice, una di quelle che credono che il fascismo sia solo negli scaffali di qualche concorrente dichiaratamente nero: Bull Shit Jobs, quelle professioni  nelle quali il lavoro anziché finalizzato alla produzione, è fine a sé stesso, che danno da vivere – infelici – a quelli che le svolgono e costituiscono il fondamento del capitalismo globale; consulenti per le risorse umane, coordinatori di azioni di comunicazione, ricercatori del settore delle Pr, strateghi finanziari, legali interni alle aziende, gestori della conformità normativa (sic), perfezionatori di dati.

Non occorreva Nostradamus e nemmeno Keynes per profetizzare che gran parte dei lavori produttivi, sarebbero stati in gran parte sostituiti dall’automazione e che si sarebbero moltiplicate le libere professioni, le mansioni dirigenziali, quelle d’ufficio, di vendita e di servizio, quelle amministrative e di assistenza tecnica e scientifica.

E non è certo un caso che invece di dare l’opportunità di lavorare meno e tutti, dedicandosi a vocazioni, talenti, affetti, progetti creativi e hobby, il capitalismo ci obblighi per la sua sopravvivenza alla fatica, meglio se frustrante, come cavie che si arrampicano sulle scalette delle loro gabbie per contrastare l’allarmante eventualità che abbiamo tempo e sufficiente denaro per essere felici, liberi, appagati, peggio che mai, intenti a concentrarsi sullo studio e sulla conoscenza, senza sentirci moralmente deplorati da fantasmi protestanti, cattolici, giansenisti, puritani, metodisti,  pure socialisti  e comunisti che si sono prodigati per celebrare il lavoro motore di riscatto, anche quando è servile. Perfino adesso che lo status sociale non è più la capacità di “fare le cose”, ma la possibilità di comprarle (IPhone o scarpe da tennis) tanto che se una volta i produttori  di ricchezza erano i lavoratori, oggi si chiamano così gli Elkann.

Così mentre si attribuiva nuovo valore al lavoro, perché non c’è, perché è mobile, perché è insoddisfacente, perché è poco remunerato o troppo immeritatamente superpagato, perché è un terreno di guerra dove vengono fatti muovere eserciti gli uni contro gli altri, sempre meno se ne riservava alla studio, alla conoscenza, alla  scuola,  dove pare si debbano solo “assaggiare i saperi”, muoversi in “un’orizzontalità estesa a competenze, suggestioni provenienti dal mondo concreto della produzione e della preparazione tecnico- pratici”, “valorizzare il concreto farsi delle competenze”, in attesa che la fatica venga sostituita da robot non sempre più obbedienti degli umani, come non fosse evidente che saranno sempre gli stessi pochi a godersi i profitti  dell’automatizzazione, mentre i tanti pagheranno tutti i prezzi compresi quelli della devastazione ambientale.

Una volta ci pareva che per cambiare le cose dovessimo metterci dalla parte del torto, mai come adesso bisognerebbe riprendersi la ragione, altrimenti dove andranno quei ragazzini con le loro scarpe da tennis, come finiremo?

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One response to “El portava i scarp del tennis

  • El portava i scarp del tennis | infosannio

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