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Bruciando California

(Photo by Justin Sullivan/Getty Images)I giganteschi incendi della California, i mille morti che presumibilmente entreranno nel calcolo finale, i 100 miliardi di danni che probabilmente raddoppieranno e che dovranno essere coperti dai soldi pubblici per non far fallire le assicurazioni, sono per così dire un’anticipazione del futuro perché riflettono le conseguenze dei cambiamenti climatici non nel poverissimo Sahel, di cui a nessuno frega un cavolo in realtà, ma in una delle zone più ricche del pianeta e per giunta lungamente simbolo di fortuna e ricchezza. Mi limiterò ad accumulare alcuni dati perché ognuno possa farsi un’idea della realtà.

Dall’inizio del secolo la California è andata incontro a un declino della piovosità e inaridimento del clima che nell’ultimo decennio ha assunto livelli allarmanti anche a prescindere dall’aumento degli emungimenti dovuti sia all’agricoltura che ai consumi privati, particolarmente alti in un’area ricca dove se non hai almeno una piscina non sei proprio nessuno. Nelle cronache del mainstream questa situazione viene chiamata siccità come a suggerire l’idea che si tratti comunque di una condizione assolutamente temporanea ed episodica  destinata ad esaurirsi nel volgere di qualche stagione: un breve sguardo al Web ci fa vedere che il desiderio di esorcizzare la possibilità di una condizione permanente o ancor peggio in costante peggioramento, è tale che ad ogni mese particolarmente piovoso dovuto proprio alla estremizzazione del clima creato da riscaldamento globale, viene annunciata la fine definitiva della siccità. L’ atteggiamento emotivo ed intellettuale è il medesimo che viene adottato quando si parla del superamento della crisi. E’ inutile sottolineare che questa situazione era stata non  soltanto prevista dalla climatologia, ma anche analizzata  e anzi analizzata sulla base della realtà: è del 2006 uno studio dell’università dell’Arizona che mostrava l’aumento esponenziale degli incendi forestali e  l’allungamento del periodo in cui essi si verificano ( 22% in più in California e per la cronaca secondo studi successivi, circa il 18% in Italia

In realtà l’innaturale espansione degli incendi di queste settimane così come di quelli precedenti è dovuto essenzialmente al fatto che in un decennio di precipitazioni insufficienti, centinaia di milioni di alberi sono morti e si incendiano come un cerino accelerando l’avanzata delle fiamme in maniera tale che è difficile contenerle. Forse sarebbe stato meglio tagliarli o espiantarli, anche se questa operazione è costosa, ma qui ci si scontra con un’altra realtà: il settanta per cento del patrimonio boschivo della California se si escludono i parchi nazionali o statali, è in mano a privati che ovviamente cercano di evitare in ogni modo le spese derivanti dalla proprietà o che, se commerciano in legno, spendono piuttosto per tagliare alberi vivi: il cosiddetto legno morto ha pochissimo valore di mercato, non è affatto conveniente impiegare taglialegna e camion per farne poi al massimo legna da ardere: si preferisce che la cosa accada in loco. Non  ci deve stupire effetti una delle conseguenze della visione neoliberista è quello di attribuire alla natura un valore esclusivamente monetario in vista del suo sfruttamento vuoi alimentare, vuoi turistico, vuoi industriale per cui le condizioni che alimentano da molti giorni il gigantesco incendio vanno trovate, come si diceva una volte, a monte. Che nel caso specifico non è soltanto una metafora.

Ci troviamo insomma di fronte a una sinergia nella quale convergono sia il riscaldamento inarrestabile del clima dovuto essenzialmente a fattori macroeconomici impossibili da arrestare e nemmeno da mitigare, che a fattori collegati alla microeconomia. In questo non ci sarebbe alcun fatto realmente nuovo, se non l’evidenza che questi disastri non solo soltanto appannaggio di aree povere e desolate, ma colpisce anche dove sembra di essere al sicuro. Qualcuno forse potrebbe scoprire che non esistono arche nelle quali rifugiarsi, che non si può impunemente trasferire in altri continenti l’inquinamento, che non è sicura nemmeno Malibù con le sue decine di agenzie di sicurezza.


Indonesia, il grande falò del moderno

imagesAltro che Volkswagen: da tre settimane il pianeta ha un’intera Germania in più, nel senso che i gas serra sviluppatisi negli immensi incendi in atto in Indonesia corrispondono a quelle prodotti da tutta l’economia tedesca in un anno, senza parlare di un numero di morti imprecisato, ma certamente molto altro. Però alzi la mano chi ne sa qualcosa, chi è stato in grado di percepire la gravità di questa catastrofe ambientale che sta coinvolgendo milioni di ettari di foresta e di terreno torboso che praticamente brucia da solo sia a Sumatra che in Borneo. I servizi giornalistici sugli incendi così solerti a rendere conto del dramma di qualche ricco proprietario di ville in California, tacciono quassi completamente in questo caso.

E ne hanno tutti i motivi perché il gigantesco incendio deriva da due fattori tra loro collegati: tecniche agricole arretrate, ma a costo quasi zero che si servono del fuoco per fertilizzare momentaneamente i terreni e l’avidità delle multinazionali, peraltro sostenute da squadroni della morte contro cui il governo è impotente, che  hanno dato vita a una enorme distruzione della foresta per approvvigionarsi di legno, pasta di legno e olio di palma a costo bassissimo. Distruzione di ambiente naturale e di ambiente umano vanno di pari passo, ma naturalmente meglio glissare sulle malefatte di Unilever, Kraft, Pepsicola o Starbucks ( non sono nomi a caso) perché non si crei attorno a questi marchi un’aura di sospetto.

Ho voluto iniziare con questa notizia pietosamente nascosta dai media e dalla politica tanto che nell’incontro tra Obama e il leader indonesiano Widodo, avvenuto qualche giorno fa, il presidente Usa si è grottescamente congratulato per le politiche di prevenzione e di contenimento degli incendi forestali,  come se questo ultimi non siano alla fine appiccati dall’arroganza e onnipotenza dei grandi gruppi, spesso americani,  che operano nell’agroalimentare. Me ne sono servito come drammatico esempio per arrivare a uno studio della Royal Society inglese che pochi giorni fa ha pubblicato un’indagine  globale delle politiche di autoregolamentazione aziendale che in Gran Bretagna stanno sostituendo quasi integralmente le regole dettate dallo stato. L’illusione che i gruppi imprenditoriali possano autoregolarsi con maggiore efficacia di quanto non lo possano fare le regole esterne è fin dai tempi della Thatcher una sorta di totem del liberismo che come sappiamo si è diffuso dappertutto facendo dell’azienda una sorta di luogo sacrale che non vuole essere soggetto a nulla e anzi intende assoggettare il pubblico. Ebbene questa “filosofia” si è rivelata dappertutto fallimentare. Parto dall’esempio minimale dei sacchetti di plastica: quando il Galles ha introdotto una tassa di 5 penny( 6 centesimi) su ogni sacchetto il loro uso si è ridotto dell’80 per cento in 24 ore, Ma il governo inglese ha sostenuto che l’autoregolamentazione da parte dei dettaglianti sarebbe stata più efficace: risultato una diminuzione del 6% in otto anni dovuta peraltro ai minori acquisti per la crisi. La stessa cosa, ovvero il fallimento, ha coinvolto una serie infinita di autoregolamentazioni: dalle convenzioni volontarie volte a impedire la pubblicità di cibo spazzatura per i bambini in Spagna, ai giuramenti per  tagliare i gas serra in Canada o risparmiare acqua in California, dai codici di comportamento per proteggere i pazienti di chirurgia estetica nel Regno Unito o per fermare la commercializzazione di farmaci psichiatrici in Svezia: ciò che gli Stati avrebbero potuto fare con un tratto di penna, economico ed efficace, è lasciato invece agli sforzi maldestri di industrie che anche quando sono sinceri  si scontrano fatalmente con le regole del mercato per le quali vince chi non si dà regole.

Il discorso cambia quando si parla di grandi gruppi multinazionali: questi non hanno nemmeno bisogno di darsi delle auto regolamentazioni perché sono già in grado di dettare le proprie volontà alla politica che di fatto finanziano. Quando poi risulta difficile, per motivi di consenso o di faccia, mantenere standard troppo bassi essi ottengono di poter essere  essi stessi a dettare i criteri e a esercitare un controllo che ovviamente sarà fasullo: è ciò che accade per le emissioni delle auto che di certo non coinvolge solo la Volkswagen. Se ancora non è sufficiente allora si ricorre a cosiddetti accordi commerciali, come il Ttip, che in realtà concedono un diritto di veto delle multinazionali sulle legislazioni democratiche

Al contrario degli incendi in Indonesia, accuratamente tenuti nascosti, tutto questo è invece ben chiaro, sia nelle sue intenzioni che nelle sue conseguenze e nella sua vacuità e contraddittorietà teorica da cui poi derivano i fallimenti delle buone intenzioni vere o più spesso fasulle. Eppure siamo talmente immersi in quest’acqua putrida da non accorgerci nemmeno dei miasmi, densi e fumosi come in questi giorni l’atmosfera del sud est asiatico. Anzi chiamiamo tutto questo moderno.

 

 


Necrofori di aria e di terra

necroforiCome si poteva immaginare i sussurri e le grida intorno alla sciopero di Alitalia che si sono subito tradotti in un attacco al diritto di sciopero da parte della casta renzusconiana sono stati poca cosa rispetto ai disservizi causati dagli incendi attuali e pregressi allo scalo di Fiumicino, ai black out e alla galoppante disorganizzazione, buona parte della quale è dovuta alla gestione dei bagagli nella quale sono impegnati società di servizi ingaggiate dalle compagnie aeree e che fanno dello sfruttamento del lavoro il loro punto di forza. Insomma siamo di fronte alla pantomima drammatica e ridicola assieme di un ceto politico che sta mandando il Paese al naufragio pensando di tappare le falle sempre più larghe, vergognose, distruttive di una gestione spesso affaristica e clientelare, sempre episodica e priva di visione, usando i brandelli di ideologia reazionaria che sono alla portata della sua cultura e intelligenza.

Come pellegrini a Lourdes attendono la salvezza recitando il salmo del liberismo come fa compunto e stentoreo il giovane barone Filippo Taddei irresponsabile economico del Pd il quale dall’alto di consistenti fortune familiari, spiega ai giovani che per studiare occorrono molti soldi e che quindi solo i ricchi se lo potranno permettere. Che il lavoro è destinato ad essere precario, che gli orari si alzeranno vertiginosamente per favorire i profitti del padrone e che si dovrà smettere di pensare di poter andare in pensione. La cosa ridicola è che il baronetto, il quale ha potuto sempre evitare il lavoro e a cui i soldi hanno comprato il tempo, i contatti e le possibilità di accedere a posizioni para accademiche presso umbratili succursali italiane di università Usa, una volta che si è messo alla prova ha fallito miseramente il concorso per cattedre di economia presso vere università pubbliche non riuscendo ad intercettare nessuno dei 300 “posti” su poco più di 400 candidati.

Dico questo non tanto per la soddisfazione di togliere il velo griffato a un ennesimo economista della mutua, quanto per sottolineare la distanza fra ciò che occorrerebbe immaginare e ciò che la classe dirigente italiana è capace di pensare al di là di recitare il rosario come il baronetto Taddei, beghina del mercato. Alla luce di questo panorama non appare sorprendente che i pasticci compiuti ormai da un quindicennio con Alitalia, fra amministratori incapaci, capitani coraggiosi della minchia fino alla sua svendita ad Etihad, porti oggi alla grottesca possibilità che l’hub dell’ex compagnia di bandiera venga alla fine trasferito fuori dal Paese. Una possibilità tutt’altro che remota, in fondo insita nella natura stessa della vendita a una compagnia che aveva nel suo arco diretti concorrenti di Alitalia. E che comincia a prendere corpo attraverso i misteriosi incidenti e incendi di cui è stato vittima Fiumicino con l’approssimarsi dell’estate.

Del resto che dire in un ceto politico che si strappa i capelli per i “danni incalcolabili” di un giorno di sciopero a Pompei pur essendo direttamente responsabile del degrado del sito archeologico più famoso del mondo, completamente incapace di farne un motore di sviluppo e cercando con esemplare cecità di risparmiare il centesimo? Che dire di un sindacato da videogioco come l’Uil che ora propone scioperi virtuali? Che pensare di un sindaco della Capitale che dopo un anno e mezzo di assenza – demenza solo ora, per conservare il suo prezioso lato B sulla poltrona del Campidoglio, si accorge che forse sarebbe opportuno badare alla pulizia della città, che probabilmente occorre persino governare e fa il patto della birra con la Boschi, mentre comincia la rivolta? Questi sono davvero i becchini del Paese.


Lido: Grand Hotel Speculazione

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una nuvola nera si alzava dall’improbabile, ma così amabile cupola moresca rivestita di rame dell’Hotel Excelsior del Lido, monumento alla mondanità, al cinema. I veneziani l’hanno guardata quella colonna di fumo con lo sbigottito timore con il quale avevano visto accartocciarsi crepitando su se stesso il loro teatro, quando tutto il mondo pianse la ferita inferta alla città più cantata, ritratta, sognata, visitata, immaginata come scenario di innamoramenti e delitti, di carnevali e pestilenze, perché è così quando si diventa una leggenda.

In questi anni di sospetti e di intrighi, ogni incendio, Fenice, Petruzzelli come Thyssen Krupp peraltro, possono essere prodotti dell’incuria, di malsani “risparmi”, o, senza essere complottisti, essere attribuiti alla volontà di intimidazioni e ricatti esercitati a fini speculativi.

L’incendio del grande albergo, scoppiato in un’ala sottoposta a lavori di rifacimento, è stato rapidamente domato, il simbolo di una Belle Epoque renitente a finire, malgrado sia trascorso più di un secolo di guerre, conquiste, stragi, poesie, crimini, benessere, nuove povertà, resta al suo posto, inverosimile e fantasioso come un gigantesco castello di sabbia, come doveva averlo immaginato e voluto nel 1907 il visionario imprenditore Nicolò Spada che commissionò il suo sogno da Mille e una notte all’architetto Sardi, capace in 17 mesi di consegnare la sua opera, nata per essere il sigillo sul destino di sfarzo, fasto ed eleganza del Lido, definita l’Isola d’Oro per la sua sabbia delicata come una cipria. Il Lido era uscito dall’isolamento grazie a un cero Busetto detto Fisola che si era ostinato nel 1857 a aprire uno stabilimento per i bagni in mare: fino ad allora gli stabilimenti balneari erano in città, negli alberghi in riva al Bacino dove adesso passano le maxi navi e si nuotava in specchi d’acqua recintati in Laguna, quando i fioi imparavano a tenersi a galla “co la tola” aggrappati a un legno in Canale. Poi la Compagnia Grandi Alberghi nel 1900 intuendo la vocazione di quel lembo di terra a diventare un luogo speciale, aveva realizzato la severa e gentile palazzina del Des Bains, un’architettura liberty che ispirò le ville che sorsero con felice disordine intorno al Gran Viale e sul lungomare.

Altri visionari, altri imprenditori, altri tycoon, quelli della Ciga, della Mostra del Cinema, altra modalità di interpretare il profitto e il mercato, altro “fare” rispetto a oggi, quando a nessuno parrebbe inimmaginabile che si appicchi un incendio a una costruzione piena di memoria e suggestione.

Ma al Lido ormai tutto è possibile come in remake di “mani sulla città” da proiettare in saletta Volpi, come in un cinegiornale dell’Istituto Luce propagandistico dei magnifici destini dell’alienazione a fini produttivi e di “valorizzazione” dei beni comuni, condannati a finire nel Grande Buco, simbolo della Grande Opera, quel nuovo Palazzo del Cinema la cui prima pietra già tombale venne posta dall’allora Ministro dei Beni Culturali nel 2008 insieme al Sindaco Cacciari, convertito rapidamente nello spettro di un Grande Scandalo.

Perché l’operazione Palazzo della Cinema altro non era che il grimaldello per aprire la strada alla Grande Speculazione, una parte della quale è venuta alla luce insieme all’amianto trovato – ma tutti sapevano che c’erano se l’allora Presidente dell’Uls denunciò l’insalubre iniziativa, apostrofato di uccello del malaugurio e stravagante individua in cerca di popolarità – durante i lavori di scavo per la costruzione affidati alla Saicam, che più scavava, là dove prima c’era una delle più belle pinete dell’isola, centotrenta alberi divelti, e più trovava amianto. Ma continuava a scavare malgrado l’occhiuta presenza di un supercommissario ad hoc, nientepopodimeno che un vice di Bertolaso, messo là più che a protezione della salute minacciata, del buon andamento di una banda d’affari che vedeva di buon occhio il triplicarsi dei costi, secondo le regole nazionali del profitto che fa guadagnare “non facendo” certe cricche con sempre gli stessi nomi: Angelo Balducci, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, intimi di Diego Anemone, che procurava loro le solite compagnie nelle fredde notti in trasferta a Venezia. Con gli alberi scompaiono anche i resti del forte ottocentesco, malgrado i tentativi di salvaguardarlo della Sovrintendenza e delle associazioni degli abitanti, ma intanto evapora anche il progetto. Ma solo quello del Palazzo, perché invece resta in piedi e ben saldo quello che si nasconde dietro, un processo di privatizzazione dell’isola cominciato e poi allargatasi via via intorno alla svendita di alcune delle porzioni più pregiate del territorio isolano, prima tra tutte la vasta area dell’Ospedale a Mare con la sua spiaggia di finissima sabbia chiara, dove dopo lo smantellamento coatto dell’ultimo presidio sanitario, dovrebbero sorgere un complesso residenziale e alberghiero e dove verrà attrezzata una cittadella portuale con 1500 posti barca saranno 1500, con 750 posti auto sopra la diga, con una nuova strada di collegamento verso San Nicolò, con un ristorante, con edifici della Finanza e della Capitaneria, palestre, cantieri e officine, che dovranno così si legge nel progetto “armonizzarsi con le strutture del Mose e le opere in corso”. Una armonizzazione che occuperà una superficie di 480 mila metri quadri in mare, 200 mila a terra, più o meno la superficie di un’altra isola della laguna, la Giudecca.

L’area ancora lussureggiante dell’Ospedale a Mare è stata acquistata da un fondo immobiliare, Est Capital, “promosso” dall’ex assessore della giunta Cacciari, Gianfranco Mossetto, anche lui animato da radiose visioni di ridare al Lido il ruolo di un tempo, per una nuova Belle Epoque cominciata con l’acquista del Des Bains nel qual piove dentro da due anni per scarca manutenzione ma destinato a diventare un residnece per magnati, e appunto l’Hotel Excelsior. E poi il Forte di Malamocco, un complesso militare austriaco costruito a metà Ottocento sui cui resti dovrebbero ergersi 32 ville, meno gloriose, un albergo, una piscina e altre attrezzature. E Est Capital aspira anche a aggiudicarsi l’area verde della Favorita, quasi due ettari di terreno.

Associazioni di residenti si sono fatte qualche conto: l’utile atteso dall’operazione è dell’ordine di 260 milioni di euro, senza contare la darsena e i profitti delle imprese che costruiranno. Ma non sono altrettanto precisi i costi per la città, quello che è stato sborsato in un’impresa fantasma, i danni per la salute e l’ambiente, quelli per la storia e l’identità del luogo, quelli alla legalità, se come sembra autorizzazioni, licenze e permessi sono stati accordati con una sfrontata discrezionalità. E c’è poco da menzionare la manina di Adam Smith, che con il profitto di pochi fa piovere benessere su tanti: come per la grandi navi, come per le grandi opere, come per la Tav, i ponti sullo stretto o sul canale, quella manina si muove secondo lo spirito del tempo, toglie a chi non ha per dare ha chi ha già tutto.

 

 


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