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Indonesia, il grande falò del moderno

imagesAltro che Volkswagen: da tre settimane il pianeta ha un’intera Germania in più, nel senso che i gas serra sviluppatisi negli immensi incendi in atto in Indonesia corrispondono a quelle prodotti da tutta l’economia tedesca in un anno, senza parlare di un numero di morti imprecisato, ma certamente molto altro. Però alzi la mano chi ne sa qualcosa, chi è stato in grado di percepire la gravità di questa catastrofe ambientale che sta coinvolgendo milioni di ettari di foresta e di terreno torboso che praticamente brucia da solo sia a Sumatra che in Borneo. I servizi giornalistici sugli incendi così solerti a rendere conto del dramma di qualche ricco proprietario di ville in California, tacciono quassi completamente in questo caso.

E ne hanno tutti i motivi perché il gigantesco incendio deriva da due fattori tra loro collegati: tecniche agricole arretrate, ma a costo quasi zero che si servono del fuoco per fertilizzare momentaneamente i terreni e l’avidità delle multinazionali, peraltro sostenute da squadroni della morte contro cui il governo è impotente, che  hanno dato vita a una enorme distruzione della foresta per approvvigionarsi di legno, pasta di legno e olio di palma a costo bassissimo. Distruzione di ambiente naturale e di ambiente umano vanno di pari passo, ma naturalmente meglio glissare sulle malefatte di Unilever, Kraft, Pepsicola o Starbucks ( non sono nomi a caso) perché non si crei attorno a questi marchi un’aura di sospetto.

Ho voluto iniziare con questa notizia pietosamente nascosta dai media e dalla politica tanto che nell’incontro tra Obama e il leader indonesiano Widodo, avvenuto qualche giorno fa, il presidente Usa si è grottescamente congratulato per le politiche di prevenzione e di contenimento degli incendi forestali,  come se questo ultimi non siano alla fine appiccati dall’arroganza e onnipotenza dei grandi gruppi, spesso americani,  che operano nell’agroalimentare. Me ne sono servito come drammatico esempio per arrivare a uno studio della Royal Society inglese che pochi giorni fa ha pubblicato un’indagine  globale delle politiche di autoregolamentazione aziendale che in Gran Bretagna stanno sostituendo quasi integralmente le regole dettate dallo stato. L’illusione che i gruppi imprenditoriali possano autoregolarsi con maggiore efficacia di quanto non lo possano fare le regole esterne è fin dai tempi della Thatcher una sorta di totem del liberismo che come sappiamo si è diffuso dappertutto facendo dell’azienda una sorta di luogo sacrale che non vuole essere soggetto a nulla e anzi intende assoggettare il pubblico. Ebbene questa “filosofia” si è rivelata dappertutto fallimentare. Parto dall’esempio minimale dei sacchetti di plastica: quando il Galles ha introdotto una tassa di 5 penny( 6 centesimi) su ogni sacchetto il loro uso si è ridotto dell’80 per cento in 24 ore, Ma il governo inglese ha sostenuto che l’autoregolamentazione da parte dei dettaglianti sarebbe stata più efficace: risultato una diminuzione del 6% in otto anni dovuta peraltro ai minori acquisti per la crisi. La stessa cosa, ovvero il fallimento, ha coinvolto una serie infinita di autoregolamentazioni: dalle convenzioni volontarie volte a impedire la pubblicità di cibo spazzatura per i bambini in Spagna, ai giuramenti per  tagliare i gas serra in Canada o risparmiare acqua in California, dai codici di comportamento per proteggere i pazienti di chirurgia estetica nel Regno Unito o per fermare la commercializzazione di farmaci psichiatrici in Svezia: ciò che gli Stati avrebbero potuto fare con un tratto di penna, economico ed efficace, è lasciato invece agli sforzi maldestri di industrie che anche quando sono sinceri  si scontrano fatalmente con le regole del mercato per le quali vince chi non si dà regole.

Il discorso cambia quando si parla di grandi gruppi multinazionali: questi non hanno nemmeno bisogno di darsi delle auto regolamentazioni perché sono già in grado di dettare le proprie volontà alla politica che di fatto finanziano. Quando poi risulta difficile, per motivi di consenso o di faccia, mantenere standard troppo bassi essi ottengono di poter essere  essi stessi a dettare i criteri e a esercitare un controllo che ovviamente sarà fasullo: è ciò che accade per le emissioni delle auto che di certo non coinvolge solo la Volkswagen. Se ancora non è sufficiente allora si ricorre a cosiddetti accordi commerciali, come il Ttip, che in realtà concedono un diritto di veto delle multinazionali sulle legislazioni democratiche

Al contrario degli incendi in Indonesia, accuratamente tenuti nascosti, tutto questo è invece ben chiaro, sia nelle sue intenzioni che nelle sue conseguenze e nella sua vacuità e contraddittorietà teorica da cui poi derivano i fallimenti delle buone intenzioni vere o più spesso fasulle. Eppure siamo talmente immersi in quest’acqua putrida da non accorgerci nemmeno dei miasmi, densi e fumosi come in questi giorni l’atmosfera del sud est asiatico. Anzi chiamiamo tutto questo moderno.

 

 

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One response to “Indonesia, il grande falò del moderno

  • apoforeti

    L’ha ribloggato su terzapaginae ha commentato:
    Me ne sono servito come drammatico esempio per arrivare a uno studio della Royal Society inglese che pochi giorni fa ha pubblicato un’indagine globale delle politiche di autoregolamentazione aziendale che in Gran Bretagna stanno sostituendo quasi integralmente le regole dettate dallo stato.

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