Perbacco, chi lo poteva immaginare: Trump ha di nuovo cambiato idea e adesso il progetto Freedom è stato abbandonato dopo 24 ore nelle quali sembrava la soluzione magica di ogni problema. Peccato che non fosse un piano, ma soltanto una macina per le parole presidenziali. Quindi forse domani ci sarà un attacco o forse no, oppure chissà qualche altra mattana. Su tutto questo gioca in realtà un elemento chiave: ovvero l’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino, previsto fra una settimana. The Donald non ci vuole arrivare da perdente ed essere dunque in soggezione, ma d’altra parte sa qual è la posizione della Cina sull’aggressione all’Iran e sulla pirateria americana nel golfo di Oman – che il governo cinese ha ufficialmente denunciato come del tutto incompatibile con le regole internazionali e sa quindi che un nuovo attacco significa far saltare l’appuntamento storico, con ciò che ne seguirebbe. D’altra parte la lobby sionista – e Netanyahu gli stanno addosso come dei dobermann insistendo per una ripresa delle ostilità attive e, anzi, a questo proposito c’è da registrare che le Guardie Rivoluzionarie hanno negato con fermezza di aver lanciato missili o droni contro gli Emirati Arabi Uniti e gli impianti petroliferi di Fujairah, così che non resta da pensare se non a un attacco di falsa bandiera degli israeliani. Dunque, alla fine,  Trump non è altro che un ostaggio dei sionisti, degli evangelici biblici, dei cretini incompetenti di cui si è circondato e della sua stessa sindrome patologica di narcisismo: cerca una via di uscita cambiando idea ogni momento, provando a vedere se c’è un qualche pertugio nella trappola in cui si è andato a cacciare.

Rimane comunque convinto che la situazione dell’Iran sia disperata e che Teheran non potrà che cedere da un momento all’altro, invocando un accordo. Naturalmente nulla di tutto questo corrisponde alla realtà e il governo iraniano non fa altro che ribadire il piano di pace in 14 punti, compresi quelli che riguardano Gaza, il Libano e la Cisgiordania lasciandogli poco spazio per sentirsi vincitore. Da una parte, da buon americano, non riesce a capacitarsi di aver perso e dall’altra deve credere fermissimamente che gli iraniani si arrenderanno presto. Anzi la diplomazia di Washington, benintesa quella poca che è rimasta, arriva persino a invocare l’aiuto della Cina per far cambiare idea al governo iraniano, come se i cinesi non capissero bene che l’assalto all’Iran è stato sì propiziato da Israele, ma con il retropensiero di mettere in difficoltà Pechino e interrompere la parte sud della Via della Seta.

Nel mezzo di questo vero e proprio bordello, Trump è anche stato costretto a dichiarare finita l’operazione Epic Fury per evitare che la questione arrivasse  al Congresso e che quest’ultimo gli imponesse di chiudere il conflitto o gli scippasse la sua guerra. Il primo maggio, 60esimo giorno delle ostilità, la Casa Bianca avrebbe dovuto sottostare al voto del Parlamento, così è stato costretto a chiudere in via ufficiale il conflitto negli  ultimi giorni di aprile. Dunque per riaprire il fuoco ha bisogno di un qualche pretesto e di certo gli israeliani sono a disposizione, se dovesse essere il caso, come il colpo su Fujairah dimostra abbondantemente. Tuttavia i democratici, tramite il presidente del gruppo parlamentare, hanno già stilato una mozione per revocare al presidente i poteri di guerra: non è che siano meno influenzati dalla fortissima lobby sionista, ma in questo caso è proprio l’immagine dell’America che ha subito un durissimo colpo e questo è imperdonabile. Così mentre i sondaggi del gradimento di Trump scendono a vista d’occhio senza essere stati influenzati più di tanto dal recente “attentato”, è impossibile prevedere cosa uscirà da questo girone infernale di Washington:  di certo si vive alla giornata, anzi no, alla mezza giornata e sarebbero forse più prevedibili i numeri del lotto. Del resto nella smorfia napoletana, opera evidentemente piena di saggezza, sognare l’America fa 22, lo stesso numero del Pazzo.