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L’ipocrisia ha sempre la schiena dritta

agr str Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grande e unanime soddisfazione è stata espressa in questi giorni di inizio anno: pare che le misure pre-Salvini e post- Salvini abbiano avuto successo, sarebbe calato il numero dei disperati che arrivano da noi, la chiusura degli Sprar avrebbe sortito l’effetto desiderato, quello cioè di rendere invisibile agli occhi pronti alle lacrime ed alle coscienze più sensibili lo spettacolo inquietante. Quello dei profughi che si spargono nelle città e nei paesi come una diaspora disperata di vite nude che non hanno nulla da perdere e ancora meno da rivendicare, disposte a accreditarsi come manovalanza criminale, schiavi del caporalato o del sesso, costretti a  cercare rifugio in luoghi già brutti e infelici che quindi meriterebbero l’aggiunta di altra vergognosa sconcezza e di altra avvilente pena.

Passata la paura delle invasioni, adesso i benpensanti sono legittimati a esprimere la loro riprovazione nei confronti degli ignoranti buzzurri che non condividono la loro battaglia morale per l’accoglienza e l’aiuto umanitario, accusandoli di xenofobia e razzismo e offrendoli in pasto alle bocche larghe delle destre. E infatti siccome l’ipocrisia è l’asta che tiene dritto il popolo richiamato a inorgoglirsi della sua tradizione e della sua qualità identitaria di grande paese, si guarda agli effetti e non alle cause, ci si compiace che una ritrovata efficienza pragmatica  ci risparmi dalla pressione di indesiderate presenze, così come ci si preoccupa – noi che ci dispiacciamo per i nostri figli del privilegio ridimensionato, costretti a cercar fortuna altrove – che arrivino in massa i profughi, messi in fuga da un protervo colonialismo in armi, provenienti da remote geografie che perdono così i loro talenti e le loro forze giovani  a causa nostra, come sono stati defraudati di risorse e ricchezze.

Tutti hanno preferito non indagare e non interrogarsi su questa fortunata coincidenza, frutto probabile oltre che dell’inverno, degli infami patti stretti “a casa loro” con despoti sanguinari e che consente a chi può far sfoggio di pretesa di innocenza, ai bamboccioni redenti dal canto di Bella Ciao, ai cervelli appartenenti a ceppi e lignaggi che non hanno bisogno di fuggire godendo del welfare familiare e familistico, di opporre alla chiusura identitaria ed all’impermeabilizzazione dei recinti di gruppo un vago umanitarismo che ha l’effetto di  criminalizzare gli ultimi, di condannarli con uno stigma morale feroce e definitivo alla loro marginalità protofascista.

Così è stato reso ancora più profondo il fossato che divide la cultura dominante, quella che professa l’atto di fede europeo e atlantico, che si nutre delle certezze e delle consapevolezze fittizie di una classe piccolo-borghese, urbana, informata equipaggiata di beni e risorse culturali e economiche, che può godere ancora di consumi gratificanti e che si illude di effettuare scelte libere e “creative” appaganti,  dalla “incivile” percezione e dal “disumano” punto di vista dei ceti popolari e disagiati.

Solo segmenti di classi ancora  persuasi di detenere una superiorità sociale e ideale si possono permettere di esibire come etica pubblica il repertorio di luoghi comuni che dovrebbe convincere chi sta male della bontà e delle opportunità offerte  da una immigrazione incontrollata, o degli effetti progressivi della globalizzazione che ci concede la libertà di circolazione di merci, popolazioni, esperienze, cucine, valori, dei quali si può approfittare essendo equi e solidali, mangiando sushi, facendo vincere Sanremo a uno che si chiama Mahmood, perfino dando in perenne concessione le nostre autostrade a dinastie affermatesi  anche grazie a campagne che esibivano  allegri girotondi di bimbi bianchi e ben pasciuti insieme a altri molto colorati, colti nel tempo libero dallo sfruttamento del loro lavoro minorile.

E d’altra parte perché stupirsi, l’Europa ormai impegnata nel contenimento  dei suoi terzi mondi interni  dopo la fase dei muri, dei lager autorizzati in Francia ma bollati in Italia e dei respingimenti tollerati in Germania o in Turchia  ma marcati con il sigillo  dell’infamia da noi, ha già avviato la divulgazione pedagogica dei nuovi orizzonti delle ricette fusion proprio come certe bettole che predicano il meticciato in cucina, non sapendo cucinare né  la matriciana né il curry, in modo da diseducare i palati così come si deve dissuadere dalla pretesa di aspirazioni legittime.

E infatti la nuova interpretazione cordiale e invitante dei fenomeni migratori ha una sua vulgata mitica e  chi ha il  coraggio di contestarla viene immediatamente annoverato nelle cerchie leghista o lepenista dei buzzurri xenofobi.

Si comincia con il mantra della ragionevolezza antropologica: anche se non piace comunque la procreazione affidata in gestione ai soliti habitué  della riproduzione incontrollata serve eccome a ripopolare un continente vecchio e invecchiato, come se non fosse accertato che gli immigrati in Europa mutuano i costumi del paesi ospitanti, non devono mettere al mondo braccia destinate all’agricoltura o alle miniere di diamanti e fanno meno figli.

Segue l’altra narrazione irrinunciabile: chi viene qua non ha preparazione né ambizioni professionali o di carriera, quindi si presta a svolgere le mansioni servili e umilianti cui gli indigeni non vogliono piegarsi.

Come se non fosse vero che i giovani che vengono qua a cercar fortuna o riparo abbiano le stesse aspettative e gli stessi diritti fondamentali dei ragazzi lombardi o lucani, emiliani o calabresi, come se non fosse vero che nei loro paesi erano la meglio gioventù che aveva studiato magari con più profitto della generazione dell’Erasmus.

Come se non fosse vero che se certi lavori fossero remunerati con dignità e equità sottrarrebbero molti italiani ventenni e trentenni da quell’area grigia dei lavori alla spina, del precariato a cottimo, senza scuola e senza occupazione nei bar di paese.  Come se non fosse vero e accertato che  le ricadute   dell’immigrazione sui salari e sulla qualità e le garanzie risultano essere fisiologicamente depressive in quanto determinano un incremento dell’offerta di lavoro a basso prezzo, condizionando tutto il sistema delle remunerazioni e la competitività tra lavoratori.

Come se non fosse vero dunque che l’aggiunta di manodopera straniera se aumenta l’occupazione in termini generali e generici,  produce contemporaneamente l’effetto di ridurre i salari.

E come se l’esigenza di disporre di un esercito industriale di riserva rivendicata dal padronato non prevedesse il desiderabile traguardo di allargare la cerchia dei ricattati locali, aggiungendo l’intimidazione della “concorrenza” sleale da parte di nuovi arrivati ancora più suscettibili di cedere alle minacce e alle coercizioni.

È che come al solito si spostano le responsabilità in capo ai padroni per farle pesare sui lavoratori che continuano a incarnare il mito negativo di una plebe che vuole troppo, che non si accontenta, che non sa raccogliere le sfide della modernità e si merita privazioni di beni e prerogative, condannata a ragione a sopravvivere nei solchi bagnati di servo sudor e costretta a subire la censura dei suoi bisogni e delle sue aspettative  anche per via della gara messa in atto nei nostri colossei con altri schiavi e gladiatori, che se non possiedono un diverso livello di coscienza di classe, vivono la condizione oggettiva di dover accettare qualsiasi  offesa e qualsiasi paga della vergogna.

Non siamo lontani da quando questa generosa apertura alla libera e profittevole circolazione si manifesterà assoldando gli immigrati negli eserciti degli stati ospiti in qualità di difensori dei sacri confini e della civiltà superiore dell’impero globale, mandandoli a esportarne gli ideali nelle patrie lontane in modo che all’abbandono si uniscano oblio e tradimento.


Oui, je suis Quasimodo

33aca2fbc6e36eec2ded991a0cdbcbceMi piacerebbe sapere quanti euro sono arrivati dalla Francia per i terremoti che in un decennio hanno sfigurato l’Italia centrale, che hanno aggredito decine di migliaia di persone e distrutto monumenti decisamente più interessanti di Notre Dame; l’unica cosa che è arrivata sono stagli sberleffi assurdi e offensivi di Charlie Hebdo . A quella cattedrale parigina ci sono abbastanza affezionato perché un secolo fa ci sono passato davanti moltissime volte per andare da Rue Tronchet, vicino a Place de la Madeleine, fino al Quai des Orfevre o al Palais de Justice  spesso passando sul retro e sulla fiancata della cattedrale quando ancora si poteva fare, ma ogni volta mi veniva da pensare a quanto era pasticciata quella cattedrale e come fosse decisamente meno elegante di tante altre chiese francesi, mille miglia distante dalla Saint Chapelle che si trova a due passi, per non parlare di quelle italiane che sono su un altro pianeta  o anche di quel gotico estremo che si trova a Colonia e a Ratisbona. Mi permetto di rammemorare, cosa che non faccio quasi mai, perché sento parlare di collette per aiutare i poveri francesi, orbati del loro simbolo, insomma quelli che ogni giorno ci fottono in Libia o fungono da aiuto boia di Berlino contro i nostri conti.

Ma nemmeno un centesimo, anche perché praticamente tutto quello che vale qualcosa a Notre Dame non è stato sfiorato dall’incendio: il tetto andato in fiamme era stato rifatto e la famosa guglia crollata – un pezzo di architettura messo a caso e borghesemente cafone – era stato costruito a partire dal 1860 per celebrare i fasti del secondo impero. Alla stessa epoca appartengono le gargolle, ossia i mostricciattoli che fanno tanto falso medioevo e che furono ideate dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc  per rappresentare in modo deforme  le proprie ossessioni: infatti è presente anche un cerbero a tre teste che vuole simboleggiare la minaccia dei movimenti popolari e del socialismo. Insomma né la Francia, né la cristianità hanno perso gran che, anzi direi che almeno la cattedrale parigina potrebbe uscirne finalmente mondata da tutti gli interventi che si sono susseguiti dal ‘700 in poi per celebrare la grandeur francese.  Quindi cosa significa che ” con la guglia di Notre Dame si sgretola la una parte della nostra identità di Europei” come scrive Repubblica ormai affondata nella peggiore retorica come il Titanic nelle acque gelide dell’Atlantico e  pascola con le peggio capre salottiere? Ma forse sono decisamente troppo severo perché la stessa Repubblica  ci spiega che il fascino e l’importanza della cattedrale deriva non solo dall’essere stata immortalata da Victor Hugo con il celebre gobbo Quasimodo, ma anche e soprattutto dal suo fare da sfondo opere immortali come gli Aristogatti e Amelie.  Di fronte a tanto non si può non lamentare la perdita di identità europea, quella appunto saldamente fondata sui cartoni animati. Ma lasciamo stare un giornale che è diventato umoristico a sua insaputa, lasciamo stare che un pugno di stallieri e maniscalchi di Bruxelles sta cercando di lucrare sull’incendio in vista delle elezioni europee, lasciamo anche perdere le terribili e  analoghe cazzullate sul Corriere della Sera, lasciamo anche perdere il fatto che l’identitarismo europeo è della stessa specie rispetto a quelli nazionali, solo più grande, e cerchiamo di capire chi in Italia vuole organizzare collette: i fan delle guerre di civiltà, le destre irredimibili che vedono nelle chiese l’usbergo e il simbolo dei loro deliri identitari. Si direbbe che forse sarebbero più efficaci se si facessero frati e suore senza donarci lo spettacolo di questo aggrapparsi alle sottane pretesche e a valori che gli sono totalmente sconosciuti, anzi che tutti i giorni rinnegano.

Con questo non voglio dire che sono contento che Notre Dame sia andata a fuoco grazie anche all’estremo ritardo con cui sono giunti i pompieri, frutto di quella disorganizzazione francese che si fonda sulla pignoleria e sull’efficienza apparente, ma insomma è solo un incendio che ha toccato per lo più parti rifatte e spurie, che può perfino giovare alla cattedrale riportandola alla sua antica forma, ma per noi che abbiamo un patrimonio immenso sia per quantità che per qualità chi fa collette? Nessuno, anzi ce lo svendiamo anche grazie ad amministratori indecenti sotto ogni punto di vista, subornati dal pensiero unico e guidati da antichi vizi. Altro che Notre Dame.


Renzi: ignorante costituzionale, premier anticostituzionale

Renzi nella sua realtàNon c’è da stupirsi se il premier, come potete ascoltare qui, ritenga nel su eloquio triste e smargiasso che gli italiani aspettino una riforma della Costituzione da settant’anni, vale a dire da prima ancora che nascesse: l’ignoranza abissale  e l’oscena superficialità del personaggio fa sì che le date gli ballino in testa senza ordine e criterio, così come l’ambiente da “nuovi mostri” nel quale si è formato non deve essergli stato d’aiuto. Qui le gaffes tipo Romolo e Remolo sembrano davvero poca e innocua cosa di fronte a uno che non sa raccapezzarsi nemmeno nei momenti topici della storia della repubblica.

Qualcuno sostiene che quello di Renzi sia stato un lapsus freudiano, un modo per palesare la sua avversione alla Costituzione stessa e l’inconscio desiderio di ritorno allo Statuto albertino del 1848 il quale prescriveva che il Senato fosse composto esclusivamente di nominati dal re, in maniera da poter bilanciare con un’assemblea di fedelissimi le eventuali sorprese politiche provenienti dalla Camera. Anzi fu proprio il timore che il Senato potesse ancora giocare un ruolo di assemblea totalmente in mano non più ai re, ma ai governi che indusse i costituenti a renderlo elettivo, facendone un’ “assemblea di riflessione”. Solo la permanenza di un esiguo numero di senatori a vita di nomina presidenziale testimonia della vecchia natura di questa assemblea durante il periodo monarchico.

Ma tutto questo è al di fuori della portata di Renzi, dopotutto un lapsus freudiano richiede una complessità che non fa parte dell’attuale premierato fondato sulle balle e sulle frasi fatte più elementari. Tuttavia proprio per questo il guappo di Rignano è il personaggio ideale per sfasciare la Costituzione: essenzialmente non sa quello che fa, vive totalmente nel presente più opaco della sua personale ascesa al potere e non ha una mezza idea della dimensione storica dei problemi che del resto nemmeno si pone. Egli twitta dunque è.  E’ come uno strumento a fiato che tromboneggia in Italia, ma la cui ancia è altrove, nei centri di potere finanziario e nell’oligarchia europea che in maniera esplicita, anche attraverso documenti ufficiali, chiedono la manomissione delle costituzioni affinché siano spazzati via i diritti di cittadinanza e venga ridotta ai minimi termini la sovranità. In Europa esiste ormai una sola costituzione realmente osservata ed è quella tedesca, finché dura. Lui non fa che seguire la corrente sapendo che in questo consiste la sua forza: nell’esserci in modo ingombrante e nel non essere, come si potrebbe dire scimmiottando Heidegger.

In queste condizioni non c’è nemmeno da stupirsi se la maggioranza per il golpe Senato – Italicum viene cercata attraverso i ricatti più ignobili e la compravendita più indecente, resa d’altronde facile  in un ambiente di nominati che rappresentano solo loro stessi o al massimo la consorteria, il clan di cui fanno parte.  Certo non si può fare a meno di considerare il dramma dei senatori che alla fine voteranno per la “riforma” pur di conservarsi il posto sino alla fine della legislatura, ma che di fatto facendo passare il disegno renziano vanno incontro a probabili elezioni anticipate nella prossima primavera, unica ragione per cui il premier ha fretta: non può permettersi di finire la legislatura  e pensare di vincere, sia perché la situazione economica migliora solo sulla carta e continua a degradare nella realtà, sia perché darebbe il tempo ad altre forze di organizzarsi o di creare uno scenario più certo riguardo alla loro conduzione. Amleto non è niente rispetto a questo dilemma.

L’unica cosa che rimane da dire è che la maggioranza degli italiani ad eccezione della mentecatta classe dirigente, sarebbe felice di cambiare questa “nuova costituzione” renzo berlusconiana prima ancora che nasca.  Forse è questo il vero lapsus freudiano: il guappo si riferiva a se stesso.


Il diavolo fa i coperchi e non le pentole

455_mclc-pa0115Oggi vi parlerò di un coperchio, di un umile coperchio destinato a coprire le pentole del diavolo e molto utile a capire come viene cucinata l’informazione per nascondere cosa davvero bolla in pentola e quali siano le intenzioni degli chef che comandano. Il coperchio da cui parto non è però metaforico, è un coperchio materiale che pur essendo simile a qualunque altro con sistema di sfogo del vapore, viene venduto come uno strumento miracoloso in grado di sostituire forno, microonde, vaporiera, tostapane, friggitrice  e quant’altro, naturalmente a un prezzo altissimo per il genere e proporzionato alle sue declamate virtù. Anzi diciamo pure stratosferico essendo marchiato made in Italy, ma costruito in Cina. Si può star certi che avrà ancora successo sia perché il pomello superiore è circondato da un imponente e vistoso anello di plastica rossa che fa pensare a uno strumento molto più complesso o a qualche segreto trucco, sia perché qualche cuoco televisivo  già ne decanta le virtù, senza citarlo esplicitamente perché c’è un limite a tutto, ma circondandosi di numerosi esemplari del prodotto in tutte le misure e inducendo a credere che i manicaretti presentati siano frutto dell’imperdibile oggetto. Senza tenere conto della pletora di siti di cucina e food blogger che lo sponsorizzano o ne parlano dentro un coro di astuta ottusità consumistica..

Naturalmente se si vanno a leggere i siti su cui è pubblicizzata questa meraviglia, si leggono solo chiacchiere mentre non c’è traccia – et pour cause – di una qualche spiegazione verosimile e non semplicemente ridicola dei meravigliosi effetti e della differenza che intercorre con un qualsiasi altro coperchio, anche se in compenso si danno indicazioni inquietanti come ad esempio la possibilità di friggere nello stesso olio per 7 volte o consigli per rovinare la cottura di un patrimonio universale come la pasta. Non c’è bisogno di essere dei geni per capire che c’è fumo senza arrosto e non arrosto senza fumo, che le tecniche presentate sono quelle universali della cottura con coperchio e che dopo un mese la gran parte dei pezzi acquistati  finisce nei recessi della cucina o viene rivenduto on line.

Ora se si può credere davvero al coperchio magico che cucina tutto senza intervento umano, ma solo coprendo la padella, si può credere a qualunque cosa tanto più che  i meccanismi che vengono utilizzati sono sempre gli stessi a qualunque livello di complessità. Innanzitutto il coperchio affascina una grande massa di persone che non sa più cucinare, quindi agisce su una fondamentale ignoranza dove singole e circoscritte convinzioni, stimolano la ricerca di soluzioni semplicistiche. Poi la superficiale diversità dal coperchio comune lascia intuire, come una scatola nera, contenuti che non esistono e che vengono istintivamente attribuiti. Infine arriva lo sponsor diretto o indiretto che convince con la sua autorità. Se al posto del cuoco ci mettiamo per esempio Mario Draghi le cose non cambiano molto: non esiste una spiegazione plausibile e verosimile che non sia quella ovvia e meccanica del monetarismo a cui tuttavia si vogliono attribuire sorprendenti effetti. Se poi il pollo è bruciato e immangiabile come l’austerità o i padroni del vapore fanno finta che sia buonissimo (tanto loro vanno in rosticceria) oppure che si è bruciato per colpa di chi non capisce come funzionano le cose, non  ha seguito le dimostrazioni del venditore che in questo caso potrebbe chiamarsi Renzi. Infine c’è l’illusione che un solo strumento possa sostituire tutti gli altri e che dunque alcune semplicistiche  equazioni, sempre smentite, a cui corrispondono nel linguaggio comunicativo slogan come mercato, merito, meno stato e via dicendo, possano tranquillamente descrivere il mondo, regolarlo e prevederlo. Ridicolo e in questo caso destinato a nascondere ciò che la padella realmente contiene, ovvero la lotta di classe  al contrario. Ma ci dicono, non sollevate  il coperchio, lasciatelo agire, fidatevi che ne verrà fuori una squisitezza. La verità è che il diavolo fa i coperchi e non le pentole.

 


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