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Facce da c…emento

arton207980-a43d6Tutto si tiene, lo sappiamo, ma alle volte i collegamenti tra cose apparentemente lontane sono invece così intrecciati che costituiscono una sorpresa. Come ad esempio il fatto che i commandos francesi, come ultimo atto della loro presenza in Siria abbiano dato fuoco al cementificio Lafarge-Holcim di proprietà franco – svizzera – americana situato a Jalabiya, una zona a nord di Aleppo e vicino alla frontiera turca che per anni ha fornito ai jiahdisti il materiale  necessario (6 milioni di tonnellate) a costruire interi chilometri di tunnel e fortificazioni che sarebbero state imprendibili se non fossero intervenuti i russi con le bombe a penetrazione che hanno sbriciolato queste fortezze sotterranee grazie alle quali gli occidentali erano sicuri di poter tenere in scacco la Siria per un tempo indefinito. E’ evidente che tutto questo complesso di opere non può essere stato creato dai terroristi, ma sia opera degli ingegneri militari della Nato.

E non solo: ci sono anche le email dei dirigenti Lafarge che dimostrano come il gruppo abbia finanziato con 13 milioni di euro anche l’Isis e il Califfato, cosa che in Francia rischiava di trasformarsi in uno scandalo devastante se non fosse stato tamponato con una gigantesca balla di stato: l’azienda infatti disse che lo spostamento di denaro non era dovuto a donazioni improprie ma all’acquisto di petrolio per far funzionare la fabbrica di Jalabiya  Peccato che quest’ultima andasse a carbone. In effetti nel 2017 fu aperta un’inchiesta contro 8 ex dirigenti del gruppo che poi è sostanzialmente finita in nulla, nonostante la gravità delle accuse. Non ci possono essere dubbi che l’incendio della fabbrica, negli ultimi tempi ormai adibita  a casamatta per solfati francesi e norvegesi  sia funzionale a cancellare le tracce di questa colonna infame e forse anche a rendere più difficile la ricostruzione della Siria, ma la cosa interessante è seguire il fil rouge che attraversa tutta questa storia , come sia nata  l’operazione cemento per il terrorismo, cominciando dal fatto che il gruppo Lafarge uno dei più  forti al mondo, aveva già reso dei servizi alla Cia, al tempo di Bush padre, trasportando illegalmente in Iraq le armi che dovevano servire alla ribellione interna contro Saddam in vista della guerra del golfo. Com’ è ormai  noto il leader iracheno cadde nella trappola di Washington che gli fece credere di approvare l’invasione del Kuwait per poi avere un pretesto d’intervento.

Ma torniamo nel contesto specifico per raccontare che il ruolo affidato al cementificio di appoggiare una rivolta in Siria nacque nel 2008, quindi molto prima di quanto non si pensi, durante una riunione del gruppo Bilderberg a Chantilly in Virginia a cui parteciparono tra gli altri il patron della Lafarge, Bertrand Collomb (in veste di  presidente onorario),  Manuel Valls  ( futuro primo ministro sotto Hollande) e Pierre Jouvet (futuro segretario dell’Eliseo). Alla riunione si presentarono anche Hillary Clinton e  Barak Obama i  quali spiegarono come, nel  quadro del  mantenimento della politica estera Usa, i Fratelli Musulmani potevano essere adottati per il ruolo che potevano assumere nella “democratizzazione” del mondo arabo facendo intendere che anche i gruppi economici dovevano partecipare all’operazione primavere arabe. Che  l’invito fosse rivolto in special modo all’elite francese è dimostrato dalle presenze, ma per dire che si trattasse anche di un invito diretto alla Lafarge con i suoi molti rapporti in medio oriente,  bisogna fare un passo indietro e tornare agli anni ’80 quando il gruppo cementiero fu coinvolto in Alabama in un grosso processo per inquinamento: immaginate chi lo difese riuscendo a ridurre l’ammenda inflitta dall’Agenzia di Protezione Ambientale ad appena 1,8 milioni di dollari? Hillary Rodham-Clinton, la quale in seguito divenne anche amministratrice della multinazionale, una posizione che lasciò solo quando il marito venne eletto alla Casa Bianca. Il presidente Bill Clinton ridusse poi a 600 mila dollari la multa che la moglie non aveva potuto evitare a Lafarge. I buoni rapporti sono continuati, poiché la società ha versato 100 mila dollari in chiaro alla Fondazione Clinton nel 2015.

Tutto si tiene come abbiamo detto all’inizio anche se  spesso i percorsi sono labirintici e solo occasionalmente si riescono a ricostruire legami che a prima vista sfuggono. Di fatto ci troviamo di fronte a un universo globalista che costituisce un continuum, nel quale ruoli, personaggi, istanze, interessi, gruppi di potere e politica  si confondono e si impastano in maniera inestricabile, con funzioni talmente ampie e ambivalenti da essere indistinguibili.

 

 

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Cala il sipario sui “ballerini” del Russiagate

this-week-in-russiagate-2Adesso è diventato ufficiale: il russiagate era una pura invenzione messa a punto dal clan Obama per favorire Hillary Clinton, con la sua camera armadio piena di ossa spolpate, nella corsa alla presidenza. Il procuratore speciale Robert Mueller, ha completamente smontato due anni di balle a valanga sui presunti legami criminali di Trump con Mosca. Per un certo periodo non passava giorno che questa narrazione si arricchisse di indiscrezioni e di false “prove decisive” per una  tesi completamente campata in aria e del resto anche del tutto dissonante con la personalità e le idee – chiamiamole così – dell’inquilino della Casa Bianca. Una campagna a tappeto estesa anche all’Europa delle oligarchie dove ci sono stati squallidi e ridicoli tentativi di imitazione, che si basava tutta su illazioni stravaganti, su fumi densi, ma senza arrosto, che creava lo spettro di hacker russi presenti ovunque e inarrestabili, responsabili di qualsiasi malefatta come la Brexit, la vicenda catalana e persino la sconfitta di Renzi per mano populista. Tutto questo insieme infame, ridicolo e idiota oggi viene in qualche modo rinnegato dagli stessi che l’hanno alimentato nelle centrali dell’informazione, i quali, come se nulla fosse, svicolano all’inglese dalle bugie propalate con tanta generosità. Ma subito pronti come misirizzi a nuove imprese narrative, come per esempio la Botteri, pasionaria impudente del Russiagate che sarà spedita a Pechino a illuminarci con le sue verità prese dai notiziari della Cnn che ognuno di noi può vedere in proprio.

Bene capitolo chiuso, ma che si lascia dietro tre problemi aperti, entrambi da far tremare le vene e i polsi: il primo è il fatto che questa campagna condotta senza alcun appiglio reale, abbia potuto convincere milioni di persone che il più “amerikano” dei presidenti fosse nient’altro che un burattino nelle mani di Putin a testimonianza del fatto che basta ripetere più volte una balla stratosferica perché essa sia creduta e diventi per semplice presenza parte del mondo reale. Il secondo problema consiste invece in una domanda legittima: anche volendo concedere un qualche ipotetico diritto alla bugia in campagna elettorale, una volta finita questa questa fase, la narrazione truffaldina avrebbe dovuto essere smontata e messa nell’armadio degli scheletri, invece essa ha continuato ad essere utilizzata nella speranza di poter ribaltare il risultato delle elezioni portando a una possibile prospettiva di impeachment per Trump, il che costituisce il metodo di cui gli Usa si servono per i loro scopo imperiali, segno che la democrazia è in grave pericolo proprio nel Paese che la vuole esportare come pretesto ed è calpestata proprio da chi si presenta come suo servitore.

Entrambi questi due problemi che alla fine hanno sputtanato le dinastie reali del partito democratico e lasciano una speranza per Sanders – non tutto il male viene per nuocere-  ci portano al terzo: la vasta linea di fuoco organizzata per tenere in vita il Russiagate anche dopo l’appuntamento elettorale suscita il dubbio che nascondesse anche un altro obiettivo, ovvero quello di evitare che si giungesse a un accomodamento con Mosca dopo la vicenda ucraina e l’intervento russo in Siria. Uno stato di conflitto latente e di belligeranza marginale è infatti negli interessi della macchina economica americana concentrata sulla produzione nonché vendita forzosa di armi alle proprie colonie e in quelli della classe dominante che deve aizzare sentimenti perversi di ostilità per evitare che il malcontento esploda e si concentri sulle questioni interne: è il vecchio sistema di creare un nemico esterno come diversivo, un giocare col fuoco che spesso provoca ustioni mortali. Il neoliberismo funziona ormai con i muri, quelli al Messico di Trump e quelli a Mosca dei suoi avversari di merende, quelli economici contro la Cina e quelli padronali contro il Venezuela, per non parlare dei muretti a geometria variabile dell’europa . Mai tanti muri sono alla fine scaturiti dalla caduta di un muro.


Mazziate con le mimose

mim Anna Lombroso per il Simplicissimus

E bravo Zingaretti, sembrava così torpido e invece alla vigilia dell’8 marzo ecco uno scatto di furbizia democristiana:  ringrazia per l’incontrastato successo della sua candidatura a segretario del Pd le “femministe”.

Altro che mazzolino anemico di mimose da appuntare sul bavero della giacca da operatrice di call center, su quella di precaria della scuola, sulla divisa di commessa della Coop al lavoro di domenica, sulla maglietta di bracciante a cottimo, subito si leva un fervido applauso di quelle che si fregiano del patentino di appartenenza alla corporazione di genere grazie, c’è da supporre, alla strenua militanza contro il Ddl Pillon e l’immondo sciocchezzaio del ministro Fontana. Che, si direbbe, hanno il merito di risvegliarle da un non sorprendente letargo durante il quale  non si erano sorprendentemente accorte che i suddetti Pillon o Fontana si sono semplicemente incaricati di apporre il sigillo “morale” e il marchio ideologico della “concezione patriarcale” e del rispetto della tradizione cristiana, la stessa peraltro delle comuni radici europee, sull’opera di distruzione della civiltà e della democrazia incompiuta, effettuata definitivamente grazie al Jobs Act, alla Legge Fornero, alla Buona Scuola, alle privatizzazioni, in primo luogo dell’assistenza, della quale il neo-segretario  del Pd è stato operoso sacerdote nella sua regione, lo stesso che ora rivendica la paternità della sentenza del Tar contro la presenza nei consultori dei movimenti di propaganda contro una legge dello Stato, quando gli eventuali obiettori potranno trovare ottima accoglienza e riparo morale e economico nelle cliniche dei cucchiai d’oro impenitenti, che si giovano di nuove prebende.

Eh si quei due che hanno alzato l’allarme contro il nuovo fascismo dilagante, proprio come Salvini, infilano i frutti velenosi di un pensiero e di una pratica – che condannano prima di tutto le donne a una condizione di servitù, nel lavoro che non c’è come in famiglia nella quale ridiventano dipendenti con le stesse disposizioni ingiuste e inespresse che regolano il volontariato nelle sottoccupazioni giovanili o femminili, alla rinuncia della più elementare espressione di aspettative di carriera, retributive o di talento, che sanciscono irrevocabilmente le disuguaglianze perfino nel mestiere più antico del mondo, forse prossimamente disciplinato per quanto riguarda la sfera del “lusso”, per ristabilire la differenza con  le schiave del raccordo o dell’Aurelia colpevoli e condannate due di irregolarità e illegalità, per etnia e miseria – nella confezione ideologica dell’etica del capitalismo, che doveva persuaderci che certe garanzie e certi diritti erano stati conquistati, che si poteva passare ad altri optional, secondari e accessori ma pronti per esser erogati al minimo sindacale o ridotti in qualità di prodotti di seconda scelta, marginali o alla meglio ausiliari e complementari. Che tanto se li limiti o li aggiungi poco cambia al fatto che si stanno cancellando quelli che parevano inalienabili, che si sono stabilite delle gerarchie e delle graduatorie così se ne levi uno a qualcuno illudi gli altri di averne di più, meglio e per sempre.

E sempre in previsione dell’8 marzo che “festeggia” le donne in nome di una tragedia di classe oltre che di genere: un incendio nel  quale sono morte 129 operaie, il neo eletto ha nominato in quota rosa il suo numero 2, Paola De Micheli,  politica e manager (cito Wikipedia) già assessore al Bilancio e al personale del Comune di Piacenza dal 2007 al 2009, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dal 23 settembre 2017 al 1º giugno 2018 e commissario straordinario per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia, funzione che non ha lasciato un’impronta né operativa né di genere, che le terremotate hanno continuato ad esserlo in hotel sulla costa, in casa di parenti, nelle casette di legno recenti ma già promosse a archeologia di emergenza, nelle roulotte. Una investitura accolta con giubilo dalle femministe auto-patentate e grate pari sia pure a scartamento ridotto a quello che in tempi ormai remoti  aveva accompagnato la candidatura di Hillay Clinton, della quale una delle più apprezzate opinioniste del Manifesto ebbe a scrivere che incarnava la dimostrazione “che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”, disinteressata al fatto che la moglie comprensiva fosse l’espressione delle grandi lobby finanziarie, delle multinazionali burattinaie dell’imperialismo, dell’apparato militare-industriale, la mandante della guerra contro la Libia,  la fedele esecutrice della politica di Brzezinski mirata alla destabilizzazione delle geografie che occupano  le aree dall’Asia Centrale all’Africa, con la distruzione degli arcaici stati nazionali per affidarli a prestanome sanguinari su base etnica e confessionale.

Come allora l’importante è che una donna vada in un ruolo chiave, si chiami De Micheli, Boschi, Fornero, Lagarde, Marcegaglia, come allora la si insignisce dell’onore di contrastare con le sue virtù genetiche muliebri la volgare rozzezza maschilista dei Tycoon con il parrucchino di qua e di là dell’oceano, più delle loro velleità imperiali e golpiste, come allora le si delega la rappresentanza del donnismo che autorizza l’adesione a  un’emozione umanitaria e una coscienza progressista che non intende mai mettere in discussione il sistema totalitario economico, finanziario e sociale dominante, chiamandosi fuori dalle corresponsabilità condivise tra maschi  e femmine di aver accettato, sopportato e a volte approfittato delle dinamiche di potere e di dominio che impongono i loro  archetipi e i loro stereotipi, i ruoli e  le collocazioni nel personale e nel politico.

Ormai il femminismo vero è un tabù, sostituito da quello che sarebbe più corretto chiamare donnismo che devia l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grandi problematiche di classe – impoverimenti dei ceti popolari, mancanza di lavoro e dequalificazione di quello femminile, disuguaglianze crescenti, cancellazione dello stato sociale – per spostarla verso tematiche di genere o superficialmente umanitarie contribuendo a disinnescare il potenziale conflitto sociale, che  promuove divisione sostituendo il potenziale di lotta di classe con quella di sessi, che depista la collera femminile indirizzandola verso il maschio  e con il sistema dominante, il padrone uomo o donna che sia, le banche, la finanzia, i colossi industriali e commerciali, l’informazione al loro servizio.

Non so voi ma io in questo 8 marzo per caso, ma da prima e dopo, come non mi accontento di un antifascismo d’occasione meglio se celebrato il Giorno della Memoria che il 25 aprile, purché sia attualizzato per l’occasione contro gli ultimi birilli da mirare con la palla da bowling, non posso compiacermi di un femminismo elargito e concesso, a condizione che io sia femminista sì, ma non comunista, né socialista, né italiana, che sennò sconfinerei nello sconsiderato sovranismo, neppure cittadina, che rischierei l’assimilazione al deplorevole populismo, nè tantomeno una persona, categoria ormai non autorizzata in quanto beneficamente sostituita da robot, merci e servitori muti.

 

 


Ecco a voi Googlespy

Matrix-World-MapNel giugno del 2009 Ahmadinejad, il grande nemico della Casa Bianca, fu riconfermato alla presidenza dell’Iran con una schiacciante maggioranza di voti popolari e Washington fu costretta a raccogliere tutti i suoi uomini e tutte le sue forze per tentare di contestare il risultato delle urne e creare uno stabile movimento di protesta. In quell’inizio di estate Twitter che compiva tre anni, aveva programmato numerosi aggiornamenti che avrebbero potuto compromettere per qualche settimana la funzionalità e l’immediata fruibilità del sistema, ma al portone di Jack Dorsey, capo del social network, si presentò un corriere con una missiva proveniente  dal Dipartimento di stato che imponeva lo slittamento della manutenzione per permettere la comunicazione fra i gruppi che tentavano di arrivare a un sollevamento popolare che in realtà abortì quasi subito riuscendo a radunare solo qualche decina di migliaia di persone a Teheran. Ma la cosa interessante in questa storia oltre all’utilizzo geopolitico di un social network è che la missiva a Dorsey era firmata da Jared Cohen l’unico membro del dipartimento di Stato ad essere sopravvissuto al passaggio da Condooliza Rice a Hillary Clinton e soprattutto l’uomo che alla fine di quello stesso anno passerà dallo staff governativo di Washington a capo della più importante struttura di Google, ovvero Google Ideas, il cuore pensante del colosso di Mountain View.

Ma c’è di più questo nuovo incarico fu in certo modo suggellato da un articolo scritto a quattro mani con Eric Schimdt, presidente di Google, in cui veniva vantato il grande potenziale  delle tecnologie informatiche  come strumento della politica estera americana: “gli stati democratici che hanno messo insieme coalizioni militari possono fare la stessa cosa con le loro tecnologie di connessione”. Quindi non dobbiamo affatto stupirci né della vastità delle menzogne che sono state diffuse sull’Ucraina, sulla Siria e oggi sul Venezuela conoscendo questi retroscena, peraltro mai rivelati dal mainstream che fa parte dello stesso sistema. Del resto Eric Schmidt ci riguarda molto più da vicino di quanto non si creda perché ha passato molta parte della sua infanzia in Italia a seguito del padre ( l’ho incontrato diverse volte in una altra vita perché abitava nel mio stesso palazzo) a lungo docente presso la Johns Hopkins University di Bologna. Erano gli anni in cui il Pci governava così saldamente la città da costituire una sorta di unicum in occcidente: ha così avuto modo di studiare i metodi con cui operava sia il meccanismo di consenso che di dissenso in una società non ancora atomizzata come quella americana. Del  resto Eric stesso ha più volte sostenuto che questa permanenza italiana ha cambiato il suo modo di vedere.

Ad ogni modo tale ruolo anomalo dei social e più in generale della rete trova assoluto quanto trascurato riscontro in molte delle 30.322 mail e allegati di Hillary Clinton e del dipartimento di Stato, incautamente passati attraverso un server privato, rese note da Wikileaks e di fatto mai rivelate da quei giornali come il Guardian o L’Espresso che in un primo momento avevano sgomitato per essere i fini dicitori di tutta questa enorme massa di documenti, ma che poi hanno riposto tutto nei cassetti. Nelle mail interne di una società privata di “informazione”, leggi spionaggio, come Stratfor si legge una lettera del vicepresidente  Fred Burton in cui si dice, per esempio che “Google riceve supporto dalla Casa Bianca e dal Ministero degli Interni, fa ciò che la Cia non può fare…” E in effetti troviamo sia Jared Cohen che Eric Schmidt in varie parti calde del mondo come se facessero parte di una diplomazia parallela: il primo lo troviamo con funzioni più direttamente operative in Afganistan nel 2009 per convincere le quattro principali società di telefonia mobile del Paese a trasferire le loro antenne su basi militari degli Stati Uniti o in Egitto durante la rivoluzione primaverile o ancora in Libano intento alla creazione del rivale intellettuale e religioso di Hezbollah, ovvero l’Higher Shia League che poi avrà un ruolo non secondario in Siria dove le attenzioni di Cohen si sono particolarmente concentrate.  Infatti è già dal 2006 che un cablo dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, William Roebuck, parla  delle “potenziali vulnerabilità” dell’amministrazione di Assad e dei “possibili mezzi per sfruttarle” nel quadro evidentemente di progetti geopolitici già varati. Qui Cohen entra in scena nel momento in cui bisogna concretizzare i piani e cerare attraverso la tecnocrazia della Silicon Valley una guerra civile sulla base dei malumori che nascevano dalla crisi agricola nella quale si trovava il Paese: nel 2010 è a Damasco assieme a un uomo del dipartimento di stato, Alec Ross (altro studente dell’Alma Mater studiorum bononiensis) e questi scrive alla Clinton: “Quando Jared e io siamo andati in Siria, è perché sapevamo che la società siriana stava diventando sempre più giovane (la popolazione raddoppierà in 17 anni) e il digitale avrebbe creato delle rotture nella società che avremmo potuto sfruttare per i nostri scopi”.

Schmidt dal canto suo opera in maniera più rarefatta, basta vedere l’elenco degli inviti alle riunioni annuali di Google Ideas (oggi Jigsaw che forse rende meglio l’idea): funzionari degli Stati Uniti, magnati delle telecomunicazioni, consulenti di intelligence, capitalisti finanziari, avvoltoi della politica estera,  produttori di armi e i loro clienti abituali, nonché i responsabili delle operazioni militari statunitensi. Tutte cose che in apparenza non c’entrano nulla con Google, ma affido a Julian Assange  che oltre ad aver buttato il sasso nello stagno con Wikileaks ha anche incontrato e parlato a lungo con i personaggi di cui abbiamo parlato: “Questo mondo sembra essere una successione di eventi simili: interminabili serate di fertilizzazione incrociata tra le élite e i loro vassalli, sotto la pia rubrica della “società civile”. La saggezza preconcetta nelle società capitalistiche avanzate è che esiste sempre un “settore della società civile” organico in cui le istituzioni si formano in modo autonomo e si uniscono per manifestare gli interessi e la volontà dei cittadini. Secondo questa favola, l’autonomia di tale settore è rispettata dagli attori del governo e dal “settore privato”, che consente alle ONG e alle organizzazioni senza scopo di lucro di difendere i diritti della persona, la libertà di espressione e controllare i governi. Sembra una buona idea. Ma se fosse vero un giorno, non è vero per decenni. Almeno dagli anni ’70, attori autentici come i sindacati  si sono ritirati sotto l’assalto violento del libero mercato, trasformando la “società civile” nel mercato di un compratore per fazioni politiche e interessi corporativi.” La rete gestita in questo modo e da questi poteri e per giunta in modo occulto si è trasformata nella principale arma del potere, il quale come suprema beffa nei confronti delle persone fa finta di demonizzarla come fonte di complottismo, fake news e mezzo di collegamento per rivoltosi come nel ciance del sultanino Macron. Al massimo si potrebbe dire che chi la fa l’aspetti. 


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