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Ecco a voi Googlespy

Matrix-World-MapNel giugno del 2009 Ahmadinejad, il grande nemico della Casa Bianca, fu riconfermato alla presidenza dell’Iran con una schiacciante maggioranza di voti popolari e Washington fu costretta a raccogliere tutti i suoi uomini e tutte le sue forze per tentare di contestare il risultato delle urne e creare uno stabile movimento di protesta. In quell’inizio di estate Twitter che compiva tre anni, aveva programmato numerosi aggiornamenti che avrebbero potuto compromettere per qualche settimana la funzionalità e l’immediata fruibilità del sistema, ma al portone di Jack Dorsey, capo del social network, si presentò un corriere con una missiva proveniente  dal Dipartimento di stato che imponeva lo slittamento della manutenzione per permettere la comunicazione fra i gruppi che tentavano di arrivare a un sollevamento popolare che in realtà abortì quasi subito riuscendo a radunare solo qualche decina di migliaia di persone a Teheran. Ma la cosa interessante in questa storia oltre all’utilizzo geopolitico di un social network è che la missiva a Dorsey era firmata da Jared Cohen l’unico membro del dipartimento di Stato ad essere sopravvissuto al passaggio da Condooliza Rice a Hillary Clinton e soprattutto l’uomo che alla fine di quello stesso anno passerà dallo staff governativo di Washington a capo della più importante struttura di Google, ovvero Google Ideas, il cuore pensante del colosso di Mountain View.

Ma c’è di più questo nuovo incarico fu in certo modo suggellato da un articolo scritto a quattro mani con Eric Schimdt, presidente di Google, in cui veniva vantato il grande potenziale  delle tecnologie informatiche  come strumento della politica estera americana: “gli stati democratici che hanno messo insieme coalizioni militari possono fare la stessa cosa con le loro tecnologie di connessione”. Quindi non dobbiamo affatto stupirci né della vastità delle menzogne che sono state diffuse sull’Ucraina, sulla Siria e oggi sul Venezuela conoscendo questi retroscena, peraltro mai rivelati dal mainstream che fa parte dello stesso sistema. Del resto Eric Schmidt ci riguarda molto più da vicino di quanto non si creda perché ha passato molta parte della sua infanzia in Italia a seguito del padre ( l’ho incontrato diverse volte in una altra vita perché abitava nel mio stesso palazzo) a lungo docente presso la Johns Hopkins University di Bologna. Erano gli anni in cui il Pci governava così saldamente la città da costituire una sorta di unicum in occcidente: ha così avuto modo di studiare i metodi con cui operava sia il meccanismo di consenso che di dissenso in una società non ancora atomizzata come quella americana. Del  resto Eric stesso ha più volte sostenuto che questa permanenza italiana ha cambiato il suo modo di vedere.

Ad ogni modo tale ruolo anomalo dei social e più in generale della rete trova assoluto quanto trascurato riscontro in molte delle 30.322 mail e allegati di Hillary Clinton e del dipartimento di Stato, incautamente passati attraverso un server privato, rese note da Wikileaks e di fatto mai rivelate da quei giornali come il Guardian o L’Espresso che in un primo momento avevano sgomitato per essere i fini dicitori di tutta questa enorme massa di documenti, ma che poi hanno riposto tutto nei cassetti. Nelle mail interne di una società privata di “informazione”, leggi spionaggio, come Stratfor si legge una lettera del vicepresidente  Fred Burton in cui si dice, per esempio che “Google riceve supporto dalla Casa Bianca e dal Ministero degli Interni, fa ciò che la Cia non può fare…” E in effetti troviamo sia Jared Cohen che Eric Schmidt in varie parti calde del mondo come se facessero parte di una diplomazia parallela: il primo lo troviamo con funzioni più direttamente operative in Afganistan nel 2009 per convincere le quattro principali società di telefonia mobile del Paese a trasferire le loro antenne su basi militari degli Stati Uniti o in Egitto durante la rivoluzione primaverile o ancora in Libano intento alla creazione del rivale intellettuale e religioso di Hezbollah, ovvero l’Higher Shia League che poi avrà un ruolo non secondario in Siria dove le attenzioni di Cohen si sono particolarmente concentrate.  Infatti è già dal 2006 che un cablo dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, William Roebuck, parla  delle “potenziali vulnerabilità” dell’amministrazione di Assad e dei “possibili mezzi per sfruttarle” nel quadro evidentemente di progetti geopolitici già varati. Qui Cohen entra in scena nel momento in cui bisogna concretizzare i piani e cerare attraverso la tecnocrazia della Silicon Valley una guerra civile sulla base dei malumori che nascevano dalla crisi agricola nella quale si trovava il Paese: nel 2010 è a Damasco assieme a un uomo del dipartimento di stato, Alec Ross (altro studente dell’Alma Mater studiorum bononiensis) e questi scrive alla Clinton: “Quando Jared e io siamo andati in Siria, è perché sapevamo che la società siriana stava diventando sempre più giovane (la popolazione raddoppierà in 17 anni) e il digitale avrebbe creato delle rotture nella società che avremmo potuto sfruttare per i nostri scopi”.

Schmidt dal canto suo opera in maniera più rarefatta, basta vedere l’elenco degli inviti alle riunioni annuali di Google Ideas (oggi Jigsaw che forse rende meglio l’idea): funzionari degli Stati Uniti, magnati delle telecomunicazioni, consulenti di intelligence, capitalisti finanziari, avvoltoi della politica estera,  produttori di armi e i loro clienti abituali, nonché i responsabili delle operazioni militari statunitensi. Tutte cose che in apparenza non c’entrano nulla con Google, ma affido a Julian Assange  che oltre ad aver buttato il sasso nello stagno con Wikileaks ha anche incontrato e parlato a lungo con i personaggi di cui abbiamo parlato: “Questo mondo sembra essere una successione di eventi simili: interminabili serate di fertilizzazione incrociata tra le élite e i loro vassalli, sotto la pia rubrica della “società civile”. La saggezza preconcetta nelle società capitalistiche avanzate è che esiste sempre un “settore della società civile” organico in cui le istituzioni si formano in modo autonomo e si uniscono per manifestare gli interessi e la volontà dei cittadini. Secondo questa favola, l’autonomia di tale settore è rispettata dagli attori del governo e dal “settore privato”, che consente alle ONG e alle organizzazioni senza scopo di lucro di difendere i diritti della persona, la libertà di espressione e controllare i governi. Sembra una buona idea. Ma se fosse vero un giorno, non è vero per decenni. Almeno dagli anni ’70, attori autentici come i sindacati  si sono ritirati sotto l’assalto violento del libero mercato, trasformando la “società civile” nel mercato di un compratore per fazioni politiche e interessi corporativi.” La rete gestita in questo modo e da questi poteri e per giunta in modo occulto si è trasformata nella principale arma del potere, il quale come suprema beffa nei confronti delle persone fa finta di demonizzarla come fonte di complottismo, fake news e mezzo di collegamento per rivoltosi come nel ciance del sultanino Macron. Al massimo si potrebbe dire che chi la fa l’aspetti. 

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Profughi e “assassini dell’ascia”

imagesNel dopoguerra l’aggettivo guatemalteco stava ad indicare le peggio cose in fatto di governo, ma ora dovremmo dire honduregno visto che il Paese vive una guerra civile da dieci anni senza che tuttavia le cronache mainstream se ne occupino troppo. Et pour cause come vedremo, ma ogni tanto una notizia trafigge l’insolente velo di ipocrisia che vele le segrete cose e le coscienze deboli mostrando i meccanismi interni dell’informazione e quelli della persuasione o dell’atarassia politica e umana come un orologio aperto. In questi giorni infatti da molte parti si fa riferimento alla triste storia di 4000 honduregni, superstiti di una colonna di profughi molto più consistente, che hanno risalito il Messico con l’intenzione di arrivare per arrivare in Usa, ma devono superare l’invalicabile barriera Trump, l’inumanista.

Naturalmente la notizia ha avuto un qualche rilievo esclusivamente per il fatto che permette di continuare l’inesausta battaglia contro il chiassoso inquilino della Casa Bianca portata avanti dallo stato profondo che fa capo all’asse Clinton – Obama e che in Europa trova una facile eco.  Ma in questo dramma dell’esodo, manca in maniera assordante la domanda fondamentale, ossia perché si fugge dall’ Honduras, dimostrando ancora una volta come la contemporaneità possa sopravvivere solo grazie ad un’alienazione dal reale, ad una frantumazione del mondo in spezzoni autonomi. Certo l’argomento generico delle guerre, della violenza o della povertà – lo stesso che viene evocato in Europa per le migrazioni da Africa e Asia – può fare da paravento alle domande essendo queste altrettanto labili  quanto l’interesse e la capacità di attenzione dell’homo communicans, invece basterebbe farsi davvero questa domanda e pretendere risposte specifiche per bucare il Matrix informativo e ritrovarsi di fronte a uno dei più grotteschi esiti del global imperialismo nel quale viviamo.

Ciò che accade in Honduras infatti, avviene per esplicita volontà degli Usa ( e del ridicolo codazzo europide) che da decenni tentano di impedire un’evoluzione del
Paese con il rischio di uscire dall’orbita coloniale di Washington e di creare più di qualche problema all’United Fruit che di fatto considera il Paese centro americano come cosa propria, il che che si traduce in uno  stato di guerriglia permanente. Nel 2009 dopo il golpe militare contro il presidente Zelaya, reo di aver semplicemente tentato un decentramento decisionale e un lungo intermezzo di confusione armata, un accordo voluto dall’allora segretario di stato Hillary Clinton e le principali forze honduregne stabilì che tutti avrebbero accettato il risultato delle elezioni di novembre anche se a vincerle fosse stato Zelaya stesso nel frattempo tornato in Honduras dopo una breve fuga. Solo che le urne furono disertate dalla stragrande maggioranza della popolazione e  brogli furono tali che la vittoria del conservatore Porfirio Lobo, non fu riconosciuta valida dall’ Alleanza Bolivariana per le Americhe, dell’Unasur, dell’OEA e da molti altri paesi. Persino l’Europa fu in un primo momento tentennate visto che non aveva compreso come il golpe contro Zelaya fosse stato ordito a Washington: il nobel per la Pace Barack Obama dovette spiegalo brutto muso alla nullità Barroso che immediatamente si adeguò. Nel 2013 Lobo fu sostituito dall’attuale presidente Juan Orlando Hernandèz che si è ripresentato alle elezioni del 2017 nonostante questo sia vietato dalla Costituzione e sulla sua testa e su quella del suo partito  pendessero gravi accuse di corruzione, spreco di denaro, rapporti con il narcotraffico e persino assassinii.

Ma Hernandez miracolosamente vince: Il 26 di gennaio si svolsero le elezioni sotto l’ombra della frode elettorale, visto che un milione di persone morte sono comparse nelle liste dei seggi abilitate per il voto. Nonostante questo la giornata si svolse senza particolari incidenti. Una volta chiuse le urne cominciò il conteggio dei voti e ci si aspettava che dopo le prime ore, come era accaduto in passato, le proiezioni dessero grosso modo il risultato finale. Infatti dopo aver contabilizzato più del 50% del totale dei seggi era evidente che il candidato di opposizione Salvador Nasralla stava vincendo di 5 punti, staticamente si poteva confermare che era lui il vincitore. Vari partiti annunciarono di avere copie del voto di tutti i seggi e che i loro conti lo confermavano. Il presidente del Tribunale Elettorale, alleato di Juan Orlando Hernandèz, annunciò che non poteva dichiarare nessun vincitore fino a quando non sarebbero stati contabilizzati tutti i seggi. Il candidato dell’altro partito d’opposizione Luis Zelaya riconobbe Nasralla come vincitore.

A quel punto Il tribunale elettorale  cominciò a registrare solo i seggi dove Juan Orlando aveva vinto. Così piano piano la tendenza cominciò a cambiare. I seggi che davano Nasralla come vincitore vennero separati per essere “monitorati”e  cominciarono a verificarsi strani blocchi del sistema elettorale così che in poco tempo si verificò una sorta di impossibilità statistica: si  invertì la tendenza e Juan Orlando Hernàndez passò  avanti superando Nasralla di 1.5 punti. Un pugno di voti, appena 52 mila, raggranellati nel modo che abbiamo visto determinarono la vittoria di Hernandez, ma anche l’apertura di una crisi politica e istituzionale nel paese senza precedenti. Di qui la nascita di una guerriglia ancora più feroce della precedente. Una guerriglia diretta contro le opposizioni e guidata dagli “assassini dell’ascia” o del machete. Leggendo il libro “The Long honduran night: Resistance, Terror e Aftermath of the Coup di Dana Frank, docente di storia all’Università della California, si apprende come sia stato lo stesso segretario di stato John Kerry ad ammettere che fossero gli Usa a sostenere gli “assassini dell’ascia”, quelli per intenderci che hanno fatto fuori Berta Caceres.

Allora come la mettiamo con i profughi honduregni che vogliono entrare negli Usa per sfuggire alla condizione di servaggio e di violenza innescato dagli stessi Usa? Non vi sembra che non si può più scendere a compromessi con tutto questo se si vuole conservare un minimo di onestà e di dignità?

 

 


Clinton, american gastriti

Clinton 2008

Hillary Clinton e Huma Abedin

Per fortuna abbiamo la Tv e i grandi giornali  che nei pochi momenti di intervallo tra pubblicità e servizi dalle zone terremotate in cui i cronisti fanno una gran fatica a scoprire che il mondo è un po’ diverso dal loro universo redazionale, ci informano del recupero di Donald Trump nei sondaggi elettorali e dicono che questo è dovuto alla nuova inchiesta dell’Fbi sulle mail della Clinton, sottintendendo quando non viene esplicitamente detto, che si tratterebbe di una trappola ad orologeria. Tuttavia si guardano bene dallo spiegare in cosa consista effettivamente l’affaire, sia perché questo è l’ordine di scuderia dei poteri forti che detengono ormai l’informazione, sia perché ne verrebbe fuori un’immagine devastante del futuro presidente e di conseguenza dell’America stessa, scoprirebbe il verminaio che si agita appena sotto il velo delle censure e le impalcature che stanno degradando la democrazia.

Quindi il lettore mi scuserà se andando contro la volontà tutta contemporanea di non sapere, cercherò di fare un quadro sintetico della vicenda perché essa rivela non tanto i retroscena di un personaggio, ma segna le tappe finali di un passaggio d’epoca: appena una decina di anni fa non sarebbe stato possibile proporre la Clinton ( e anche Trump se è per quello) come candidato alla presidenza, ma oggi  invece l’apparato mediatico è in grado di farlo, di portare alla Casa Bianca  uno scheletro nell’armadio vivente, un ostaggio ricattabile a piacere oltre che legato a oscuri interessi che viola qualsiasi mito vero o fasullo con cui viene presentata la democrazia americana. Il fatto che sia donna e che possa essere la prima donna alla guida degli Usa è un progresso apparente, ma un regresso reale, come del resto è accaduto mutatis mutandis con Obama, perché in effetti la qualità femminile viene strumentalmente usata per giustificare un personaggio altrimenti improponibile alla presidenza e addirittura passibile dell’accusa di alto tradimento. Un arma per chi non lo avesse ancora inteso, brandita inizialmente non tanto e non principalmente contro Trump, quando contro Sanders alle primarie.

Bene, tutto nasce con l’assassinio dell’ambasciatore Usa in Libia, Christopher Stevens, ucciso in circostanze oscure nel 2012 mentre probabilmente stava trattando con i tagliagole locali l’acquisto di armi dell’arsenale di Gheddafi per spedirle ai cugini tagliagole in Siria, ma per il momento considerati eroi. Hillary è segretario di stato e come tale ha l’obbligo di ricevere e inviare tutta la corrispondenza attraverso il server sicuro e pubblico del Dipartimento, ma quando nel 2014 comincia il lavoro della Commissione d’inchiesta sugli eventi di Bengasi e sul fatto che gli elicotteri e i marines di stanza a Sigonella non avessero mosso un dito per tentare di salvare l’ambasciatore, viene richiesta tutta la documentazione in merito e dunque anche gli scambi di mail della Clinton. Così si scopre che al Dipartimento di stato non esiste nulla, che Hillary aveva messo su in casa un server privato di posta, assolutamente non sicuro. Viene anche alla luce che trentamila mail sono state volutamente e accuratamente cancellate con un programma che distrugge ogni traccia dai banchi di memoria. E’ open source e potete procurarvelo anche voi qui dove troverete anche la Clinton come testimonial. immagino non volontaria.

L’ex segretario si giustifica dicendo che si trattava di corrispondenza privata e che per il resto non ricorda, ma viene salvata dall’incriminazione dal Procuratore generale degli Usa, Loretta Lynch, amica dei Clinton e fortissimamente voluta da Obama a quella carica, appena in tempo per soccorrere Hillary che dunque può entrare nella battaglia politica delle primarie. Tuttavia  le cose non si sono concluse, perché migliaia di mail cancellate compaiono su Wikileaks con l’informazione impegnata a non rivelarne il contenuto le quali mostrano come la Segretaria di stato si servisse della carica per compiere azioni illegali e ricevere mazzette sotto forma di donazioni, di regali per Bill, oppure come contributi per la Clinton Foundation che ha permesso alla famiglia presidenziale di accumulare misteriosamente un patrimonio di 400 milioni di dollari. Questo per non  parlare dei brogli per impedire che fosse Sanders a spuntarla alle primarie.

Tutto però sembrava ormai sotto controllo, sopito a forza di edulcoranti mediatici e grazie anche alla bizzarra figura dell’antagonista Trump, quando arriva il  colpo di scena prodotto dall’Fbi  che riapre l’inchiesta: dal computer del marito della collaboratrice più stretta di Hillary (qualcuno sussurra che si tratti di qualcosa di più), Huma Abedin, spuntano fuori decine di migliaia di mail clintoniane. Il fatto è inquietante perché il marito della donna è nientemeno  che Antony Weiner, il politico di secondo piano noto per aver tentato di impedire l’ingresso all’Onu della delegazione palestinese nel 2006 e per il suo clamoroso fallimento nel proporsi, con l’appoggio della dinastia Clinton, quale sindaco di New York: fu fermato dalle foto nude che mandava via telefonino a numerose donne, proponendosi come uomo “eternamente arrapato”, cosa che successivamente ha fatto anche con una quindicenne. Circostanza quest’ultima che alla fine ha portato a un’inchiesta penale e  al ritrovamento delle mail di Hillary, nel computer di famiglia visto che il divorzio dalla moglie Huma dopo i precedenti scandali sessuali è stato di semplice facciata, la coppia continua a convivere. Alla luce del ritrovamento delle lettere la figura della stessa Abedin, assume caratteri diversi e oscuri: è di nascita saudita e conserva stretti rapporti con la casa regnante, ha rapporti con Lega Mondiale dei Mussulmani che sembra essere una longa manus del sufismo e del finanziamento saudita del terrorismo, per non dire che i genitori sono membri di spicco dei Fratelli mussulmani. Che ci facevano le lettere del Segretario di stato nel computer di casa dell’eterno arrapato e di sua moglie? Tanto più che John Podesta, amico dei due e  responsabile della campagna elettorale di Hillary è il lobbista ufficiale della Arabia Saudita per la modica cifra di  200 mila dollari al mese. Forse venivano passate, con il consenso della Cia a qualcuno che magari è residente a Riad, visto che tra l’altro la corte saudita a quanto sembra  ha finanziato il 20% delle spese elettorali? Oppure peggio ancora sono una premonizione dei tragici pasticci che la Clinton e i poteri forti che la sostengono si preparano a fare in Medio Oriente? O ancora sono la testimonianza in acta della rimbambimento di Hillary, quanto mai opportuno dal punto di vista del potere grigio effettivo? Probabilmente un misto delle tre cose. E dire che tutto questo viene presentato come il meglio, meglio di Sanders e adesso di Trump. Meglio per chi?

 


C’era una volta l’America: dal Watergate alla Clintonfilia

arthur-lyons-deadline-usaLa storia è come Pollicino, lascia segnali che indicano il cammino, che indicano svolte, progressi o involuzioni e bisogna individuarli su un terreno accidentato e ingannevole per accorgersi dei cambiamenti, compresi quelli che non riguardano direttamente la realtà, ma le costruzioni surrettizie su quest’ultima, mitologie, umori, pensieri, narrazioni e paccottiglia proveniente dal “rumore di fondo” dell’informazione. Così proprio in questi giorni di campagna elettorale fra due candidati a loro modo anomali e testimoni dell’avvenuta riduzione della democrazia, si può misurare la differenza rispetto al passato e la morte completa di una certa idea dell’America il cui rimane solo il fantasma mediatico anche se evocato e mantenuto allo stato ectoplasmatico 24 ore su 24 dai medium di banalità per adolescenti di Hollywood o della televisione.

In effetti l’ultima volta che si è apparsa nella realtà vera quella certa idea dell’America nella quale sono cresciute le generazioni del dopoguerra è stata durante lo scandalo Watergate. Già Nixon, prima ancora che venissero svelate le sue peggio cose aveva sadicamente fatto a pezzi il mitico Mr Smith va a Washington, che pure nella sua natura di edulcorata propaganda bellica, per mostrare la capacità di riscatto del sistema aveva anche dovuto mostrare di che intrighi grondi il potere.  E quando tutto questo sembrava solo una numinosa età dell’oro dopo l’assassinio di Kennedy e i milioni di morti del Vietnam, arrivò lo scandalo Watergate a dimostrare come l’informazione fosse ancora il cane da guardia della democrazia, tanto che un’inchiesta giornalistica poteva abbattere un presidente. Accadeva quasi cinquant’anni fa e quell’inchiesta non solo rafforzò il mito americano, ma ne creò uno parallelo sulla stampa americana, quella che non puoi fermare bellezza come disse Humphrey Bogart in un celebre film. In un certo senso però l’inchiesta giornalistica che inchiodò Nixon era un era non l’inizio di una stagione, ma l’ultimo falò di una mitologia.

In questi giorni vediamo bene dove si è arrivati: smercio di bugie che si sa benissimo essere tali ( vedi Siria: i disperati della menzogna globale ) mentre i redattori dei grandi giornali, New York Times e Washington Post in testa che, nell’ambito dello scandalo mail, concordano le domande da fare a Hillary per nascondere i legami con le lobby, inviano preventivamente le interviste alla medesima perché le corregga prima della pubblicazione, accettano e fanno propri articoli che provengono dallo staff di Hillary o addirittura si prodigano per  massimizzare la presenza mediatica della Clinton al fine di fottere Sanders. Un editorialista del Nyt  oltre che noto presentatore televisivo arriva al punto di rivelare a un collega che sta scrivendo un pezzo “come vuole Hillary”. Casualmente è lo stesso personaggio che ha moderato un dibattito durante le primarie quale giornalista indipendente e definendo Trump una caricatura. Questo per non parlare dei contatti privati degli uomini  della candidata con i giornalisti della maggiori testate o della Cnn che ha passato le domande alla Clinton le domande del pubblico in anticipo. Il sistema vuole un presidente affidabile secondo i propri criteri e non fa alcuna distinzione politica.

Del resto questa situazione, non è dovuta a situazioni contingenti ed emendabili,  è nelle cose, nello spirito e nella pratica del tempo, nei presupposti del pensiero unico: il 90 per cento dell’informazione e anche dell’intrattenimento americani, giornali, tv, industria cinematografica  sono in mano a sole 6 aziende, General Electric,  News corp, Viacom, Disney, Cbs e The Warner al posto delle 50 che operavano vent’anni fa e questo crea di fatto un cartello con  un controllo strutturale e capillare sui media, qualcosa che a che vedere non solo col flusso delle notizie o sulla loro manipolazione, ma sulla formazione complessiva delle persone.  Qualche anno fa Carl Bernstein che assieme a Woodward fecero esplodere il, Watergate affermò, senza alcuna smentita che almeno quattrocento fra i giornalisti più in vista erano segretamente collegati alla Cia, insomma una vera foresta di “betulle”. Al posto della libera stampa si è sostituito un intreccio fra proprietà, notizie, interessi, servizi segreti, governo, lobby con esiti inquietanti. Uno dei quali – tanto per fare un esempio emblematico –  fu la campagna fatta da Stephen Hadley, ex vice capo della Nsa al tempo di Bush, durante la famosa crisi dei gas in Siria, anche quella un film sul niente o meglio sulle vittime innocenti di un inganno. Hadley spingeva per la guerra totale ad Assad e per sostenere questa tesi ebbe facile e continuo accesso a Cnn, Nbc, Fox News, Bloomberg TV e Washington Post, un insieme che sembra il ritratto dei poteri grigi. Guerra, guerra, ma nessuno disse che Hadley oltre ad essere un grottesco advisor dell’United States Institute of Peace era contemporaneamente direttore della Raytheon, ovvero una delle maggiori fabbriche di armamenti.

Purtroppo questo cancro si è metastatizzato in tutto l’occidente dove ormai solo pochi uomini hanno il controllo dell’informazione, sia in via diretta che attraverso un sistema politico del tutto subalterno: qualche rara avis ha il coraggio di denunciare in rete questa situazione, qualche giornalista di nome che conosce da vicino questi meccanismi Sharyl Acctisson ex Cbc (qui) o Amber Lyon ex Cnn (qui) o ancora l’ex del Frankfurter Allgemeine il quale ha rivelato di dover scrivere  articoli redatti servizi segreti  americani firmandoli come propri (qui). Tutte cose che fanno scandalo per qualche giorno, ma non possiedono certo il criterio di credibilità dell’età contemporanea affidato solo alla ripetizione continua di tesi e frasi fatte. Si c’era una volta un’America immaginaria. E un’Europa immaginaria. Qualcuno, per carità ci svegli.


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