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Clinton, american gastriti

Clinton 2008

Hillary Clinton e Huma Abedin

Per fortuna abbiamo la Tv e i grandi giornali  che nei pochi momenti di intervallo tra pubblicità e servizi dalle zone terremotate in cui i cronisti fanno una gran fatica a scoprire che il mondo è un po’ diverso dal loro universo redazionale, ci informano del recupero di Donald Trump nei sondaggi elettorali e dicono che questo è dovuto alla nuova inchiesta dell’Fbi sulle mail della Clinton, sottintendendo quando non viene esplicitamente detto, che si tratterebbe di una trappola ad orologeria. Tuttavia si guardano bene dallo spiegare in cosa consista effettivamente l’affaire, sia perché questo è l’ordine di scuderia dei poteri forti che detengono ormai l’informazione, sia perché ne verrebbe fuori un’immagine devastante del futuro presidente e di conseguenza dell’America stessa, scoprirebbe il verminaio che si agita appena sotto il velo delle censure e le impalcature che stanno degradando la democrazia.

Quindi il lettore mi scuserà se andando contro la volontà tutta contemporanea di non sapere, cercherò di fare un quadro sintetico della vicenda perché essa rivela non tanto i retroscena di un personaggio, ma segna le tappe finali di un passaggio d’epoca: appena una decina di anni fa non sarebbe stato possibile proporre la Clinton ( e anche Trump se è per quello) come candidato alla presidenza, ma oggi  invece l’apparato mediatico è in grado di farlo, di portare alla Casa Bianca  uno scheletro nell’armadio vivente, un ostaggio ricattabile a piacere oltre che legato a oscuri interessi che viola qualsiasi mito vero o fasullo con cui viene presentata la democrazia americana. Il fatto che sia donna e che possa essere la prima donna alla guida degli Usa è un progresso apparente, ma un regresso reale, come del resto è accaduto mutatis mutandis con Obama, perché in effetti la qualità femminile viene strumentalmente usata per giustificare un personaggio altrimenti improponibile alla presidenza e addirittura passibile dell’accusa di alto tradimento. Un arma per chi non lo avesse ancora inteso, brandita inizialmente non tanto e non principalmente contro Trump, quando contro Sanders alle primarie.

Bene, tutto nasce con l’assassinio dell’ambasciatore Usa in Libia, Christopher Stevens, ucciso in circostanze oscure nel 2012 mentre probabilmente stava trattando con i tagliagole locali l’acquisto di armi dell’arsenale di Gheddafi per spedirle ai cugini tagliagole in Siria, ma per il momento considerati eroi. Hillary è segretario di stato e come tale ha l’obbligo di ricevere e inviare tutta la corrispondenza attraverso il server sicuro e pubblico del Dipartimento, ma quando nel 2014 comincia il lavoro della Commissione d’inchiesta sugli eventi di Bengasi e sul fatto che gli elicotteri e i marines di stanza a Sigonella non avessero mosso un dito per tentare di salvare l’ambasciatore, viene richiesta tutta la documentazione in merito e dunque anche gli scambi di mail della Clinton. Così si scopre che al Dipartimento di stato non esiste nulla, che Hillary aveva messo su in casa un server privato di posta, assolutamente non sicuro. Viene anche alla luce che trentamila mail sono state volutamente e accuratamente cancellate con un programma che distrugge ogni traccia dai banchi di memoria. E’ open source e potete procurarvelo anche voi qui dove troverete anche la Clinton come testimonial. immagino non volontaria.

L’ex segretario si giustifica dicendo che si trattava di corrispondenza privata e che per il resto non ricorda, ma viene salvata dall’incriminazione dal Procuratore generale degli Usa, Loretta Lynch, amica dei Clinton e fortissimamente voluta da Obama a quella carica, appena in tempo per soccorrere Hillary che dunque può entrare nella battaglia politica delle primarie. Tuttavia  le cose non si sono concluse, perché migliaia di mail cancellate compaiono su Wikileaks con l’informazione impegnata a non rivelarne il contenuto le quali mostrano come la Segretaria di stato si servisse della carica per compiere azioni illegali e ricevere mazzette sotto forma di donazioni, di regali per Bill, oppure come contributi per la Clinton Foundation che ha permesso alla famiglia presidenziale di accumulare misteriosamente un patrimonio di 400 milioni di dollari. Questo per non  parlare dei brogli per impedire che fosse Sanders a spuntarla alle primarie.

Tutto però sembrava ormai sotto controllo, sopito a forza di edulcoranti mediatici e grazie anche alla bizzarra figura dell’antagonista Trump, quando arriva il  colpo di scena prodotto dall’Fbi  che riapre l’inchiesta: dal computer del marito della collaboratrice più stretta di Hillary (qualcuno sussurra che si tratti di qualcosa di più), Huma Abedin, spuntano fuori decine di migliaia di mail clintoniane. Il fatto è inquietante perché il marito della donna è nientemeno  che Antony Weiner, il politico di secondo piano noto per aver tentato di impedire l’ingresso all’Onu della delegazione palestinese nel 2006 e per il suo clamoroso fallimento nel proporsi, con l’appoggio della dinastia Clinton, quale sindaco di New York: fu fermato dalle foto nude che mandava via telefonino a numerose donne, proponendosi come uomo “eternamente arrapato”, cosa che successivamente ha fatto anche con una quindicenne. Circostanza quest’ultima che alla fine ha portato a un’inchiesta penale e  al ritrovamento delle mail di Hillary, nel computer di famiglia visto che il divorzio dalla moglie Huma dopo i precedenti scandali sessuali è stato di semplice facciata, la coppia continua a convivere. Alla luce del ritrovamento delle lettere la figura della stessa Abedin, assume caratteri diversi e oscuri: è di nascita saudita e conserva stretti rapporti con la casa regnante, ha rapporti con Lega Mondiale dei Mussulmani che sembra essere una longa manus del sufismo e del finanziamento saudita del terrorismo, per non dire che i genitori sono membri di spicco dei Fratelli mussulmani. Che ci facevano le lettere del Segretario di stato nel computer di casa dell’eterno arrapato e di sua moglie? Tanto più che John Podesta, amico dei due e  responsabile della campagna elettorale di Hillary è il lobbista ufficiale della Arabia Saudita per la modica cifra di  200 mila dollari al mese. Forse venivano passate, con il consenso della Cia a qualcuno che magari è residente a Riad, visto che tra l’altro la corte saudita a quanto sembra  ha finanziato il 20% delle spese elettorali? Oppure peggio ancora sono una premonizione dei tragici pasticci che la Clinton e i poteri forti che la sostengono si preparano a fare in Medio Oriente? O ancora sono la testimonianza in acta della rimbambimento di Hillary, quanto mai opportuno dal punto di vista del potere grigio effettivo? Probabilmente un misto delle tre cose. E dire che tutto questo viene presentato come il meglio, meglio di Sanders e adesso di Trump. Meglio per chi?

 

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C’era una volta l’America: dal Watergate alla Clintonfilia

arthur-lyons-deadline-usaLa storia è come Pollicino, lascia segnali che indicano il cammino, che indicano svolte, progressi o involuzioni e bisogna individuarli su un terreno accidentato e ingannevole per accorgersi dei cambiamenti, compresi quelli che non riguardano direttamente la realtà, ma le costruzioni surrettizie su quest’ultima, mitologie, umori, pensieri, narrazioni e paccottiglia proveniente dal “rumore di fondo” dell’informazione. Così proprio in questi giorni di campagna elettorale fra due candidati a loro modo anomali e testimoni dell’avvenuta riduzione della democrazia, si può misurare la differenza rispetto al passato e la morte completa di una certa idea dell’America il cui rimane solo il fantasma mediatico anche se evocato e mantenuto allo stato ectoplasmatico 24 ore su 24 dai medium di banalità per adolescenti di Hollywood o della televisione.

In effetti l’ultima volta che si è apparsa nella realtà vera quella certa idea dell’America nella quale sono cresciute le generazioni del dopoguerra è stata durante lo scandalo Watergate. Già Nixon, prima ancora che venissero svelate le sue peggio cose aveva sadicamente fatto a pezzi il mitico Mr Smith va a Washington, che pure nella sua natura di edulcorata propaganda bellica, per mostrare la capacità di riscatto del sistema aveva anche dovuto mostrare di che intrighi grondi il potere.  E quando tutto questo sembrava solo una numinosa età dell’oro dopo l’assassinio di Kennedy e i milioni di morti del Vietnam, arrivò lo scandalo Watergate a dimostrare come l’informazione fosse ancora il cane da guardia della democrazia, tanto che un’inchiesta giornalistica poteva abbattere un presidente. Accadeva quasi cinquant’anni fa e quell’inchiesta non solo rafforzò il mito americano, ma ne creò uno parallelo sulla stampa americana, quella che non puoi fermare bellezza come disse Humphrey Bogart in un celebre film. In un certo senso però l’inchiesta giornalistica che inchiodò Nixon era un era non l’inizio di una stagione, ma l’ultimo falò di una mitologia.

In questi giorni vediamo bene dove si è arrivati: smercio di bugie che si sa benissimo essere tali ( vedi Siria: i disperati della menzogna globale ) mentre i redattori dei grandi giornali, New York Times e Washington Post in testa che, nell’ambito dello scandalo mail, concordano le domande da fare a Hillary per nascondere i legami con le lobby, inviano preventivamente le interviste alla medesima perché le corregga prima della pubblicazione, accettano e fanno propri articoli che provengono dallo staff di Hillary o addirittura si prodigano per  massimizzare la presenza mediatica della Clinton al fine di fottere Sanders. Un editorialista del Nyt  oltre che noto presentatore televisivo arriva al punto di rivelare a un collega che sta scrivendo un pezzo “come vuole Hillary”. Casualmente è lo stesso personaggio che ha moderato un dibattito durante le primarie quale giornalista indipendente e definendo Trump una caricatura. Questo per non parlare dei contatti privati degli uomini  della candidata con i giornalisti della maggiori testate o della Cnn che ha passato le domande alla Clinton le domande del pubblico in anticipo. Il sistema vuole un presidente affidabile secondo i propri criteri e non fa alcuna distinzione politica.

Del resto questa situazione, non è dovuta a situazioni contingenti ed emendabili,  è nelle cose, nello spirito e nella pratica del tempo, nei presupposti del pensiero unico: il 90 per cento dell’informazione e anche dell’intrattenimento americani, giornali, tv, industria cinematografica  sono in mano a sole 6 aziende, General Electric,  News corp, Viacom, Disney, Cbs e The Warner al posto delle 50 che operavano vent’anni fa e questo crea di fatto un cartello con  un controllo strutturale e capillare sui media, qualcosa che a che vedere non solo col flusso delle notizie o sulla loro manipolazione, ma sulla formazione complessiva delle persone.  Qualche anno fa Carl Bernstein che assieme a Woodward fecero esplodere il, Watergate affermò, senza alcuna smentita che almeno quattrocento fra i giornalisti più in vista erano segretamente collegati alla Cia, insomma una vera foresta di “betulle”. Al posto della libera stampa si è sostituito un intreccio fra proprietà, notizie, interessi, servizi segreti, governo, lobby con esiti inquietanti. Uno dei quali – tanto per fare un esempio emblematico –  fu la campagna fatta da Stephen Hadley, ex vice capo della Nsa al tempo di Bush, durante la famosa crisi dei gas in Siria, anche quella un film sul niente o meglio sulle vittime innocenti di un inganno. Hadley spingeva per la guerra totale ad Assad e per sostenere questa tesi ebbe facile e continuo accesso a Cnn, Nbc, Fox News, Bloomberg TV e Washington Post, un insieme che sembra il ritratto dei poteri grigi. Guerra, guerra, ma nessuno disse che Hadley oltre ad essere un grottesco advisor dell’United States Institute of Peace era contemporaneamente direttore della Raytheon, ovvero una delle maggiori fabbriche di armamenti.

Purtroppo questo cancro si è metastatizzato in tutto l’occidente dove ormai solo pochi uomini hanno il controllo dell’informazione, sia in via diretta che attraverso un sistema politico del tutto subalterno: qualche rara avis ha il coraggio di denunciare in rete questa situazione, qualche giornalista di nome che conosce da vicino questi meccanismi Sharyl Acctisson ex Cbc (qui) o Amber Lyon ex Cnn (qui) o ancora l’ex del Frankfurter Allgemeine il quale ha rivelato di dover scrivere  articoli redatti servizi segreti  americani firmandoli come propri (qui). Tutte cose che fanno scandalo per qualche giorno, ma non possiedono certo il criterio di credibilità dell’età contemporanea affidato solo alla ripetizione continua di tesi e frasi fatte. Si c’era una volta un’America immaginaria. E un’Europa immaginaria. Qualcuno, per carità ci svegli.


Obama e il diluvio

obama-clinton-trumpTriste, solitario y final. Così appare il presidente Obama alla fine definitiva del suo regno, come qualcuno che non è riuscito per anni a dare ascolto a se stesso, alle sue promesse tradite e che alla fine nessuno ascolta più, tanto che qualche area di governo ombra lo ha messo di fronte al colpo di mano militare contro la Siria, il cosiddetto “errore” che invece di colpire i terroristi  ha fatto strage di soldati siriani, mandando all’aria accordi che qualcuno a Washington  non aveva alcuna intenzione di rispettare. Del resto da anni il governo reale dell’impero, avendo compreso l’inadeguatezza amletica del personaggio, gli ha forzato la mano assoldando ogni tipo di avventurieri, di ongisti (i sedicenti umanitari), di arancioni, di terroristi, per portare avanti l’antico progetto di dominio sul medioriente e l’isolamento della Russia, necessario per il confronto la Cina, il grande spauracchio americano. Un progetto tutt’altro che lucido, anzi nemmeno un progetto vero e proprio, ma un patchwork di ciniche suggestioni ereditate dal passato, imperialismi multinazionali, lavorio di lobby e di servizi segreti, imposizioni di cartelli, insomma di tutto quell’apparato che ormai costituisce la vera governance degli Usa e che passa quasi totalmente sulla testa dei cittadini, ossessivamente educati all’eccezionalità e bombardati ogni minuto da una propaganda ossessiva che non risparmia nemmeno il più desolante prodotto televisivo. Cosa che poi si traduce in un indice di eguaglianza che è tra i più bassi al mondo 168° su 176.

Bisogna partire da questa constatazione dell’impotenza di Obama o meglio della presidenza che con lui diventa palese, anzi acquista un che di tragico e di enigmatico, per capre quale sia la reale natura della battaglia elettorale fra Trump e Hillary Clinton, tra due partiti che esprimono in realtà il potere dell’oligarchia e sono semplicemente espressione di due sfumature dentro un pensiero unico, che sono e  rimangono un duopolio il quale impedisce agli Usa di evolversi politicamente oltre il progetto fondativo e oltre la retorica del sogno americano. La parte più conservatrice, che fa riferimento sia all’immenso contado agricolo che al tessuto industriale medio e piccolo con un mercato essenzialmente nazionale  è repubblicana a cui adesso si aggiunge una parte di ceto medio in crisi, è con Trump, quella delle grandi multinazionali, di Wall street, della finanza, insieme ai ceti popolari delle grandi città alla ricerca del sogno americano piuttosto che della stabilità sta con Hillary.  Ovvio che quest’ultima parte è quella più disponibile alle avventure e al globalismo oltre che disponibile a una immigrazione controllata purché fornisca braccia a basso costo, non tutelata da nessuno.

Non si tratta certo di una battaglia inedita, ma in questo caso assume una chiarezza e una drammaticità mai attinte prima, sia per la natura dei contendenti – absolute beginner milionario e speculatore contro navigata first lady in via di rincoglionimento e legata al complesso militar industriale –  sia peril consistente dubbio sulla possibilità  che gli Usa riescano più a sottrarsi alle logiche dell’impero, sulla constatazione che ormai facciano affidamento esclusivo sullo strumento militare per rimanere la potenza egemone. E che la Casa Bianca conti sempre meno nelle scelte finali, spinta, accerchiata, costretta a fare la volontà delle aggregazioni di potere e alla fine, come è accaduto ad Obama, di seguire la corrente e fare discorsi. Insomma si tratta di un passaggio di epoca testimoniata, non solo dagli eventi che si addensano, ma  dalla modestia dei personaggi che si contendono la poltrona, dalla loro natura di segnaposti. Quella sensazione che il presidente nero sia in qualche modo un epigono.


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