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Tira aria di Diaz

108095-sdForse la vicenda del coronavirus non è nata come macchinazione narrativa , è forse stata determinata inizialmente dal panico e dalla consapevolezza che il famoso piano pandemia fatto nel 2010 e mai aggiornato era ormai irrealizzabile visti i tagli alla sanità che nel frattempo erano intervenuti. Ma poi narrazione paradossale lo è diventata quando si è capito che creando un assurdo terrore per una sindrome influenzale si sarebbero potute ottenere molte cose dal punto di vista della messa in mora della democrazia e del controllo che non sarebbero mai state possibili altrimenti. Che si sarebbero potute portare a termine – tanto per fare l’esempio italiano –  operazioni come quelle del Mes che in momenti normali avrebbero richiesto un prezzo politico troppo alto e che adesso invece viene invocato come ultima possibile spiaggia di una catastrofe economica totalmente indotta in maniera artificiale. Così si è arrivati a un blocco del Paese ingiustificato sia dal punto di vista sanitario che economico persino anche dando credito ai dati truffaldini che vengono sfornati quotidianamente e che di fatto attribuiscono al coronavirus qualsiasi decesso tra quelli che normalmente avvengono. E forse qualcuno in più dovuto al cedimento dell’assistenza sanitaria che oggi trascura tutte le altre patologie, anche quelle più gravi e alla stessa segregazione che impedisce cure tempestive in caso di infarto o di altri problemi cardiovascolari.

E vedete, se la segregazione fosse davvero giustificata, le forze dell’ordine e i militari sempre più numerosi nelle città usato come sgherri che naturalmente la violano in continuazione diventando semmai  il principale veicolo di contagio dopo gli ospedali, avrebbero un altro atteggiamento nei confronti dei cittadini. Cercherebbero di dialogare e di convincere, di capire la differenza tra situazioni pericolo e non (vedi la lettera dei magistrati della Valle d’Aosta), invece hanno subito imboccato la strada della tracotanza contro i più deboli e dell’abuso di autorità che surfeta all’abuso di autorità di Conte, fanno verbali salatissimi e inammissibili a gente ormai senza lavoro forse per riempire le casse comunali a corto di multe per divieto di sosta e insomma sembrano trattare i cittadini che dovrebbero aiutare  come prigionieri di un campo di concentramento arrivando a fare persino irruzione nelle chiese per impedire funzioni con una decina di fedeli certamente più distanti tra loro che in un supermercato, ovvero nel luogo dei nuovo culto.  Tutte cose che ovviamente possono fare nell’anonimato esattamente come accade per i pestaggi durante le manifestazioni. Solo che in quei casi subentrano logiche quasi automatiche difficili da tenere a freno, mentre inseguire uno che corre solitario su una spiaggia o circondare l’anziano che va a fare la spesa divertendosi a torturalo con un nonnismo inverso, multare di 1000 euro chi accompagna la figlia in visita specialistica  asserendo che avrebbe dovuto prendere l’autobus è tutta un’altra cosa, mostra un animus che non ha giustificazione. Insomma nella parte peggiore delle forze dell’ordine  si sta facendo strada una sindrome da scuola Diaz dove sentimento di impunità, spirito di corpo, voglia di far valere un potere insperato senza peraltro rischiare proprio nulla dal punto di vista epidemiologico, sta prendendo sempre più piede.

Questo però non accadrebbe se davvero si fosse chiuso il Paese per far fronte a un’epidemia e quindi ci si sentisse in qualche modo solidali e partecipi di qualcosa che coinvolge tutti: in qualche sublimine si è capito o sarebbe meglio dire intuito con l’istinto del lupo che tutto questo serve solo ad aumentare il potere di controllo sui cittadini, a metterli l’uno contro l’altro in maniera che si indeboliscano e dunque si agisce di conseguenza: l’atteggiamento che viene usato nei controlli per quanto odioso e censurabile non è affatto fuori luogo, corrisponde invece chiaramente alla cosa in sé e  smaschera la sua falsa narrazione. E’, come dire, un atteggiamento realistico e solo i fumatori d’oppio possono non accorgersene, almeno fino a che non saranno costretti a vendersi  la pipa e i fumi dell’emergenza sanitaria non si saranno dispersi lasciando intravvedere le rovine.


Piccole cronache dall’epidemia

epid Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dicono le statistiche che l’età media dei residenti veneziani, Terraferma compresa, si aggiri intorno ai 50 anni.

Ma chiunque si sia preso la briga di visitare la città, non a settembre durante il Festival, non a maggio quando inaugura la Biennale, non a luglio quando cade la festa del Redentore, che commemora peraltro la fine di una pestilenza, con doverosa erezione di un tempio, non a febbraio durante i Carnevale, ha potuto verificare che i coraggiosi resistenti all’espulsione hanno un’età ragguardevole. Così fino a ieri chi si avventurasse per strada sfidando le restrizioni di contrasto al virus ne avrebbe incontrati molti, in fila davanti ai caffè a numero chiuso, ai bacari dove ci si consola con lo spritz delle 10 di mattina, alle farmacie che si sono munite di lastre di plexiglas definite dagli indigeni barriere antisputo, che per una popolazione anziana rappresenta un irrinunciabile luogo della socialità: ci si fa leggere il risultato delle analisi, ci si fa misurare la pressione, si scambia una chiacchiera con altri clienti che presentano analoghe patologie.

Deve essere circolata la voce che sono il target a rischio, non a causa del virus, ma della conseguente  selezione che li escluderà necessariamente dai trattamenti salvavita, destinati a altri segmenti di pubblico più meritevole per età, previsione di vita, contributo al bilancio del Paese. Per carità succedeva anche prima, anche prima dell’epidemia e anche prima che venisse richiesto a gran voce da personalità governative e autorevoli esponenti di  prestigiose istituzioni, ma che adesso venga proclamato trovando tacito consenso,   ha suscitato una ribellione generazionale.

Così li vedi circolare audacemente, a scopo dimostrativo della loro irriducibile giovanile baldanza e della loro capacità di sopravvivere all’abbandono consigliato a congiunti da un sistema che aveva già pensato a farne dei molesti sopravvissuti nella loro città passibili di sfratto, espropriati di servizi cui hanno contribuito in tutta la loro vita con tasse e lavoro, vanno in giro spericolatamente tutti dotati di carrello per la spesa o sacchetto del supermercato vuoto in sostituzione di una autocertificazione, a testimoniare che sono fuori spavaldamente  per fare la spesa, secondo le prescrizioni governative.

Invece   l’autocertificazione già da ieri serviva ( in certi casi anche lo scontrino virtuale della spesa non ancora fatta)  a insegnanti e lavoratori che percorrevano il Ponte della Libertà, fermati dai militari dell’operazione Strade Sicure, mitra imbracciato, che fermavano i mezzi pubblici stipati all’infuri dellarea di sicurezza dell’autista,    per controllare che si trattasse abilitati a andare nel posto di lavoro e non di irresponsabili gitanti che approfittavano della inattesa vacanza. Lo stesso succedeva alle porte di Roma e di altre città, mentre altre forze di sicurezza erano impegnate a sedare tumulti fuori da Carrefour o da Conad, presi d’assalto come i forni nei Promessi Sposi.

Così da oggi le “autorità” comprese del fatto che ogni incidente della storia pare destinato a diventare un fenomeno di ordine pubblico, nel condannare le esuberanze della marmaglia che pare geneticamente incapace di attenersi ai comandi e alle regole, sono passate a provvedimenti più estensivi e severi, a evidente scopo pedagogico.

Rispondendo così alle tante obiezioni venute anche dalle forze dell’ordine  che si erano addirittura  premurate di licenziare le loro “che nascono nell’interesse della comunità e non dei bisogni del singolo”, ispirate alla semplificazione che come si sa è un principio che trova d’accordo tutte le forze in campo, trattandosi  di solito di scorciatoie, aggiramento di misure scomode, licenze accordate per non penalizzare redditività e libera iniziativa.

Sotto l’ombrello salvifico del “tutti a casa” hanno infatti indicato quello che non si poteva già fare, quasi tutto, salvo lavorare e ammalarsi, e le poche deroghe: non è permesso uscire per una passeggiata, o per andare a trovare un amico, tanto che la popolazione più avveduta pare abbia già provveduto a segnalare in chat secondo una certa indole alla delazione presente nella nostra autobiografia nazionale, il vicino trasgressore che cazzeggia per strada.

Le visite ai genitori anziani sono consentite solo per portare loro assistenza nel caso siano malati, mentre è severamente vietato l’affettuoso e temerario conforto. Era ancora tollerato che si esca rasente i muri per approvvigionarsi di generi alimentari, cui viene concesso si aggiunga l’acquisto per la sostituzione della “lampadina fulminata” e niente di più. Particolare comprensione viene dedicata ai possessori di animali domestici, che potevano “uscire il cane” come ormai direbbe anche la Crusca, perché nel rispetto delle necessarie distanze, almeno un metro, la stessa prevista per chi ostinatamente voleva fare jogging al tempo del colera, attività moralmente più perdonabile dell’andare a spasso senza meta, tanto è vero che si erano visti vigili intransigenti redarguire isolate mamme solitarie che avevano condotto i figli in smunti giardinetti urbani.

Ma non bastava: la creatività di un popolo di navigatori e poeti in certe fasi rappresenta un rischio, e per contrastarlo pare obbligatorio istituire la figura superiore di un valido spiccia faccende, un Wolf  che metta un po’ di ordine in attesa della cui individuazione  è necessario andare per le spicce.

Ecco fatto: fino al 25 marzo, negozi al dettaglio, bar, ristoranti chiusi.  Supermercati aperti ma con ingressi contingentati, ambulatori dei medici di base e di analisi aperti al pubblico, al contrario dei pronto soccorso che hanno altro da fare che accogliere eventuali infartuati, così come case di riposo e hospice. Buone notizie per i fumatori invece: le tabaccherie saranno aperte in veste di esercizi di pubblica utilità, anche nella loro veste di distributori di gratta e vinci, come gli autogrill a beneficio di proprietà che hanno dimostrato il loro istinto a prodigarsi per la collettività, limitate invece le passeggiate fisiologiche col cane a percorsi sotto casa.

Chiese aperte per la preghiera ma vietati a matrimoni e funerali, mentre non si sa nulla dei battesimi. Mentre il personale precario dei pony, dei fattorini, quello che lavora presso l’aborrito Amazon viene promosso a colonna insostituibile e benefattore della società, ci sarà una certa severità per quanto riguarda altri uffici: chi ci lavora dovrà certificare di essere costretto alla presenza, in considerazione del fatto che non si è adeguato alle opportunità offerte dallo smart working, come ha fatto ad esempio l’Inps che grazie alla rivoluzione informatica ha costretto centinaia di migliaia di pensionati a diventare nativi digitali  per ottenere in tre o quattro mesi i due pezzi di Pin, indispensabili per ogni proceduta.  Le poste così come gli altri servizi di sportello, dovranno praticare lo scaglionamento oculato di chi per sua insipienza non si è ancora attrezzato per i pagamenti online, e ogni comune infine deciderà come agire in materia di trasporto pubblico, limitando le corse allo “stretto necessario”.

A leggere i nuovi comandamenti si capisce meglio l’identikit del “commissario” tanto auspicato, più poliziotto che manager, anche se a guardare il curriculum dei candidati, ci sia da ritenere che costituisca titolo di merito per le mansioni di protezione civile un piglio militaresco che ha riscosso indulgenza per legittimi bisogni virili. Servirà qualcuno che abbia i requisiti per mantenere l’ordine facendosi strada tra  misure governative universalmente accusate di essere pasticciate, tardive  e troppo poco rigide ma al tempo stesso lesive dei principi costituzionali e dunque potenzialmente oggetto di ricorsi e  impugnazioni, come ha osservato Carlo Nordio che non ha perso occasione per riservare ammirazione al popolo cinese, benchè, ha osservato, se non fosse intriso dell’ideologia comunista e collettivista avrebbe forse evitato la diffusione dell’epidemia.

Perché tocca anche sentire che ci si preoccupa dell’incompatibilità costituzionale di certe misure, ma si invoca uno stato di eccezione con annesso esercizio di poteri straordinari per poterle applicare senza contestazioni anche a “costo dell’impopolarità”. Altro fantasma che viene evocato a intermittenza, benchè non abbia mai preoccupato nellu governo e nessuna maggioranza, visto che non esiste praticamente più quella verifica dell’efficacia costituita della elezioni, ormai ridotte a sigillo normale di liste e candidature precostituite, che i programmo sono un arcaico avanzo del passato, perché una volta eletti i decisori possono rivendicare che non hanno i mezzi per agire per via di voragini di bilancio, di vincoli imporsi e accettati supinamente, sicchè popolare è un termine all’indice per la sua contiguità con il deplorato populismo e impopolare va a definire qualcosa che esplicitamente si commette volenti o nolenti contro i cittadini.

Eh si, il contagio c’è stato, quello della accettazione acritica dello stato di emergenza che esonera dalle responsabilità di passato e presente, così se osi richiamarle insieme alla obbligatorietà di considerare una unica lezione che dovrebbe venire da questo accidente è che quella che ci mostrano come una piccola apocalisse che segna una frattura col passato, sia non ripristinarlo con le sue tremende disuguaglianze e le sue iniquità, passi da disfattista a sciacallo. Ma anche quello per il quale si alza come un coro non abbastanza muto che chiede l’uomo forte, come se non bastassero le regole forti anzi ferree, che avrebbero facile esecuzione solo in un tessuto sociale non devastato come il nostro,  dove alla cancellazione dei servizi e dei diritti ha corrisposto quella del senso di responsabilità e della solidarietà.

A proposito, è concesso alle edicole di restare aperte per garantire l’informazione. E’ una misura opportuna: in tempi di carestia vien buono un uso improprio della stampa in forma cartacea, acquistata con regolare autocertificazione.


Battisti-Hoberleiter, c’è terrorismo e terrorismo

oberAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo abituati alle interviste con i vicini di casa del killer, con i compagni di lavoro dell’uxoricida, con il ferramenta dove faceva acquisti la saponificatrice, col benzinaio del “mostro”, tutti pronti a giurare e spergiurare che mai si sarebbero aspettati una cosa simile, che era tanto una brava persona, che aiutava le vecchiette a attraversare la strada e poi salutava sempre quando lo incrociavi, affabile e cortese.

Non sorprende che la stampa avesse preso l’abitudine di chiamarli “i bravi ragazzi della Valle Aurina”, quei giovani protagonisti della stagione del terrorismo altoatesino – dal 1956 all’ottobre 198 si registra un bilancio di  361 attentati con mitra, dinamite, mine,   21 morti, tra cui 15 appartenenti alle forze dell’ordine, 2 privati cittadini e 4 terroristi, deceduti per lo scoppio prematuro delle cariche che stavano predisponendo e 57 feriti: 24 membri delle forze dell’ordine, 33 civili.

Eh si, giovani insospettabili ed educati, soprattutto all’odio per l’occupazione italiana, per la forzata italianizzazione eredità del fascismo, per quella autonomia “controllata” e guidata da Roma sancita dallo statuto speciale della regione, perfino per quel benessere colpevole di smorzare e reprimere gli afflati identitari:  già nei primi anni ’50 il reddito per abitante della provincia di Bolzano era  più del 130% superiore alla media nazionale.

A loro guardavano con simpatia i sostenitori del Tirolo unito e della secessione dall’Italia, caldeggiati dalla SVP che si batteva contro l’inforestierimento, il meticciato favorito dall’immigrazione italiana, l’imbastardimento da contrastare in via amministrativa con la sospensione del rilascio dei certificati di residenza e con la propaganda a sfavore dei matrimoni misti.

Sono ugualmente giovani anche  i ragazzi di Fundres (tra i 18 e 22 anni), in cui il fanatismo si combina con la birra  tanto che – ubriachi- ammazzano di botte un finanziere, cui si unisce qualche soggetto dai trascorsi nazisti  per dare vita  a un’organizzazione clandestina, il Befreiungsausschuss Südtirol, con l’intento di ottenere con la forza l’autodeterminazione dell’Alto Adige e l’annessione all’Austria al fine di ottenere, sotto la sovranità di quest’ultima, l’unificazione politica della regione storica del Tirolo.

All’inizio il Bas, quel Comitato per la Liberazione del Sudtirolo, si limita a organizzare attentati “simbolici”, collocando esplosivi su obiettivi strategici, strade, tralicci, binari. Poi in una escalation cruenta segnata  dalla leadership del gruppo radicale che ruota intorno a Georg Klotz e ai neonazisti provenienti dall’Austria prende a bersaglio le forze dell’ordine: militari, carabinieri, finanzieri, poliziotti.

Sarà attivo in Alto Adige fino al 1969, i vertici vengono identificati e processati. Ma dopo circa dieci anni senza attentati a seguito dell’introduzione del secondo statuto d’autonomia del 1972 inizia una nuova stagione di bombe dietro alla quale insieme a alcune vecchie conoscenze si muovono  i soliti sospetti:  gli storici hanno recentemente parlato di infiltrazioni dei servizi segreti e del ruolo primario svolto da Gladio che integra l’azione dei gruppi Ein Tirol  nella strategia della tensione.

La giustizia italiana ha condannato 157 persone: 103 italiani di lingua tedesca, 40 cittadini austriaci, 14 cittadini della Germania occidentale, l’Austria invece ha offerto l’impunità per i concittadini implicati e per i condannati che hanno trovato rifugio nel suo suolo.

In questi giorni la Procura generale di Brescia ha dato parere positivo alla richiesta di grazia presentata da uno dei “quattro bravi ragazzi della Valle Aurina”, Heinrich Oberleiter, protagonista di numerosi attentati.  Dopo il primo,  una bomba sulla diga di Selva Molina, il gruppetto ripara in Austria ma torna sistematicamente in Alto Adige per proseguire nella sua attività criminale. Ai quattro sono stati attribuiti diversi omicidi, quelli del carabiniere Vittorio Tiralongo, del finanziere Bruno Bolognesi e dei carabinieri Palmerio Ariu e Luigi De Gennaro. Sulla testa di Hoberleiter pesano tre ergastoli, ma non si è mai pentito, limitandosi nella sua autobiografia scritta nel suo esilio in Austria dove è latitante da subito a ammettere che oggi i tempi sono cambiati e forse sarebbero diverse le modalità della sua “militanza” in difesa della sua Heimat, la patria oppressa. E non è lui a chiedere clemenza, una decisione che gli è valsa un diffuso consenso di simpatizzanti che guardano a lui come a un eroe, simbolo sfoggiato soprattutto dagli  Schützen che esibiscono immagini di attentati e le facce dei terroristi nei manifesti delle loro campagne e organizzato esposizioni di cimeli come l’innesco di una bomba rudimentale e decorazioni militari ornate da svastiche naziste.

Non c’è da stupirsene se a Appiano sulla Strada del Vino, a un “resistente” di allora è stata dedicata una via, se la Rai di lingua tedesca di Bolzano produce documentari sulle compagne degli appartenenti al Bas, dal titolo “Le donne degli eroi” e se  il consiglio provinciale di Bolzano ha approvato una mozione perché sia concessa la grazia ai terroristi del BAS, che vengono esplicitamente definiti “combattenti per la libertà”,  approvata anche dalla consigliera di lingua italiana del Pd, Barbara Repetto.

La parola adesso spetta a Mattarella. Ma c’è poco da stare tranquillo, la pacificazione da noi cammina a senso unico e a badare al sentimento comune, Lega in testa, possiamo sospettare che il prossimo comitato d’onore pronto a ricevere un reduce impenitente del terrorismo sarà di benvenuto, con mazzi di fiori, discorso e selfie a fianco del veterano, o meglio del perseguitato. E la memoria è intermittente e viziata da una pietas vergognosa che assolve vecchi assassini per ragione d’età, anche quando sono abbastanza in forze da scavalcare i muri di un ospedale militare, anche quando sono al termine di una esistenza libera da catene e pure da sensi di colpa. Tanto che la bomba di Via Rasella è opera di macellai, i colpi di fucile sparati per giustiziare carabinieri e finanziari diventano atti di guerra lecita per la liberazione della propria Heimat.

Ormai i valori sono come le pelli di zigrino che si possono tirare da tutte le parti seguendo il vento  dell’interesse. La patria europea altro non è un fortezza difensiva e offensiva, dai cui spalti si guarda con disprezzo ai feudi di serie A e a quelli di serie B, che non meritano il nome di paesi in cui vige uno stato di diritto, nemmeno di Stato, se le istituzioni preposte alla giustizia soffrono di discredito e derisione. La globalizzazione altro non è che il nome che si dà a un impero che impone l’omologazione di chi sta sotto per promuovere soggezione e obbedienza, così la sovranità viene criminalizzata se si tratta di dire no all’abiura di diritti, di autonomia, di responsabilità  e indipendenza economica e sociale, applaudita se si tratta di difesa di confini, di capisaldi la cui tutela impone chiusura, repressione, rifiuto.

E l’antifascismo altro non sarebbe che la predicazione di una smorta retorica umanitaria ben attenta a non intralciare il cammino del totalitarismo economico, finanziario e sociale, che ha promosso tolleranza per il fenomeno come si è manifestato nel passato, ridotto a incidente casuale della storia che non si può ripetere. Tanto che si è riservata indulgenza e attribuito credito ai loro revisionisti interni che fanno sfoggio di democrazia, e comprensione come a dei malati a quelli che si esibiscono in veste di comparse folcloristiche e nostalgiche. Tanto che vien buono Salvini presentato come la sorprendente  rivelazione del pericolo incombente, un accadimento impensabile, inatteso e sconcertante e non come l’ultima circostanza di un filo conduttore mai interrotto, di cui abbiamo guardato lo svolgersi come non si potesse contrastare, come se chi un tempo ormai lontano avesse esaurito il patrimonio genetico di dignità, di libertà, di forza buona e solidale di un popolo.


Giustizieri in pigiama

legittima difesa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con qualche tocco di involontaria comicità (ad esempio la speranza di una auspicabile eclissi che tuteli  la liceità del “bang” dei giustizieri del giorno), la legge sulla  difesa faidate approvata dal Senato riconosce “sempre”  la sussistenza della proporzionalità tra offesa e difesa «se taluno legittimamente presente nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi», «usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione».

Affinché scatti la legittima difesa non è necessario che il ladro abbia un’arma in mano, bensì è sufficiente la sola minaccia di utilizzare un’arma e non è neppure tassativo che la minaccia sia espressamente rivolta alla persona.  Modifica l’articolo 55 del codice penale che disciplina «l’eccesso colposo», escludendo la punibilità di chi si è difeso in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto. Inasprisce  le pene per violazione di domicilio e furto in appartamento, innalzando tra l’altro a quattro anni la pena massima di carcere per la violazione di domicilio e a sei e sette anni per il furto in abitazione e scippo, si arriva fino a un massimo di sei e sette anni di carcere. Esclude la responsabilità civile per chi si è difeso, facendo sì che il gravemente turbato che ha sparato, se assolto in sede penale, non debba essere obbligato a risarcire il danno derivante dal medesimo fatto in sede civile.  E se non lo aiuta già Forza Nuova o la Lega, può godere del gratuito patrocinio.

Ho voluto fare questa premessa alquanto noiosa perché una volta di più provvedimenti normativi che, secondo la la letteratura in materia  vengono forgiati in risposta a sentimenti, emozioni e pressioni popolari, aiutano l’artata confusione tra legalità e legittimità, di modo che atti che si collocano all’interno di una costruzione di regole e disposizioni possano assumere immediatamente la qualità di liceità anche se contrastano con gli imperativi morali della giustizia e dell’equità. E non potrebbe essere diversamente perché si tratta di disposizioni che si allineano sull’ideologia di maggioranze silenziose o elettorali, tali per potere di censo, fidelizzazione a ceti padronali, élite autonominatesi tali.

Troppo facile dire, secondo la narrazione dell’antifascismo di nuova generazione, ben interpretato dal Pd, e dai suoi nostalgici, che per l’appunto ha detto sì all’articolo 2 della legge, che la licenza a sparare alla cieca è il frutto del peccato originale, preso entusiasticamente a morsi di chi ha infilato la felpa sull’orbace, come se il fascismo oggi altro non sia che un processo inteso a imprimere alla struttura istituzionale una sequenza di torsioni autoritarie volte a svuotare la democrazia pur mantenendone parzialmente intatto l’impianto formale e rituale, per far posto a un regime di dittatorelli e gerarchi forti del sostegno di una plebe scontenta, ignorante quanto indolente. Mentre invece è la declinazione “politica” del sistema economico che occupa interamente e governa le nostre esistenze.

E difatti la legge che esalta la proprietà ancor prima della vita, è la semplice elementare trasposizione su scala di uno slogan caro al susseguirsi dei governi (ricordo l’enfasi con cui la pronunciò tal senatore Esposito): salvare vite è un lusso che non possiamo permetterci. Dichiara la resa definitiva dello Stato incapace di gestire gli esodi che ha contribuito a provocare, per difendere gli italiani e il loro lavoro prima degli altri,  così come è impotente a tutelarli a casa e per strada, tanto da autorizzarli a farsi giustizia da sé. Così, per non lasciare sguarnita un’altra trincea, toglie autorevolezza e alimenta la sfiducia nelle forze dell’ordine ricattare e intimorite, quanto inadeguate a rispondere alle istanze di libertà e equità, ridotte a braccio armato in difesa dei palazzi, e ancora di più alla magistratura che, secondo la legenda contemporanea ben favorita dalla stampa, “i malfattori, tutti stranieri, li arresta e poi li lascia andare”.

I presupposti sono gli stessi. Si portano alla fame popolazioni e ceti, quelli che non l’avevano conosciuta adesso la provano insieme alla perdita di beni e privilegi, in modo che perdano dignità di persone e maturino al loro interno e liberino istinti ferini da indirizzare secondo comando, in modo da dividere per meglio imperare.

Anche in questa forma si stabilisce il primato del privato. La pistola facile per difendere casa, diventa una concessione a quelli che non abitano nei ghetti di lusso, nelle enclave difese da muri, fortini, vigilantes, telecamere, allarmi sofisticati e cagnoni ringhianti  e le cui fuoriserie si muovono su percorsi che inghiottono al loro passaggio chiodi acuminati, pronti a perforare pneumatici plebei (i ballard, così si chiamano, sono uno dei ritrovati più graditi a Miami come a Rio).

Sono quelli dei quali e non da ora è stata sdoganata la paura, svincolato il sospetto a norma di legge ma anche sotto forma di autorizzazione etica, se pensiamo al cappello ideologico che si è dato con recinti, muri, panchine dedicate, interdizioni alla sosta nei giardinetti, ai provvedimenti per la tutela dell’ordine pubblico contro chi è “destinato” inevitabilmente alla trasgressione e all’offesa al decoro, già condannato a priori in qualità di povero ancor prima che colorato.

Non è da ora che è diventato legale difendere il proprio spazio e i propri beni sempre più esauriti, come cercarne altri depredando terre lontane da sempre condannate a essere derubate e impoverite al nostro servizio, non è da ora che ci è permesso anzi raccomandato imporre la nostra civiltà, i nostri bisogni e le nostre leggi compresa quella delle armi e soprattutto quella della nostra sopravvivenza in cambio di quella di chi siamo liberi di annoverare tra inferiori e immeritevoli, quindi inesorabilmente minacciosi, pericolosi e contagiosi.

Forse ora, superata la banalità del male, ci siamo fatti imporre la necessità del male.


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