Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel Fantasma della libertà, il film di Bunuel, una bambina sembra essere diventata invisibile, a scuola risponde all’appello ma la maestra la segna assente, i genitori accorsi non si accorgono che lei si agita e grida per richiamare la loro attenzione, interviene al polizia ma Aliette, quello è il suo nome, pare sia scomparsa. Più modestamente Zavattini racconta del gioco  che vorrebbe essere innocente,  di un padre che torna a casa, viene circondato dai figli ma finge di non vedere la più piccola, che gli stringe le ginocchia, piange,  lo chiama  inutilmente, mentre lui continua a chiamarla perseverando nella  crudele pantomima.

Ormai è destino della gente comune essere invisibili e muti, che i loro bisogni e le loro proteste cadano nel vuoto, che siano oggetto di una pratica di rimozione generalizzata.

E se proprio rompono quel muro di indifferenza e omertà succede che vengano censurati, zittiti, emarginati, che siano soggetti a anatema perché non si accontentano che qualcuno in alto pensi a loro, estendendo ai più meritevoli qualche  riflesso dei loro privilegi e qualche frammento della loro libertà, in forma di elargizioni, perché ormai a questo sono ridotti i diritti, sospesi quelli che pensavamo inalienabili, limitati al minimo sindacale quelli definiti civili, aggiuntivi quando non sostitutivi di quelli fondamentali, si tratti di medicine al posto della Medicina, si tratti di riconoscimenti di status diventati da tempo condizioni accessibili solo a ceti abbienti.

Dopo il danno la beffa: perfino Draghi ammette che le donne sono sottoposte a una precarizzazione maggiore dei maschi, perfino l’Istat nel rilevare che, grazie a contratti anomali, l’indice di disoccupazione è lievemente diminuito, ma che la perdita del lavoro colpisce il pubblico femminile, perfino Eurostat denuncia che buona parte degli inattivi- quella zona grigia che non ha un posto e una salario, ma nemmeno lo cerca e risulta non identificabile dalle statistiche della “disoccupazione”, è composta da “individui” che rinunciano a mettersi sul mercato per motivi familiari, incrementati e aggravati dalla pandemia, dedicandosi a pieno tempo o a part time non rilevabili, alla cura, all’assistenza, a sostituire uno stato sociale da anni demolito.

A oltre 40 anni dalla legge che ha legalizzato l’aborto nelle strutture pubbliche, sopportiamo che il più amaro dei diritti sia ancora oggetto di criminalizzazione lasciando spazio di illegittimità e di rivendicazione morale a un’obiezione di coscienza che chiude gli occhi o collabora clandestinamente al brand delle cliniche private. D’altra parte anche il diritto di morire con dignità mettendo fine a sofferenze indicibili, è soggetto alle regole di mercato, autorizzando l’export a pagamento per chi se lo può permettere.

Perché è proprio vero che dietro a ogni dogma c’è un interesse commerciale, così una volta preso atto della discriminazione sul lavoro, nella carriere e nelle remunerazioni delle donne, dovremmo compiacerci che il Pnrr, che pianifica la spesa delle risorse caritatevoli degli strozzini comunitari, stanzi un fondo per l’imprenditoria femminile, mentre non potenzia quel Welfare che le donne che non stanno in Confindustria o nelle Soroptimist devono sostituire, mentre omette qualsiasi intervento che rafforzi il sistema degli ammortizzatori, mentre attua  una selezione della forza lavoro che promuove chi è in grado di accedere alle “opportunità” della rivoluzione digitale, negate a chi non ha età, mezzi e tempo per “adattarsi”.

Così proprio in non casuale coincidenza con lo stabile mantenimento di uno stato di eccezione che interviene sulle relazioni sociali sottoponendole a restrizioni e sorveglianza, che aggira i paradigmi democratici, scavalcando il Parlamento, consolidando poteri speciali in capo a autorità straordinarie, prende piede una concezione “restrittiva” della libertà, da sempre offerta in regime di semiesclusiva a chi può comprarsela, che diventa licenza che acquisisci tramite l’obbedienza a imposizioni: vacanze e cine se ti vaccini, trasgressione lecita e ammessa se appartieni a cerchie particolari, prerogativa, ereditata o ottenuta a tempo indeterminato, riconosciuta a chi è abilitato a vivere nelle geografie elitarie dell’oligarchia, economiche, sociali, culturali e quindi “morali”.

Difatti la stampa ci ha offerto in questi giorni due esempi rappresentativi della libertà contemporanea, incarnata da due attrici in bella mostra sul red carpet di Cannes.

L’una è oggetto di ammirazione e additata come campione da replicare, per via del suo edificante percorso umano verso il riscatto  e l’emancipazione dai comandi, dai ricatti, dalle intimidazioni di canoni estetici  la disobbedienza ai quali potrebbe provocare discriminazione ed emarginazione.

E eccola esibire come vessillo di riscossa la chioma argentea, allegorica e pedagogica lezione di indipendenza che, suggeriscono i commentatori, dovrebbe trovare emule in tutti i contesti, in donne (commesse? cassiere? braccianti? impiegate? casalinghe part time tra fornelli e smartworking? insegnanti in dad?) che non vogliono più essere soggette all’imperativo di piacere e di sedurre e al dominio della cosmesi, che di questi tempi vive già un’eclisse per via di distanziamenti, lockdown, mascherine, unico brand della ricerca penalizzato dal Covid.

L’altra invece esce dalla proverbiale riservatezza tanto decantata per percorrere orgogliosamente il tappeto rosso mano nella mano con la moglie, in uno spot gratuito per i ddl Zan di tutte le latitudini, sforzo encomiabile che però mette in luce quanto siamo lontani dalla normalizzazione di inclinazioni e comportamenti personali che continuano a essere osteggiati, deplorati perfino criminalizzati, quando non riguardano vite pubbliche, ma piccole esistenze private, dove non solo è ostacolato e interdetto il matrimonio tra omosessuali, ma è ostruito, sbarrato, impedito quello a norma di legge della chiesa e dello stato civile, perché non esistono le condizioni economiche e sociali per realizzare concretamente un rapporto d’amore libero dalle costrizioni della povertà, della mancanza di un tetto comune, della possibilità di avere figli, largamente auspicata per gli affittuari privilegiati di maternità surrogate.

Per quelle come me che, una volta evaporata l’illusione di una alternativa riformista, si chiedono chi potrebbero essere gli attori di una rivoluzione socialista, e che tante volte hanno pensato che un Soggetto irrinunciabile non poteva non essere la donna, il pensiero femminista e il suo potenziale politico e culturale apocalittico, queste sono cattive notizie, fanno parte di quella ideologia del ritiro che dopo aver preso atto che i moti, le insurrezioni, i cambiamenti epocali possono subire trasformazioni aberranti e che la strada per il potere non può mai essere virtuosa, scelgono di appartarsi, di stare a guardare quello che succede per strada da dietro le tendine ricamate.

Uno dei modi per soddisfare la falsa coscienza offerto alle donne è questo, accontentarsi della demolizione dei miti di facciata lasciando intatti i totem e i tabù che non devono essere disturbati dalle eresie della lotta di classe, che persevera nella convinzione che non c’è liberazione senza il riscatto degli uomini e delle donne, impegnate, loro,  a affrancarsi due volte, anzi tre, se hanno a che fare con il nemico padronale, quello domestico, in casa, a scuola, in tv, e pure con quello affine, il fuoco amico delle “arrivate” che hanno mutuato, peggiorandole, inclinazioni e attitudini maschili,  che spaccano il soffitto di cristallo grazie a rendite di posizione, fidelizzazione, ambizione  e tradimento.