Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pensatrici, giornaliste, opinioniste probabilmente postfemministe si confrontano sul codice pacifista che caratterizzerebbe geneticamente le femmine della specie umana, incaricate della trasmissione, con la vita, di valori che non sorprendentemente oggi farebbero parte del bagaglio storico della civiltà occidentale, sia pur patriarcale, nonostante si sia macchiata di stragi e conflitti di conquista e sfruttamento e malgrado abbia scelto di compiere formidabili opere di rimozione allo scopo di manipolare le memoria a suo uso (ne avevo già scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2022/03/08/le-quote-rosa-del-pacifismo-armato-160449/).

Scrive con compunta soddisfazione Ritanna Armeni: “fra chi decide la guerra, siede ai tavoli dei negoziati, rilascia dichiarazioni aggressive e minacciose; fra i generali, i politici , gli esperti, i capi di stato che si scagliano l’un contro l’altro nell’ atroce conflitto che dilania l’Ucraina e ci fa temere la terza guerra mondiale, non ci sono donne” e aggiunge a commento su Fb:  “Qualche donna c’è ma è irrilevante e in quanto interna alle logiche patriarcali”.

Quindi con un piccolo sforzo di aggiornamento storiografico e senza risalire alla dinastia tolemaica, alla Grande Caterina,  e nemmeno all’Albright, la prima quota rosa dell’imperialismo più feroce e armato, alla Clinton o a Condoleeza Rice, la sacerdotessa delle restituzione agli Usa del ruolo di guardinao armato dle mondo, proprio per restare alla cronaca non parrebbe proprio irrilevante l’entusiastica determinazione interventista della signora van der Leyen, della quale si conoscono gli innumerevoli conflitti di interesse in proprio o per via coniugale, o la solerte azione  di Kamala Harris corsa qualche giorno fa per premiare con la sua presenza e con una fornitura di Jet di fabbricazione statunitense  sul campo la Polonia che si è dichiarata disponibile a consegnare all’esercito americano stanziato in Germania i suoi Mig-29 per poi girarli all’Ucraina.

E le logiche che ispirano e muovono le signore della guerra sembrano proprio il solito asessuato assoggettamento alle leggi del capitalismo profittatore e speculativo, che ha sempre fatto buon uso della violenza e del conflitto per trarre profitto da distruzioni e ricostruzioni, più che usi e comportamenti mutuati dal peggior virilismo o dalla soggezione alla cultura patriarcale che finisce per condannarci inesorabilmente a ruoli gregari, a parodie del maschio alfa, come abbiamo visto fare a ministre in quota Pd, che rifornivano la dispensa di casa con F35 farlocchi incrementando l’arsenale come investimento per garantire la pace.

Come succede per tutti i temi non abbastanza grandi per agitare coscienze narcotizzate e menti possedute dal progressismo neoliberista,  c’è una evidente riluttanza a superare i limiti imposti dalla cultura della rinuncia, quella che consiglia di aggrapparsi a dogmi consolidati e riaffermati dalla retorica universalista e globalizzata senza perdere tempo a cercare un’alternativa allo statu quo ormai impraticabile e che potrebbe compromettere il benessere raggiunto, le rendite di posizione raggiunte. Così è preferibile rintanarsi nei salotti dell’antifascismo prêt-à-porter della tolleranza che sdogana i partigiani dell’Azov che citano Kant, nei cenacoli della laicità che esaltano il Papa come simbolo del partito dell’Amore finchè non è d’obbligo censurarlo per via esternazioni ardite, nelle cerchie del pacifismo retrocesso a equidistanza pelosa delle anime belle vaccinate,  che non sanno esalare un sospiro senza premettere che Putin è pazzo, che l’Europa è un fronte a difesa dall’espansionismo barbarico, che è innegabile la sintonia con gli ucraini, bianchi e  cristiani, quindi accettabili.

E d’altra parte pare ormai impossibile abbattere l’edificio di bugie e manipolazioni che come ha retto il mito della pandemia oggi sostiene l’obbligo della guerra, i cui pilastri sono rappresentati da stereotipi che non hanno riscontro nella realtà.

Ormai chi sommessamente ricordi pubblicamente che la politica di sanzioni tradizionalmente penalizza chi le commina e oggi più che mai le fa scontare a un paese costretto a una marginalità senza politica estera, senza politica economica, senza una politica della difesa, ridotto com’è a base militare, poligono, trampolino e guarnigione di una forza occupante, viene arruolato nella schiera disonorevole dei fifoni, dei disfattisti, degli indifferenti secondo la dizione promossa dai frequentatori di Gramsci e dell’università della strada su Facebook.

Chi osa interrogarsi su una informazione interamente nelle mani di editori impuri e industriali delle armi purissimi, è annesso alla infame categoria immorale dei putinisti, sospettato di ricevere sottobanco finanziamenti impuri – vuoi mettere lo stipendio assicurato dalla Gedi e da Leonardo, meritevole, ma è un’ossessione, di essere sottoposto a Tso perché non mostra il doveroso rammarico davanti alle immagini opache delle tv del dolore.

Ma il bersaglio prediletto è costituito dalla nuova leva dei complottisti che osano interrogarsi sul perché uno Stato, fisicamente ma anche moralmente  occupante né più né meno come il mandante dalla Nato da noi, abbia reso pubbliche le immagini del disonore, l’orrenda iconografia di una strage proprio quando avrebbe bisogno di generare un certo consenso presso i suoi alleati non disinteressati alla reputazione, come mai non abbia fatto come il vero competitor che da Hiroshima e Nagasaki ha abilmente impiegato censura, rimozione, manipolazione, manomissione di documenti tanto  che l’unico strumento di informazione passato alla storia a giustificazione di una guerra è stata l’ampolla nella mani di Colin Powell, a suffragio del rispetto della verità della tradizione anglosassone.

Altrettanto impuri e da sottoporre a ostracismo sono i dubbi che qualcuno solleva sugli standard di democrazia e civiltà dell’eroico Paese, vittima è vero, ma anche di un governo fantoccio che si è scelto un altro padrone  più consono con una certa indole parassitaria che si è tradotta nella rinuncia a sfruttare grandi risorse per far sfruttare lontano dalla patria generazioni di donne, oltre che in un talento per lo spettacolo che dovrebbe insospettire a ogni esibizione di martirio, come nel caso della giovane partoriente simbolo del “sacrificio” di Mariupol.

Come scriviamo da giorni, i trombettieri dell’asse Ue-Nato al servizio dell’affarista degli armamenti dopo essere stato il miserabile piazzista di vaccini, che li ha foraggiati generosamente, invece di informare celebrano la funzione di interpreti dell’opinione pubblica mondiale, ridotta come si sa al 15 % della popolazione ma che immaginano sia ancora quella che conta, non volendosi arrendere all’irruzione di nuove potenze dalla cultura e dalla civiltà millenaria a differenza di chi rivendica prestigio e autorità di leader mondiale. La preghiera laica del mattino è sempre più avvilente e non solo perché rappresenta plasticamente un Paese che ha perso ogni facoltà cognitiva, ma anche perché mai erano stati raggiunti livelli così miserabili di spregiudicatezza.

A proposito di ruolo della donna nella società, ieri il Corriere della Sera  ha contribuito con un poderoso affresco utile a confermare la qualità barbarica, trasgressiva e disumana del premier russo dedicato alla sua “amante”, istituto che come è noto non è presente nel civile Occidente. Si capisce che si tratta di una degno compagna di un orco, arrivista, proterva, innalzata ai fasti dell’industria dell’informazione a capo di un impero, ma ora introvabile forse desaparecida a conferma della crudeltà del suo protettore.

Ci mancava un tocco di Signorini, tra Quirico e Cremonesi, per contribuire alla strage di verità.