Non c’è nulla di meno ecologico della guerra. E c’è ben poco di più imbarazzante di una crisi energetica. Forse è per questo che, silenziosamente, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), il sancta sanctorum del catastrofismo, la stella polare di un mainstream avvilente, di politici con i fili attaccati e appassionati di Net Zero, ha cambiato idea: ora ammette che una serie di congetture  chiave che promuovevano una crisi climatica di carattere apocalittico sono “improbabili“. Il famigerato insieme di ipotesi, peraltro da sempre improbabili, del “percorso” Rcp8.5, che alimentavano i modelli computerizzati, di fatto  non esiste più. Dal 2011 circa, tale scenari hanno prodotto affermazioni stravaganti di future catastrofi climatiche, peraltro addossate all’incolpevole CO2 e segnalano un uso improprio e sconsiderato della letteratura scientifica. Se qualcuno è interessato a saperne di più, può leggersi una delle ricerche chiave che hanno portato a questa “rivoluzione”. Non si può sottolineare abbastanza quanto sia importante questa scoperta di inverosimiglianza: significa che quasi tutti i titoli e gli articoli allarmistici sul clima pubblicati dai media mainstream negli ultimi 15 anni sono spazzatura. Naturalmente, spiega anche perché un numero crescente di commentatori scettici si sia rifiutato di accettare il concetto politico di scienza “consolidata” e si sia impegnato in una diffusa opera di smentita di quella vasta ganga di materiali catastrofici che spesso può essere considerato poco più che un insulto all’intelligenza umana.

Quando le ipotesi Rcp8.5 vengono inserite nei modelli informatici, questi generano previsioni politicamente convenienti e allarmanti, secondo le quali la temperatura nel 2100 aumenterà di circa 4°C rispetto al livello di riferimento del periodo 1850-1900 – in altre parole, un aumento di quasi 3°C nei prossimi 80 anni. Solo gli ecologisti più estremisti osano affermare apertamente aumenti così consistenti a breve termine, quindi gli scienziati attivisti hanno silenziosamente inserito ipotesi infondate nei loro computer per arrivare a visioni del clima che potremmo dire escatologiche. Tanto per dare un po’ di concretezza a tutto questo, basti pensare che una delle ipotesi irrealistiche dell’Rcp8.5, è che, per ottenere il risultato voluto, si è stimato che il consumo di carbone a fine secolo fosse superiore alla stima delle riserve esistenti, con una forzatura assurda. Naturalmente l’affaire CO2 è troppo gigantesco per poter essere contestato in radice e così ora si è arrivati a un più modesto aumento di 1,8 gradi alla fine di questo secolo, che è pur sempre improbabile, ma meno incredibile anche se sempre basato sulla  sovrastima dell’effetto serra di gas in tracce: livelli di anidride carbonica molto più elevati di quelle di oggi erano la norma in passato e ciò nonostante ci sono stati lunghi cicli di glaciazione. Questa senza dire che la CO2 favorisce la vita vegetale e di conseguenza la resa delle coltivazioni. 

In ogni caso questa conversione non è improvvisa: da tempo si è notata una maggiore moderazione nel catastrofismo climatico, sia nel numero di notizie che in  quello delle ricerche “orientate” all’apocalisse prossima ventura, come se stesse lentamente tornando a un minimo di ragione. Anche se a dire la verità mi mancheranno un po’ le affermazioni demenziali e umoristiche come quella che il cambiamento climatico avrebbe peggiorato il sapore della birra o che la Corrente del Golfo sarebbe collassata nel 2025 o che gli orsi polari erano in via di estinzione, mentre la loro popolazione è quasi raddoppiata  nell’ultimo decennio. Ma forse non è un ritorno alla ragione, è che altre follie  stanno prendendo il sopravvento, altri golfi entrano nella mente e altre catastrofi, questa volta vere, incombono, il business si riorienta alle armi e alla guerra che di certo non è la cosa più ecologica del mondo.  Anzi adesso un certo numero di scienziati del clima comincia persino a pensare che andiamo verso un periodo più freddo.