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C’era un europeo in coma

solar_farm_floating_china_power_plant_sungrow_10I nodi vengono al pettine e per quanto riguarda la fragile e insieme tracotante Europa proprio in queste settimane le oligarchie al potere dovranno decidere quali rapporti avere con la Cina: se obbedire agli ordini di Washington e ai suoi diktat o sviluppare i rapporti con Pechino che già oggi in via formale arrivano al 15% dell’interscambio diretto del continente, dunque superiore ormai a quello  con gli Usa, ma in termini reali, cioè attraverso altri Paesi, è parecchio più alto.  Domani arriva in Italia il presidente cinese Xi Jinping che poi andrà anche in Francia, oggi si è aperto il Consiglio Europeo dedicato alla questione cinese e il 9 aprile ci sarà il vertice annuale Cina-UE che si terrà a Bruxelles il 9 aprile, co-presieduto dal premier cinese Li Keqiang. Insomma molta carne al fuoco mentre a Washington  “invita” e  minaccia, vuole le barricate contro la Huawei e contro l’ingresso cinese nelle vere grandi opere strategiche. Tutto sotto il capitolo di una “minaccia cinese” agitata proprio da chi per tre quarti di secolo ha ricattato, spiato, rubato all’Europa tutto ciò che poteva servire a fare l’America grande e a conservarne il dominio planetario.

Non so cosa succederà, cosa decideranno Berlino e Parigi (quest’ultima con un interscambio industriale globale ancora inferiore a quello italiano, però noi lasciamo che sia Macron a decidere per nostro conto), ma una cosa è evidente, con la controprova del vertice di Hanoi fra Trump e Kim Jong: il sistema sanzionatorio di Washington non ha letteralmente alcun senso se non quello di impedire finché è possibile il ritorno alla multipolarità. Tuttavia a questo proposito mi piace riallacciarmi a uno degli slogan dei gilet gialli  che sberleffa l’ecologismo “gretino”, salottiero oltreché politicamente corretto quanto ipocrita o ottuso: “Fin du monde, fin du mois : même combat ! ” che vuol dire fine del mondo, fine del mese (inteso come capacità di acquisto del salario ndr) sono la medesima lotta, come comprende benissimo chi non si ferma ai fondotinta retorici del neoliberismo.  Ma qui ritorniamo all’inizio del discorso, perché nonostante i luoghi comuni diffusi a piene mani dai media occidentali, la Cina è divenuta anche un modello per l’ambientalismo possibile.

In meno di mezzo secolo il Paese è stato attraversato da un gigantesco sviluppo industriale che lo ha trasformato nella fabbrica del mondo mentre i capitalismi occidentali senza fiato si sono costantemente trasferiti nell’ex celeste impero per ottenere maggiori profitti e creare una disoccupazione strutturale nei Paesi di origine. Questo trasferimento di capitali ha permesso alla Cina di ridurre in maniera drastica la povertà nella stragrande maggioranza della proprio popolazione , ma non è “l’apertura al mercato” di per sé che ha permesso questo, poiché molti paesi a “basso salario” hanno attirato investimenti senza alcun risultato sociale. In ogni caso la rapidità di questa crescita ha ovviamente causato giganteschi problemi ambientali non fosse altro che per lo spostamento di centinaia di milioni persone dalle campagne alla città, dall’interno verso le zone costiere: possiamo immaginare l’esplosione dei problemi per il cibo, l’energia, l’acqua, per il trattamento  dei rifiuti, per l’inquinamento industriale a cui si aggiunge il passaggio all’agricoltura intensiva con il suo sfruttamento e ammorbamento di terreni. Insomma quattro secoli di storia europea e anche più, accelerati 8 volte. 

Con tutto questo la Cina è diventata notoriamente il leader assoluto nello sviluppo delle energie rinnovabili: vento , solare, idroelettrico e in una prima fase anche nucleare, anche se basato sulla tecnologia più pulita del torio e non dell’uranio: oggi produce il 31% dell’eolico dell’intero pianeta, il 71% di solare, il 28,9 per centro di energia idroelettrica e queste cifre vanno rapidamente crescendo mentre intere città, più grandi delle capitali europee, ancorché sconosciute, stanno lavorando oggi per ridurre le emissioni di carbonio e ripristinare la biodiversità: le “città-foresta” di Liuzhu e Shijiakhuang ( che hanno molto di italiano nei progetti) o l’ultra-moderna “città solare” di Dezhou nel Chandong) con la sua centrale solare galleggiante sono la vetrina di questo gigantesco sforzo. Incredibili anche i progressi nell’agricoltura biologica soprattutto nella produzione di riso e cereali per non parlare della grande muraglia verde  il più grande piano di riforestazione della storia, voluta per impedire l’estendersi del deserto del Gobi, le sui sabbie arrivano regolarmente a Pechino: un’area grande come il Regno Unito  o se vogliamo i tre quarti dell’Italia, completamente verde  che assorbe il 2,5 per cento della CO2 mondiale.  Lo stesso progresso si è avuto sull’inquinamento industriale a partire dal 2003 quando Jiang Zemin ha inserito la sicurezza ambientale  negli obiettivi strategici della Cina, non a causa dell’impegno “morale” e soggettivo, ma perché le risorse ambientali della Cina sono tanto vitali quanto la loro sostenibilità e perché non si può immaginare un miglioramento nella vita delle persone in un ambiente diventato invivibile. Il Ministero dell’Ambiente, creato nel 2008 conta oggi oltre 3000 organizzazioni locali e 130.000 dipendenti mentre due anni fa il Partito comunista Cinese ha ufficialmente intrapreso una battaglia totale contro l’inquinamento con tassazione delle industrie “sporche”, nazionali e straniere, interdizione assoluta per alcune società recalcitranti, ampio piano per la trasformazione del settore auto in elettrico, valutazione di tutti i funzionari e dirigenti locali o nazionali anche in base al rispetto per l’ambiente  e i risultati raggiunti.

Guarda caso l’ostilità aperta alla Cina comincia proprio in questo periodo in cui si iniziano a imporre vincoli ambientali alle imprese straniere sulla base di tre principi che sono esattamente il contrario delle dottrine occidentali:  1) che tutte le risorse naturali appartengono allo Stato; 2) che lo Stato rappresenta interessi nazionali superiori agli interessi privati; 3) che opera a lungo termine, non può essere sottomesso “al feticismo del tasso di crescita” ed è dunque l’unica entità che può portare a un riequilibro ambientale che richiede tempi medio lunghi. Ed ecco le ragioni per cui le elite atlantiche si limitano a fare ambientalismo -spettacolo e nutrono sospetti sulla Cina: non è la protezione dell’ambiente che li spaventa, ma l’evidenza che essa non può essere efficacemente realizzata in un contesto esclusivamente privatistico che ha al proprio centro il profitto. Ecco cos’è davvero la “minaccia cinese”. Si alla fine i nodi vengono pettine e la soluzione occidentale non è quella di sciogliere i nodi, ma di eliminare i pettini.

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I 199 tiranni

Statue-of-Liberty-SEATED-Larado-Taft-IMG_1234-700x467Gli eventi degli ultimi vent’anni possono davvero sconcertare perché se per ognuno di essi si può vedere benissimo l’intreccio di interessi che li ha innescati anche attraverso la nebbia dei pretesti e dei depistaggi mediatici, nel complesso appaiono come insensati e alla fine anche controproducenti per il potere che li ha creati. Tuttavia i cambiamenti di regime in Iraq, Ucraina e Libia, la guerra in Siria, la crisi del Venezuela, le sanzioni a Cuba, Iran, Russia e Corea del Nord, il tentativo di riconquista yankee del continente sudamericano sono il riflesso di un nuovo tipo di imperialismo globale a sostegno di investimenti non più possibili in un una situazione “normale”.

Il nuovo ordine mondiale è diventato un impero totalitario di disuguaglianza e di repressione perché il problema del capitalismo finanziario è che esistono più capitali  che opportunità di investimento e mi verrebbe da dire ricchezza reale, un bel guaio dentro un sistema che può esistere solo a patto di una continua crescita. E’ come per certi squali che possono respirare solo se si muovono mentre qualsiasi fermata significa  depressione, fallimenti bancari, crolli valutari, disoccupazione di massa e pericolo di rivolta e di rovesciamento dello status quo: le élite del potere sono dunque intrappolate in una logica di crescita forzata che richiede disperatamente la formazione di nuove opportunità di investimento di capitale. Questa espansione forzata diventa un destino manifesto in tutto il mondo e il dominio totale del capitale in tutte le regioni della terra. E’ uno sforzo destinato ovviamente ad esaurirsi per molte ragioni, sia perché impoverisce una umanità trasformata in idrovora di consumi provocando la caduta del tasso di profitto, sia perché le risorse planetarie sono finite e anzi in molti casi cominciano ad esaurirsi, ma le classi al potere cercano di raschiare il fondo del barile e di tenersi tutto finché si può, cercano di garantirsi un domani agendo come se non ci fosse un domani.

Tutto questo si salda con il fenomeno previsto e prevedibile della progressiva concentrazione del denaro e del potere: gran parte della ricchezza monetizzabile è in mano a 2400 miliardari e 36 milioni di milionari, un un mondo nel quale l’80% delle persone vive con 10 dollari al giorno. Per di più la gran parte di questi denari viene  controllato da un piccolo gruppo società di investimento tipo BlackRock e JP Morgan Chase: le prime 17 per importanza gestiscono circa 50 mila miliardi di dollari, 80 mila miliardi se si aggiungono le più piccole, 14.500 dollari per ogni abitante della terra. Per di più queste società sono strettamente intrecciate fra di loro sia per vincoli azionari che reciproci investimenti che per uomini: alla fine si arriva a 199 persone – il 60% è di nazionalità americana – che decidono come e dove investire il capitale globale. Questi 199 tiranni partecipano attivamente a gruppi di pressione politica o sono nei governi direttamente o tramite prestanome, sono consulenti del Fondo monetario internazionale, dell’Organizzazione mondiale del commercio, della Banca mondiale, della Banca internazionale degli insediamenti, del Federal Reserve Board, del G-7 e del G-20. La maggior parte partecipa al World Economic Forum oltre ad impegnarsi in consigli politici internazionali privati ​​come il Consiglio dei Trenta, la Commissione Trilaterale e il Consiglio Atlantico. Il loro principale problema è come detto trovare nuove fonti di investimento  e proteggere gli investimenti di capitale, assicurando la riscossione dei debiti ed evitando per quanto possibile che stati e cittadini abbiano una qualche autonomia rispetto a questi obiettivi. Dunque impadronirsi di risorse con la guerra che è a sua volta un ottimo investimento, è la ricetta principe per dare i maggiori profitti all’enorme quantità di denaro che hanno alle spalle. 

L’idea di stati-nazione indipendenti e dotata di strumenti per una più o meno ampia ed efficace partecipazione dei cittadini è stata a lungo ritenuta positiva nelle tradizionali economie capitaliste liberali, anche perché utile come argine contro le richieste  popolari, ma la concentrazione della ricchezza ha richiesto di abbandonare questa visione in favore dei meccanismi globali necessari per sostenere la continua crescita del capitale, ovvero governance di ispirazione economico – commerciale spesso accompagnate da giochi di simulazione democratica e protette dal meccanismo militare Usa/Nato. Per esempio i tentativi di golpe in Venezuela mostrano l’allineamento degli stati che sostengono il capitale transnazionale nel dare un’investitura ufficiale agli oppositori della presidenza socialista di Maduro che essi pretendono sia prevalente rispetto ai risultati elettorali. E tutto questo lo si vorrebbe far passare come atto di democrazia: ma la sovranità del Venezuela è apertamente minata dall’ordine mondiale del capitale che cerca non solo il controllo del petrolio venezuelano, ma anche una piena opportunità di investimenti attraverso un nuovo regime.

Di certo difficilmente questo potrebbe essere colto appieno dall’uomo della strada, educato alla morbida rimozione o soppressione del futuro sociale e imbarbarito dai media che sono posseduti e controllati dagli ideologi dell’élite mondiale al potere. Il loro obiettivo principale è la promozione di prodotti e la propaganda filocapitalista attraverso il controllo psicologico dei desideri, delle emozioni, delle credenze, delle paure e dei valori umani. I media dei 199 tiranni lo fanno manipolando sentimenti e cognizioni degli esseri umani in tutto il mondo e promuovendo l’intrattenimento nella sua forma più infantile come distrazione dalla disuguaglianza globale.


Peccatori di provincia


Cesso-doroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti “ismi”: il popolo retrocesso a plebaglia per via del deplorevole populismo, l’autodeterminazione nazionale ridotta a condannabile sovranismo, le idee annegate e rimosse dall’ideologismo.  Ma le province cancellate, invece, pare abbiano promosso a virtù europea e globalista il provincialismo.

Beati i tempi nei quali i retrobottega delle farmacie di paese erano cenacoli di riflessione e dialogo, beati i tempi nei quali da località marginali irrompevano intelligenze luminose che non si vergognavano della loro origine, al contrario mantenevano la loro casetta natale oggi promossa a museo visitato da vandali e lanzichenecchi che ignorano vita e opera del lontano residente e la impiegano come sfondo di selfie.

Un Paese che è diventato nazione e stato grazie a un ceto che arrivava dal Mezzogiorno oggi emarginato e ripudiato, potenza industriale e commerciale grazie a  lavoratori e inventori che hanno dato al mondo qualità, immaginazione   e ideazione, e, che, voglio anche io attingere al coglionario dei custodi dei giacimenti di petrolio culturale, ha la più alta densità di patrimoni  riconosciuti dall’Unesco, sembra vivere una vergogna di sè, della sua storia, del suo presente.

Credo anche abbia avuto la stessa origine la visione aristocratica  del gruppetto di  residenti temporanei, profetica di una unità tenuta insieme dal mastice del denaro, di una superiorità inflitta a paesi terzi con lo sfruttamento coloniale, e pure di una subalternità vissuta come giudiziosa pratica solidale per riaffermare l’appartenenza fedele all’impero e quella identitaria al sogno occidentale, oggi pronta a contrastare la barbarie dell’Oriente medio e estremo, salvo ovviamente petrolmonarchie e despoti africani.

Così pare che se ci si vuole affrancare dalla Macerata di Flaiano, dalla Girgenti di Pirandello, dalla Recanati di Leopardi, dalla Modica di Quasimodo, dall’Ales di Gramsci, bisogna uscire dai gretti confini dei borghi natii, Roma, Torino, Firenze comprese, con l’alta velocità che adesso si declina al maschile, perché ce n’è uno solo di treno che possa riscattarci, quello Torino Lione che s’ha da fa’ a tutti i costi – i nostri però – per non far brutta figura con la Commissione e con i cugini d’oltralpe, proprio quelli che non essendo interessati,  la  delegano a noi per molti non nobili motivi, non ultimo il collaborazionismo con l’Ue che deve annientare e affogare nei  debiti i partner del sud e le loro democrazie, per far sopravvivere le cancellerie carolinge e mantenere la greppia dei signori delle mazzette.

Come fossimo dentro a  Miseria e nobiltà ci accolliamo le spese che non possiamo permetterci, per non farci riconoscere come straccioni, in modo che mentre i pendolari passano ore su carrozze bestiame i pacchi delle multinazionali della distribuzione arrivino prima come nella barzelletta del cumenda che si compra la Ferrari per andare da Milano a Como in venti minuti, ma a Como non ha niente da fare e alla fine non possiede nemmeno il grano per la benzina.

Posseduti dal pensiero magico futurista, fuori tempo, pare non sia importante per studenti professori lavoratori, turisti andare in treno da Napoli a Reggio, dalla capitale della cultura con stazione ma senza binari alla Capitale, bensì avere un bel convoglio moderno che attraversa le montagne e pianure non più incontaminate, realizzato con criteri e requisiti innovativi, che pare non possano essere applicati a linee esistenti, condannate a morire senza essere nemmeno promosse a archeologia ferroviaria. Per non dire della concreta possibilità di mettersi al pari con l’ideale di lavoro come lo vuole il ceto dirigente globale, e pure il deludente segretario, consumato in cantieri a termine, nei magazzini di Amazon, sui taxi di Huber, nei B& B e nelle mangiatorie della grande turistificazione, nella edificazione di svariati tipi di piramidi dei nuovi faraoni, che ormai piccolo è bello, il mito dei distretti, la valorizzazione dell’artigianato tradizionale e dell’agroalimentare, sono stati cancellati dai Fichi di Farinetti, dalle opportune e inesorabili delocalizzazioni, dalla trasformazione del tessuto dei centri abitati minori in albergo diffuso dal quale cacciare gli inopportuni indigeni o impiegarli come manovalanza in  cioce o divisa da camerieri.

Ci si riscatta così dalla vergogna di essere la provincia remota e indolente,  sopportando di essere messi in mora per non aver riservato trattamenti umani e civili agli immigrato che gravano sul nostro territorio, mentre si aiuta generosamente la Turchia di Erdogan sostenendo economicamente e moralmente i respingimenti implacabili verso altro Pig, o elargendo con un po’ di carità pelosa come succede quando la solidarietà di converte in carità e lo spirito umanitario in beneficenza, guadandosi bene dal mettere in discussione guerre esportatrici di democrazia, sfruttamento avido dell’Africa, sistema capitalistico e finanziario la cui sinistra sa bene le malefatte della destra .

Eh si pare che proprio sia necessario riabilitarsi dalla condizione di provincia non andando a onorevole trattativa coi cravattari, ma cercando di assomigliare loro, accattivandosi la loro simpatia o almeno la loro indulgenza, mettendo i vestiti buoni riscattati al Monte e lustrando la scarpe con i buchi nella suola,  parlando male il loro idioma, andando a vedere i loro film, mangiando le loro schifezze universali e offrendogli  i nostri gioielli a prezzo di affezione.

Viene da dare ragione al Giornale che qualche giorno fa lamentava che nella Biennale di quest’anno presentata con gran pompa dal presidente Baratta, l’esprit mondialista  si manifesta con 90 partecipazioni nazionali (new entry: Madagascar, Pakistan, Algeria, Ghana), 21 eventi collaterali, progetti di formazione e ricerca e una selezione di 79 artisti scelti con tutta evidenza per il loro cosmopolitismo che spazia tra Berlino, New York, Sidney e Pretoria, due dei soli dei quali italiani (Lara Favaretto e Ludovica Carbotta, in incoraggiante quota rosa).

Mica vorremmo “prima gli italiani” anche nelle sale espositive, ma resta il dubbio che i criteri di scelta siano esenti da condizionamenti delle mode e quindi del mercato globale, confermato peraltro da innumerevoli prove accertate. Che vanno dall’imposizione obbligata di direttori stranieri nei musei italiani, dettata non dalla volontà di concretizzare il principio retorico dell’arte “linguaggio universale”, ma dalla volontà di affidare il nostro patrimonio a esperti di marketing che lo trasformino, come voleva Tremonti, in panini imbottiti, o  come voleva Renzi, in profittevoli juke box. O anche dalla possibilità per legge di alienare e vendere all’estero facendo mercimonio, opere di incommensurabile valore artistico (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/12/impara-larte-di-metterla-da-parte/).

E c’è da interrogarsi se sia proprio vero che a Napoli, Torino, Palermo, Venezia, Cagliari non ci sono giovani creativi capaci di mettersi in concorrenza con produttori di ordigni a orologeria di provocazioni sotto forma di tuboni di dentifricio olandesi, macchina rottamate esposte davanti antichi palazzi da talenti francesi, cessi d’oro di varia nazionalità, gommoni come architravi su Palazzo Strozzi giapponesi …. che modestamente anche noi dopo Caravaggio, Michelangelo, Tiziano e ben prima della sala sigillata con 80mila chilogrammi di feci umane, ben squadrate in blocchi marroni, di tale Mike Buchet, abbiamo avuto la nostra Merda d’Artista nazionale.

 


Ullallà è una cuccagna la rapina di Alemagna

logo-liberal-europaSarebbe ben strano che un ladro si sentisse assolto da tutte le malefatte semplicemente perché ha perso il maltolto giocando al Casinò: non esiste etica in cui questo “scambio” abbia un valore morale, anzi la dissipazione costituisce un ulteriore aggravante, salvo che in quella neoliberista dove il mancato guadagno è un peccato maggiore del furto rispetto alla sacralità del profitto. Così il più eminente economista tedesco, Hans Werner Sinn che mi sono trovato a citare spesso in questi ultime due o tre anni, assolve la Germania dalle sue colpe perpetrate con la mano armata dell’euro e delle due deliranti regole, dicendo che il maltolto è stato investito in titoli spazzatura e dunque non è andato a beneficio del Paese o sarebbe meglio dire a beneficio delle banche tedesche. Amen, tre pater, ave e gloria, per penitenza.

Ma facciamo un passo indietro: a febbraio è uscito nella sua versione finale uno studio del Centro per la politica europea di Friburgo, realizzato da Matthias Kulla e Alessandro Gasparotti in cui si dimostra senza possibilità di equivoci  da parte che nel periodo 1999-2017 l’euro ha consentito alla Germania ( più o meno lo stesso vale in proporzione per l’Olanda) di lucrare 1900 miliardi di euro all’anno, oltre 23 mila per abitante, riuscendo così a surclassare Paesi altrettanto produttivi e forse anche più concorrenziali come Francia e Italia da cui ha sottratto rispettivamente 3600 e 4300 miliardi (80 mila euro per ogni italiano, anche in fasce, senza contare gli effetti sinergici del declino economico del Paese) nel quasi ventennio esaminato (chi vuole approfondire il testo integrale lo trova qui ). Ed è a questo punto che si inserisce Sinn, perché egli non contesta affatto queste cifre, frutto di una rigorosa analisi, ma dice che la Germania non ne ha tratto il vantaggio che si potrebbe immaginare perché una notevole parte di questi profitti da moneta unica è finita in titoli spazzatura americani. Un discorso davvero incauto perché lascia trasparire in maniera autorevole, cioè da parte del più prestigioso consigliere economico del governo di Berlino, almeno tre verità: per prima cosa che le banche tedesche hanno la pancia piena di robaccia costituendo delle mine vaganti pronte ad esplodere come del resto già si sa per la Commerzbank e la Deutsche Bank nonostante la farsa degli stress test; poi che quei 23 mila e passa euro di lucro a persona non sono finiti nelle tasche dei tedeschi, esposti invece ai blocchi salariali e alla precarietà, ma in poche mani, quelle dei banchieri e dei ricchi; infine che l’insieme di queste situazioni rende impossibile qualsiasi riequilibrio europeo visto che i soldi lucrati sono in gran parte stati persi nella roulette finanziaria e non possono in qualche modo essere restituiti neanche nella remota e fantascientifica ipotesi che lo si volesse.

Non è certo un caso che proprio Sinn abbia in diverse riprese consigliato all’ Italia di uscire dalla moneta unica (vedi qui) non fosse altro che per levarsi di torno il maggior derubato e dunque anche il maggior creditore, ma il discorso dell’economista, probabilmente senza volere, decostruisce in un sol colpo tutto l’edificio europeo così come si è venuto realizzando: riconosce che l’euro è stato un disastro per molti Paesi ipotizzando concretamente una frattura continentale,  che quelli che ne hanno tratto vantaggio non hanno fatto alcuna redistribuzione di reddito, che non c’è alcuna reale possibilità di cambiare le cose in corsa, cioè a statuti attuali, perché il gioco è andato troppo avanti e non consente di certo di cullarsi ancora nelle illusioni  o ipocrisie altroeuropeiste. Nulla di ciò per cui è stata voluta l’Europa sul piano ideale e sociale si è realizzato, anzi è come se fosse lavorato per ottenere l’esatto contrario. Tra l’altro qualsiasi forma di aggiustamento e di conciliazione, anche se per caso fosse ancora possibile, non è comunque praticabile vista la strenua opposizione delle oligarchie continentali che da tutto questo hanno ottenuto un enorme guadagno politico al quale certamente non vogliono e non possono rinunciare. Davvero non si può che rimanere basiti quando qualcuno in queste condizioni continua imperterrito a proporre più Europa in vista delle prossime elezioni truffa di un Parlamento che conta meno di niente ed è soltanto una ben pagata tribuna per lobbisti o politici di terzo piano: o ci è o ci fa.


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