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Tutti a Tav-ola

i-banchetti-rinascimentali-l-nvekn8 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si-Tav a tutti i costi. È proprio il caso di dirlo se il tavolo- o la tavola –  su cui si gioca la partita dell’alta velocità non è e non è mai stato quello della effettiva utilità dell’opera e sui suoi reali benefici, se è stata riesumata per l’occasione la maggioranza silenziosa che parla troppo e a vanvera, con tanto di sciure in pelliccetta sia pure ecologica, mariti del rotary dietro le quinte a suggerire gli slogan, ottantenni speranzosi di un recapito più rapido dei pannoloni,  leghisti motivati a mettere ancora una volta in minoranza politica e morale gli esitanti alleati, pochi giovani, che c’è da augurarsi stiano dall’altra parte (ma non è sicuro, se diamo ragione  a Tolstoj che li definisce l’ala più reazionaria e conservatrice della società).

Si-Tav a tutti i costi, se ancora una volta il movimento 5stelle cederà anche su quello, trasformando l’ardito No di un tempo in un “non si può fare altrimenti” e i vaffanculo d’antan in educati quanto confusi conti della spesa, come è successo con Terzo Valico, con le Trivelle, con Tap e fingendo di dar  credito alle baggianate in merito a tremende sanzioni, esose multe, vergognosa espulsione dal sistema della concorrenza e dal consorzio civile, se appena appena si pretendono calcoli attendibili che suffraghino, tanto per fare un esempio,  i dubbi, espressi perfino dall’Osservatorio Torino – Lione e espressi nel documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030” commissionato dalla Presidenza  del Consiglio Gentiloni vigente, sulla effettiva utilità ed efficacia di un intervento per il trasporto veloce delle merci, laddove le produzioni e il traffico conseguente hanno subito un progressivo e e costante ridimensionamento.

Si-Tav a tutti costi, se secondo le mosche cocchiere della stampa dipende da quello la salute, anzi la sopravvivenza  delle nostre imprese, penalizzate da insani ostacoli alla modernizzazione del paese tramite l’ingegneria, il cemento e il genio pesante, che dopo aver tanto contribuito al sistema autorizzato per legge della corruzione si trovano a mal partito se si ferma la poderosa macchina del malaffare e risentono della crisi che ha colpito perfino il perverso assistenzialismo. È per quello che la povera Mantovani società presente in tutte le cordate delle mazzette, legalizzate e non, non può portare a termine l’incarico che si era assunta, pagato profumatamente, di riparare  il tubo del depuratore di Malamocco. E, diciamolo, è stato per quello che i Riva anche in anticipo sull’apocalisse finanziaria, non è stata in grado di adottare misure anti inquinamento e di effettuare le doverose bonifiche, che De Benedetti è stato costretto a rinunciare agli accorgimenti per tutelare lavoratori e popolazione dagli effetti dell’amianto e che giù giù in un regime di scala, gli impresari edili non dotano di caschi e attrezzature di sicurezza gli operai, italiani e stranieri, che si inerpicano sulle impalcature.

Si-Tav a tutti i costi, se ci si preoccupa perfino dei lavoratori minacciati dal contagio della sindrome Nimby, quelli precarizzati dalla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste sudate in decenni, comunque condannati a tirar carriole, trascinare macigni, scavare nell’eterna ammuina di una industria che ha scelto la pesantezza, la pressione sul suolo e sull’ambiente, l’ingegnerizzazione e la cementificazione come per i ponti, il Mose, i grattacieli che hanno ancora un mercato solo negli sceiccati megalomani e a Milano, e come per la Fiat,  agli investimenti in tecnologia e innovazione, nella trasformazione aberrante di un mercato del lavoro convertito in tratta degli schiavi, nella rassegnazioni di uno Stato ridotto all’impotenza che non sa e non vuole immaginare un disegno organico di salvaguardia e risanamento del territorio combinato con una strategia per l’occupazione che impegni risorse professionali e manodopera nella conservazione, protezione e valorizzazione del territorio.

Si-Tav a tutti i costi, se così si aggira e si può non evadere davvero qualsiasi domanda venga dal basso proprio sui “costi”. Perché vige una beneducata riservatezza su quanto costano, sono costate e costeranno le grandi opere, i grandi eventi, le grandi guerre e i grandi imbrogli che si consumano, soprattutto se vengono avviati, non vengono mai finiti e diventano così una formidabile fonte di redditi opachi  per studi di progettazioni, aziende che guadagnano sui ritardi, sull’affitto delle gru montate e dei macchinari che stanno fermi, sulle necessarie modifiche in corso d’opera, sulle riparazioni imprescindibili per danni prodotti magari volontariamente, sugli incarichi di ripristino dati allo stesso soggetto che ha causato il male, come succede a Venezia dove il Consorzio Venezia Nuova assume in sé il ruolo di guastatore e riparatore, di scavatore e riempitore ed è perciò diventato un modello esportabile di misfatti a rigor di legge.

E d’altra parte non vorrete mica che il popolo bue in odor di populismo venga a conoscenza di dati così sensibili che riguardano la sicurezza dello Stato e il segreto industriale? Che si sappia davvero quanto sborsiamo di tasca nostra per comprare armi, quanto ricaviamo senza saperlo dalla svendita di porzioni del nostro suolo patrio convertito in poligoni per testare strumenti di morte, quanto cacciamo fuori per consentire a aziende di guadagnare dai nostri pedaggi senza che vengano effettuati controlli e adottate misure di sicurezza, quanto sborseremo per realizzare le infrastrutture indispensabili per collegare inutili stadi e falansteri annessi al resto delle città dove non vengono invece creati e potenziati i trasporti pubblici?

Si-Tav a tutti i costi, perché non è casuale che si investa nelle grandi menzogne che fanno da camouflage alle nostre miserie pubbliche o in quelle che caricano del nostro sospetto e della nostra diffidenza feroce ipotetici nemici da criminalizzare e punire. In questi giorni anime belle si compiacciono per una lettera di una terremotata che informa che ad Amatrice non sono sotto le tende e che comunque loro sanno e rivendicano che la colpa dei ritardi e delle disfunzioni non è certo da attribuire agli stranieri  e al loro costo per la cittadinanza. Messaggio encomiabile, se non fosse che non sono sotto le tende, vorrei anche vedere al terzo inverno dal sisma, ma in centinaia sono ospiti da familiari, in hotel della costa, in casucce il cui tetto vacilla sotto la neve, concesse con sistemi e tempi vergognosi, che non sono fatte per sopportare condizioni climatiche avverse, che appena montate hanno mostrato cattivi funzionamenti. E se non fosse che a Norcia sono stati investiti quattrini  per montare un obbrobrio destinato a ospitare non meglio identificati trattori e osti , confermando il più inquietante sospetto, che i pochi soldi stanziati per la ricostruzione, la pressione delle burocrazie chiamata in campo ma mai contrastata, le scelte discutibili sulle priorità nascondano l’intento di fare di quell’area un parco tematico, una disneyland dell’alimentazione per il turismo religioso e non, coi produttori, agricoltori e allevatori trasformati in inservienti e commessi addetti alla vendita di merci tutte uguali là come ai banchi di Fico e della Coop e prodotte chissà dove.

Si-Tav a tutti i costi, perché mica possiamo fare una figuraccia con chi non l’ha voluta e l’ha appioppata al cugino cretino, con chi la vuole imporre per indebitarci sempre di più e ricattarci sempre meglio. Si-Tav per chi nelle more delle miserie parlamentari aspetta come una manna la rinuncia e l’abiura dei pasticcioni istituzionali, per chi tra i suddetti arruffoni spera, magari tramite opportuno referendum, di essere costretto all’assenso ed essere cooptato così tra gli utili servi dei padroni.

E allora spetta a noi riprenderci i nostri No.

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Bestie e clown nel circo Orfeo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevamo bisogno dell’ascesa al trono di direttore generale della Rai di Mario Orfei per essere certi di non poter più aspirare a una informazione obiettiva e trasparente, come ci si aspetterebbe da un servizio pubblico.

Non ci serviva l’investitura di un fedele servitore del regime, uno che detesta i referendum, siano sull’acqua bene comune, sia quello di “riforma” costituzionale, sopportato e propagandato solo in funzione di plebiscito bonapartista in appoggio al passaggio da reuccio a despota assoluto del suo referente, cui deve quest’ultima promozione peraltro benedetta da tutto l’arco del partito unico nel consolidamento della comunicazione unica e che nel totale giubilo festeggia la nomina dell’uomo giusto al posto giusto, la virtù premiata di un eccellente professionista, di una straordinaria competenza, di un eccelso talento  per bocca, unica anche quella, di Meloni, Gasparri, Brunetta, Guelfi, Romano e così via. in segno di grata riconoscenza   per uno dei più solerti facilitatori di festose comparsate, ubique presenze in talkshow, alacri passaggi di porte in porta, sollecita diffusione di tweet e stati in dinamica sostituzione delle vecchie veline dell’agenzia Stefani, superate ormai da un esercizio costante  di manipolazione, mistificazione, omissione, censura secondo una volontà e un costume unici pure quelli.

Sapevamo già prima di questo sfrontato atto di forza che l’informazione privatizzata agisce al servizio della menzogna, delle divinità del mercato e del dovere di consumare ideologie, valori, prodotti, dell’obbligo di comprarsi e bere le bottigliette commercializzate dalle fabbriche del falso, della “politicanza” che avvilisce e esonera da ogni ruolo  la politica della vita, che si è data il compito di scavare sempre di più la voragine che separa chi ha e possiede e esige sempre di più da noi, desinati ad avere e a contare sempre di meno, esclusi dalle decisioni grazie all’egemonia della mistificata astrazione sulla realtà. Basta pensare a come viene presentato ormai il lavoro, se gli stage altro non sono che volontariato gratuito e umiliante, se il telelavoro viene magnificato come innovativa opportunità e non come strumento infame per impedire la possibilità di organizzarsi e difendersi, se la celebrata indipendenza offerta da prestazioni professionali “libere” incarna la svolta contemporanea impressa al solito antico sfruttamento di dipendenti catalogati e definiti da statistiche, leggi, fisco e media come autonomi.

Siamo sempre più separati e dunque esclusi dall’origine di tutto a cominciare dalle scelte che ci riguardano, dagli alimenti che viaggiano per chilometri prima di cadere in pentola, dal militare che guida il dorme e preme il tasto che a miglia e miglia di distanza farò cadere la bomba. È quello che vogliono: sancire la lontananza remotissima delle cause dagli effetti e delle decisioni dai risultati. Perché è proprio quella che genera impotenza e quella accidiosa indifferenza che permette e autorizza l’esercizio dispotico e autoritario del potere.

E infatti ormai la limitazione dell’accesso dei cittadini alle informazioni sulle scelte che condizionano le loro esistenze avviene anche attraverso leggi e misure che riducono la portata di trattati e convenzioni internazionali volute e prodotte quando ancora non era esplicito il disegno transnazionale di abbattere democrazie colpevoli di vocazioni “socialiste”.

È quello che finisce per legittimare e autorizzare l’alienazione di beni comuni, l’esproprio di proprietà pubbliche, la svendita  del territorio e del patrimonio artistico e culturale, il saccheggio delle risorse, gli attentati contro salute e ambiente.

Basta pensare ai cambiamenti introdotti  in materia di valutazione d’impatto ambientale delle Grandi opere, ma non solo di quelle grandi: linee ferroviarie, autostrade, ponti e anche gasdotti come il Tap.  Progressivi secondo l’ineffabile Galletti   promotore di un decreto legislativo mobilitato sul fronte della indispensabile “semplificazione” delle procedure che ostacolano la crescita e l’iniziativa privata. Peggiorativi  per chi ne individua i contenuti che segnano un non inatteso ritorno alle opacità e alle dinamiche della Legge Obiettivo, uno dei trofei nel curriculum del governo Berlusconi.

Basta pensare a quello che sta accadendo intorno alla realizzazione del nuovo aeroporto di Firenze, alle sempre più assatanate pressioni dei promotori che esigerebbero dalla Commissione Via e dal  Ministero di autorizzare l’incarico per l’Enac, ente proponente, di controllore della realizzazione del progetto e anche del suo stesso operato, secondo il regime instaurato con il Mose a Venezia, e che non vogliono l’istituzione di un molesto Osservatorio indipendente che monitori l’impatto dell’opera e della sua esecuzione.

Basta pensare che le Nazioni Unite  hanno accolto le relazioni delle Ong che hanno denunciano il governo del Malawi che non ha preso le misure necessarie per proteggere i diritti e i mezzi di sussistenza delle persone che vivono nelle comunità danneggiate dai progetti di sfruttamento minerario. Ma pare che Onu e Ue non si siano accorti di quello che succedeva e succede a Taranto, a Broni, a Casale e in tutti quei posti dove la gente non sa nulla del destino che le è riservato salvo la condanna a un unico “diritto”: la fatica in cambio della salute e ormai nemmeno quelle.

Non consola che nelle tenebre che avvolgono le decisioni e le scelte e nell’astensione di chi avrebbe l’incarico di indagare e conoscere per informarci, ci si debba affidare e a male fatto, ai tribunali, ormai guardati con sospetto (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/06/04/tar-tassate-il-guappo/)m ), vituperati e obiettivi di indilazionabili “riforme”, siano i Tar che impongono il rispetto della legge sulla nomina dei direttori di importanti musei o che annullano il decreto che scippava l’anfiteatro Flavio e i Fori al comune di Roma e alla Soprintendenza speciale, per concederlo ai son et lumière  da avanspettacolo tra musical e tenzoni tra gladiatori in attesa dei leoni, sia la Corte che bacchetta le riforme renziane e pure la sfrontata legge regionale della   Campania  che consentiva di  ottenere il titolo abilitativo in sanatoria per gli interventi che erano stati realizzati senza permesso, “ma che per le loro caratteristiche risultassero conformi al Piano Casa”, estendendo la sanatoria agli abusi.

È una fatica, ma pare che dobbiamo diventare giudici, degli altri e di noi stessi.

 


Eni in fiamme? Niente paura, al massimo morite

paviaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri pomeriggio una colonna di fumo nero si è alzata dall’impianto dell’Eni di Sannazaro de’ Burgundi (Pavia), una delle raffinerie più grandi l’Italia, visibile a decine di chilometri di distanza. Pareva uno di quei film del filone catastrofico, hanno detto gli abitanti cui il Comune aveva raccomandato di restare in casa.. ma Eni, poi la prefettura e infine la Regione hanno tranquillizzato tutti. L’incendio è stato domato, non ci sono né intossicati né feriti in azienda, l’allarme è rientrato e prime analisi, con sonde da campo di Arpa, non hanno rilevato concentrazioni particolari di inquinanti.

Tutto bene? Vi sentite confortati e fiduciosi? Beh, datemi retta, fate male. Meglio non credere alle loro rassicurazioni come alle loro bugie.

Meglio stare in campana, perché tutto fa sospettare che i 40 anni trascorsi dall’incidente di Seveso siano passati invano, se la passano liscia gli assassini dell’Eternit e quelli dell’Ilva, se un presidente del Consiglio che si è rimesso nel portafogli i quattrini destinati a rafforzare la sanità in un posto dove ci si ammala e si muore di più e prima, vantandosi poi di sborsarne di più, mentre si tratta del solito gioco delle tre carte e quei soldi sono il frutto dell’accordo vigliacco sottoscritto con i Riva per evitar loro l’infamante galera, il tesoretto della dinastia conservato gelosamente in Svizzera e che passerà a una cordata di aziende private che l’utilizzerà per la cosiddetta tardiva ambientalizzazione.

Meglio stare in campana deve valere per tutti – tutti i lavoratori e i poveracci – il credo secondo il quale il lavoro deve essere solo fatica, mobile, precaria, soggetta a ricatti e intimidazione, perché solo così si promuove crescita, si attraggono investimenti esteri, si premia il sacrificio di imprenditori tanto generosi da rimanere in patria invece di delocalizzare, accontentandosi di aiuti si tato, leggi che appagano appetiti avidi e profitti insaziabili, che permettono evasione e truffa, che tollerano, anzi promuovono  corruzione e malaffare.

Meglio stare in campana, perché se sbagliano, se avvelenano, se intossicano,  se sono inquisiti e vanno sotto processo, possono sempre contare su indulgenti prescrizione e favorevoli lungaggini, così da risorgere sempre pronti a rientrare nel monopoli delle grandi opere, con altre sigle, altri consorzi ugualmente opachi, grazie a un clima generale propizio a impunità negli affari come in politica.

Meglio stare in campana se i rottamatori hanno deciso di mantenere inalterata l’eredità di scempio tossico del secolo breve e della Prima Repubblica, quella maturata per via dell’oscena indifferenza alla salute dei cittadini e  dell’ambiente di gruppi pubblici e privati e che resta là come un tremendo monumento  di archeologia industriale a Marghera, Trieste, Ravenna, La Spezia, Livorno, Piombino, Orbetello, Bagnoli, Falconara, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, Milazzo, Augusta-Priolo, Gela. Dove si è celebrato più che lavoro, parassitismo, dove produzioni sempre più circoscritte vengono sovvenzionate con aiuti e licenze  deroghe che soffocano diritti, garanzie e conquiste.

Meglio stare in campana se perfino la Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia promossa dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, del 12 dicembre 2012, recita «Il settore bonifiche, almeno fino ad oggi, è stato fallimentare […]. All’interno dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) (mega-siti contaminati) ricadono le più importanti aree industriali della penisola …. All’esito dell’inchiesta della Commissione, il quadro risulta desolante non solo perché non sono state concluse le attività di bonifica, ma anche perché, in diversi casi, non è nota neanche la quantità e la qualità dell’inquinamento e questo non può che ritorcersi contro le popolazioni locali, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico …..i siti di interesse nazionale sono 57, coprono una superficie corrispondente a circa il 3 per cento del territorio italiano e, sebbene il riconoscimento quali Sin per taluni di essi sia avvenuto diversi anni fa (talvolta anche oltre dieci anni fa), i procedimenti finalizzati alla bonifica sono ben lontani dall’essere completati». E se, sempre secondo la stessa fonte, i Siti di interesse regionale potenzialmente contaminati   sarebbero 15.122; 6.132 i Sir potenzialmente contaminati accertati; 4.314 i Sir contaminati; 4.879 i Sir con interventi avviati; solo 3.011 quelli bonificati.

Meglio stare in campana se continua inesorabile il consumo di suolo, se la sua tutela è oggetto di proposte che si sperdono negli interminabili corridoi intoccati dall’ideologia imperante della semplificazione, se i Piani Regolatori prevedono ulteriori dissipazioni di territorio a scopo edificatorio (la virtuosa e laboriosa Lombardia batte il record con  l’87% dei Pgt recentemente approvati che promuove ancora un ulteriore consumo di suolo), se leggi urbanistiche  nazionali esaltano il primato dei privati e delle rendite, come il ricorso ossessivo a deroghe e licenze, anche in nome di emergenze artificiali, grazie alla retorica proterva di Olimpiadi, Giochi, Ponti, Esposizioni.

Meglio stare in campana se la manomissione della Costituzione significa, non ultima, la manomissione dell’ambiente, secondo un processo avviato coi vari Piani casa e  decreti,  il «Fare», lo «Sblocca Italia» la riforma Madia, intesa allo svuotamento del potere delle sovrintendenze, ridotte a passacarte e all’approvazione notarile e che nella loro attuale forma completamente depotenziata ben poco potrebbero fare per arginare soprusi e abusi voluti dall’esecutivo rafforzato.

Meglio stare in campana se così le regioni  saranno private del potere di legislazione concorrente in materie quali il governo del territorio e l’energia, che consentono agli stessi enti territoriali di esplicare il diritto-dovere di salvaguardia ambientale – garantito dall’articolo 9 della Costituzione  e soprattutto se, grazie alla «clausola di supremazia» prevista dall’art. 117, quarto comma, del testo riformato della Costituzione, nessuno avrà il diritto di opporsi alle scelte dell’esecutivo. Non delle Stato, ricordiamolo, ma del governo centrale.

Meglio stare in campana, se con la nuova formulazione dell’art. 117 si riduce l’ambito di  tutela e  valorizzazione, riservandoli ai soli beni culturali e paesaggistici,  annullando l’attuale disposizione che attribuisce allo stato «la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», venendo meno al principio costituzionale fondamentale garantito dall’articolo 9 e  cancellando il primato della protezione dell’ambiente sugli altri interessi che potrebbero interferire  con essa.

Stiano in campana gli abitanti di Firenze e dell’hinterland, minacciati da una Tav, da una metropolitana, da un aeroporto, da un inceneritore voluto da un ex presidente della provincia assurto a ben più elevati destini, stiano in campana i veneziani che stanno per essere penalizzati da una canale a beneficio dei corsari delle crociere, siano in campana i cittadini che si trovano insieme a lottare contro la Tav, il Terzo Valico, il Ponte, le trivelle, contro il decisionismo autoritario e incompetente. Quelli che da anni dicono No, che lo scriveranno dopodomani e noi con loro.


Eternit. Amianto colposo, stragisti liberi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si dice il paradosso. Amianto in greco vuol dire immacolato o meglio ancora, incorruttibile. Ma asbesto invece, significa perpetuo, inestinguibile. E pare  lo sia anche la scia di lutti e vergogna che si lascia dietro.

Mentre invece non lo saranno i processi  di chi ha seminato veleni, malattia morte, grazie alla prescrizione che, benevola coi padroni, farà definitiva ingiustizia. Ha già cominciato:  l’imprenditore svizzero Schmidheiny era già stato assolto per prescrizione nel  primo processo Eternit, in cui rispondeva di disastro doloso  per oltre 2000 morti   e per una vittima in più, l’ambiente.    E ora il secondo  procedimento   tornerà alla fase delle indagini preliminari, l’accusa per il magnate di aver provocato la morte da mesotelioma pleurico di 258 persone   – il tumore ai polmoni   chi è stato esposto alle fibre –   va derubricata da omicidio volontario a colposo, sia pure “aggravato dalla previsione dell’evento”, e si  frantuma in quattro diversi tribunali d’Italia: Torino, Reggio Emilia, Vercelli e Napoli.  Restano a giudizio, a Torino, solo due casi di morte da amianto, per i quali la prossima udienza è stata fissata il 14 giugno. A Vercelli, competente per la sede di Casale Monferrato della multinazionale, sono stati trasmessi 243 casi; 8 a Napoli (per Bagnoli), 2 a Reggio Emilia (per Rubiera). Tre casi sono stati invece prescritti.

Una vittoria della verità, ha esultato l’avvocato della difesa, sul teorema secondo il quale chi sta in alto non può non sapere cosa succede in basso: “La costruzione dell’accusa é crollata, il processo per omicidio colposo sarà più sereno ma emergerà la totale innocenza del mio assistito. Schmidheiny era a capo di un grande gruppo industriale e non era presente nei singoli stabilimenti. A lui risultava che la soglia di polverosità era al di sotto dei limiti imposti dalle norme”. Ecco, è stato un errore umano, ma da attribuire alle intendenze, a chi doveva controllare, sorvegliare, vigilare. Lo vadano a dire a quelli di Casale dove ogni settimana c’è una vittima di mesotelioma, lo vadano a dire a chi aspetta  da 15 anni giustizia e non si è accontentato del risarcimento  proposto; l’offerta del diavolo. Lo vadano a dire a chi ha lavorato o ha abitato vicino a quella fabbrica, come a Ivrea, come a Taranto, come alla Montefibre di Acerra, come in tanti santuari d’impresa italiana dove o sacerdoti del ricatto, del profitto e dell’intimidazione hanno officiati i riti in memoria del lavoro, dove la preghiera d’obbligo è il de profundis per i morti e per diritti e conquiste e sicurezza, quando l’unica che resta è la fatica per la paga.

Invece bisogna andarlo a dire a chi  è depositario – e lo interpreta e propaga – di quel principio secondo il quale il profitto giustifica i mezzi tanto che il delitto compiuto in suo nome deve avere tolleranza, indulgenza e infine perdono. Di quell’altro principio secondo il quale l’omicidio di uno non va in prescrizione, quello di tanti, per ragion di mercato,  invece si, perché si tratta di un effetto collaterale, come le bombe sui civili quando si esporta democrazia. E di quell’altro ancora che ci vuole convincere che i padroni sia pure illuminati, hanno troppe faccende da sbrigare, tra consigli di amministrazione, esportazione di capitali, brighe per evadere le tasse, conta dei dividendi e roulette finanziaria, per badare a tutto e delegano, delegano, fiduciosi che i sottoposti attuino i valori che ispirano la loro utopia imprenditoriale.

È quello che ha sempre sostenuto  Schmidheiny occupato a svolgere l’autorevoli incarico di    consigliere capo per gli affari e l’industria per il segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED). Alla faccia, di presidente onorario del Word Business Council per lo sviluppo sostenibile, fondatore di un premio prestigioso che ha consegnato a Prodi e Kofi Annan in sollucchero. È quello che hanno detto i fratelli De Benedetti, i Riva, quelli della Thyssen, riconosciuti per acclamazione vittime del dovere aziendale da una claque guidata dalla Marcegaglia.

Non sapevo, è una frase ricorrente che si è sentita pronunciare nei secoli, vicino a teatri di crimini, delitti, stragi. Non sapevo, dicono gli assassini, che non vanno nemmeno a vedere la voce Eternit su Wikipedia, incuranti che è da poco dopo il brevetto Eternit, che risale al 1901, che sorsero i primi dubbi, che in Inghilterra ricerche mediche imposero delle limitazioni all’so nel 1930, che in Germania in piena guerra si stabilì che dovessero essere offerti dei risarcimenti ai malati di mesotelioma, che sia pure con colpevole ritardo una legge italiana  vieta l’attività di estrazione, importazione ed esportazione, produzione e commercializzazione dell’amianto e dei prodotti contenenti amianto.

Adesso qualcuno dice ancora una volta che l’ottimo e nemico del bene, che Guariniello – che con la sua impostazione del processo “Eternit” ed “Eternit bis” ha cercato (invano) di innovare la giurisprudenza sulle morti da lavoro – ha voluto troppo, per protagonismo, vanità, delirio di onnipotenza, chiedendo l’omicidio volontario. Lo vadano a dire a quelli dell’Ilva, lo vadano a dire ai tre marittimi morti ieri, che di questi tempi bisogna accontentarsi,  che mica la giustizia è uguale per tutti, che è necessario mostrarsi ragionevoli e arrendevoli per non scoraggiare gli investitori, che per certi delitti l’unico colpevole è il destino baro, che se sei povero te lo sei meritato, perché non hai ambizione, talento, volontà, tenacia, che per fare carriera ma anche solo per tenersi un posto bisogna chinare la testa, dire si, al ricatto, alla sopraffazione, al rischio, alla malattia, sempre si. E invece noi diciamo No.

 

 

  


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