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Dopo il no ai giochi scattano le bugie olimpiche dei pescecani

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La promessa di un quartiere è rimasta in cartolina, dietro di essa c’è solo terra brulla

Trema la bilancia commerciale delle bugie: quelle italiane, benché di imitazione, sono di così scarsa qualità che possono essere usate  solo per il mercato interno. Ora invece i bugiardi e gli speculatori nostrani si preparano all’importazione massiccia delle bugie di lusso di Cameron sulle Olimpiadi, per dimostrare come la Raggi abbia fatto una cazzata a dire no ai giochi romani. Dico di Cameron perché le olimpiadi di Londra del 2012 sono quelle che hanno fatto meno buchi nei bilanci pubblici e sono dunque quelle a cui il milieu politico affaristico della capitale comincia a fare riferimento. Certo fossi un palazzinaro mi convincerei che anche i giochi di Atene che hanno rovinato la Grecia siano una cosa buona e giusta,  ma le cose non stanno così, il bilancio positivo presentato un anno dopo dall’ex premier britannico, è una menzogna colossale che si serve di nascondimenti e di ragionamenti paradossali per asserire il successo di bilancio della manifestazione.

Vediamo, cifre alla mano come non faranno quelli che ora parlano di primavera londinese per appoggiare le loro rivendicazioni, compreso il Coni  degli scandali  che arriva alla sfacciataggine di chiedere 20 milioni di danno erariale a fronte di spese che esso stesso quantifica in 150 mila euro:  nel 2013 Cameron per placare le polemiche se uscì con un bilancio dadaista per dimostrare che i giochi erano stati un successo:  le Olimpiadi disse erano costatei 8 miliardi e 700 milioni, (cinque volte più del preventivato e comunque meno dei 9 miliardi e 200 milioni che risultano oggi nei conti ufficiali),  ma  avevano fruttato 9 miliardi e 800 milioni, dunque oltre un miliardo di guadagno. Disgraziatamente egli omise le gigantesche spese per la cosiddetta sicurezza (praticamente furono richiamati oltre 30 mila uomini dell’esercito) e per tutti gli interventi di trasporto e servizi collaterali ai giochi le quali, secondo alcuni analisti della City, portano la cifra effettiva in un range tra i 20 e i 25 miliardi.  E poi il gioco di prestigio: il premier mise in bilancio più 1 miliardo e mezzo di appalti vinti da aziende britanniche per partecipare all’organizzazione di altri giochi, quelli invernali di Soci, in Russia, nel 2014, e quelli estivi di Rio de Janeiro, in Brasile, di quest’anno, qualcosa di pretestuoso e indimostrabile visto che tra l’altro molti di quei contratti erano già stati siglati prima dell’Olimpiade a Londra. Un trucco demenziale che gli valse una severa reprimenda da parte del Financial Times.

Però è proprio in virtù delle spese nascoste e non dichiarate che successivamente il governo si è trovato costretto, anzi vista la sua composizione, felicemente necessitato a dare una vigorosa sforbiciata al welfare. E per mettere una ciliegina sopra la torta di menzogne c’è anche il dato di una flessione del turismo dovuto proprio al timore dei disagi derivanti dai giochi, una cosa che si è verificata anche a Rio e che dunque possiamo ormai considerare strutturale visto che olimpiadi si seguono molto più agevolmente e comodamente in tv. Gli affittacamere sono avvisati. Dunque i soldi pubblici e derivanti dall’indotto sono finiti in poche mani a detrimento dei molti che si sono visti tagliare sussidi, salari e diritti.

Ma, naturalmente, i giochi hanno l’aspetto positivo delle strutture che servono anche per il dopo: è un argomento che mi fa rabbrividire perché non si capisce il motivo per cui certe cose non possono essere realizzate per il benessere dei cittadini, ma solo sotto la spinta del grande evento e delle sue speculazioni.  Però anche qui regolarmente è un disastro e l’esempio londinese non fa eccezione, anzi forse è tra gli esempi peggiori, nonostante sia stato  accompagnato dai canti aedici dei media. Il 6 agosto scorso  il Daily Mail che non è certo un quotidiano di opposizione, ha fatto il punto della situazione a ormai quattro anni dalle Olimpiadi londinesi (l’originale lo trovate qui) : bene cominciamo dal fatto che il numero di inglesi che fa sport è diminuito dello 0,5% e andiamo al sito olimpico che marcisce senza che si sia fatto nulla, senza che vi sia nemmeno l’ombra delle 6800 case promesse alla gente espulsa dalle proprie abitazioni  per fare spazio ai giochi. I “rifugiati olimpici” vivono tuttora nei orribili loculi di cemento a disposizione degli atleti. Il “parco olimpico ” che secondo le promesse avrebbe dovuto portare negozi, palestre,  ristoranti e bar aprendo migliaia di posti di lavoro, non esiste a meno che non si voglia chiamare tale un ammasso di sterpaglie e carcasse vuote, unico resto di due settimane di gloria.

In più lo stadio olimpico è stato dato al West Ham United per 99 anni in maniera assai controversa. I proprietari della squadra – nonché tycoon dell’industria del sesso – David Gild e David Sullivan hanno pagato solo 15 milioni di sterline lasciando ai cittadini un conto di 255 milioni . Con questa cifra si sarebbero potute restaurare, librerie, musei, sale da concerti in tutta Londra o forse lo stadio stesso che già cade a pezzi ed è circondato di gru per i restauri. L’area olimpica a est di Londra  ha perso 300 aziende e 14000 posti di lavoro che provenivano da fattorie, piccole industrie e artigianato che non sono mai stati recuperati. Si diceva anche  che la Orbit Tower disegnata da Anish Kapur avrebbe attratto 350 mila turisti e avrebbe fatturato 1,2 milioni di sterline fin dal primo anno. E’ stata visitata fino ad oggi da 123 mila persone e ha perso 520.000 sterline, tanto che adesso c’è in parlamento la proposta di abbatterla. Certo ci sono piani di lottizzazione, ma guarda caso riguardano quasi esclusivamente appartamenti di lusso che la stragrande maggioranza dei londinesi non si può permettersi ed è proprio in questo che si è svelata la speculazione selvaggia esercitatasi prima, durante e dopo i giochi.

E si tratta di Londra, dove un comitato olimpico non attraversato da verifiche e scandali selvaggi come il nostro, ha fatto quanto era possibile per rendere meno degradante la situazione. Figuriamoci a Roma dove già ci si era accomodati a tavola col tovagliolone da amatriciana per non sporcarsi e fare una bella mangiata in vista dei giochi: che ci fossero o meno, bastava  solo l’annuncio della partecipazione alla gara per dare il via alla grande partita di speculazione e magna magna. Quindi si capisce bene la delusione, la rabbia e la bugia che l’accompagnano di fronte alla notizia della chiusura del ristorante.

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Modesta proposta: vietare il voto ai cretini

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo so, me lo sento, mi pioveranno addosso le solite accuse di bieco maschilismo, ma non posso non osservare che biondine di regime, squinzie bipartisan e ochette giulive di maggioranza si sono accollate l’onere gregario di sbrigare lavori sporchi e di propagandare tutta l’immondizia ideologica che ispira un ceto dirigente senza idee ma con molti interessi.

Non torno nemmeno sulla personalità di Giovanna Melandri, sulle sue frequentazioni “bilionarie” almeno quanto i suoi incarichi immeritati e sorprendenti. Voglio invece soffermarmi sulla sua ultima esternazione, ovviamente su Twitter, in occasione del referendum sulla Brexit, quando – in attesa di procedere a limitazioni del diritto di voto tramite selezioni per target: tutti quelli di statura superiore a 1, 70, o tutti quelli che si chiamano Matteo, o tutti quelli che si sono laureati in fantasiose materie para-economiche negli Usa, o, meglio ancora, concediamo lo status di corpo elettorale a una sola regione, magari la Toscana, tanto per non sbagliare – ha scritto “: “Invece di vietare il voto alla gente nei primi 18 anni di vita, perché non negli ultimi 18?”.

Si sa che la mezza età suscita invidia ed emulazione della giovinezza, quanti ne vediamo di maschi in chiodo e stivaletti ranchero col tacchetto, coi capelli tinti di colori improbabili e riporti spericolati. E quante ne vediamo di “dietro liceo, davanti museo” con i labbroni, gli shorts e sfrontate canottiere. Tutti ansiosi di   appartenenza tardiva e militante nelle schiere di giovani, come se al giorno d’oggi fosse una fortuna, come se non fosse sempre più attuale la massima di Nizan secondo il quale non c’era età più infelice dei vent’anni. E come se i giovani non fossero fin troppi per annettere anche i cinquantenni, visto che attempati bellimbusti, veterani dell’intrallazzo, ammuffiti parassiti della più arcaica politica, ne rivendicano lo status a 40 anni passati per legittimare incompetenza, dissennatezza, capriccioso infantilismo criminale.

Ma quasi nessuno resiste alla tentazione di blandirli e coccolarli a parole, perché poi nei fatti vengono invece penalizzati in speranze e sogni, un tempo corredo dell’età, se i dati confermano la condanna all’infelicità per i giovani al di sotto dei trent’anni fatta di inattività forzata, lavori atipici o emigrazione. Se  il trend negativo, registrato perfino dagli organismi che ubbidiscono ai killer europeo, persiste e riguarda soprattutto coloro che hanno già concluso gli studi universitari (dai 25 ai 34 anni), per i quali l’inattività continua ad essere alta e, anzi, ad aumentare: il livello cresce costantemente da dieci anni, passando dal 21,9% nel 2004 al 27% nel 2014 e al 27,6% nel 2015. Se alla fine della formazione universitaria, dunque, i giovani non trovano lavoro per un lungo periodo di tempo (uno su tre lo trova dopo tre anni) neppure, a quanto pare, se adottano l’espediente suggerito dal Ministro Poletti e si accontentano di voti bassi o mediocri. Se abbiamo fatto di loro personalità fragili e ricattabili, permeabili a lusinghe e intimidazioni, tanto da accettare il lavoro gratuito e incostituzionale all’Expo, da scappare dal  loro Paese per svolgere mansioni svalutate e umilianti che da noi abbiamo delegato agli immigrati, purché in pizzerie londinesi, bar tedeschi, bisteccherie americane.

La Melandri, nata e cresciuta in anni più favorevoli, in famiglia privilegiata, dotata di buone conoscenze e parentele e incline per indole a saperle mettere a frutto con profitto, non si sottrae. E per una volta ha ragione di dedicare tanta benevolenza ancorché intermittente  ai giovani, a quelli  inglesi che hanno votato per la permanenza nell’Ue. Perché come diceva Tostoi meglio di lei, “si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v’era prima di loro”. Perché basta guardarsi attorno per capire che abbiamo dato vita e creato dei mostri del misoneismo, condizionati dalla paura, da una inclinazione all’irresponsabilità, da un istinto alla delega, che abbiamo alimentato per innumerevoli motivi, molto analizzati da sociologi, psicologi, antropologi: sensi di colpa, frustrazioni, apprensività, e che loro hanno nutrito grazie alla frase risolutiva: siete i miei genitori, avete l’obbligo di mantenermi, in fondo non rubo, non mi drogo, non faccio la mignotta.

E infatti basta leggere le cronache sui club dei club del  “Conservative Future”, il movimento giovanile del partito di Cameron e Osborne, basta sfogliare qualche pagine del libro di David Leonhardt e perfino delle pagine di Time per sapere che i  ragazzi americani, figli di chi non ha avuto ritegno a eleggere Reagan e a subire Bush, sono disinteressati ai diritti civili,  alla legalizzazione della marijuana, alla limitazione della vendita delle armi, alla cittadinanza per gli immigrati illegali, alla lotta ai cambiamenti climatici e alla diseguaglianza economica. O basta dare una scorsa ai segmenti generazionali che hanno votato Le Pen.

Abbiamo le nostre colpe se li abbiamo disegnati in modo che debbano considerare la “flessibilità” come un male necessario, la precarietà come una occasione per esprimere un creativo e disordinato dinamismo, l’incertezza come un effetto incontrastabile del progresso, la paura come una condizione naturale, l’austerità come una pena cui sono condannati per via dei nostri usi dissipati, per i quali ce ne vogliono, per i quali ci serbano rancore, perché questa è la prima conseguenza di un sistema che istiga all’inimicizia, al risentimento, alla rottura di patti millenari tra generazioni.

È che la Melandri, a forza di stare in America, ha fatta sua la considerazione di Woody Allen: perché dovrei preoccuparmi per le generazioni a venire? In fondo cosa hanno fatto loro per me?

Quello che sappiamo è che cosa abbiamo fatto noi contro di loro.

 


Arrestate quel referendum, è un anarchico

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete quelle colonne sonore che ci perseguitano al supermercato, verosimilmente imposte per creare confusione e istigare ad acquisti dispendiosi, futili e irrazionali così quando torniamo a casa, pieni di sacchi e sacchetti, scopriamo di non avere niente per cena? Quelle musiche indecifrabili, monotone come nenie letargiche, collage insignificante di note e voci, che perseguono tutte l’intento di stordire la nostra capacità di scegliere tra gli scaffali della merce in vendita?

Ecco, è così l’accompagnamento dei nostri giorni, una combinazione di propaganda dell’inquietudine e di rassicurante persuasione che l’attuale mediocrità è il migliore di mondi possibili, una miscela di intimidazione e di apostolato della delega, in modo che non si lascino nelle mani del popolo bue decisioni, libertà di espressione, autodeterminazione, secondo le promesse del grande spot  che pubblicizza l’inevitabile fatalità delle politiche di austerità, la doverosa e improrogabile necessità di abbattere l’edificio  dello Stato sociale e dei diritti, la desiderabilità degli strumenti (Ttip, Tisa, Ceta) che autorizzando il monopolio planetario delle multinazionali delle corporation e dei mercati,  promuovono la neutralizzazione totale e irreversibile delle più elementari “compensazioni”, equilibratrici delle democrazie costituzionali: giustizia, Parlamenti, rappresentanze, volontà popolari.

Il grande e sussiegoso bisbiglio, dopo gli insuccessi elettorali, quando lo spacconcello che prima l’aveva voluto per sancire la superfluità del parlamenti e delle rappresentanze, si è rimangiato le promesse di andarsene in caso di sconfitta e quando ci ha resi edotti che una vittoria del No sarebbe insignificante, ci sussurra, ma è solo una coincidenza, che i referendum sugli scaffali delle moderne democrazie sono merce deteriorabile, forse scaduta, che è preferibile non comprare e non consumare se non si hanno nozioni di cucina, perché potrebbe rivelarsi velenosa.

Il coretto di menzogne e rimozioni proprio come al festival della canzone, viene bene a fare da contrappunto alla riprovazione della forosetta alle Riforme, che deplora la disinvoltura dei falsi partigiani che voteranno con Casa Pound, come se fosse autorevole il pulpito morale condiviso coi Verdini, anche se ormai agli esponenti di questo governo di fantocci “triplicisti”, incaricati di assecondare la manutenzione di  quel monumento di sopraffazione autoritaria, di celebrare le liturgie e i sacrifici offerti alle divinità della povertà di tanti e indispensabili a moltiplicare la ricchezza di pochi, di custodire la grande galera, dove chiudere chi sta dentro e escludere chi da fuori aspira a una incerta sub-sopravvivenza, comunque più  preferibile  della fame certa, della paura sicura, della probabile morte per bombe, magari proprio spedite da là.

Insomma ci mettono in guardia: sarebbe meglio prendersi una pausa di riflessione, come sempre si auspica nelle questioni di corna e tradimenti, tanto che a sorpresa si esprime perfino la sagoma cartonata che fa pubblicità al Colle. Meglio non lasciare il prezioso e fragile  strumento delle mani sbagliate, quelle della plebe che ci potrebbe prendere gusto e poi tocca annullarne faticosamente gli effetti, come altre volte si è dovuto fare, come si vorrebbe fare con petizioni a mo’ di Change e raccolta di firme hipster e pretty in Gb. E come non c‘è rischio che avvenga da noi,  visto che anche gli studenti del primo anno sanno che non è prevista una consultazione sui trattati internazionali. E poi se ormai è inevitabile, sarebbe auspicabile rinviarlo, in modo da favorire l’informazione, in modo da non finire come i poveri inglesi plagiati da una torma di fascistelli e da manipoli di razzisti.

Eh si, perché si sa che ceto dirigente e cauti commentatori parlano per il nostro bene, perché non finiamo ostaggi di spinte viscerali, col rischio che un pronunciamento popolare sconfini nell’eversione, tanto che forse l’Italicum si rivelerebbe troppo blando e la riforma costituzionale troppo permissiva, che in fondo sarebbe meglio rivedere tutta l’impalcatura per limitare l’uso improprio del voto, l’abuso di partecipazione, l’apologia del sistema democratico, messo in mano pericolosamente a un popolo infantile, influenzabile, corruttibile e permeabile a razzismo e xenofobia. Proprio come hanno mostrato di essere gli inglesi, che pure tanto ci piacevano da correre a infornargli le pizze a ridosso della City, a mutuarne gergo e slang, a vestirci come loro e come Sordi in Fumo di Londra, appena atterrati a Heatrow, a cercare di copiare il loro impero, anche senza lanceri del Bengala accontentandoci di meno grandiosi macellai italiani.

Perché, ammettiamolo, suona piuttosto ridicola la sorpresa per l’affiorare in Gb di un sentiment ispirato a razzismo, esclusione e rifiuto, proprio come non ci stupisce in altre aree delle geografie europee che non vantano la stessa tradizione di oppressione colonialista, il rinascere vigoroso di fascismi, peraltro nutriti generosamente dalle cancellerie.  Come se emarginazione, discriminazione anche violenta, confinamento, fossero fatti nuovi che fanno la loro irruzione grazie all’affermarsi di fermenti intestinali, a revanscismi nazionalistici, al populismo insomma, e non ci fossero stati avvertimenti sulla possibilità che si scatenino guerre tra gerarchie di poveri, battaglie e razzie di seconde e terze generazioni di immigrati incolleriti, repulisti e richieste di risarcimenti violenti di “locali” che si sentono defraudati.

E non si può non sospettare che vogliano farci vedere solo l’aspetto esteriore, quello pittoresco e folcloristico, con gli hooligan provvisoriamente distratti dalle curve e dirottati contro gli stranieri. A dimostrazione che, grazie alla pedagogia europea, potremmo esserne immuni, che se restiamo agli ordini del potentato evitiamo l’infamia, la vergogna e la condanna della storia.  Perché sia chiaro che le ruspe di Salvini, di Farage, di Le Pen sono condannabili, mentre il razzismo in doppiopetto del Migration Compact, dell’accordo che Cameron ha stretto in tempi non sospetti con l’Ue, dei patti col sultanato,  degli accordi sottobanco coi despoti corrotti e corruttori, che si vendono la pelle dei sudditi in cambio di affari, la Dachau dei vivi a Idomeni, la giungla di Calais, i muri dai cui spalti sparano gli eserciti regolari e strani affiliati, devono avere il rispetto dovuto a necessarie azioni di contenimento del fenomeno, messe in atto per garantire la sicurezza, per difendere la nostra civiltà, per ristabilire l’ordine costituito, quello degli scaffali del centro commerciale.

 

 


Brexit, gli allucinogeni del potere

David-Cameron-480x360Faceva un caldo dannato ieri ed è forse per questo che ho avuto tra le normali attività quotidiane e la Tv una sorta di miraggio acustico favorito, anzi creato dai sussurri e dalle grida sul brexit. In uno studio medico uno specialista si domandava cosa succederà adesso, ma ho scoperto che ignorava il fatto che la Gran Bretagna non usa l’euro, ma la sterlina. Poi ho dovuto subire via etere i colpi di coda demenziali degli euristi informativi che si limitano a ripetere stancamente il mantra del disastro, senza tuttavia avere la minima idea di ciò di cui parlano lasciando il dubbio che il loro più proficuo luogo di formazione sia il coiffeur. Che insomma siano degli utili maneggioni di cose che non sanno e nemmeno vogliono sapere paghi della loro presenza in video o che se per caso si sono accorti che esistono più cose in terra e in cielo che nei master di due giorni, tacciono per ragioni di carriera. Ma fanno bene il loro mestiere allarmando, diffondendo la propria stessa confusione e incompetenza fino a che esse non si diffondano anche in persone non del tutto indifese. Dagli stessi pulpiti si è scatenata la rabbia degli sconfitti i quali dicono che adesso sono cazzi, perché la Scozia e persino l’Irlanda del Nord vorranno staccarsi dalla Gran Bretagna. Non credo proprio, ma nessuno si è sognato di spiegare il senso che avrebbe reagire  per l’uscita del Regno Unito dalla Ue chiedendo a propria volta di uscire dalla Gran Bretagna.

Però non è tutto oro quello che luccica e sotto la patina si sente un tanfo inequivocabile: del resto la rabbia dei ricchi è cattiva consigliera e così si è scoperto che nell’arco di poche ore , dalla notte fonda che sconfina nell’alba al primo pomeriggio, è stata spontaneamente organizzata e lanciata un London exit ovvero una petizione per separare Londra dal Regno Unito per riunirla all’Europa. Ed è stato annunciato che tale iniziativa sempre nello stesso tempo ha raccolto 60 mila firme. Si, anche questo ci vogliono far credere e non si accorgono che un simile miracolo sa di piano preparato in anticipo, come le scatolette di carne Maidan con tanto di etichetta con il vessillo europeo comparse a Kiev il giorno dopo il primo scontro di piazza. Insomma si prepara quel tentativo di sovvertimento del referendum che andrà avanti fino a che l’operazione non sarà definitiva, cosa per la quale occorrono due anni.

La confusione è al settimo cielo, ma queste scomposte reazioni, queste preparazioni di guerriglia  dimostrano come avessero avevano ragione i notisti e gli economisti che nelle settimane scorse avevano avvertito del terrore e dell’angoscia presenti nell’elites di Bruxelles, ovvero la paura che il Regno Unito funzioni benissimo o forse meglio senza  Europa, preparando dunque o una dissoluzione o  un cambiamento radicale di rotta. Qualcosa che non piace affatto ai poteri finanziari i quali hanno costruito un ‘Europa a loro immagine e somiglianza, che se ne se servono come arma di ricatto contro i ceti popolari per imporre la distruzione delle conquiste di un secolo. Peggio ancora se poi la rivolta nasce proprio in uno dei Paesi dove il neoliberismo ha fatto scuola.

Non ci si deve stupire dunque né delle cazzate che sentiamo in questi giorni  persino dai guru prefabbricati e plagiari che mostrano così il loro livello reale, né della Redditocampagna ordinata perché l’opinione favorevole all’uscita fosse tacciata di essere razzista e di agire solo in nome della xenofobia . Basta dirlo e ripeterlo come i pappagalli voraci di bonifici lasciando completamente da parte il piccolo particolare che  Cameron pochi mesi fa aveva siglato siglato un accordo con Bruxelles per ottenere gran parte di quella politica di esclusione attribuita al Leave. La ragione di questi veleni diventa fin troppo chiara se si va a vedere il voto un po’ più da vicino e si scopre che  il Brexit ha vinto massicciamente nelle aree di maggiore sofferenza sociale, quelle investite dalla deindustrializzazione e dalla guerra al welfare, quelle nelle quali è prevalente il voto per i laburisti anche se questa volta sono stati abbandonati al  loro europeismo di maniera. Mentre la maggiore concentrazione di no all’uscita si è avuta proprio a Londra che, all’insaputa quasi di tutti è di fatto un paradiso fiscale con una concentrazione straordinaria e per certi versi drammatica di multinazionali e a centri finanziari allettati dai sempre maggiori vantaggi, sgravi, prebende cominciati fin dal tempo di Blair e che giungono qui dal resto dell’Europa (la Fiat insegna) per banchettare con le tassazioni più basse e al riparo di una legislazione costruita ad hoc per loro e  non certo per i comuni cittadini.

NascitaFocalizzare tutto su una xenofobia peraltro in gran parte soddisfatta dall’europeista Cameron, significa semplicemente voler nascondere la natura di classe dello scontro, negare l’evidenza, imbrogliare le opinioni pubbliche . E ancora una volta si è dovuto assistere all’appiattimento totale della socialdemocrazia sulle tesi propalate dal potere e sugli automatismi pavloviani che chissà perché s’inceppano quando si stratta di difendere il lavoro e lo stato sociale mentre si attizzano quando si tratta della Ue e dei banchieri. E’ il declino di tradizioni politiche ridotte a fare da specchietti per le allodole, a procacciatori di voti da donare all’avversario. Solo che questa volta non ha funzionato per niente. Persino tra gli immigrati come è possibile vedere nella tabella a fianco sul voto dei non nativi. Rimando alla pagina interattiva del Guardian  (qui) per avere un panorama anche visivo e immediato della situazione. Insomma pare che la sbornia di pensiero unico stia passando lasciando un gran mal di testa ed è questo che suscita paura e rabbia nei fautori del’oligarchia di governo. Il resto è la noia degli slogan ripetuti in assenza di realtà.


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