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Da Marx ai Simpson

simpson-votoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il comportamento sociale più in uso sia il paradosso.

Sta ottenendo un gran successo di popolo un fermento post malpancista che si agita nelle forme più primitive del moto di piazza e che ha come unico slogan l’antipopulismo,   incarnato da un buzzurro che così sarà promosso come desidera a autorevole antagonista, quando basterebbe non dargli corda, non intervistarlo, non votarlo e occuparsi dei suoi successori che stanno con ampio consenso eseguendo scrupolosamente tutto quello che aveva avviato in sintonia coi predecessori: grandi opere, patti con la Libia, decreti sicurezza, misure contro l’immigrazione ma al tempo stesso accettazione dei comandi padronali, che esigono che si metta a disposizione un esercito di riserva umiliato e ricattato in grado di imporre anche agli italiani l’abbassamento degli standard di sicurezza, remunerazioni, diritti.

Ah, e che dire dell’antisovranismo, che altro non è che la celebrazione, davanti a tutti gli altari della politica e dell’economia, dell’atto di fede all’Europa, come entità “sovranazionale”  incontrastabile, come dominio superiore e autoreferenziale dotatosi di pieni poteri per imporre agli Stati membri la rinuncia  a autorità e facoltà, con l’intento esplicito di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e dei parlamenti e dei governi nazionali ridotti all’impotenza per quanto riguarda le scelte che incidono sul bilancio pubblico e  sulle politiche economiche e sociali.

Per non parlare poi del mantra sulla fine, anzi sul felice, moderno ed efficiente superamento dei concetti di destra e sinistra, in modo da seppellire uno sotto il peso combinato del suo istinto suicida e del primato del realismo “progressista”, e dal mantenere vivo e vegeto l’altro per favorire l’assoggettamento dell’opinione pubblica alla egemonia del mercato, le cui leggi sono diventate incontrovertibili quanto quelle naturali.

O dell’antifascismo che ormai piace a destra al centro e a sinistra, che alterna Bella Ciao e Come è profondo il mare, sono solo canzonette, no?, a confermare il suo carattere di etichetta sui prodotti della comunicazione politica, avendo dismesso  ogni finalità antisistema e avendo limitato l’interpretazione storica e morale della resistenza alla diluizione dell’olio di ricino nella CocaCola ben più accettabile, alla liberazione da nazisti e gerarchi, federali e notabili, che tutti gli altri dei ceti meno appariscenti sono stati esonerati da colpe e responsabilità che sono sopravvissute fiorenti dopo il 25 aprile, insieme alla corruzione, alla infiltrazione mafiosa, alla speculazione, ai potentati bancari, all’occupazione da parte dei salvatori, al tallone di ferro padronale che si è permesso che si rafforzasse grazie proprio all’impegno dei riformisti di oggi.

Ma il paradosso più vergognoso è quello che permette a chi,  in occasioni speciali, giornate della memoria, 2 giugno, 8 marzo, tra un po’ anche festa del papà e Halloween, celebrazioni in fase preelettorale per condannare al pubblico ludibrio i fasci e le destre, comprese le maggioranze silenziose che in questi giorni pare abbiano trovato nuovo giovanile impeto, si richiama ad antiche stelle polari della sinistra (purchè accoppiata con redentivo centro) e sfodera la tradizionale vicinanza alle masse (purchè non populiste). Gli intellettuali organici che di più non si può hanno abbandonato le aspettative messianiche sulla funzione salvifica del ceto operaio, in modo da recedere da ogni proposito di lotta di classe, preferendo movimenti più eleganti, acculturati e in favore dell’establishment imperiale, aderendo alla necessità senza alternativa dell’economia di mercato e improduttiva, appagandosi della visibilità offerta da rivendicazioni di target che offrono visibilità mediatica.

Non è un fenomeno nuovo: nel giugno del 1848 e durante la Comune di Parigi, sinistra repubblicana e borghese faceva sparare sul popolo, in Italia durante tutto il XIX secolo le èlite acculturate e progressiste guardavano con sospetto al movimento cooperativo e mutualistico. Più recentemente i partiti che avevano introiettato la speranza rivelatasi utopistica, di realizzare delle riforme strutturali, hanno dichiarato ufficialmente la pace col capitalismo, l’accettazione dei suoi modi di scambio e produzione, la ragionevole approvazione dell’austerità. Perfino gente dal passato più credibile di Renzi, Veltroni, Zingaretti, e ci vuol poco, ha proposto al posto del socialismo, dichiarato morto come sistema dottrinale e sociale,  il modello del capitalismo temperato, che vive e vince sempre come potenza insostituibile.

Con arnesi simili chi parla del popolo è condannato all’espulsione dalla storia, preferendo i target di consumatori ed elettori, in gran parte, questi ultimi, oggetto di critiche che fanno auspicare forme di selezione, per blindare e sottrarre al voto argomenti e scelte, alla riprovazione in quanto adulatore dei bassi istinti, o pazzo pericoloso perché come Cameron o come in Grecia si rende colpevole di interrogare la plebe sul suo destino.

Così il popolo, brutto, sporco e cattivo, è quello di Trump, di Salvini, di Orban, dei lavoratori che non accettano le inesorabili ristrutturazioni e delocalizzazioni, dopo aver voluto e preteso troppo, di quelli che non si arrendono a dover scegliere tra posto e cancro, nemmeno quelli che pensano a differenza di Landini, che  non si deve permettere l’illegalità ai padroni in cambio del salario e dei veleni, dell’umiliazione e dell’intimidazione. E bisogna opporgli la scrematura sana delle sardine,  la classe un tempo agiata che non si arrende alla condanna alla demoralizzazione e alla perdita per continuare a sentirsi superiore, quelli che accettano e integrano gli immigrati mettendoli in tuta, crestina e grembiulino, gli illusi delle startup a spese di papà e mamma, i precari del mezzo servizio che in funzione di nuovo cottimo si sentono liberi e indipendenti perché si scelgono l’orario della consegna a domicilio di Foodora. C’è poco da sperare che questi si riscattino diventando popolo: ormai sono condannati a essere marmaglia volontaria.

 

 

 

 


Dopo il no ai giochi scattano le bugie olimpiche dei pescecani

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La promessa di un quartiere è rimasta in cartolina, dietro di essa c’è solo terra brulla

Trema la bilancia commerciale delle bugie: quelle italiane, benché di imitazione, sono di così scarsa qualità che possono essere usate  solo per il mercato interno. Ora invece i bugiardi e gli speculatori nostrani si preparano all’importazione massiccia delle bugie di lusso di Cameron sulle Olimpiadi, per dimostrare come la Raggi abbia fatto una cazzata a dire no ai giochi romani. Dico di Cameron perché le olimpiadi di Londra del 2012 sono quelle che hanno fatto meno buchi nei bilanci pubblici e sono dunque quelle a cui il milieu politico affaristico della capitale comincia a fare riferimento. Certo fossi un palazzinaro mi convincerei che anche i giochi di Atene che hanno rovinato la Grecia siano una cosa buona e giusta,  ma le cose non stanno così, il bilancio positivo presentato un anno dopo dall’ex premier britannico, è una menzogna colossale che si serve di nascondimenti e di ragionamenti paradossali per asserire il successo di bilancio della manifestazione.

Vediamo, cifre alla mano come non faranno quelli che ora parlano di primavera londinese per appoggiare le loro rivendicazioni, compreso il Coni  degli scandali  che arriva alla sfacciataggine di chiedere 20 milioni di danno erariale a fronte di spese che esso stesso quantifica in 150 mila euro:  nel 2013 Cameron per placare le polemiche se uscì con un bilancio dadaista per dimostrare che i giochi erano stati un successo:  le Olimpiadi disse erano costatei 8 miliardi e 700 milioni, (cinque volte più del preventivato e comunque meno dei 9 miliardi e 200 milioni che risultano oggi nei conti ufficiali),  ma  avevano fruttato 9 miliardi e 800 milioni, dunque oltre un miliardo di guadagno. Disgraziatamente egli omise le gigantesche spese per la cosiddetta sicurezza (praticamente furono richiamati oltre 30 mila uomini dell’esercito) e per tutti gli interventi di trasporto e servizi collaterali ai giochi le quali, secondo alcuni analisti della City, portano la cifra effettiva in un range tra i 20 e i 25 miliardi.  E poi il gioco di prestigio: il premier mise in bilancio più 1 miliardo e mezzo di appalti vinti da aziende britanniche per partecipare all’organizzazione di altri giochi, quelli invernali di Soci, in Russia, nel 2014, e quelli estivi di Rio de Janeiro, in Brasile, di quest’anno, qualcosa di pretestuoso e indimostrabile visto che tra l’altro molti di quei contratti erano già stati siglati prima dell’Olimpiade a Londra. Un trucco demenziale che gli valse una severa reprimenda da parte del Financial Times.

Però è proprio in virtù delle spese nascoste e non dichiarate che successivamente il governo si è trovato costretto, anzi vista la sua composizione, felicemente necessitato a dare una vigorosa sforbiciata al welfare. E per mettere una ciliegina sopra la torta di menzogne c’è anche il dato di una flessione del turismo dovuto proprio al timore dei disagi derivanti dai giochi, una cosa che si è verificata anche a Rio e che dunque possiamo ormai considerare strutturale visto che olimpiadi si seguono molto più agevolmente e comodamente in tv. Gli affittacamere sono avvisati. Dunque i soldi pubblici e derivanti dall’indotto sono finiti in poche mani a detrimento dei molti che si sono visti tagliare sussidi, salari e diritti.

Ma, naturalmente, i giochi hanno l’aspetto positivo delle strutture che servono anche per il dopo: è un argomento che mi fa rabbrividire perché non si capisce il motivo per cui certe cose non possono essere realizzate per il benessere dei cittadini, ma solo sotto la spinta del grande evento e delle sue speculazioni.  Però anche qui regolarmente è un disastro e l’esempio londinese non fa eccezione, anzi forse è tra gli esempi peggiori, nonostante sia stato  accompagnato dai canti aedici dei media. Il 6 agosto scorso  il Daily Mail che non è certo un quotidiano di opposizione, ha fatto il punto della situazione a ormai quattro anni dalle Olimpiadi londinesi (l’originale lo trovate qui) : bene cominciamo dal fatto che il numero di inglesi che fa sport è diminuito dello 0,5% e andiamo al sito olimpico che marcisce senza che si sia fatto nulla, senza che vi sia nemmeno l’ombra delle 6800 case promesse alla gente espulsa dalle proprie abitazioni  per fare spazio ai giochi. I “rifugiati olimpici” vivono tuttora nei orribili loculi di cemento a disposizione degli atleti. Il “parco olimpico ” che secondo le promesse avrebbe dovuto portare negozi, palestre,  ristoranti e bar aprendo migliaia di posti di lavoro, non esiste a meno che non si voglia chiamare tale un ammasso di sterpaglie e carcasse vuote, unico resto di due settimane di gloria.

In più lo stadio olimpico è stato dato al West Ham United per 99 anni in maniera assai controversa. I proprietari della squadra – nonché tycoon dell’industria del sesso – David Gild e David Sullivan hanno pagato solo 15 milioni di sterline lasciando ai cittadini un conto di 255 milioni . Con questa cifra si sarebbero potute restaurare, librerie, musei, sale da concerti in tutta Londra o forse lo stadio stesso che già cade a pezzi ed è circondato di gru per i restauri. L’area olimpica a est di Londra  ha perso 300 aziende e 14000 posti di lavoro che provenivano da fattorie, piccole industrie e artigianato che non sono mai stati recuperati. Si diceva anche  che la Orbit Tower disegnata da Anish Kapur avrebbe attratto 350 mila turisti e avrebbe fatturato 1,2 milioni di sterline fin dal primo anno. E’ stata visitata fino ad oggi da 123 mila persone e ha perso 520.000 sterline, tanto che adesso c’è in parlamento la proposta di abbatterla. Certo ci sono piani di lottizzazione, ma guarda caso riguardano quasi esclusivamente appartamenti di lusso che la stragrande maggioranza dei londinesi non si può permettersi ed è proprio in questo che si è svelata la speculazione selvaggia esercitatasi prima, durante e dopo i giochi.

E si tratta di Londra, dove un comitato olimpico non attraversato da verifiche e scandali selvaggi come il nostro, ha fatto quanto era possibile per rendere meno degradante la situazione. Figuriamoci a Roma dove già ci si era accomodati a tavola col tovagliolone da amatriciana per non sporcarsi e fare una bella mangiata in vista dei giochi: che ci fossero o meno, bastava  solo l’annuncio della partecipazione alla gara per dare il via alla grande partita di speculazione e magna magna. Quindi si capisce bene la delusione, la rabbia e la bugia che l’accompagnano di fronte alla notizia della chiusura del ristorante.


Modesta proposta: vietare il voto ai cretini

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo so, me lo sento, mi pioveranno addosso le solite accuse di bieco maschilismo, ma non posso non osservare che biondine di regime, squinzie bipartisan e ochette giulive di maggioranza si sono accollate l’onere gregario di sbrigare lavori sporchi e di propagandare tutta l’immondizia ideologica che ispira un ceto dirigente senza idee ma con molti interessi.

Non torno nemmeno sulla personalità di Giovanna Melandri, sulle sue frequentazioni “bilionarie” almeno quanto i suoi incarichi immeritati e sorprendenti. Voglio invece soffermarmi sulla sua ultima esternazione, ovviamente su Twitter, in occasione del referendum sulla Brexit, quando – in attesa di procedere a limitazioni del diritto di voto tramite selezioni per target: tutti quelli di statura superiore a 1, 70, o tutti quelli che si chiamano Matteo, o tutti quelli che si sono laureati in fantasiose materie para-economiche negli Usa, o, meglio ancora, concediamo lo status di corpo elettorale a una sola regione, magari la Toscana, tanto per non sbagliare – ha scritto “: “Invece di vietare il voto alla gente nei primi 18 anni di vita, perché non negli ultimi 18?”.

Si sa che la mezza età suscita invidia ed emulazione della giovinezza, quanti ne vediamo di maschi in chiodo e stivaletti ranchero col tacchetto, coi capelli tinti di colori improbabili e riporti spericolati. E quante ne vediamo di “dietro liceo, davanti museo” con i labbroni, gli shorts e sfrontate canottiere. Tutti ansiosi di   appartenenza tardiva e militante nelle schiere di giovani, come se al giorno d’oggi fosse una fortuna, come se non fosse sempre più attuale la massima di Nizan secondo il quale non c’era età più infelice dei vent’anni. E come se i giovani non fossero fin troppi per annettere anche i cinquantenni, visto che attempati bellimbusti, veterani dell’intrallazzo, ammuffiti parassiti della più arcaica politica, ne rivendicano lo status a 40 anni passati per legittimare incompetenza, dissennatezza, capriccioso infantilismo criminale.

Ma quasi nessuno resiste alla tentazione di blandirli e coccolarli a parole, perché poi nei fatti vengono invece penalizzati in speranze e sogni, un tempo corredo dell’età, se i dati confermano la condanna all’infelicità per i giovani al di sotto dei trent’anni fatta di inattività forzata, lavori atipici o emigrazione. Se  il trend negativo, registrato perfino dagli organismi che ubbidiscono ai killer europeo, persiste e riguarda soprattutto coloro che hanno già concluso gli studi universitari (dai 25 ai 34 anni), per i quali l’inattività continua ad essere alta e, anzi, ad aumentare: il livello cresce costantemente da dieci anni, passando dal 21,9% nel 2004 al 27% nel 2014 e al 27,6% nel 2015. Se alla fine della formazione universitaria, dunque, i giovani non trovano lavoro per un lungo periodo di tempo (uno su tre lo trova dopo tre anni) neppure, a quanto pare, se adottano l’espediente suggerito dal Ministro Poletti e si accontentano di voti bassi o mediocri. Se abbiamo fatto di loro personalità fragili e ricattabili, permeabili a lusinghe e intimidazioni, tanto da accettare il lavoro gratuito e incostituzionale all’Expo, da scappare dal  loro Paese per svolgere mansioni svalutate e umilianti che da noi abbiamo delegato agli immigrati, purché in pizzerie londinesi, bar tedeschi, bisteccherie americane.

La Melandri, nata e cresciuta in anni più favorevoli, in famiglia privilegiata, dotata di buone conoscenze e parentele e incline per indole a saperle mettere a frutto con profitto, non si sottrae. E per una volta ha ragione di dedicare tanta benevolenza ancorché intermittente  ai giovani, a quelli  inglesi che hanno votato per la permanenza nell’Ue. Perché come diceva Tostoi meglio di lei, “si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v’era prima di loro”. Perché basta guardarsi attorno per capire che abbiamo dato vita e creato dei mostri del misoneismo, condizionati dalla paura, da una inclinazione all’irresponsabilità, da un istinto alla delega, che abbiamo alimentato per innumerevoli motivi, molto analizzati da sociologi, psicologi, antropologi: sensi di colpa, frustrazioni, apprensività, e che loro hanno nutrito grazie alla frase risolutiva: siete i miei genitori, avete l’obbligo di mantenermi, in fondo non rubo, non mi drogo, non faccio la mignotta.

E infatti basta leggere le cronache sui club dei club del  “Conservative Future”, il movimento giovanile del partito di Cameron e Osborne, basta sfogliare qualche pagine del libro di David Leonhardt e perfino delle pagine di Time per sapere che i  ragazzi americani, figli di chi non ha avuto ritegno a eleggere Reagan e a subire Bush, sono disinteressati ai diritti civili,  alla legalizzazione della marijuana, alla limitazione della vendita delle armi, alla cittadinanza per gli immigrati illegali, alla lotta ai cambiamenti climatici e alla diseguaglianza economica. O basta dare una scorsa ai segmenti generazionali che hanno votato Le Pen.

Abbiamo le nostre colpe se li abbiamo disegnati in modo che debbano considerare la “flessibilità” come un male necessario, la precarietà come una occasione per esprimere un creativo e disordinato dinamismo, l’incertezza come un effetto incontrastabile del progresso, la paura come una condizione naturale, l’austerità come una pena cui sono condannati per via dei nostri usi dissipati, per i quali ce ne vogliono, per i quali ci serbano rancore, perché questa è la prima conseguenza di un sistema che istiga all’inimicizia, al risentimento, alla rottura di patti millenari tra generazioni.

È che la Melandri, a forza di stare in America, ha fatta sua la considerazione di Woody Allen: perché dovrei preoccuparmi per le generazioni a venire? In fondo cosa hanno fatto loro per me?

Quello che sappiamo è che cosa abbiamo fatto noi contro di loro.

 


Arrestate quel referendum, è un anarchico

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete quelle colonne sonore che ci perseguitano al supermercato, verosimilmente imposte per creare confusione e istigare ad acquisti dispendiosi, futili e irrazionali così quando torniamo a casa, pieni di sacchi e sacchetti, scopriamo di non avere niente per cena? Quelle musiche indecifrabili, monotone come nenie letargiche, collage insignificante di note e voci, che perseguono tutte l’intento di stordire la nostra capacità di scegliere tra gli scaffali della merce in vendita?

Ecco, è così l’accompagnamento dei nostri giorni, una combinazione di propaganda dell’inquietudine e di rassicurante persuasione che l’attuale mediocrità è il migliore di mondi possibili, una miscela di intimidazione e di apostolato della delega, in modo che non si lascino nelle mani del popolo bue decisioni, libertà di espressione, autodeterminazione, secondo le promesse del grande spot  che pubblicizza l’inevitabile fatalità delle politiche di austerità, la doverosa e improrogabile necessità di abbattere l’edificio  dello Stato sociale e dei diritti, la desiderabilità degli strumenti (Ttip, Tisa, Ceta) che autorizzando il monopolio planetario delle multinazionali delle corporation e dei mercati,  promuovono la neutralizzazione totale e irreversibile delle più elementari “compensazioni”, equilibratrici delle democrazie costituzionali: giustizia, Parlamenti, rappresentanze, volontà popolari.

Il grande e sussiegoso bisbiglio, dopo gli insuccessi elettorali, quando lo spacconcello che prima l’aveva voluto per sancire la superfluità del parlamenti e delle rappresentanze, si è rimangiato le promesse di andarsene in caso di sconfitta e quando ci ha resi edotti che una vittoria del No sarebbe insignificante, ci sussurra, ma è solo una coincidenza, che i referendum sugli scaffali delle moderne democrazie sono merce deteriorabile, forse scaduta, che è preferibile non comprare e non consumare se non si hanno nozioni di cucina, perché potrebbe rivelarsi velenosa.

Il coretto di menzogne e rimozioni proprio come al festival della canzone, viene bene a fare da contrappunto alla riprovazione della forosetta alle Riforme, che deplora la disinvoltura dei falsi partigiani che voteranno con Casa Pound, come se fosse autorevole il pulpito morale condiviso coi Verdini, anche se ormai agli esponenti di questo governo di fantocci “triplicisti”, incaricati di assecondare la manutenzione di  quel monumento di sopraffazione autoritaria, di celebrare le liturgie e i sacrifici offerti alle divinità della povertà di tanti e indispensabili a moltiplicare la ricchezza di pochi, di custodire la grande galera, dove chiudere chi sta dentro e escludere chi da fuori aspira a una incerta sub-sopravvivenza, comunque più  preferibile  della fame certa, della paura sicura, della probabile morte per bombe, magari proprio spedite da là.

Insomma ci mettono in guardia: sarebbe meglio prendersi una pausa di riflessione, come sempre si auspica nelle questioni di corna e tradimenti, tanto che a sorpresa si esprime perfino la sagoma cartonata che fa pubblicità al Colle. Meglio non lasciare il prezioso e fragile  strumento delle mani sbagliate, quelle della plebe che ci potrebbe prendere gusto e poi tocca annullarne faticosamente gli effetti, come altre volte si è dovuto fare, come si vorrebbe fare con petizioni a mo’ di Change e raccolta di firme hipster e pretty in Gb. E come non c‘è rischio che avvenga da noi,  visto che anche gli studenti del primo anno sanno che non è prevista una consultazione sui trattati internazionali. E poi se ormai è inevitabile, sarebbe auspicabile rinviarlo, in modo da favorire l’informazione, in modo da non finire come i poveri inglesi plagiati da una torma di fascistelli e da manipoli di razzisti.

Eh si, perché si sa che ceto dirigente e cauti commentatori parlano per il nostro bene, perché non finiamo ostaggi di spinte viscerali, col rischio che un pronunciamento popolare sconfini nell’eversione, tanto che forse l’Italicum si rivelerebbe troppo blando e la riforma costituzionale troppo permissiva, che in fondo sarebbe meglio rivedere tutta l’impalcatura per limitare l’uso improprio del voto, l’abuso di partecipazione, l’apologia del sistema democratico, messo in mano pericolosamente a un popolo infantile, influenzabile, corruttibile e permeabile a razzismo e xenofobia. Proprio come hanno mostrato di essere gli inglesi, che pure tanto ci piacevano da correre a infornargli le pizze a ridosso della City, a mutuarne gergo e slang, a vestirci come loro e come Sordi in Fumo di Londra, appena atterrati a Heatrow, a cercare di copiare il loro impero, anche senza lanceri del Bengala accontentandoci di meno grandiosi macellai italiani.

Perché, ammettiamolo, suona piuttosto ridicola la sorpresa per l’affiorare in Gb di un sentiment ispirato a razzismo, esclusione e rifiuto, proprio come non ci stupisce in altre aree delle geografie europee che non vantano la stessa tradizione di oppressione colonialista, il rinascere vigoroso di fascismi, peraltro nutriti generosamente dalle cancellerie.  Come se emarginazione, discriminazione anche violenta, confinamento, fossero fatti nuovi che fanno la loro irruzione grazie all’affermarsi di fermenti intestinali, a revanscismi nazionalistici, al populismo insomma, e non ci fossero stati avvertimenti sulla possibilità che si scatenino guerre tra gerarchie di poveri, battaglie e razzie di seconde e terze generazioni di immigrati incolleriti, repulisti e richieste di risarcimenti violenti di “locali” che si sentono defraudati.

E non si può non sospettare che vogliano farci vedere solo l’aspetto esteriore, quello pittoresco e folcloristico, con gli hooligan provvisoriamente distratti dalle curve e dirottati contro gli stranieri. A dimostrazione che, grazie alla pedagogia europea, potremmo esserne immuni, che se restiamo agli ordini del potentato evitiamo l’infamia, la vergogna e la condanna della storia.  Perché sia chiaro che le ruspe di Salvini, di Farage, di Le Pen sono condannabili, mentre il razzismo in doppiopetto del Migration Compact, dell’accordo che Cameron ha stretto in tempi non sospetti con l’Ue, dei patti col sultanato,  degli accordi sottobanco coi despoti corrotti e corruttori, che si vendono la pelle dei sudditi in cambio di affari, la Dachau dei vivi a Idomeni, la giungla di Calais, i muri dai cui spalti sparano gli eserciti regolari e strani affiliati, devono avere il rispetto dovuto a necessarie azioni di contenimento del fenomeno, messe in atto per garantire la sicurezza, per difendere la nostra civiltà, per ristabilire l’ordine costituito, quello degli scaffali del centro commerciale.

 

 


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