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Eurovisione

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti abbia fatto una scoperta sensazionale: agli italiani interessa più il calcio che il voto delle Europee. Ancora meglio avrebbe potuto dire che interessa loro più se pioverà domani piuttosto che il cambiamento climatico, e che più che l’alta velocità importa loro che l’81 inteso come bus non passi ogni 55 minuti e così via.

Non succede invece perché Giorgetti ha partecipato al distacco sempre più profondo tra politica dei partiti al servizio imperiale e politica della vita e così non ha capito che   la squadra del cuore non ti delude mai mentre la disaffezione delle tifoserie nei confronti dei contendenti alle urne dimostra che la fiducia era scarsa e la diffidenza ben riposta. Ormai non scuote più nemmeno qualche rivelazioni dei crepitii dello scoppio di nuove tangentopoli a livello di scala locale,  tanta è l’assuefazione di cuori coraggiosi che hanno superato lo choc di calciopoli, vissute con maggiore partecipazione.

Così domani con tutto comodo assisteremo alle consuete lagnanze sull’astensionismo che di volta in volta viene accreditato come prova di maturità di una democrazia talmente forte e adulta da persuadere i cittadini della sua buona salute anche senza la loro partecipazione. O invece  criminalizzato (oggi perfino da Facebook che ci invita a condividere in diretta l’assolvimento del diritto/dovere)  come la riprova della accidiosa indifferenza di cittadini ingrati che sanno solo chiedersi cosa possa fare la nazione per loro e non cosa fare loro per la nazione, e  la conferma della vittoria del famigerato populismo che abiura dalle responsabilità e dai doveri incarnato dal ceto governativo che approfitta delle varie tipologie di malessere legittimate e suscitate su su fin dal profondo della pance dove stavano relegate vergognosamente per diventare ideologia.

Quando, a voler dare una interpretazione corretta del fenomeno, i populisti sono quelli che hanno indotto una visione del sistema sociale come una comunità nella quale i germi patogeni sono burocrati, speculatori, banchieri, mafiosi (pochi) di cui il popolo virtuoso prima o poi potrà liberarsi, in modo da accreditare la convinzione che il conflitto sociale non sia più la lotta di classe tra sfruttati e sistema, ma tra l’1% di profittatori che si sta mangiando tutta la torta e il 99% che se la vede sfilare da sotto gli occhi anche se l’ha impastata e infornata.

Nessuno dei partiti tradizionali che hanno schiumato di rabbia per le vittorie del feroce energumeno impresentabile in società, rammenta quanto l’abbia sostenuto, aiutato, blandito, dopo averlo sottovalutato come incarnazione di un folclore inoffensivo. E men che mai ricorda come il suo partito sia stato ininterrottamente al governo per un ventennio, senza che si facesse una piega  per la Bossi-Fini, per la legge Maroni, per la contiguità con il fascisti nostalgici in modo da autorizzare quelli nuovisti, senza mai toccare il tema-  molesto per tutti – del conflitto di interesse, senza mai sollevare un sopracciglio per gli attentati alla Costituzione poi innescati come una bomba da altro attore dopo che le procedure corrette per la nomina di un governo erano state ribaltate e manomesse per favorire l’intronizzazione di un senatore a vita fresco di unzione in veste di uomo della provvidenza.

Nessuno  adesso in vista dei risultati vuol rammentare le premesse avviate dai progressisti/ riformisti, che è antistorico assimilare perfino alla commemorazione della sinistra se non in forma di becchini, quando si misero festosamente agli ordini dell’impero cianciando delle opportunità della globalizzazione per far digerire la retrocessione dei sudditi a schiavi pronti a costruire piramidi dove il faraone vuole, siano africani o greci, quando derise le ansie della gente comune derubricando a vergognose e irrazionali percezione il malumore per la presenza degli “altri” che loro avevano contribuito a  portare alla disperazione partecipando di guerre e conquiste coloniali, quando in sintonia con la Chiesa invitarono e invitano al dovere morale della carità e dell’accoglienza, trattando come moralmente riprovevoli quelli che non sentono lo stesso imperativo, purché ovviamente non siano i cittadini estivi di Capalbio.

C’è come sempre da chiedersi perché poi tutti, nessuno escluso, si lamenti della disaffezione, del disamore, del disincanto. Quando invece si tratti del loro più grande successo, la loro operazione di comunicazione meglio riuscita:  far intendere la casa comune come un palazzo nel quale i cittadini sono stati sfrattati in veste di  gli inquilini morosi, l’Europa come una galera dalla quale non si più evadere e della quale oggi si devono voltare nemmeno i secondini, troppo sarebbe, ma le coop di Buzzi che seduti in Parlamento si godranno remunerazioni e benefit.

Ci hanno convinti che nulla si potesse contro il fiscal compact, votato di soppiatto come una vergogna doverosa, che nulla si potesse per rivedere gli obblighi, la natura e  il volume die contributi che siamo obbligati a dare,  a cominciare da quelli per le calamità che non ci vengono resi nemmeno dopo tre terremoti per via della nostra proverbiale inaffidabilità anche in qualità di senzatetto, così come i finanziamenti per  progetti che non vengono mai scelti in favore di fiamminghi,  olandesi,  lussemburghesi, danesi le cui lobby più contigue e dinamiche delle nostre partecipano direttamente alla stesura di criteri e procedure. Ci hanno dimostrato  che le nostre città devono essere espropriate e dobbiamo rinunciare a servizi essenziali per ossequiare le regole del pareggio di bilancio.

E via via  ci hanno convinti che è imperativo per conquistarsi l’appartenenza alla civiltà occidentale ricordarsi i 27 caratteri dell’Iban,  prendere atto della necessaria curvature delle banane e il diametro dei prodotti delle galline ovaiole, del rosso dei pomodori, concordare sulla qualità dei lager nei quali dobbiamo confinare i poveracci   che respingono da Calais e dare la nostra parte per coprire le operazioni di respingimento dalla Turchia alla Grecia stracciona come noi, condividere l’impegno comune alla difesa della fortezza comune  comprando armamenti e  fornendo risorse umane – si dice così per tutti i lavori umilianti e infamanti – per operazioni belliche ormai dichiaratamente tali.

Mentre nessuno calcola davvero quanto ci costerebbe e cosa succederebbe se davvero cominciassimo a dire no, a dire no a certi capestri, a certe minacciate sanzioni mai quantificate e forse illegittime, come all’obbligo futurista di un’alta velocità al servizio dei vicini. O se cominciassimo a dire di no alle regole di un contesto in cui il potere legislativo primario è dell’Unione, mentre il nostro ruolo di Stato democratico e di un Parlamento eletto sia pure con elezioni farlocche, è residuale e quindi le nostre istituzioni possono legiferare solo conformemente a quanto deciso dall’Unione o dove questa non è intervenuta, se volessimo mettere sui piatti di una bilancia la nostra Costituzione e i Trattati compreso quello di Aquisgrana recentissimo, per stabilire se davvero questi ultimi, che rappresentano la legge primaria di una UE ormai definitivamente su misura di una nazione, la Germania, devono pesare di più della nostra Carta e delle leggi del nostro Parlamento.

A prima vista abbiamo ragione a essere più tifosi della Roma o dell’Inter o della Juve. Ma non ne abbiamo se ci limitiamo a gridare arbitro cornuto, se idolatriamo giocatori milionari assistendo alle loro gesta sempre più prudenti in stadi offerti in cambio di case e strade e scuole, se ci basta un goal per scordare la miseria  e se non facciamo una bella e definitiva invasione di campo.

 

 

 

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Emiri-Ultrà, 1 a 0

whatsapp_image_2018-10-31_at_14.08.33 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso i tifosi della Magica verranno accusati della più infamante delle macchie sull’onore, non non di essere laziali, macché, ma di essere sovranisti! Cominciano a campeggiare sui muri della città invettive che non lasciano dubbi: Pallotta ‘nfame, giù le mani dalla Roma, perché da giorni serpeggia il malcontento per via dell’interesse dimostrato dalla  Qatar Sports Investments per il club giallorosso, smentito ma senza grande convinzione dal dirigente sportivo che ha trovato l’America qui, con un patrimonio (il suo fatturato sarebbe mediamente di 7.5 miliardi di dollari all’anno cifra secondo quelle graduatorie stilate da Forbes ) grande quanto i debiti accumulati  dai suoi brand e dalla Roma (218,8 milioni nel 2018).

Da anni il Qatar esprime, anche comprandosi importanti marchi sportivi,  la “volontà di sensibilizzazione che il paese vuole portare avanti”, per far dimenticare, grazie a  un’industria sportiva da 20 miliardi di dollari entro il 2022, certe amicizie pericolose, confessate anche da notabili locali come l’ex ministro degli Esteri che ha ammesso che le armi e gli aiuti che  Doha, Riyad e Washington “uniti in una sola trincea” hanno inviato in Siria potrebbero essere finite nelle mani di Al Qaida. E il Center on Sanctions & Illicit Finance, ma non solo,  individua in Doha la regione con la maggior concentrazione di donazioni private (con l’avallo della famiglia reale e del governo) a gruppi terroristici.

Ha iniziato nel 2011 sponsorizzando per primi la maglia del Barcellona, poi ha messo le mani sul Paris Saint Germain grazie alla intermediazione dell’allora presidente Sarkozy e è diventato così influenti da ospitare la  Coppa del mondo del 2022 (in previsione della quale è a buon punto la realizzazione di 8 stadi  uno di quali a meno di 2 chilometri dall’aeroporto internazionale di Hamad  sarà “mobile” e verrà smontato a fine evento)  e da far disputare per la prima volta in assoluto il torneo d’inverno per evitare che si giochi con le temperature estreme, che non vengono rispremiate alle maestranze, provenienti  perlopiù  da India e Nepal, ridotte in condizioni di schiavitù e che lavorano nei cantieri con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra (sarebbero 1500 quelli morti di caldo e in incidenti occorsi durante turni giornalieri di 16 ore).

Per carità, non è che le tifoserie, le curve sud e nord, gli ultrà siano un esempio di correttezza e integrità, ma sembrano essere più conseguenti e coerenti dell’avvicendarsi di prestigiosi esponenti governativi, delle istituzioni e della amministrazioni comunali, compresa quella della Capitale morale, che da anni vanno a chiedere investimenti a Doha col cappello in mano o che ne ricevono gli inviati riservando loro accoglienze principesche che riecheggiano la pompa riservata a Gheddafi o a altri tiranni e despoti sanguinari in visita pastorale o omaggiati in patria. compreso il ministro Salvini che, malgrado sia noto che Doha avrebbe finanziato inquietanti “centri islamici” per un ammontare di almeno 22 milioni di euro solo in Italia e complessivi 72 in Europa, ha rivisto le sue preoccupazioni su meticciato, arrivo di foreign fighters sui barconi, invasione di stranieri i cui usi e la cui fede è incompatibile con la nostra civiltà, per  stringere un fattivo sodalizio con una terra dove, recita il loro ufficio turistico, il viaggiatore non è mai uno straniero, ma un amico non ancora incontrato. Un amico generoso con il quale rinsaldare rapporti  profittevoli in barba alle cospirazioni fondamentaliste grazie ai contratti miliardari siglati  con Fincantieri (4 miliardi di dollari) per sette navi da guerra, per 28 elicotteri NH 90  dell’ex AgustaWestland,  valore 3 miliardi di euro, o per gli oltre 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento, perché “il Made in Italy in Qatar è amato e rispettato”, parola di Ministro. Talmente amato da comprarselo in un boccone con dentro marchi della moda (Valentino), immobili, grandi alberghi e la compagnia aerea AirItaly, ex Meridiana, dall’Agha Khan, il finanziamento  dell’operazione Porta Nuova Garibaldi e Varesine, l’area del capoluogo lombardo dove sono sorti numerosi nuovi grattacieli e dove il fondo di Doha ha investito svariati miliardi di euro (secondo alcune indiscrezioni circa 2 miliardi) per diventarne proprietario, qualche fettina di Costa Smeralda comprata da Colony Capital, Air Italy (da 12 a 50 aeromobili), un nosocomio per sceicchi a Olbia, magari anche Unicredit e, c’è da sospettare, interessi nel colosseo di Pallotta a Tor di Valle, la cui realizzazione con questo fior di sponsor potrebbe subire una accelerazione.

È che adesso chiunque insorga perché si svendono beni comuni, perché si alienano patrimoni collettivi, passa per un pericoloso sovvertitore dell’ordine globale, per un sorpassato custode di concezioni vetuste e conservatrici, per un deplorevole assertore di interessi localistici e campanilistici che ostacolano relazioni internazionali e crescita. Poco ci manca che anche i fautori della Roma dei romani diventino dei deleteri sovranisti, come la costituzione che richiama il principio di sovranità nel primo articolo, come il Pci che prima di Bassanini ha sempre avversato il trasferimento del potere fuori dallo Stato, come chi pensa che il galateo e la realpolitik debbano condannare l’aspirazione di nazioni democratiche a mantenere il controllo e la gestione delle scelte economiche del Paese per rispondere a priorità e bisogni attinenti all’interesse generale, laddove la sovranità  è la capacità di assumere decisioni in forma di norme vincolanti come deve essere nello stato di diritto.

È davvero sconfortante che qualche sussulto di riscatto si manifesto con le scritte sui muri dei tifosi ultimo baluardo rispetto a organismi sovranazionali che  hanno assorbito e introiettato sempre maggiori fette di egemonia statale, in campo economico, ma con ricadute d’ogni genere, se pensiamo al Wto, alle varie istituzioni giudiziarie internazionali, alle camere di commercio sovranazionali  che hanno permesso agli Stati Uniti prima di tutto,  che non hanno mai dimostrato di volersi  sciogliere in un ancora imprecisato ordinamento internazionale, Nato inclusa, di esercitare il controllo di processi di suddivisione, trasferimento di poteri e governo e occupazione anche militare, espropriando di potere decisionale soggetti di diritto internazionale per ridurli in condizione di soggezione con l’intento non di ridurre incauti nazionalismi, ma di diluirne libertà e autodeterminazione nella minestra avvelenata della globalizzazione.

 


Gli ultras dell’ultimo stadio

calcio Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da pensare che ci meritiamo quello che ci capita, se c’è ancora qualcuno che crede che il calcio sia uno sport popolare e domestico, come nei film dopo Mediterraneo di Salvatores, allegoria di pacificazione  e del riconoscersi in una identità nazionale, come nei campetti delle parrocchie,  se ci stupiamo che gruppi violenti malavitosi e solo apparentemente nostalgici intimoriscano e condizionino società, tifoserie, club, guardati con l’ indulgenza riservata alle inoffensive prodezze di ragazzoni intemperanti, se ancora di più ci stupiamo che il troppo influente Ministro dell’Interno si propone di incontrarli per stabilire relazioni pacificatrici e costruttive di reciproca collaborazione.

Ormai è un gioco da “grandi”, anzi un Grande Gioco, proprio come le Grandi Opere e i Grandi Eventi pensati e realizzati per macinare corruzione, quella fisica e quella morale, che concede tollerante o invidioso interesse per i divi milionari del pallone, persuade che uno stadio sia indispensabile e che i ritardi nella sua realizzazione ne facciano una emergenza da fronteggiare con misure eccezionali,  deroghe, favori e regalie a personaggi pluri indagati, investimenti accreditati come necessari per far accedere ai circenses la plebe anche quella svantaggiata delle periferie marginali e oltraggiate cui si riconosce questo unico diritto, andare a far cagnara dentro e soprattutto fuori dal circo.

Ormai è un gioco da “grandi” e infatti lo stesso energumeno all’Interno è solo uno e non certo l’ultimo dei “grandi” nazionali andato un paio di mesi fa a rendere omaggio col cappello in mano ai potenti del Qatar, stavolta addirittura immortalato col mitra in mano che con tutta evidenza e per fortuna non sa nemmeno come si imbraccia, lui prima e dopo tanti altri a cominciare dalla Pinotti che era corsa a dimostrare stima e riconoscenza per gli acquisti eccellenti di 7 navi di Fincantieri e di   24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter di cui Leonardo-Finmeccanica, altra società controllata dal Tesoro, e con l’intento di ammollare agli emiri una patacca all’italiana, la svendita di un immobile dello Stato sede del capo di stato maggiore della Difesa. Da noi  la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, hanno fatto man bassa negli hotel di lusso e nella moda (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), in Costa Smeralda (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori) e a Milano (rilevato al 100 per cento il progetto di sviluppo del quartiere Porta Nuova, un investimento di sicuro superiore al miliardo). Per questo l’emiro è stato ricevuto con gran pompa a Roma per la sua prima visita di Stato con al seguito una delegazione di ministri che hanno firmato con i loro omologhi una serie di accordi nel campo della sanità, dell’agroalimentare, dei giovani, della ricerca, e dello sport.

E come potrebbe essere altrimenti, il  Qatar che ospiterà nel 2022 i Mondiali (nei cantieri in allestimento si sta consumando una strage  sarebbero quasi 2000 gli operai morti per incidenti e infarto su un milione, provenienti principalmente da India e Nepal, con turni di lavoro di sedici ore, ridotti in condizioni di schiavitù che lavorano con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra), da anni ha dimostrato interesse tangibile per questo sport  divenendo (attraverso l’azione del  Qatar Sports Investment,  il braccio operativo in ambito sportivo del Qatar Investment Authority istituito dall’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani per investire i petro-dollari di Doha e che ha acquisito in poco tempo quote di rilievo, tra le altre, in Airbus, Volkswagen, Lagardere, Hsbc, Credit Suisse e Veolia Environnement) il soggetto leader del football finanziario e industrializzato, rivelatosi a  pieno titolo “strumento geopolitico di soft power e   metodo più efficace di legittimazione internazionale”, come recita la stessa stampa che fino a poco tempo fa  descriveva le truci complicità del nemico pubblico n.1 con il terrorismo, raccontando come nel Paese troverebbero generosa ospitalità  almeno otto dei principali finanziatori di gruppi quali il Fronte al-Nusra, al-Shabaab, al-Qaeda ed ISIS.

Comunque c’è poco da chiamare soft power l’occupazione coloniale del calcio attuata in grande stile secondo il dettami  di un programma di sviluppo, il “Qatar National Vision 2030” che stabilisce i principi per uno “sviluppo sostenibile ed equilibrato” del quale fa parte appunto la “Sport Sector Strategy”: il Qatar compra e sponsorizza squadre (Barcellona, Psg, etc,), atleti, arbitri, senza alcun rispetto per il tradizionale fair play che dovrebbe caratterizzare il mercato calcistico e lo sport in generale, affitta ultras da infiltrare nelle partite, all’interno della Fifa compra i voti dei presidenti delle società calcistiche per aggiudicarsi la riffa dei Mondiali, conquistata anche grazie a accordi per forniture agevolate di gas,  al suo  7 per cento di Volkswagen, al suo 10 per cento di Deutsche Bank, alle quote importanti di Harrod’s, dell’aeroporto di Heathrow e di British Airways, di Credit Suisse e di Royal Dutch Shell.

Altro che calciopoli, calcioscommesse, cocaina, veline e giocatori. Ormai anche crimini, reati e interessi sono da grandi. Basta pensare alle partite che si giocano più sugli stadi che negli stadi: quelli “pubblici”, i tre sotto il controllo dei club,  lo Juventus Stadium, la Dacia Arena dell’Udinese e il Mapei Stadium del Sassuolo, quelli che pare indispensabile fare, Roma e Firenze, quelli che vorrebbero primi cittadini posseduti da una insana megalomania, Venezia, tutti comunque dentro la partita ancora più grande, quella della trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese con fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa.

Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, come nelle commedie all’italiana, sono state acquistate da investitori finanziari.  Il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina, impegnati a conseguire l’obiettivo primario   di generare profitti da distribuire agli azionisti, da raggiungere solo in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Si deve al governo Letta la svolta che ha dato spazio alle peggiori speculazioni locali e internazionali con un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno, scavalcando così gli enti locali obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, aumentando il potere ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. E poi al governo Renzi l’estensione dell’applicazione dei favori  alle squadre di serie B cosicché nel 2016 un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto per il Credito Sportivo adotta “lo strumento del Fondo Immobiliare,  per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi”.

Figuriamoci se in questo contesto qualcuno può davvero pensare di criminalizzare la violenza negli stadi quando dentro e fuori, intorno e sopra i circhi della nostra contemporaneità, profitto, sfruttamento, corruzione, prevaricazione, intimidazione e ricatto hanno dato un calcio allo sport come esercizio di convivenza civile per farne un business avido e feroce, e gli imperatori piegano il pollice per godersi lo spettacolo dei gladiatori e del pubblico, noi, mangiati dai leoni.

 

 

 

 

 

 

 


I tempi di Oronzo Canà

00EFB7-La mia scarsa propensione per lo sport e la mia avversione per quello divenuto business ha rischiato di farmi perdere la notizia del giorno, ovvero l’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, buttando nella più nera ambascia i grossisti di televisori o gadget di ogni tipo, giornalisti in cerca di trasferta e comparsate, politicanti di lotta e di governo. Ma in fondo l’umiliazione subita era a tal punto nella logica delle cose da non aver suscitato sorpresa e nemmeno indignazione: la nazionale di calcio esce di scena come esce di scena il Paese e per lo stesso male oscuro. A quanto ne so a capo del movimento calcistico c’è un vecchio maneggione messo lì a difendere gli interessi di quelle quattro o cinque squadre che contano, oltre a molti altri rapporti opachi e sotterranei da sempre presenti, le cui dichiarazioni razziste e fascistoidi hanno raggiunto i quattro angoli del mondo nonostante la difesa a spada tratta proprio da alcuni degli sconfitti di ieri.

Dell’allenatore non saprei se non che probabilmente la sua chiamata al soglio degli azzurri è stata dettata da strategie che non risultano proprio evidenti, un po’ come quelle che hanno portato a richiamare in servizio svendita manager che avevano già devastato le aziende loro affidate, ma certo non si può sperare di vincere con giocatori tutti più o meno nella mezza età avanzata in senso sportivo con rincalzi che vengono dal Sudamerica e  dall’Africa perché i vivai dei giovani costano, possono esporre a rischi ed è molto più semplice per i club lasciar perdere il turn over locale  e acquistare sul mercato globale prodotti già confezionati. Che tra l’altro sono richiesti a gran voce da tifoserie organizzate più aduse alle patrie galere che agli spalti. Né si può pensare che i medesimi club, con la tendenza sempre più evidente a passare in mani non italiane per il quali il calcio è solo un affare, mettano a rischio i loro investimenti per la nazionale, mentre la stessa cosa pensano i milionari che corrono dietro alla palla indisponibili a muovere un alluce se non per cifre a sei zeri. Una situazione nella quale è difficilissimo avere idee e creare gioco. In fondo proprio perché il calcio è divenuto tutto – business e oppio – tranne che uno sport l’uscita dal giro che conta è significativo della condizione del Paese e delle capacità della classe che lo dirige.

Semmai il caso fortuito è stata la vittoria nel mondiale di dieci anni fa che diede all’uomo della strada l’illusione che il Paese fosse ancora in prima fila, quando invece il declino era già cominciato anni prima con allenatori corrotti, eterodiretti o senza bussola nel migliore di casi, incapaci di fare altro che svendere il Paese nell’illusione di modernizzarlo. Mi rendo conto che il paragone è trito è banale, ma mi sono azzardato a percorrerlo perché leggendo in rete pare che esso per la prima volta sia diventato in qualche modo lampante, almeno per molti. Certo non manca la canea tifosa che straparla in italiano stentato che fa sembrare i placiti cassinensi un capolavoro di modernità, ma nel complesso che la vicenda calcistica, come dello sport in generale, sia in qualche modo collegata a quella dello Stivale  è ormai una diffusa consapevolezza.

In realtà tutto quello che era stato rappresentato dalla commedia all’italiana nella speranza che qualcosa cambiasse, si sta tristemente avverando: se Totò strappava risate pronunciando all’inglese parole latine adesso di questo ci facciamo un vanto riempiendoci la bocca di midia, plas e giunior per mostrare di essere acculturati, il dottor Terzilli è stato surclassato, Antonio la Trippa si è estinto, Otello Celletti è diventato la normalità del clientelismo spicciolo. Perché mai nel Paese di Nando Mericoni la cui uscita dal guscio non si è tradotto in apertura, ma in provincialismo subalterno il calcio doveva essere esente dall’imitazione seriosa di Otello Canà? Altro che apocalisse, figuraccia, sfacelo citati nei titoli del mainstream che per altri versi non è che il megafono della cialtroneria nazionale ad ogni livello e si dimentica di citare sconfitte ben più importanti favorite dagli editori di riferimento: questa è la commedia all’italiana, il teatro dell’arte che si realizza. Se non altro questo ci salverà dai politici che già si preparavano a sfruttare l’occasione sportiva nell’anno delle elezioni e da quegli idioti usi a pronosticano straordinari aumenti del pil in caso di vittoria dimenticando che persino l’Fmi ne preconizza l’imminente discesa), ma la scomparsa dalla cartina del calcio mondiale per fortuna non aggiustabile con numeri ballerini perché i gol si vedono, non fa che seguire quella da ogni possibile carta tematica, salvo quelle in cui la presenza è puramente simbolica e funzionale ad altri scopi, vedi per esempio quella  nel G7 che in realtà rappresenta la Nato.

Ora che in queste condizioni molti ottenebrati si spaventino o facciano finta di strapparsi i capelli come se andasse via la tata nell’ipotesi  che i vecchi allenatori se ne vadano è veramente da ridere e da piangere.


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