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Avrà preso una cantonata?

renzi-cantone-718974Anna Lombroso per il Simplicissimus

Spaventapasseri, lo avevo definito quando venne incaricato di guidare l’organismo di vigilanza e controllo sul fenomeno della corruzione. Mi pareva efficace come definizione perchè con le competenze e il budget che gli erano stati affidati avrebbero potuto mettere paura solo ai passeri e non certo a avvoltoi e gazze ladre.

A 5 anni di distanza, uno prima della naturale scadenza,  Cantone lascia per tornare a vestire la toga presso l’Ufficio del massimario della Corte di Cassazione, motivando così la sua decisione: “la magistratura vive una fase «difficile», che mi impedisce di restare spettatore passivo”.

Verrebbe da dire che al ruolo di astante, sia pure dal palco d’onore, doveva essere abituato.  L’Autorità anticorruzione era stata istituita nel 2012 durante il governo di Mario Monti nell’ambito della cosiddetta legge Severino, con il compito di  prevenire fenomeni di illegalità all’interno della pubblica amministrazione attraverso pratiche di trasparenza e mediante vigilanza sui contratti, appalti e incarichi pubblici. A nominare lui al vertice dell’Anac era stato però Matteo Renzi nel 2014 seguendo il trend di moda allora, sistemare un magistrato, un tecnico dunque,  a incarnare la legalità e la sua tutela conferendogli un’autorità  morale oltre che legale, sull’intera società. Anche se di fatto si trattava di un potere virtuale più che reale, e pure “postumo”,  come un pompiere chiamato a spegnere incendi già appiccati da quelli che lo chiamano in soccorso.

E infatti non  a caso la designazione avviene poco prima che si aprano i cantieri e fervano le opere dell’Expo (ha l’incarico di commissario speciale del grande evento),    ma un bel po’ dopo che gran parte degli appalti, delle attribuzione  e delle consulenze erano stati assegnati. A vedere i ritagli di allora si legge Cantone chiede spiegazioni, Cantone non ritiene soddisfacenti le spiegazioni sull’affidamento a Farinetti, e Cantone indaga sui subappalti, per poi sentirlo ammettere che  “esulavano del tutto da un suo possibile controllo», accontentandosi della squadra anticorruzione istituita da Sala, della altisonante Piattaforma per la trasparenza del premier, con tanto di App, e rassegnandosi a  chiudere un occhio anzi tutti  e due sulla sostanza dell’iniziativa, sul già concluso e  spartito,  mettendo un sigillo di impunità e legittimità sulla sua inutilità, sui danni erariali e per la collettività, sulla pretesa emergenza coltivata per permettere licenze  e deroghe, sul contributo alla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste del lavoro, che più corruzione morale di quel “volontariato” ce n’è poche.

Niente di diverso da quello che succede a proposito del Mose, quando tira fuori il capo e chiede informazioni per poi ammettere  ragionevolmente (in una intervista alla Rai di giugno 2014) che. “Credo non abbia alcun senso indagare, non è che ogni emergenza necessita di un commissario. Sull’ Expo può avere un senso perché ci sono termini stretti, sul Mose i tempi sono già da tempo superati”.  E altrettanto avviene per la Metro C di Roma, che definisce la madre di tutte le corruzioni: anche là, come succede ai treni, è arrivato in ritardo e i giochi sono fatti.

Eppure ieri nel dare le dimissioni rivendica  i risultati della sua battaglia: «Naturalmente la corruzione è tutt’altro che debellata ma sarebbe ingeneroso non prendere atto dei progressi, evidenziati anche dagli innumerevoli e nient’affatto scontati riconoscimenti ricevuti in questi anni dalle organizzazioni internazionali (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Ocse,  Fondo monetario) e dal significativo miglioramento nelle classifiche di settore».

E come  non esultare del fatto che Trasparency ci faccia scendere di due piazzamenti nella graduatoria della percezione “popolare” del fenomeno,  uno di quegli organismi concepiti dallo stesso sistema che genera il malaffare, un po’ come le agenzie di rating,  che prende in esame come indicatori le malefatte dei pesci piccoli, quelli che fanno la cresta sui documenti e le merci, che non danno la fattura, lasciando fuori  le banche, gli enti pubblici, i vertici delle multinazionali  e quindi i grandi impuniti e i grandi immuni, i Paesi guida dell’Occidente e della Ue non levantina o che dire dell’Ue dove se volessimo applicare il criterio della lievitazione dei costi delle opere pubbliche, si scoprirebbe  che in Germania le spese dei lavori pubblici vengono gonfiati artificialmente e  a dismisura, come ha denunciato perfino Der Spiegel, lo stesso organo di stampa che ha definito Vienna un “intrico del malaffare” riprendendo il giudizio di un grippo di lavoro Ocse che ne parlò come del “crocevia della corruzione”.  E come non esultare dell’encomio delle istituzioni europee, quando basterebbe leggere il Sole 24 ore per sapere che il crimine economico trova un humus favorevole  nella regione e mica solo alle Cayman se è vero che    “nell’ultimo decennio sono stati almeno 133 mila gli oligarchi dell’ex Unione Sovietica, i milionari cinesi e arabi, i ricchi uomini d’affari turchi, libanesi, brasiliani, venezuelani e sudafricani, che hanno acquistato a mani basse la cittadinanza o la residenza in un Paese dell’Unione europea in cambio di soldi“,  ritenendola un luogo favorevole a traffici illeciti e opacità.

Va a sapere come mai proprio adesso il presidente Cantone, ha raggiunto il limite della sua sopportazione, stanco  che “all’Anac istituita sull’onda di scandali ed emergenze,  e che rappresenta oggi un patrimonio del Paese e motivo di orgoglio” ( e si direbbe a lui che ne incarna l’autorità), vengano riservati scarsi riconoscimenti.

Dipenderà che i supposti reati del lobbista Siri ( indagato per aver ricevuto una promessa di denaro in cambio di una norma da inserire in una legge) sono più disdicevoli dell’azione di un ministro che tenta di favorire l’esonero dalle responsabilità di una banca e del suo management?

Sarà che alcune  misure contenute nel decreto sblocca cantieri entrato in vigore a giugno in materia di appalti   (lo stop all’obbligo per gli enti locali di avere una centrale unica, lo stop di scegliere i commissari per le gare da un registro dell’Anac, l’aumento al 40% per i subappalti)  gli sono sembrate più rischiose dello Sblocca Italia, delle deregulation promosse a livello regionale e locale dai piani paesaggistici e dalle deroghe comunali in forma bipartisan, come in Emilia, Lazio, Veneto o Firenze e Milano?

Sarà perchè il nefasto si all’Alta Velocità del governo in carica macchiato di abiura, scoprirà l’osceno vaso di Pandora delle cordate delle imprese sempre in piedi, ma non sul banco degli imputati? e allora è meglio dedicarsi alle sudate carte del Massimario in attesa di una meritata ricompensa elettiva, in forma di premio fedeltà? 

 

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Battisti-Hoberleiter, c’è terrorismo e terrorismo

oberAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo abituati alle interviste con i vicini di casa del killer, con i compagni di lavoro dell’uxoricida, con il ferramenta dove faceva acquisti la saponificatrice, col benzinaio del “mostro”, tutti pronti a giurare e spergiurare che mai si sarebbero aspettati una cosa simile, che era tanto una brava persona, che aiutava le vecchiette a attraversare la strada e poi salutava sempre quando lo incrociavi, affabile e cortese.

Non sorprende che la stampa avesse preso l’abitudine di chiamarli “i bravi ragazzi della Valle Aurina”, quei giovani protagonisti della stagione del terrorismo altoatesino – dal 1956 all’ottobre 198 si registra un bilancio di  361 attentati con mitra, dinamite, mine,   21 morti, tra cui 15 appartenenti alle forze dell’ordine, 2 privati cittadini e 4 terroristi, deceduti per lo scoppio prematuro delle cariche che stavano predisponendo e 57 feriti: 24 membri delle forze dell’ordine, 33 civili.

Eh si, giovani insospettabili ed educati, soprattutto all’odio per l’occupazione italiana, per la forzata italianizzazione eredità del fascismo, per quella autonomia “controllata” e guidata da Roma sancita dallo statuto speciale della regione, perfino per quel benessere colpevole di smorzare e reprimere gli afflati identitari:  già nei primi anni ’50 il reddito per abitante della provincia di Bolzano era  più del 130% superiore alla media nazionale.

A loro guardavano con simpatia i sostenitori del Tirolo unito e della secessione dall’Italia, caldeggiati dalla SVP che si batteva contro l’inforestierimento, il meticciato favorito dall’immigrazione italiana, l’imbastardimento da contrastare in via amministrativa con la sospensione del rilascio dei certificati di residenza e con la propaganda a sfavore dei matrimoni misti.

Sono ugualmente giovani anche  i ragazzi di Fundres (tra i 18 e 22 anni), in cui il fanatismo si combina con la birra  tanto che – ubriachi- ammazzano di botte un finanziere, cui si unisce qualche soggetto dai trascorsi nazisti  per dare vita  a un’organizzazione clandestina, il Befreiungsausschuss Südtirol, con l’intento di ottenere con la forza l’autodeterminazione dell’Alto Adige e l’annessione all’Austria al fine di ottenere, sotto la sovranità di quest’ultima, l’unificazione politica della regione storica del Tirolo.

All’inizio il Bas, quel Comitato per la Liberazione del Sudtirolo, si limita a organizzare attentati “simbolici”, collocando esplosivi su obiettivi strategici, strade, tralicci, binari. Poi in una escalation cruenta segnata  dalla leadership del gruppo radicale che ruota intorno a Georg Klotz e ai neonazisti provenienti dall’Austria prende a bersaglio le forze dell’ordine: militari, carabinieri, finanzieri, poliziotti.

Sarà attivo in Alto Adige fino al 1969, i vertici vengono identificati e processati. Ma dopo circa dieci anni senza attentati a seguito dell’introduzione del secondo statuto d’autonomia del 1972 inizia una nuova stagione di bombe dietro alla quale insieme a alcune vecchie conoscenze si muovono  i soliti sospetti:  gli storici hanno recentemente parlato di infiltrazioni dei servizi segreti e del ruolo primario svolto da Gladio che integra l’azione dei gruppi Ein Tirol  nella strategia della tensione.

La giustizia italiana ha condannato 157 persone: 103 italiani di lingua tedesca, 40 cittadini austriaci, 14 cittadini della Germania occidentale, l’Austria invece ha offerto l’impunità per i concittadini implicati e per i condannati che hanno trovato rifugio nel suo suolo.

In questi giorni la Procura generale di Brescia ha dato parere positivo alla richiesta di grazia presentata da uno dei “quattro bravi ragazzi della Valle Aurina”, Heinrich Oberleiter, protagonista di numerosi attentati.  Dopo il primo,  una bomba sulla diga di Selva Molina, il gruppetto ripara in Austria ma torna sistematicamente in Alto Adige per proseguire nella sua attività criminale. Ai quattro sono stati attribuiti diversi omicidi, quelli del carabiniere Vittorio Tiralongo, del finanziere Bruno Bolognesi e dei carabinieri Palmerio Ariu e Luigi De Gennaro. Sulla testa di Hoberleiter pesano tre ergastoli, ma non si è mai pentito, limitandosi nella sua autobiografia scritta nel suo esilio in Austria dove è latitante da subito a ammettere che oggi i tempi sono cambiati e forse sarebbero diverse le modalità della sua “militanza” in difesa della sua Heimat, la patria oppressa. E non è lui a chiedere clemenza, una decisione che gli è valsa un diffuso consenso di simpatizzanti che guardano a lui come a un eroe, simbolo sfoggiato soprattutto dagli  Schützen che esibiscono immagini di attentati e le facce dei terroristi nei manifesti delle loro campagne e organizzato esposizioni di cimeli come l’innesco di una bomba rudimentale e decorazioni militari ornate da svastiche naziste.

Non c’è da stupirsene se a Appiano sulla Strada del Vino, a un “resistente” di allora è stata dedicata una via, se la Rai di lingua tedesca di Bolzano produce documentari sulle compagne degli appartenenti al Bas, dal titolo “Le donne degli eroi” e se  il consiglio provinciale di Bolzano ha approvato una mozione perché sia concessa la grazia ai terroristi del BAS, che vengono esplicitamente definiti “combattenti per la libertà”,  approvata anche dalla consigliera di lingua italiana del Pd, Barbara Repetto.

La parola adesso spetta a Mattarella. Ma c’è poco da stare tranquillo, la pacificazione da noi cammina a senso unico e a badare al sentimento comune, Lega in testa, possiamo sospettare che il prossimo comitato d’onore pronto a ricevere un reduce impenitente del terrorismo sarà di benvenuto, con mazzi di fiori, discorso e selfie a fianco del veterano, o meglio del perseguitato. E la memoria è intermittente e viziata da una pietas vergognosa che assolve vecchi assassini per ragione d’età, anche quando sono abbastanza in forze da scavalcare i muri di un ospedale militare, anche quando sono al termine di una esistenza libera da catene e pure da sensi di colpa. Tanto che la bomba di Via Rasella è opera di macellai, i colpi di fucile sparati per giustiziare carabinieri e finanziari diventano atti di guerra lecita per la liberazione della propria Heimat.

Ormai i valori sono come le pelli di zigrino che si possono tirare da tutte le parti seguendo il vento  dell’interesse. La patria europea altro non è un fortezza difensiva e offensiva, dai cui spalti si guarda con disprezzo ai feudi di serie A e a quelli di serie B, che non meritano il nome di paesi in cui vige uno stato di diritto, nemmeno di Stato, se le istituzioni preposte alla giustizia soffrono di discredito e derisione. La globalizzazione altro non è che il nome che si dà a un impero che impone l’omologazione di chi sta sotto per promuovere soggezione e obbedienza, così la sovranità viene criminalizzata se si tratta di dire no all’abiura di diritti, di autonomia, di responsabilità  e indipendenza economica e sociale, applaudita se si tratta di difesa di confini, di capisaldi la cui tutela impone chiusura, repressione, rifiuto.

E l’antifascismo altro non sarebbe che la predicazione di una smorta retorica umanitaria ben attenta a non intralciare il cammino del totalitarismo economico, finanziario e sociale, che ha promosso tolleranza per il fenomeno come si è manifestato nel passato, ridotto a incidente casuale della storia che non si può ripetere. Tanto che si è riservata indulgenza e attribuito credito ai loro revisionisti interni che fanno sfoggio di democrazia, e comprensione come a dei malati a quelli che si esibiscono in veste di comparse folcloristiche e nostalgiche. Tanto che vien buono Salvini presentato come la sorprendente  rivelazione del pericolo incombente, un accadimento impensabile, inatteso e sconcertante e non come l’ultima circostanza di un filo conduttore mai interrotto, di cui abbiamo guardato lo svolgersi come non si potesse contrastare, come se chi un tempo ormai lontano avesse esaurito il patrimonio genetico di dignità, di libertà, di forza buona e solidale di un popolo.


I serial killer dei gasdotti dalla Russia

TOPSHOT-AUSTRIA-EXPLOSION-GASIl gas di ortgine russa che è fuoriuscito dall’impianto austriaco esploso non era ancora stato addizionato con le sostanze di sentore agliaceo tradizionalmente aggiunte per avvertire di eventuali fughe, tuttavia sembra avere un puzzo caratteristico, lo stesso quello che avvolge la Casa Bianca e i suoi dintorni. Un incidente, una disgrazia, una casualità sono sempre in agguato, specie quando si tratta di carburanti, ma ogni corretta indagine non può prescindere dalle circostanze e dal contesto  in cui avviene il delitto oltre ovviamente dalle reazioni che il fattaccio provoca.

Ora le circostanze sono che l’esplosione è avvenuta nel periodo più freddo dell’anno e dunque anche in quello più improbabile per un evenienza del genere di solito causata proprio dal calore e dall’irraggiamento solare, ma allo stesso tempo anche quello che porta maggiori conseguenze anche di prezzo per gli approvvigionamenti dei privati e che insomma moltiplica l’impatto mediatico e la potenza drammatica dell’evento. Ma sarà certamente  un caso.

Poi passiamo al contesto che è molto più complesso e di cui fa parte la spiacevole circostanza che non solo l’Austria compra gas dalla Russia sanzionata per volere di Washington, ma addirittura contro le esplicite e pubbliche riprovazioni  della diplomazia Usa ne vuole di più e ha osato intervenire a fianco della Germania per sostenere il raddoppio del gasdotto Nord Stream che porta il metano direttamente dalla Russia e senza passare per Polonia o Paesi baltici, ovvero i più ostili a Mosca: nella seconda metà del giugno scorso la Deutsche Presse-Agentur faceva sapere che “Germania e Austria hanno espresso forti critiche sulle ultime sanzioni statunitensi contro Mosca, dicendo che potrebbero pregiudicare le imprese europee impegnate nella costruzione di gasdotti per portare in centro Europa il gas naturale russo”. Anche questo, per carità è puro caso.

Veniamo poi all’Europa che vuole a tutti i costi contribuire alla devastazione del Mar Caspio comprando gas dall’Azerbaigian che lo ricava da piattaforme immerse nel lago più grande del mondo ed evitando completamente il territorio russo con il pretesto della diversificazione delle fonti che per la verità sono invece già oggi molteplici. Tale gas alternativo arriverebbe guarda di nuovo il caso in Austria per poi essere distribuito in tutto il continente. Va detto che questa guerra dei gasdotti vista in funzione antirussa secondo le ossessioni Usa, ha avuto anche un enorme peso sulla guerra alla Siria che poco prima di venire aggredita si era rifiutata di costruire un gasdotto che dal Qatar, via Turchia, sostituisse la produzione russa. Forse molte cose appaiono così più chiare in riferimento a quella guerra e il colpevole potrebbe rivelarsi un serial killer.

Il contesto generale è abbastanza ovvio dal punto di vista dei poteri atlantici, ovvero degli Usa e della Nato: isolare la Russia significa tagliarne i legami con l’Europa, ma  questo non è possibile finché Mosca sarà la principale fornitrice di energia del continente. Contemporaneamente a questa strategia si è sviluppata negli States l’estrazione di materie prime energetiche attraverso le tecniche di  fratturazione che produce anche enormi quantità di gas (poco usato in America) che in gran parte viene disperso in atmosfera: dunque c’è anche l’esigenza, espressa ufficialmente e senza mezzi termini da Trump di tagliare le fonti russe per sostituirle con gas americano liquefatto che costerebbe tuttavia tre volte tanto. Ma anche questo è certamente un caso.

Infine analizziamo il comportamento dei potenziali colpevoli, come in qualsiasi indagine decente e vediamo che immediatamente sui giornali, sulle televisioni lobotomizzate dal pensiero unico e nelle dichiarazioni dei politici di basso servizio, si grida alla necessità di diversificare le fonti e quindi di realizzare il Tap, altro devastatore di terre e di coltivazioni della Puglia, su cui si è accesa una battaglia di civiltà, ma che è anche altro gasdotto che evita la Russia. Prendere perle per darle ai porci direbbe l’evangelista Matteo: “nolite dare sanctum canibus, neque mittatis margaritas vestras ante porcos”. Ma esiste davvero l’urgente necessità di diversificare le fonti, sempre che si ragioni senza i paraocchi? Non direi proprio dal momento che l’Italia e l’Europa possono “allattarsi”, tra l’altro dentro una stasi sostanziale dei consumi, a ben 4 gasdotti che partono dall’Africa il Transmed, che collega l’Algeria all’Italia (Mazara del Vallo) attraverso la Tunisia; il Greenstream, che collega la Libia all’Italia (Gela); il Maghreb che collega l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco e, infine, il Medgas, che collega direttamente l’Algeria alle coste spagnole. A questi si devono aggiungere i tubi che provengono dall’ Asia centrale arrivano in Turchia due ulteriori gasdotti: quello tra Iran e Turchia al confine curdo-iraniano e il gasdotto Baku-Tblisi-Erzurum, che sono lontani dalla Russia, ma ahimè non da altri Paesi considerati canaglia da un bue abituato a dare del cornuto all’asino. Poi esiste una rete di gasdotti nel mare del Nord (Langeled Gas Pipeline) che collega Norvegia, Inghilterra e Olanda e infine, l’Europa centrale è attraversata dai gasdotti Tenp e Transitgas che dall’Olanda, attraverso la Germania, portano gas di produzione olandese e del Mare del Nord in Svizzera e Italia (Passo Gries). A coronamento di tutto questo c’è anche il progetto Galsi che porterebbe nuovo gas dall’Algeria attaverso la Sardegna, un progetto tutto italiano che se non altro porterebbe un po’ di investimenti, di lavoro e di profitti lasciandoli tutti in Italia invece di disperderli in dedali di società che li fanno sparire chissà dove.

Insomma basta prendere più gas dalle fonti già esistenti per sopperire a eventuali  incidenti, sempre che si voglia guardare alla Russia come un nemico su ordine esterno. Ma anche in questo caso sarebbe comunque una strategia perdente perché non farebbe altro che aggregare ancora di più l’asse Russia – Cina – Asia (India compresa che compra gas dall’Iran) contribuendo così a creare un enorme contropotere che alla fine spazzerà via i tracotanti padroni di oggi. Ma tornando a noi cosa ne direbbero Sherlock Holmes o Poirot di questo delitto? Sarà stata una sigaretta buttata distrattamente, una scintilla metaforica, un piccione viaggiatore suicida o una testa di caso retribuita da qualche servizio?


La wiener schnitzel delle elites

Wiener_Schnitzel1Come previsto tre giorni fa nel post Il kaiser dell’ Austroungheria,  in Austria c’è stata una vera e propria rivoluzione politica, con i socialdemocratici di stampo liberista giunti al terzo posto, con la resistibile ascesa di Sebastian Kurz erede dei vecchi centristi, ma spostato molto a destra tanto da essere andato alle urne con la denominazione di lista Kurz, con il secondo posto raggiunto dalla Fpö, ovvero il partito che fu di Heider e che comunque si distingue ormai molto poco dalle posizioni del futuro cancelliere, mentre i verdi sono letteralmente scomparsi, nonostante l’anno scorso siano stati centrali nella tormentata elezione presidenziale. Una situazione nella quale sarà difficile evitare un governo tra conservatori e destre, ammesso che vi sia una qualche significativa differenza oltre le etichette.

Naturalmente tutto questo viene interpretato esclusivamente in chiave xenofoba, una lettura molto “comoda” per l’informazione maistream che trascura altri fattori divenuti ormai strutturali per l’area euro e che finiscono inevitabilmente per saldarsi con i flussi migratori, ovvero la costante crescita della disoccupazione e il tentativo di nasconderla sotto il tappeto con statistiche fasulle. Secondo i dati ufficiali la percentuale di disoccupazione è ufficialmente attorno al 5,2%, facendo dell’Austria uno dei Paesi con maggior numero di occupati, ma si tratta in sostanza di un inganno: tralasciando la circostanza che secondo i criteri di Neuro- stat viene considerato occupato chi fa un’ora di lavoro in una settimana,  la benigna statistica è dovuta solo al fatto che viene considerato assurdamente occupato chi frequenta un corso di qualificazione dopo essere stato licenziato, cosa praticamente obbligatoria. Mettendo nel conto anche i licenziati in qualificazione il numero dei disoccupati raddoppia arrivando al 10,2 per cento (dato di Agenda Austria, il maggior pensatoio economico del Paese). Avere mezzo milione di persone a spasso su una popolazione di poco più di 8 milioni di persone che, a parte Vienna, vivono in piccole città non è uno scherzo.

Ciò che si vuole nascondere è che in questa radicalizzazione della politica austriaca il fattore immigrazione è soltanto un detonatore (peraltro presente nel Paese fin dal Settecento proprio a causa dell’Impero sovranazionale), ma che essa porta con sé molti altri temi tra cui spicca un’ostilità molto chiara anche se non proprio espilicita verso i trattati europei, tanto che Financial Time Deutschland scrive stamattina che  “Dobbiamo prendere atto del fatto che l’euroscetticismo è diventato parte del pensiero dominante delle società europee”. Com’è ovvio per chi respinge ogni responsabilità, i colpevoli sarebbero, almeno nell’edizione londinese del giornale, i governi nazionali, ancora una volta sul banco degli imputati nel tribunale dell’oligarchismo globalista, che ormai tira botte da orbi, anzi da ciechi che si rifiutano di vedere o fanno finta di non vedere come questi fenomeni abbiano una sola radice, ovvero la progressiva manovra antisociale.

A questo punto però vale ancor di più la domanda che mi ero posto tre giorni fa: come mai l’anno scorso alla sola idea che potesse venire eletto un presidente di destra si scatenò una campagna mediatica preventiva accompagnate dalle ususali minacce finanziarie,  mentre adesso, nonostante i sondaggi fossero eloquenti si mugugna solo a cose fatte? La mia impressione è che dopo la Brexit, l’elezione di Trump , la grande paura in Francia, i problemi della Merkel e la Catalogna, l’oligarchia globalista sta decidendo che è meglio offrire alla gente una valvola di sfogo per impedire che la compressione sociale finisca per mandare all’aria i suoi piani di sistemazione politica autoritaria e di disintegrazione degli stati quali garanti della cittadinanza residuale. Che viva pure la pancia, l’istinto arcaico e prepolitico, il basso istinto purché i problemi, le persone e le classi non si saldino in un  progetto politico: meglio dare una cotoletta viennese oggi ed evitare che le tensioni crescano fino al punto di rottura, tanto il personale politico che incarna questi umori può essere facilmente riportato all’ordine se dovesse tralignare, anzi lo può fare godendo di maggiore consenso. Oltrettutto questo permette di smerciare  la xenofobia come diretta conseguenza della sovranità che si oppone al capitalismo dei monopoli. In fondo uno scambio vantaggioso.


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