Io non ci posso credere, ma nemmeno posso credere il contrario, cioè che possa esistere un governo decente, qualunque sia il suo presunto riferimento a una geometria politica di tipo archeologico. Soprattutto perché comunque non è un governo, ma una sorta di comitato di amministrazione che deve obbedire a Washington e Bruxelles o magari anche ad altri sotto – potentati: dunque non agisce per gli interessi del Paese, ma per quelli di poteri esterni. E se lo facesse verrebbe immediatamente stoppato da qualche gabola con gli spread, da qualche multa apocalittica che viene dalla Ue o magari da una qualche banda della magistratura che, come sappiamo da Mani pulite, agisce in nome della legge del più forte. Certo, dentro questa amministrazione condominiale ci sono spazi di azione, non sufficienti a trovare anche un minimo riscatto dal servaggio, ma sufficienti a ritagliarsi spazi elettorali, a fare dei favori agli amici e agli amici degli amici, insomma a gestire il denaro pubblico nella logica dell’autoconservazione.

Mi rendo conto: cappello troppo lungo per dire che ancora una volta ci troviamo di fronte alla pagliacciata del ponte sullo stretto, la cui realizzazione è stata decisa ieri dal Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile. Già, sostenibile come vuole la ritualità retorica contemporanea anche se il più delle volte non significa un bel nulla, anzi è un inganno. Ora se c’è qualcosa di non sostenibile da qualsiasi punto di vista è proprio un ponte inutile. E per molti motivi: il risparmio di tempo eventualmente ottenuto rispetto a un viaggio in treno o in auto è poco significativo vista la situazione dei trasporti: la linea Napoli – Palermo richiede, se tutto va bene, cosa che non accade praticamente mai, circa 9 ore di viaggio minimo a fronte di 313 chilometri, mentre, tanto per fare un esempio, la tratta San Pietroburgo – Mosca di 707 chilometri, la si può percorrere in 3 ore e 43 minuti. D’accordo, l’orografia sarà più facile, ma anche la Parigi – Nizza di 687 chilometri la si percorre in 5 ore e 45 minuti. La tratta, più difficile, quella che traversa tutte le Alpi, ovvero la Milano – Vienna, richiede 12 ore scarse per 623 chilometri. Mi sono dilungato perché è evidente che anche risparmiando sui biblici tempi attuali grazie al ponte, ci troviamo di fronte a linee complessivamente arretrate che di certo non sono in grado di attirare una quota significativa di turismo, relegando il ponte sullo stretto a facilitare il traffico locale.

Questo vale la spesa di quasi 14 miliardi che, tanto per essere espliciti, diventeranno 30 nel caso improbabile che l’opera dovesse effettivamente essere realizzata? Capire bene a cosa possa davvero servire è essenziale anche per fare i conti in tasca a questo progetto: un eventuale pedaggio di 9 euro già ipotizzato potrebbe pagare le spese di manutenzione annua, calcolate in 1,6 miliardi, solo se i passaggi fossero 185 milioni ogni anno. Una cifra di oltre quattro volte superiore al Golden Gate di San Francisco. Questo senza contare il capitale iniziale. Da notare che la società che gestisce il famoso ponte californiano si è trovata essa stessa a dover creare una società di traghetti e ferry boat oltre che una di autobus per evitare troppi affollamenti sul ponte e dunque tempi di percorrenza lunghissimi di cui peraltro io stesso sono stato vittima.

Inoltre tutto questo avviene in un contesto generale in cui si cerca di limitare la mobilità individuale, sia attraverso l’imposizione di tecnologie come l’auto elettrica che limitano di molto l’autonomia di viaggio e in ogni caso aumentano i tempi di percorrenza reale in maniera da elidere il vantaggio, sia attraverso regole punitive individuali che l’Europa sta già covando rispetto alle emissioni di carbonio. Volere il ponte e allo stesso tempo essere del tutto proni di fronte a queste follie è una contraddizione tale da rendere il governo un malgoverno o comunque inconcludente. Ma non solo: avviene in un momento in cui il turismo comincia a crollare, vista la sempre minore disponibilità di denaro sia degli italiani che degli altri europei, seppure in misura minore rispetto allo scandalo dei salari che in questo Paese non solo non sono cresciuti, ma addirittura scesi rispetto a trent’anni fa. Insomma siamo di fronte a una Torino – Lione bis che si è pensato di realizzare mentre il traffico commerciale diminuiva: spese enormi e devastazione ambientale per qualcosa che di fatto non verrà mai realizzata, anche perché i francesi non sono più interessati e nemmeno l’Ue se è per questo. Il tutto per guadagnare mezz’ora. Ma le madamin che hanno beneficiato dei soldi distribuiti sono scese in piazza a difendere il loro buon diritto all’assistenza pubblica dei più ricchi. Perché è di questo che alla fine si tratta.

In realtà però non è il ponte che si vuole e per il quale non esistono risorse certe: è invece il miliardo e mezzo di penale che lo Stato dovrà pagare se l’opera non si realizzasse, assicurando così le aziende amiche per un’opera che comunque prenderebbe moltissimo tempo, anche solo per superare la montagna di ricorsi in essere. Sono poi i soldi che servono per gli espropri che andranno immediatamente a spargere denaro pre elettorale, sono le sistemazioni e i cantieri iniziali che faranno da bancomat. Insomma il ponte che peraltro non ha ancora nemmeno un progetto esecutivo, è un totem, un pretesto che ormai da 20 anni serve alla causa della spesa clientelare. Sono queste le cose sulle quali occorre riflettere più che dedicarsi ad argomentazioni sulla sismicità, la difficoltà dell’opera, i pericoli come per esempio di cavi d’acciaio di grandezza tale che per testarli occorre un impianto a se stante che ovviamente non rientra nelle spese ufficiali. Ma in un Paese sismico come l’Italia non potremmo costruire nemmeno una passerella alla luce di questi criteri e invece abbiamo il ponte tuttora percorribile più antico del mondo. Il rischio vero è quello di buttare soldi dalla finestra per un ponte nel momento in cui a troppi si apre la prospettiva di dormire sotto i ponti.